Tutto fa brodo o, come disse Sauron, “Tutto fa Frodo”

Quando ero bambino tornavo da scuola e pranzavo dai nonni materni. I nonni mi son sempre sembrati anziani, anche se oggi riflettevo sul fatto che all’epoca avevano giusto qualche anno in più rispetto ai miei genitori oggi, che invece mi sembrano giovani.

La caratteristica di un piatto di nonna, oltre la proverbiale abbondanza che caratterizza  un piatto di una nonna italiana, è il brodo.

La pasta e fagioli era brodosa.
La pasta e lenticchie era brodosa.
La pasta e patate era brodosa.
Il riso era brodoso.
Il sugo col pomodoro era brodoso.
La pastina in brodo era ovviamente brodosa ma son sicuro lo fosse più del normale.

Era tutto così brodoso che io infilavo il pane secco sotto la pasta e questo non bastava ad asciugarla. Era come tentare di asciugare le pozzanghere con una spugnetta. Il fatto di aver ingurgitato tutto quel pane e di non esser diventato un bimbo obeso (anzi ero sottopeso) vuol dire che o il pane non fa ingrassare o avevo la tenia.

Una volta sbottai e dissi “Non la voglio la pasta nell’acquitrino!”. Credo sia stata l’unica volta in vita mia che ho usato la parola “acquitrino”, memore di averla imparata quando, agli inizi di scuola, la maestra fece l’esempio di varie parole col suono cq: acqua, acquerello, acquisto, acquitrino.

Crescendo ho sviluppato un’intolleranza ai brodi, tanto da evitare di assumerne sino a quando non ho cominciato a mangiare giapponese e a sbavarmi con il ramen.

1495147_10202935856702304_524215331_o

Kyoto, dicembre 2013: guarda, Madre! Seppure scuro in volto, mangio cose in brodo!

Ciò nonostante, i sughi li preferisco ristretti e la pasta coi legumi deve formare un agglomerato così colloso da intrappolare il cucchiaio più del bostik.

Interpretazioni di geometria euclidea sui migliori mali dei nostri tempi

Da un punto passano infinite rette, ma tra due punti se ne può tracciare una e una sola.

Indi per cui, un individuo solitario posizionato in un punto dello spazio può guardare in tutte le direzioni, ma tra due persone in un dato istante di tempo N può sussistere uno e un solo tipo di interazione ben definita. A volte decisa da uno solo dei due.

Amici, nemici, indifferenti, amanti, odianti. Una e una sola.

È il nome che vogliamo dare a questo tipo di interazione che ci causa un disagio. Accade quando le aspettative son superiori (o anche inferiori) a quella che è la realtà connessa.

Viviamo di connessioni.
Ringrazierò qualche ignoto internato in un call center che me ne ha data una. Uno delle migliaia di schiavi che valgono 3/4/5 euro l’ora che riempiono tali piantagioni di cotone del XXI secolo. Prima o poi finiranno anch’esse tutte delocalizzate. Chiedo assistenza e già mi rispondono dall’Albania o dalla Polonia. Adesso resta solo che ci delocalizzino le bestemmie e poi non avremo più nulla; forse possiamo ancora resistere, perché all’estero non hanno l’inventiva e la creatività nostrana nel vilipendio alla religione. Modestamente ne so qualcosa e tu lo sai, mi hai ascoltato in auto, continuando a dire quanto buono e bravo sia io. Come tante altre cui non so come far cambiare idea. Mi darò un’aria da duro andando a spaccare lampioni con la mia fionda-stecco del Doctor Strabik della Eldorado, un gelato apparso e scomparso nel giro di poco tempo secondo me, perché non è stato capito.

Ho sempre la terribile sensazione di non essere compreso, come una X posizionata tra 0 e infinito, impressione che si amplifica quando mi si pongono determinati discorsi.

Tu hai bisogno di una donna fatta in questo modo, afferma quest’altra, passando a elencare le caratteristiche del profilo ideale: e ho sempre l’impressione che mi stia facendo uno spot elettorale con lei stessa come candidata.

Nulla di male in ciò, ma c’è un problema. È vegana.

Per carità, è una cosa bellissima e lodevole, ma io non voglio che mi mandi le foto del suo pranzo a base di pasticcio di seitan e tofu, non voglio che se usciamo e ordino una fiorentina da 1 kg mi conti i giorni che mi restano da vivere e non voglio che mi dia il buongiorno con le migliori frasi di Fabio Volo o chi per lui. Dimenticavo questa attitudine al citazionismo spicciolo, con tanto di foto di un tramonto in spiaggia con due ali di gabbiano a forma di sopracciglia nel cielo e una frase di contorno.

Anche io amo le citazioni, ho una Moleskine dove annoto quelle che mi piacciono. Però porco cane io le prendo da libri che ho letto o film che ho visto, non apro il primo link a caso su Facebook condividendo con tutti che

Là c’è una porta rossa, la vorrei tinta in nero.
Niente colori tutto dipinto di nero.
Io volterò la testa fin quando arriva il nero.
Là c’è una fila d’auto, sono tutte nere, coi fiori e col mio amore che non tornerà più.
Io se mi guardo dentro vedo il mio cuore nero.
Poi forse svanirò e non dovrò più guardare la realtà.
Come si fa… ad affrontar le cose se tutto il mondo è nero?

Bella vero? È Garcia Lorca.

Sbagliato.
Mick Jagger.

Alla fine si tratta di trovare la quadratura del cerchio.

Ritratti al ristorante

Tavolo 1
Lui brizzolato, occhiali da Spike Lee e altezza da giocatore di basket. 45-50 anni, asciutto, camicia bianca e pantalone chino. Il calzino bianco impertinente che esce dalla scarpa secondo me lo squalifica.
Lei sulla 30ina, vestitino da donzella del west e fascia stretta che le dà il vitino da vespa. E anche un’occlusione intestinale.
Entrano, si guardano intorno. Ci sono solo 3 tavoli occupati, il resto è completamente a disposizione. Scartano un tavolo, lei storce il naso nei confronti di un altro e di un altro ancora. Alla fine lui, con gesto brillante, chiede al cameriere di far mettere un tavolo di fianco la vetrata d’ingresso, agli antipodi rispetto al resto della sala.
Ordinano il vino. Una bottiglia costosa. La stessa bottiglia che a me che la prendo alla casa vinicola costa 3 volte meno, questo spiega perché stanotte dormo da solo e lui no.
Lui rigira il vino nel bicchiere, lo annusa, lo gira ancora, alza il calice a guardare i riflessi in controluce. È ok, l’uomo del monte ha detto sì. Cin cin.
Durante il pranzo lui parla molto, fa ampi gesti con le mani. Sembra stia tenendo una lezione universitaria. Lei ascolta, annuisce, poggia il mento sulla mano.

Tavolo 2
Due coppie 45-50. Per tutto il tempo non fanno che scambiarsi un tablet e giocarci su.

Tavolo 3
Famiglia con due figli, il grande avrà al massimo 17 anni, la piccola non più di 10. A tavola cominciano con birra artigianale, che condividono tutti, piccola compresa. Passano all’aglianico, che condividono tutti. Piccola compresa. Finiscono col dessert, innaffiato da un buon passito. Anche per la piccola.
Eleggo loro come mio tavolo preferito.

Quando esco e passo davanti al suo tavolo, camicia bianca brizzolata mi osserva scrutandomi. Capisco. La mia sfavillante camicia a quadretti e rombi deve avergli fatto invidia.

20140824_160857