Non è che per leggere la mano consulti l’indice

Ieri avevo un senso di oppressione alla gola.

Forse era il Lato Oscuro che tentava di soffocarmi.

È un periodo in cui sento che qualcosa mi stia sfuggendo.

Con questa vaga sensazione addosso, oggi per una folata di vento mi è sfuggita la porta e mi ha schiacciato l’indice. Porta miseria.

In allegato una diapositiva della mia reazione:

Poi ho avuto un capogiro e stavo per venire meno nell’ufficio della satrapa Achemenide che ora mi governa.

L’indice sinistro è il mio dito preferito. Lo uso per cliccare il mouse.

L’indice in generale è l’invenzione più utile dell’umanità dopo la gallina ovaiola. Può fare tante cose. Il dito, intendo. Punta, giudica, stuzzica e prematura anche.

Dicono che sia l’oggetto di osservazione preferito dagli imbecilli anche se a me star sempre a indicare la Luna pure non sembra una cosa tanto normale. Poi lei si offende e scompare.

Una volta mi raccontarono che per scoprire se una persona è avvenente si fa un “test del dito”. Io pensavo andasse tirato: in effetti se una persona si fa tirare il dito in pubblico ha tutta la mia stima. Invece con somma delusione si tratta di una semplice misurazione, poggiando l’indice di lungo sul naso. Non ho capito poi per quale congiunzione di fattori uno debba essere attraente con un dito in faccia. Forse lo è per qualche ditosessuale, non ho idea.

Ci sono poi quelli che, pur non avendo una specializzazione in proctologia, si sentono qualificati a essere un vero e proprio dito nell’ano. Sono bravi, va detto: ti accorgi dell’inserimento quando è già completo ed effettuato.

Ma meriterebbero di essere messi all’indice.

Annunci

Non è che si chiamano “rifiuti” perché vuol dire che tu non ne vuoi più saperne

12052414_10207859747596499_8145915831967121698_o

Cosa rappresenta questa foto? Una pattumiera piena?
Errato.
Questo è il “Bentornato Gin-chan” che mi aspetta ogni sera, perché qualcuna, qualcuna che durante la giornata ha mangiato tortellini Rana e tutta un’altra serie di cose che sono l’equivalente in kcal del fabbisogno di tre persone, una volta che il sacchetto è pieno non si prende la briga di gettarlo.

Ho provato con la resistenza passiva la settimana scorsa, lasciando il sacchetto lì come stava, tanto io di rifiuti ne produco pochi: utilizzo molte cose prive di imballaggi. Il cartone vuoto del latte, l’unica cosa che avrei dovuto gettare, l’ho lasciato in frigo di proposito.

Dopo due giorni in cui il sacchetto è rimasto lì, pieno (anche se la roba al suo interno continuava ad aumentare, tanto da far raggiungere alla busta la densità di una nana bianca*), al terzo giorno, come predetto dalle Scritture, ha preso vita ed è andato a gettarsi da solo. O meglio, l’ha gettato Coinquilino, che è presenza sempre più evanescente in casa.


* Una nana bianca non è una donna caucasica bassa: è una stella di ridotte dimensioni (su scala stellare, ovviamente) ma dalla straordinaria compattezza e densità. Insomma è come fare l’amore in una vecchia 500: lì dentro si sta come in una nana bianca.


Ieri, dopo aver invocato la solita divinità egizia a cui mi rivolgo nei momenti d’ira, sono andato da lei sfondando la porta come Walker il Texas Ranger, dicendo: Vieni un po’ qua, vieni. Senti un po’, amante della Muraglia: ma per caso al Paese tuo la spazzatura ve la tenete in casa e la vegliate senza toccarla come fosse un caro defunto? No perché se vuoi ti piazzo un tabernacolo davanti e due candele e abbiamo fatto l’angolo votivo.

Questo è quello che la divinità egizia mi aveva suggerito di fare. Poi il Dalai Lama che è in me mi ha preso per mano, mi ha fatto bussare la porta e mi ha fatto spiegare ad Astro Nascente che la spazzatura, ogni tanto, si porta fuori.


Ho dovuto portarla davanti al bidone e, indicandolo, dire “Questo, se pieno, si porta fuori”. Non mi sono azzardato a dirglielo in inglese perché, seppur lei mi avesse detto che lo capiva meglio dell’italiano, quando arrivò in casa la prima volta e le chiesi “Where do you come from?” lei mi rispose “Grazie!”.


La sua risposta è stata:
– Aaaah, sì sì capito, grazie, grazie mille.

“Capito”? “Grazie mille”?

Avrei voluto rispondere così, ma il Dalai Lama mi stava ancora osservando, così ho ringraziato anche io e l’ho congedata.

La prossima volta ascolto Anubi.