Non è che pensi di vivere inchiodato a un muro perché ti senti un fissato

Posso ritenermi contento di vivere una vita tutto sommato senza preoccupazioni e, in effetti, esternamente sembro tale.

Eppure ci sono momenti, quando mi trovo da solo, che sono assalito da inquietudini varie. Vorrei delineare la classica immagine dei pensieri che arrivano quando sei a letto e spegni la luce, in realtà molto spesso dopo aver spento la luce prendo sonno e basta.

Ultimamente va detto che invece i pensieri vengono a trovarmi tra le 2 e le 3 di notte durante un risveglio notturno. Probabilmente rincasano in quel momento da chissà quale bisboccia, festino o evento e hanno ancora la scimmia addosso che svegliano me e mi tengono 1-2 ore con gli occhi spalancati.

A parte questo, le inquietudini mi prendono durante il giorno in momenti di attività ad attenzione delocalizzata.


Chiamo attività ad attenzione delocalizzata quelle in cui non c’è bisogno di profondere chissà quale concentrazione, in quanto il cervello le ha delocalizzate ad aree non a nostro diretto controllo, permettendoci di svolgerle in modalità automatica. Esempi possono essere lavarsi i denti, guidare un mezzo, lavare i piatti, ecc.


Ci sono cose che mi spaventano. Come il fatto che il tempo scorra sempre e solo in una direzione. Ammesso che il tempo esista. Chiamiamo tempo solo il fatto che vediamo le cose crescere, invecchiare, morire. In pratica identifichiamo il tempo con lo strumento che lo misura: la vita.

Penso che ogni giorno i miei genitori invecchiano e io non posso farci nulla. Penso che sono figlio unico e un giorno avranno bisogno di me e non potrò trovarmi lontano. Penso che cosa potrebbe succedere se io mi ritrovassi invece in quel momento ad aver bisogno di loro perché non ho un lavoro fisso, non ho una casa fissa, non ho un telefono fisso e sarò ancora pieno di fisse. E anche se nessuno me lo dirà io penserò che sarà colpa mia.

Penso che questi sono i problemi che si pongono tante altre persone e penso allora come si possa sopravvivere tenendosi tutto dentro di sé perché “Eh sì, mò è arrivato lui, il signorino dice di avere dei problemi!” e io non voglio sembrare Signorino anche perché non sono più Young e non ho intenzione di riempirmi di scritte in faccia.

Penso che ancora non ho capito chi sono, se sono una brutta persona o meno. Non credo di esserlo, eppure delle volte mi sembra di recitare soltanto il ruolo dell’educato e gentile e mi sento insofferente, come un attore di una serie tv prorogata all’ennesima stagione che accetta di interpretare la parte solo in cambio di un aumento del cachet.

Io mi accontenterei di un cachet, ogni tanto. In blister monouso.

Non è che il professore di educazione tecnica lavori al cinema perché sa fare le proiezioni

Ho recuperato fiato dopo venti giorni di sosta. Di diventare un atleta non mi interessa molto ma io vorrei giusto divertirmi senza poi ansimare come in un porno tedesco.

Ho recuperato fiato e volevo raccontartelo.

Ho recuperato fiato e ora posso parlar di più.

Abbiamo avuto tante conversazioni. Nella mia testa. A un certo punto hai iniziato ad anticipare le mie risposte e ho cominciato a credere che fossi io a esser solo una proiezione dei tuoi pensieri.

Poi mi sono guardato intorno – lo faccio sempre per ritrovare contatto con la realtà – e mi sono reso conto che forse non mi stavi pensando più manco per il gatto. Quand’è che hai iniziato a farlo? Mesi? Settimane? Giorni? Forse non lo hai mai proprio fatto durante tutto il tempo insieme?

Lascio andare via la nostra conversazione.

Va bene così. Vai via. Stendo tappeti per la tua fuga, li pulisco coi miei vestiti, con le mani, con la lingua.

Sì, avrei proprio voglia di leccarti la fuga. Prima di vederti di nuovo scomparire.

Non è che se parli di Einstein sei superficiale perché stai facendo commenti sul fisico

Avrete visto in circolazione le foto della visita dei Trump’s al Vaticano, con il Papa che aveva l’aria allegra come uno in fila alla posta per pagare le bollette.

In realtà sembra che in altre immagini dell’incontro fosse più rilassato. Resta il fatto che le foto in cui sembra alquanto imbronciato mi hanno dato da pensare.

Sono le persone insospettabili quelle che ti sorprendono in negativo. Intendo, io non vorrei offendere nessuno di quelli che stimano Francesco, ma non mi sembra bello che una persona gentile venga a farti visita tutto allegro e sorridente – come lo era il buon DT – e nella foto ricordo che porterà con sé a casa propria dopo un così lungo viaggio per vederti tu abbia la vitalità del mio conto in banca a fine mese. Non sei una bella persona. Mi dispiace.

Un altro esempio di persona all’apparenza buona che ti sorprende in negativo ce l’ho vicino.

Tra me e le altre ragazze dell’ufficio ci si scambia commenti sulle cattive maniere (burpa, snorta, ha preso a cercare testimonianze delle sue radici nelle sue narici) del nostro Sam Tarly. Le stesse cose che riporto su questo blog, in pratica.

Aranka Mekkanica ho notato però trascende a mio avviso in malignità gratuite.

La settimana scorsa Sam ha cambiato la poltrona dell’ufficio con una normale sedia da scrivania, perché la pelle di finto vero ratto delle fogne in cui sono rivestite le nostre poltrone è alquanto poco confortevole. Con l’arrivo del caldo non è bello alzarsi e sentire il suono dello strappo della propria epidermide.

Aranka Mekkanica mi scrisse su Skype: Ma riesce a entrarci in quella sedia?.

Ieri: Sam, che è fumatore, sosteneva che il fumo ha anche i suoi vantaggi. Infatti accelera il metabolismo e brucia i grassi. Aranka Mekkanica mi ha detto di averlo guardato e pensato Ah davvero? Non mi sembra che su di te funzioni….

E, ancora, tutte le volte che ci troviamo a parlare di lui lei ne fa l’imitazione mimandone le dimensioni.

Comincio a pensare che tutto questo non sia del tutto giusto. Io di lui mi lamento, ma non faccio riferimento al suo fisico. Faccio riferimento al cattivo uso che ne fa! È una questione di criticare i modi, non l’essere.

Non si tratta di ipocrisia: è vero che tutti noi alla fine pensiamo cose negative sugli altri.

Credo che se venissimo a conoscenza dei pensieri delle persone per la civiltà umana sarebbe la fine.

Delle volte fa anche bene invece aprirsi ed esternare i propri pensieri, anche quelli che potrebbero sembrare non piacevoli.

Io ad esempio un giorno devo tenere un bel discorso di questo tipo:

Conosco la metà di voi soltanto a metà; e nutro, per meno della metà di voi, metà dell’affetto che meritate.

Un conto è l’esternazione di un pensiero, comunque, un conto è condividere una opinione direttamente offensiva e anche gratuita come quella riferita all’aspetto.

Il confine tra rivelare e non rivelare e il rivelabile e non rivelabile è molto labile, comunque, e credo che chiunque lo attraversi varie volte nella vita.

Farebbe bene guardarsi sempre intorno prima di attraversare.

Non è che nell’appartamento ci sia chiacchiericcio solo perché ci sono stanze comunicanti

Ho un blog perché non sono bravo a comunicare.

Il che può sembrare un controsenso. Il blog è uno strumento di comunicazione. E credo che un minimo, tramite i testi, io riesca a trasmettere dei pensieri.

Non è direttamente consequenziale, però, che riuscire a mettere due parole in croce su una pagina equivalga a saperlo fare nel relazionarsi con le persone. Anzi.

Non so se io sia nato incapace a comunicare o se abbia perso la capacità nel corso della vita. Forse è stato nel Vietgatt. Forse in Bolivia con Che Gattara.

A 15 anni comunque già pensavo che io e il resto del Mondo parlassimo lingue diverse. Ma a 15 anni già è tanto sapersi allacciare le scarpe senza dover fare il triplo nodo per non farlo sciogliere, figurarsi mettere due concetti in fila indiana.

A casa forse a livello di ascolto/comprensione/comunicazione ho avuto segnali fuorvianti.

Madre è il tipo di persona che se le muovi una critica o le dici qualcosa che la urta si rinchiude nel mutismo e, come un’inglese, tiene il brunch.

Con Padre invece le conversazioni hanno sempre seguito due princìpi semplici:
– Hai ragione se gli dai ragione. Quindi non c’è motivo di discutere se lui ha ragione.
– Hai torto se gli dai torto. Quindi non c’è motivo di discutere se hai torto.

Se insisti è perché forse non hai afferrato il concetto, quindi affinché possa entrarti in testa alza la voce per superare la barriera del timpano.

Al di là di queste note di colore familiare, ho da tempo maturato la rassegnata convinzione che sono io a non essere in grado di esprimermi. Se non riesco a trasmettere i miei concetti questo non è un problema dovuto agli altri. Accade con più persone, in più contesti.

Ci sono occasioni comunque in cui fatico a tenere salda questa mia convinzione.

La mia collega, CR, ad esempio delle volte mi sembra proprio una vera tonta.

È una persona che stimo per le tante belle qualità che ha ed è una grande amica, ma mi lesiona il sacco scrotale tutte le volte che le dico una cosa e siccome non l’ha capita mi guarda con l’espressione della gallina che osserva una foglia di lattuga in mano al fattore.

Inoltre ho notato che lo stesso atteggiamento lo ha anche la sorella. Quindi è proprio un tratto genetico.


Ma anche queste sono note di colore.
Come disse l’imbianchino al figlio: Un giorno questo colore ti sarà utile.


A volte mi vien da rinunciare a provarci. A dire qualcosa che sia un qualcosa, intendo.

A quelli che obiettano e contraddicono prima che tu abbia terminato di esprimere il concetto.

A quelli che interpretano a modo loro ciò che hai detto, in base a un’idea precostituita nella loro mente.

A quelli che danno una connotazione negativa a ciò che dici, perché pensano tu l’abbia detto per offendere o criticare o giudicare.

A quelli che devono stravolgere o estremizzare i concetti per invalidarli ed evitare un confronto su base razionale.


Il cosiddetto argomento fantoccio o argomento uomo di paglia o straw man argument.


Io rinuncio.

Evidentemente non sono in grado di far pervenire un messaggio al prossimo. Mi esprimo male o, ancora, sono fraintendibile. Ammetto poi di non aver pazienza e diplomazia e questo non giova al mio intento. Ho la calma di Vittorio Sgarbi sotto effetto di caffeina.

Comunicare non fa per me e persistere è un gioco inutile.

È come se mi incaponissi a voler infilare triple come Stephen Curry.

Non sono in grado, perché andare avanti? Troverò altro da fare, un’altra attività. Comunicare non è mia abilità. Si può stare in mezzo alle altre persone lo stesso tenendosi sul generico.

L’alternativa sarebbe quella di rispondere e argomentare soltanto in forma scritta. Certo i tempi sarebbero dilatati in modo abnorme, ma forse potrei lanciare una moda.

Potrei anche offrire un servizio a pagamento. La risposta posticipata, su qualunque argomento.

Vi sentite a disagio nel dare una risposta a chi vi ha chiesto di uscire? Dovreste far presente a qualcuno che il suo comportamento non è stato appropriato in una determinata situazione? Non sapete come argomentare la vostra posizione in una discussione? La risposta posticipata è quel che fa per voi!

Si offre consegna telematica, postale e, in futuro, non escludo anche di persona!

Torna a comunicare con La risposta posticipata! Si garantisce puntualità e discrezione, prezzi modici, cortesia e ampio parcheggio.

No perditempo, no ore pasti e pisolini vari.

Non è che per la moglie dell’astrofisico contino le dimensioni parallele

Durante un tranquillo spettegolare con un’amica si è finiti a trattare il discorso delle dimensioni.

Lo spunto era stato il commentare una coppia di amici suoi, in cui lui, pur dopo aver lasciato l’amica della mia amica, continua a mandarle sue foto molto intime. La mia amica ha intravisto una di queste foto in cui la beneamata verga era immortalata in primissimo piano.


La questione è un po’ più complessa di così: lui ha lasciato lei, lei scrive ancora a lui, lui le manda foto porno, lei chiede di poter toccare con mano la questione, lui rifiuta.


– Ho visto solo per un attimo ma non sembrava messo male! Ho capito perché lui le manca!…Comunque – ha aggiunto – non sono una che sta a guardare, però un minimo di sostanza ci vuole
– Conta saperlo usare! – dico io, nella più scontata delle battute
– Sì va be’ ma uno standard minimo almeno ci deve essere
– Va be’, poi non è che ci vuol molto a riempire – replico dopo qualche istante di riflessione – La lunghezza è 7 centimetri – riferendomi alle dimensioni della Signora Gina
– 7 centimetri? – mi risponde perplessa
– Beh 7-10…quella è insomma la dimensione – dico mostrando anche la misura formando una C con indice e pollice
– 7 centimetri, veramente? – mi chiede con un’aria perplessa e abbassando la voce
– Sì, poi la vagina è ripiegata su sé stessa, insomma, come un ombrello

E lì sono andato avanti con ginecologia spicciola imparata su Focus.

Mentre tornava a casa, mi è venuto un dubbio ripensando alla conversazione e alla sua aria perplessa: non è che quando parlavo dei 7 centimetri avrà pensato mi stessi riferendo a me? La cosa mi ha causato un brivido freddo lungo la schiena.

Con questa persona, essendo in rapporto amicale, non ho alcuna velleità di tipo erotico-sessuale. Mi turba però l’idea che possa avere un’idea sbagliata su di me in particolare su questioni di portata così intima e personale. Idea che, per la natura appunto del nostro rapporto, non potrei farle cambiare!

Vorrei chiarire l’equivoco, semmai ce ne sia uno, ma non saprei come fare. Chiedere direttamente “Ehi, ma quando parlavo di 7 centimetri di lunghezza pensavi alludessi a me stesso?” mi sembra poco cortese oltre a lasciar capire che sono vittima di pensieri ossessivo compulsivi, cosa in assoluto non vera!

Potrei magari, durante una leggera conversazione, buttar lì una innocente vanteria sulle mie dimensioni. Del tipo: “Ehi, oggi mi stavo lavando, avevo il sapone negli occhi e stavo cercando il tubo della doccia, pensavo di averlo preso invece ah ah ah avevo preso il mio ah ah ah beh hai capito, mi sono confuso! Che roba!”

Però la cosa potrebbe anche esser scambiata per una goliardata spaccona e lasciata cadere nel vuoto.

Per tagliare la testa al toro forse potrei, la prossima volta che mi troverò a casa sua, approfittare di un suo momento di distrazione per denudarmi nel suo salotto e mostrare la realtà dei fatti, con una scusa del tipo “Scusami, mi era entrato un insetto nei vestiti e avevo paura mi mordesse”, oppure “Scusa, ma credevo che i miei vestiti stessero andando a fuoco per combustione spontanea”, o ancora “Scusami, ma dovevo mostrarti il mio pene”.

Terrò aggiornamenti su questa penosa questione.


Quella riguardante la coppia descritta nell’incipit.


Non è che se ti perdi in un romanzo russo sei in un vicolo Čechov

Delle volte mi ritrovo, cogitabondo, allegro come un dipinto nero di Goya.


Las pinturas negras (le pitture nere), sono una serie di dipinti che Francisco Goya realizzò, tra il 1819 e il 1823, nella sua abitazione, da lui denominata Quinta del sordo. I dipinti, realizzati direttamente sull’intonaco delle mura della casa, sono caratterizzati da temi macabri e angoscianti, oltre che dalla predominanza di colori quali il marrone e il nero.


Rivango il passato. Sono un mezzadro di pensieri.

Rivedo cose che ho perso. Cose che non ho fatto. Cose che ho fatto e potevo non fare. E il tempo non si può riavvolgere: ci vorrebbe una penna BIC enorme.


Una cosa che i nativi dei ’90 non hanno conosciuto:


Va da sé che era una gran rottura. Il romanticismo nostalgico per alcune cose del passato è delle volte ingiustificato. Per non parlare della improvvida smagnetizzazione della musicassetta o del walkman che, quando le pile stavano per esaurirsi, cominciava a girare a velocità ridotta trasformando Jon Bon Jovi in un canto gregoriano.


A volte mi sento perso come un personaggio di un romanzo russo.


Sì, L’Idiota.


Irrequieto, turbato, incline a un esaurimento per una forte emozione. E con la voglia di scaldare acqua in un samovar.


Che fine ha fatto la letteratura russa, oggi? Credo dopo Arcipelago gulag di Solženicyn non sia salito più nulla alla ribalta letteraria. Che non ci siano più autori di qualità (considerando ciò che si vede pubblicato, mi sembra difficile pensare che in un Paese esista un livello così scadente da non varcare i confini nazionali)? Che non vengano tradotti?


Tanto per cambiare, il giorno seguente questi rivolgimenti cerebrali – che già andavano avanti da qualche giorno – mi sono poi svegliato con la colite. Testa e corpo sono collegati e il malessere dell’una si riflette sull’altro. Dicono che abbiamo un secondo cervello nell’intestino.


Anche se credo alcune persone abbiano un secondo intestino nel cervello.


Quando ero bambino il dolore era tale che mi costringeva a stare piegato in due tutto il giorno. A volte mi piegavo anche in quattro. Ero un bimbo cubista.

Ora da adulto provo sollievo se tengo le mani premute sull’addome. Solo che se mi affaccio al balcone pensano che voglia spezzare le reni alla Grecia.

Non sono andato al lavoro. Tanto siamo inattivi, in questi giorni, mancando richieste.


E poi avrò tutto il tempo di questo mondo per andarci ancora. Almeno sino a 75 anni, dicono, ma io ambisco ad arrivare oltre. Non mi avranno mai come pensionato: a costo di vivere 90 anni, lavorerò sino all’ultimo respiro. Devo solo trovare il modo di farmi fare Papa.


Al mio ritorno quest’oggi in ufficio, ho trovato CR preda anch’essa di turbe mentali. Ha litigato con l’Ingrugnito e quindi ho ascoltato per un’ora le sue paturnie sentimentali.

Sono sempre disponibile per fornire un supporto. Soprattutto quando non ho vie di fuga.

Ho deciso che nel prossimo post condividerò quelli che sono stati i pareri che le ho fornito: chissà che non possano venir utili anche a chi dovesse trovarsi a vivere la stessa situazione. La situazione di chi ascolta, intendo.

Non è che il vento per alzarsi necessiti della sveglia

Ogni giorno alle 17:35 circa – che possono essere le 17:40 a volte o anche le 18 – esco dall’ufficio e nel tragitto da Visegrádi utca alla fermata del tram di Nyugati cerco di ricomporre mentalmente il puzzle dei pensieri della giornata lavorativa e al tempo stesso proiettarmi in avanti per le riflessioni del resto della serata, riflessioni che il più delle volte (ma non sempre) si limitano a questioni materiali come il cosa mettere insieme per l’attività manducatoria programmata-leggasi cena.

Una digressione dalla premessa che stavo scrivendo è che l’abitudine a camminare con la testa tra le bubbole mi ha aiutato a sviluppare una sorta di pilota automatico, che mi consente di distrarmi senza inciampare negli ostacoli o urtare passanti che tendono a essere troppo noncuranti del mondo che li circonda, tanto da venirti addosso come un treno sui binari che non vede null’altro che la propria via davanti agli occhi.


A questo punto la digressione merita un’ulteriore specificazione e anche se mi dolgo dell’essere prolisso e dispersivo non posso far molto se non tentare di fare economia di parole.


L’attitudine allo schermare in modo selettivo il mondo circostante è un’abilità messa continuamente alla prova dalla realtà che si rende sempre più invadente e che quindi porta a un continuo inseguimento tra visibilità e invisibilità, come l’eterna lotta tra Wile E. Coyote e Beep Beep.

Stazioni della metropolitana e sottopassaggi sono ricovero di molti senzatetto.
Veramente tanti.
Ogni giorno migliaia di persone sfrecciano come dei treni alta velocità tra questi percorsi in mezzo a gruppi di esseri umani visibili ormai come né più né meno che complementi di arredo urbano.

I clochard sono quasi tutti cittadini ungheresi.
Il che spiega perché si costruiscano muri alle frontiere: che almeno i senzatetto abbiano delle pareti intorno.

Lungi da me esibirmi in critiche su un Paese che non conosco affatto; la riflessione generale che era nata in me e che mi ha accompagnato nel ritorno a casa – insieme alla decisione se perdere o no una serata intera per fare il sugo con le melenzane – è quale sia il parametro per la scelta delle battaglie  di civiltà della società.

In parole povere: cos’è che orienta il pensiero collettivo verso questa o quella tematica cui dedicare partecipazione emotiva? Meglio un cane maltrattato oggi o un senzatetto assiderato domani? Un naufragio collettivo o un’adozione singolare?

Una corrente continua di opinioni spesso caratterizzate da un livore indurito e acido che sferza il lettore/l’ascoltatore


Ma se tutti hanno opinioni da esporre, c’è ancora qualcuno che legge/ascolta?


come un vento di tramontana.


La questione del livore mi prende a cuore particolarmente perché tento sempre di ricostruirne l’origine, attività inutile in quanto molto spesso non c’è un momento fondativo dell’odio ma è semplicemente un incanalare delle pulsioni che, in assenza dell’oggetto dell’odio, troverebbero altro cui dedicarsi.


Come il vento di cui invece non so il nome che questa sera ho trovato uscendo dall’ufficio e che mi ha fatto invaginare ancor più in me stesso tra giubbotto e scaldacollo. La stessa reazione che causano su di me certe opinioni.


Invaginare.
Lo trovo di una bella portata evocativa. Non inteso in senso anatomico: la vagina era il fodero della spada, quindi invaginare è l’atto di inguainare, riporre nel fodero protettivo.


Non è che puoi filtrare gli atti impuri

Un pomeriggio al catechismo a noi discepoli stavano parlando di qualcosa come i desideri positivi che una persona esprime alla divinità: Vorrei la pace nel mondo, vorrei cibo per gli affamati e altre cose per vincere Miss Italia.


Non ricordo se stessero presentando l’argomento propri in questi termini parlando di desideri positivi, la mia è una ricostruzione sulla base di vaghi ricordi, il contesto comunque era quello.


Al che io dissi, sottovoce, rivolto a un mio vicino di posto: “Vorrei vincere la lotteria”.

Il vicino di posto, con la simpatia di uno che ti fa gol all’87esimo, rivelò il mio commento alla catechista, che mi redarguì al suon di “Eh no! Questo è consumismo! Di cosa stiamo parlando ora? Di pensieri altruistici”.

– Ma io poi darei il denaro in beneficenza – aggiunsi prontamente per riscattarmi.
Ma nessuno prestò attenzione al mio buon proposito, essendo stato additato come consumista.

A scuola sono sempre stato vittima di spioni, delatori e sicofanti vari. Il più delle volte poi chi mi denunciava non era uno stinco di santo, per rimanere in tema. Ovvio: è il godimento di trascinare gli altri nel fango.


Sicofante. Non è una bella parola? In origine in greco sembra indicasse “Colui che denuncia il contrabbando di fichi nell’Attica”, dato che all’epoca l’esportazione dei fichi era vietata. Ma divenne presto una parola negativa, perché sorse la figura del calunniatore professionista, quello che, dietro compenso, era pronto a giurare e spergiurare.


A scanso di equivoci, io non ho mai contrabbandato fichi fuori dall’Attica o zone limitrofe o altrove.


In quella medesima lezione – o forse era un’altra – ricordo che il delatore chiese cosa si intendesse per “atti impuri”.

Al che la catechista rispose “Tutte quelle coppie che si sbaciucchiano per strada”, sottolineando la cosa con una smorfia di disgusto.  E io pensai che non avevo certo intenzione di commettere atti impuri nella mia vita. Eppure ritenevo inevitabile* che prima o poi io avrei finito con l’avere una compagna e che ci sarebbe potuto scappare uno sbaciucchiamento per strada.


* Eh, quando uno si ritiene destinato a essere un figo.


Ignoravo che per anni questo pericolo non ci sarebbe stato affatto.


Tornai a casa e per distrarmi dal timore di quei futuri atti impuri mi concentrai su dei pensieri sconci riguardanti Elisabetta Ferracini, co-conduttrice di Solletico. Non essendo conscio della esauriente connotazione di un atto impuro, perché la catechista non ci aveva raccontato tutto.


C’erano tante cose che al catechismo non hanno spiegato molto bene* e io mi trovavo in difficoltà essendo ancora nella fase infantile dei perché. Una fase che dura ancor oggi.


* Anche qui non sono però molto sicuro perché potrei essere stato io poco attento alle spiegazioni.


Ho riflettuto su quegli eventi oggi mentre passeggiavo.
C’erano molte coppie per strada. Una di queste mi ha colpito. A parte il loro evidente indugio nell’atto impuro – nella declinazione data dalla catechista – seppur coperti da un ombrello, ho colto un messaggio all’interno della scena.

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Non è evidente? Da un lato la coppia e dall’altro i cannoni da guerra. Mi sembra chiaro cosa significhi.
È un messaggio politico: fate la guerra, non fate l’amore.

Sconvolto da queste dichiarazioni guerrafondaie, mi sono allontanato.

Avvicinandomi da dietro alla torre della Chiesa di S. Maria Maddalena, ho sentito dei rumori. Il suono mi era familiare perché l’avevo sentito altre volte.

Un tipo era impegnato in evoluzioni acrobatiche. Il rumore era quello dello skate che viene girato e rigirato su sé stesso. SCATAC! SCATAC!


Secondo me fa SCATAC, laddove il suono della T è dato dall’asse mentre le C sono le ruote.


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Monumentale il suo ergersi. Anzi, più che monumentale la sua sicumera mi faceva venire in mente Montale: Ah l’uomo che se ne va sicuro, agli altri e a sé stesso amico.


Non è vero che mi faceva venire in mente Montale, l’ho pensato dopo mentre riflettevo su quale minchiata aggiungere come didascalia e poi mi son detto Ehi, citiamo Montale per darci un tono. Solo che sarebbe parso troppo uno spararsi le pose, quindi ho aggiunto questa didascalia per recitare la parte di quello che non si prende sul serio. Quindi tu, lettore, sei stato fregato due volte e questo ti sia d’insegnamento a non fidarti mai di nessuno, anche perché poi ci sarà sempre uno spione pronto a denunciarti.


Mi sono allontanato e ho atteso che ruzzolasse a terra. Cosa che è avvenuta immediatamente poco dopo:
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E questo perché sono una brutta persona.

Non è che l’hipster camminatore vesta camicie di flâneur

Non esisti.
Lo so.

Faccio spesso dei sogni con un tema ricorrente.

Ci siamo io e te.
Sei diversa da come ricordavo. Anche se ora non so come sei, quindi potresti essere uguale o diversa allo stesso tempo.
Nel sogno sei però scostante, fredda, sprezzante, superba. Anche se ti concedi, sembra avvenga con riluttanza e indifferenza.

Mi sveglio ogni volta mortificato e innervosito.

Per sciogliere questi i pensieri, passeggio.
Senza badare molto a dove vado.

Prendo la metro. Nel treno, alzando gli occhi mi sono accorto di essere nella direzione opposta a quella dove avrei preferito andare. È curioso che, pur non avendo una meta precisa, alla fine si abbia sempre una preferenza per i propri spostamenti.

Scendo alla fermata successiva, decidendo di proseguire a piedi per esplorare la zona. Tanto, sono pur sempre in centro.

Costeggio un perimetro di mura che sembrano cingere quello che sembra un parco. Mi ci infilo dentro, senza leggere i cartelli anche perché non li comprenderei. Il mio ungherese non va oltre buongiorno e buonasera, per quel che mi serve.

Mi sono sbagliato.
Non è un parco: è un cimitero!
Un cimitero abbastanza vecchio, come un Père-Lachaise. Ricordo, ne ho sentito parlare: sono a Kerepesi.2016-01-17-14.06.05.png.png

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Ho pensato che fosse troppo, anche perché era freddo e scivoloso. Così, dopo aver salutato un gatto di passaggio, sono tornato indietro.

Il silenzio e il completo deserto in quel luogo mi hanno però illuminato.

Esistono due tipologie di mancanza: quella nella solitudine e quella nella moltitudine.

Ho finalmente compreso che l’assenza ha un peso specifico maggiore quando sono con gli altri.

Sebbene, sì, quando mi trovo da solo io rifletta, rimugini, ricordi, mi accorgo comunque di star bene. Sono i miei spazi di tempo, ritagli che incollo su un diario mentale. Un modo diverso di ricaricare le batterie.

È quando sono con gli altri che mi accorgo invece della mancanza.

Eggià, non esisti.

Non come io ricordi, almeno.


Quella del flâneur è una figura sorta nell’800, divenuta in breve tempo un cliché letterario: indica il solitario passeggiatore urbano che, vagando senza meta, osserva, giudica, si emoziona, vive il perdersi nella moltitudine pur avvertendo un vivo distacco da essa. Molto si è scritto su di esso e rimando alla ricerca di testi che ne parlino in maniera più precisa e puntuale.


Non è che l’imbianchino abbia la sindrome del color irritabile

Mi sono ricominciati gli spasmi allo stomaco. È da una settimana che vanno avanti.

Cause: Poco sonno. Fumo. Preparare un test e un discorso in inglese. Ansia. Quella per il colloquio inoltre era una premura inutile, perché, come ho raccontato, ha parlato per tutto il tempo la Dott.ssa Comesfromthesea. Ora l’attesa di un responso per ciò che concerne l’esito non mi aiuta a rilassarmi.

Non saprei che direzione prendere se fosse andato male. Le alternative che ho non sono a una portata logistica accettabile. Ho il terrore di aver imboccato un percorso di vita non percorribile. Ora non potrei permettermi di andare 6 mesi in Perù per un progetto sulla foresta amazzonica e abbandonare qui la famiglia.

Ogni volta che, mentre sono a Roma, sento Madre al telefono, sembra che a casa stia andando tutto a rotoli. Poi torno giù e sembra tutto a posto. Stanno tutti meglio di me che invece ho perso altri due kg e ora ballo sui 70.


Forse sto facendo una dieta troppo povera. Pezzente, direi.


In verità non va proprio tutto bene: Padre è un mese che ha dei problemi articolari seri, ci sono giorni che si sveglia – ammesso che il dolore lo faccia dormire – e non può alzarsi dal letto perché non riesce. Un infortunio calcistico di trent’anni fa non curato come si deve oggi lo ha praticamente portato ad avere le cartilagini di ginocchio e bacino distrutte. Si riempie di antidolorifici come Dr. House. Padre ha sempre un rapporto un po’ insano coi medicinali: li assume come caramelle. Se l’eroina fosse legale penso utilizzerebbe anche quella.

In virtù di ciò Madre si alza alle 6 di mattina, prepara il pranzo, deve badare ai gatti, va al lavoro, torna e deve badare a gatti, genitori anziani, Padre e a volte pure una zia cui ogni tanto viene la sindrome dell’abbandono – abita a 10 metri da casa – e quindi rompe. A ciò aggiungiamo che lei ha dolori cronici alla schiena.

Come si fa a pensare in queste condizioni di abbandonare tutto sulle spalle degli altri?

Poi succede che torno a casa, devo aiutarli a fare la spesa e Padre arzillo e scattante viene con me, si mette anche alla guida e nel supermercato debbo essere più lesto di lui a sottrargli le casse dell’acqua prima che le raccolga.


Salvo poi la sera stessa lamentarsi perché dolorante.


Secondo Tutor non dovrei farmi tutti questi problemi: devo vivere la mia vita, gli altri hanno la loro. Forse ha ragione. O forse no.

Vorrei discuterne meglio con lei, avendo i miei stessi problemi, e non farlo solo in quelle brevi pause che mi prendo per nascondermi nel suo ufficio. Penso alla fine di essermi convinto a chiederle di uscire. O almeno credo. Non ho ancora capito se in questo periodo ho voglia realmente di uscire con qualcuna oppure ho voglia di starmene completamente da solo a macerare immerso nei miei pensieri. Oppure a Macerata immerso nei miei pensieri.

L’altro ieri, in una sera di sconforto e stordimento psicotropo, ho cercato su Google il nickname che la mia ex ex (ex al quadrato) utilizzava anni fa su un forum. Ho scoperto che lo utilizza ancora o almeno lo ha utilizzato di recente e che è sparsa in vari posti: ha un blog fotografico su tublrm, tumlrb, trublm, brumtl, insomma quella cosa hipster; poi recensisce trucchi, pubblica ricette. Mi sembra così diversa. In realtà è sempre la stessa con più o meno gli stessi interessi, ma mi sembra di non conoscerla più. In effetti, tre anni sono tanti. Si può cambiare.

Anche io, del resto, sono cambiato.

Sono diventato completamente intollerante al latte, ad esempio. Anche quello ad alta digeribilità ora mi dà fastidio. Sono passato a quelli vegetali, ma non ne sono molto soddisfatto. Quelli di riso e avena li trovo stucchevoli, mentre quello di soia, dopo alcuni mesi di tolleranza, oggi lo trovo nauseante. Sa di fagiolino (che scoperta: la soia è un legume) e puzza. Anche il frigorifero puzza di fagiolino una volta aperta la confezione, pure i rigurgiti esofagei sanno di fagiolino e io non ce la faccio più: mortacci soia e dei fagiolini.

Non digerisco più, inoltre, la gente che parla di politica con quell’irritante qualunquismo traboccante della saccenza di chi ha una cultura fatta di Wikipedia e Le Iene e che non vede l’ora di lamentarsi con te, come se un essere umano non avesse altro da fare che stare lì ad ascoltare i loro comizi. Pur potendo anche concordare con alcune considerazioni, ciò che fatico ad accettare è il sentir parlare dei politici come se fossero un popolo di alieni che un giorno all’improvviso è apparso e ci ha invaso, rovinando un Paese onesto, lavoratore e incorruttibile (!).


Immagino il film: Election Day, con il Will Smith italiano, Carlo Conti, che dopo il televoto del pubblico a casa verrà inviato in missione sull’astronave-madre dei Politici.


Anche se osservando alcuni esemplari Buonanno fatico a credere facciano parte della specie umana.


Ci riflettevo giusto l’altro giorno in treno, quando accanto a me un giuovine dall’aria Ibiza-sole-figa e sei in pole position!* raccontava a un suo anziano collega come aveva fregato dei perfidi inglesi. Diceva che, mentre era in vacanza a Londra, una sera in un locale un cameriere distratto gli aveva versato addosso un cocktail rovinandogli una camicia. Lui prontamente aveva scattato una foto a testimonianza del fattaccio, e, il giorno dopo, aveva scritto una mail ai gestori del locale. Nel testo diceva che era un loro affezionatissimo cliente (falso) e che la goffaggine di un loro cameriere gli aveva rovinato un capo di alta sartoria italiana (una camicia OVS…), del valore di 400 euro (90), cui era anche legato affettivamente (falso anche questo, come si vantava di precisare al collega).

I proprietari gli avevano immediatamente risposto, scusandosi e chiedendogli gli estremi per fargli avere un rimborso. Dopo tre giorni sul conto lui si era trovato 200 sterline.

Ecco, costui riflette bene la mentalità arraffona, volgarotta, ignorante e imbrogliona dell’italiano da dito medio. Ma forse sono stati i politici venuti dall’iperspazio ad averci dato cattivi esempi.


Perché in questo blog non si guardano solo Tarkovskij o Truffaut: ci sono altri grandi riferimenti cinematografici:


Per concludere il riassunto di questa settimana, vorrei citare infine un episodio accaduto ieri mattina.

Mentre ero a Termini, in attesa che un ritardo partorisse un treno, osservandomi i pollici per capire se la ricrescita della pelle intorno le unghie fosse sufficiente per ricominciare a mangiarla, mi viene incontro un tizio. 60 anni circa, trascinando un carrellino di quelli che le sciure utilizzano per fare la spesa al mercato, con un sorriso inquietante mi si pianta davanti e fa: Permette? Sono un poeta fiorentino!

Io, senza una smorfia che tradisse la menzogna, rispondo: I’m sorry, I don’t speak italian. E lui si scusa e se ne va.

Dopo mi è dispiaciuto, perché chissà cosa avrebbe potuto raccontarmi un poeta fiorentino e chissà cosa mi sono perso. Ma ho deciso che di fare conversazione con persone strane mi sento un po’ saturo.

Già debbo guardare me stesso ogni giorno allo specchio, al mattino.

Non è che “via dei Fori!” sia un incitamento sessuale


NOTA INTRODUTTIVA
Questo post sarà ricco di note come il registro di una classe indisciplinata.


“Ehi, Mister! Can you help me?” esclama indicando una enorme Reflex.
Siamo all’altezza del Vittoriano, di fronte al Foro Traiano. Un giovane dall’aria affabile, con i capelli sparati in aria tipo Saiyan, dei baffetti da portoricano e un abbigliamento che costerà quanto un’automobile, richiama la mia attenzione per farsi scattare una foto con sullo sfondo le rovine romane.

Non l’avevo proprio visto, primo perché era in un cono di buio oltre l’illuminazione stradale e secondo perché camminavo con la mente impegnata nell’analisi semantica di una frase di Tutor. Quando sono immerso nei pensieri innesto il pilota automatico e la mia mente incrocia le braccia dietro la testa, allunga i piedi poggiandoli sul tavolo e si mette a guardare il soffitto, cogitabonda.


FLASHBACK
Brevemente, quando le abbiamo detto “Scusa se ti facciamo fare tardi, avrai la tua vita”, lei ha risposto “Macché, figuratevi, non c’ho proprio nessuna vita” con aria rassegnata. Mi interrogavo se per caso fosse quindi andata male nei giorni scorsi col suo sconosciuto conquistatore.

Oppure poteva significare altro, essendo in quel periodo nel mese voleva dire che per stasera niente vita: plaid e tisana sul divano e via a dormire.


NOTA AL FLASHBACK
Quella sull’attuale attività ormonale di Tutor è una mia deduzione basata su un esame estetico-comportamentale sommario.


NOTA DELLA NOTA AL FLASHBACK
La nota precedente potrebbe sembrare vagamente inquietante, ma io, in generale, come si vedrà anche dal prosieguo della storia qui sotto, tendo a scannerizzare le persone che ho di fronte.


NOTA DI AUTOCRITICA
Ok forse ciò è inquietante lo stesso.


Mi sono quindi fermato ad aiutare il giovane, avendolo giudicato non pericoloso in base a un veloce scanner biometrico. Non sono diffidente a prescindere con gli sconosciuti, io li squadro e cerco di valutarli. È difficile da spiegare, ma diciamo che essere stati abituati a Napoli ti fa comprendere in genere di chi ti puoi fidare quando ti fermano per strada.


Con l’affermazione qui sopra potrei contribuire ad alimentare immagini distorte di Napoli che circolano spesso tra chi non l’ha mai vista: non è questa la sede per fare classifiche e statistiche di pericolosità o vivibilità, però un dato che ritengo certo è che Napoli è una buona palestra di vita per insegnarti a campare. Prendete la viabilità, ad esempio: guidare al Sud ti allena ad avere riflessi pronti e occhi sempre vigili. Rimango sempre sconcertato nel constatare che al Nord ci sia troppa fiducia nel codice della strada: chi ha la precedenza si immette nella corsia senza decelerare e io penso sempre che se comparisse qualcuno che non rispetta la precedenza sarebbe la fine. Dalle mie parti invece anche se hai diritto a passare abbiamo l’abitudine di rallentare e controllare se la strada è libera. Questo evita molti problemi.


Gli ho specificato di non essere Steve McCurry (lui ha riso) e che inoltre quando tocco macchine così sofisticate vado in crisi perché non so che pulsante premere.

Abbiamo dovuto rifare la foto molte volte, perché: a) era troppo scura; b) era troppo luminosa; c) l’avevo fatta venire sfocata; d) è passato un autobus in quel momento coprendo il Foro; e) sono passate delle persone in quel momento davanti all’obiettivo; f) due o più degli inconvenienti descritti in precedenza insieme.

Durante i tentativi ha scambiato qualche parola con me. Mi ha detto che viene dal Brasile, è in giro per l’Europa (prima Parigi, tre giorni a Roma e poi Amsterdam), gli piace viaggiare, cose così. Mi ha chiesto se fossi single e che donne mi piacessero. Poi mi ha detto: ieri sono stato con un’asiatica, da urlo, amico. Però io voglio divertirmi e fare esperienze – ha proseguito – Oggi voglio proprio cosare un coso.


Ho provato a pensare a molte metafore per riportare la cosa senza essere troppo sfacciato o scollacciato, ma mi venivano sempre esempi che si riferivano all’ingerire ortaggi o prodotti di origine suina oblunghi, quindi ho lasciato perdere.


Mettere un riferimento nelle note potrebbe essere stata la soluzione, in quanto la nota è più discreta e timida.


E poi mi ha chiesto: dove posso andare stasera per cosare un coso? Io gli ho risposto che non ho idea perché non mi sono mai preoccupato di simili interessi. E lui ha replicato:
– Dovresti provare.
– No amico (ridendo), preferisco le donne.
– Certo, anche io. Ma poi ho scoperto che provando cambia tutto. Un uomo sa meglio di una donna cosa piace a un altro uomo (abbassa gli occhi verso la mia cintura).
– Sarà anche così, ma
– Non vorresti provare? (mi interrompe)…Sai, io ho proprio voglia di cosare un coso (abbassa di nuovo gli occhi).
– Mi dispiace, senti ho l’autobus che mi parte.
– Ok amico, bye, grazie di tutto (saluta stringendomi calorosamente la mano).

L’unico dubbio che mi è rimasto è se mi avesse fermato perché mi aveva notato o perché ero il primo che capitava: no perché cambia tutto tra l’una e l’altra cosa, è comunque una questione di orgoglio. La mia eleganza (ben evidenziata da un giubbetto comprato in saldo in una nota catena di moda giuovine, una pashmina a quadretti e quadrotti, un jeans sdrucito e un paio di scarpe simil Converse consumate) e il mio nobile portamento (le mani perennemente nelle tasche e l’incedere di uno che sta andando a fare una rapina ed è nervoso perché non l’ha mai fatto prima) devono essere apprezzate per quel che sono, perbacco!

Non è che nel basket non puoi migliorare molto soltanto perché non puoi fare passi avanti*


* La “violazione di passi” (o più comunemente soltanto “passi”) è tra le violazioni più comuni nel basket: è il movimento di uno o di entrambi i piedi mentre il pallone è trattenuto tra le mani.


Osservando la mia scarpiera (se ne avessi una, perché in realtà le mie scarpe sono sparse tra Casa Romana e Terra Stantìa) si potrebbe dire che io sia un grande sportivo. Ho due paia di scarpe da corsa, un paio di scarpe da calcetto e un paio di scarpe da basket.

In verità sono uno sportivo tarocco, a partire dalle calzature: un paio di quelle da corsa e quelle da basket le ho prese in saldo, le restanti sono cinesate delle cinesate: perché già normalmente le scarpe sono prodotte in Asia, queste qui sono una versione asiatica di quelle fatte in Asia, in pratica un subappalto di mediocrità.

Inoltre con lo sport ho soltanto dei rapporti occasionali, che capitano quando desideri sport ma non hai voglia di impegnarti in una relazione seria con lui.

Constatato ciò, mi sono iscritto due settimane fa a un corso serale da arbitro di pallacanestro, tenuto da un arbitro che sembra un personaggio di Corrado Guzzanti, sia come aspetto fisico che come modo di parlare e fare commenti. Forse è realmente Guzzanti che prova un suo personaggio prima di proporlo in televisione o teatro.

Dopo due lezioni ho capito una prima cosa: l’arbitraggio è un misto tra una danza e un’arte marziale. I movimenti sono decisi e netti come quelli di Steven Seagal che sgomina una banda, ma eleganti e raffinati come Roberto Bolle.


Poi nel caso a fine partita ti volessero menare sarebbe meglio essere più pratico di aikido che di Lago dei cigni.


Alza-abbassa-corri
Fischia-alza-abbassa
Corri-arretra-avanza

E così via. Se sbagli una sequenza è la fine.

E poi c’è la questione del fischio, che deve essere forte, sicuro, incisivo, tagliente. Ah regà, na lama! Na lama!  – Ha urlato al corso Corrado Guzzanti. In poche parole, deve essere un fischio maschio senza raschio.

La domanda che uno potrebbe porsi è perché mai la decisione di fare l’arbitro.

In verità mi trovo in un periodo di cambiamenti, di riflessioni (e di flessioni per mantenere una forma fisica accettabile) e pensieri e quindi niente di meglio di fare un qualcosa che tenga occupati, permetta di fare un po’ di movimento e dia anche modo di lavorare sulla personalità. In pratica è un po’ come fare un corso di yoga però col vantaggio che è gratuito.12042672_10207821329836079_8000376957344191433_n

La superficie di cannucce di bambù sottostante è la tovaglietta che uso per mangiare, gentilmente concessa da Coinquilino in usufrutto.


Mi sono accorto che è il terzo post di fila il cui titolo è introdotto da “Non”. È casuale, ma ora ho deciso di proseguire per questa strada e pubblicare solo post con il “Non”. Spero di riuscirci il più a lungo possibile e non essere vittima dell’ansia da prestazione. Un po’ come quando da bambino impari ad andare in bicicletta da solo: ti riesce finché non ti rendi conto che Ehi! Sto andando in bicicletta da solo! E quindi cadi.


L’esempio della bicicletta è di vita vissuta ma potrebbe non essere esemplificativo abbastanza perché non so come sia stata per gli altri la prima volta sulla bicicletta. Magari è successo soltanto a me, da buon sportivo tarocco.