Non è che porti il cane su un aereo da guerra perché è un cane da caccia

Mentre ero in giro per i boschi in cerca di funghi trifolati e castagne arrostite mi sono imbattuto in una donna armata di fucile. L’arma l’ho notata dopo in realtà perché sono rimasto colpito dal fatto che la donna fosse bionda naturale. E che fosse completamente nuda.

Quando poi mi è caduto l’occhio sul fucile – dopo che avevo terminato una sessione di autoerotismo – l’ho guardata male perché a me non piace la caccia né i cacciatori. Lei, leggendomi nel pensiero e leggendomi la maglietta con la scritta “Non mi piace la caccia né i cacciatori” che indossavo, mi ha rassicurato:

– Tranquillo…non uccido animali, perché sono meglio delle perzone. Io sono una cacciatora solo di buone opportunità. E di promotori finanziari.

E mi ha mostrato la sua sacca con un paio di belle occasioni e un agente Mediobanca ancora caldo e dall’espressione veramente euforica.

Dato che mi ispirava fiducia – la cacciatora, non l’agente – abbiamo proseguito insieme la passeggiata chiacchierando un po’. Quando si è fatta ora di pranzo ho pensato di invitarla a casa sperando che la conversazione poi potesse evolversi in modo favorevole a me. Cioè con dei consigli su come abbattere quelli che vogliono proporti delle polizze vita.

Purtroppo distratto dal pensiero del pelo – l’agente di Mediobanca aveva un taglio di capelli invidiabile – avevo dimenticato di avere il frigo vuoto. All’interno c’era solo un polletto transgenico (aveva fatto l’operazione per il cambio di genoma suscitando le ire degli oppositori della teoria genomagender).

Occorreva arrangiarsi per non far brutta figura. Ebbene, questa è la storia di come sono riuscito a mettere insieme un superbo pollo da servire alla cacciatora.

Ricetta pollo alla cacciatora

Tempo di preparazione: tre mesi
Ingredienti: 1 pollo, 1 cacciatora, 1 olio di palma, 1 aglio, 2 carote, 1 sedano, pelati (o capelloni da rapare a zero) a caso, 1 pizzico di sale urticante, petardi quanto basta, 1 aromi, 1 Netflix (se gradito).

1) Si prende un pollo. Il mio l’ho agganciato in un centro scommesse promettendogli un sistema infallibile per vincere facilmente.

2) Il pollo va un po’ battuto. Scegliete un gioco o uno sport in cui vi sentite forti e battetelo ripetutamente.

3) Fate a pezzi il pollo umiliandolo verbalmente e sminuendo le sue prestazioni sessuali. Mettetelo da parte a meditare sulla sua vita.

4) Prendete due carote. Una tritatela in modo grossolano, l’altra usatela per dei giochi erotico-vegani come aperitivo. Non tritate due volte la carota perché poi saprà di cosa trita e ritrita. Dovreste poi compiere la stessa operazione con del sedano ma io non lo avevo in casa e questo mi ha dato un’intuizione: l’ho seminato e ho atteso di poterlo raccogliere tre mesi dopo, per avere un prodotto fresco, totalmente km 0 e bio: l’ho infatti lavato col Bio Presto prima di utilizzarlo.

5) In un tegame si scalda dell’olio di palma e si getta dell’aglio che avrete in precedenza pestato a sangue. Gettate nel tegame il trito di carota e il sedano bio. Gettate nella spazzatura la carota erotico-vegan.

6) Mettete nel tegame il pollo che avevate prima lasciato a meditare. Prendete dei pelati e sciacquateli prima con l’Alpecin. Mostrate loro che prodotti simili sono inutili per la ricrescita dei capelli e gettateli nel tegame. Io avevo soltanto dei pomodori capelloni e quindi li ho rapati a zero.

7)  Gettatevi addosso del sale urticante fino a sentire una sensazione di pizzico sulla pelle.

8) Fate un po’ saltare il tutto con qualche petardo.

9) Aggiungete delle erbette aromatiche a piacere. In casa io non avevo niente tranne che delle infiorescenze di canapa quindi ho usato quelle.

10) Potete insaporire il pollo come volete. Io ho preso un po’ di pancetta (è bastata una settimana sul divano a guardare Netflix accompagnato da birra e prodotti precotti).

Quando il tutto è cotto a puntino impiattate e servitelo alla cacciatora. Oppure fate come me e mangiate direttamente nel tegame così risparmiate di lavare i piatti dopo.

Purtroppo la cacciatora nel frattempo si era scocciata ed è andata via prima di assaggiare la mia ricetta. Ha anche preteso del sesso da me che non avevo pronto e le ho dovuto improvvisare lì sul momento.

Nella prossima puntata vi parlerò quindi della ricetta del sesso alla cacciatora!

Se le tue credenze non son popolari, cambia falegname

Mi sono scottato sul dorso della mano con il forno. Inconveniente domestico banale e frequente. Dopo che la pelle ha continuato a scottare e bruciare per un paio di giorni, si è formata una crosta (avrò lasciato attiva la funzione grill) che ha poi lasciato spazio alla pelle riformatasi sotto.

Ecco, da bambino mi incuriosiva sempre il fenomeno per il quale dopo essersi feriti la pelle rispuntava di nuovo. E, acciderba (mi sono iscritto a un club da me fondato per il recupero di esclamazioni desuete), quanti graffi e abrasioni mi procuravo da piccolo. Credo di aver visto la pelle delle mie ginocchia solo verso l’adolescenza. Prima era sempre stata tutta croste.

Un mio compagno di classe mi spiegò il processo per cui la pelle rispuntava di nuovo: sotto la pelle, noi abbiamo un’altra pelle! Semplice, no? Cioè praticamente è come se indossassimo un abito, l’Edgar-abito di pelle. Se non ricordate questa citazione, vi prego di abbandonare questo blog perché siete al di sotto della soglia minima di nerdismo necessaria per bazzicare da queste parti.

Non è l’unica credenza che circolava in classe. Credo di averne sentite parecchie di leggende metropolitane in quell’epoca.

Come quando G. disse che all’interno del Vesuvio c’era un enorme e antico diamante che faceva da tappo e che quando il vulcano si sarebbe risvegliato sarebbe stato sparato fuori. Una cosa molto da film archeo-catastrofista, già mi vedo Indiana Jones alle prese con il recupero del reperto, con Harrison Ford a 90 anni che agita ancora la frusta come un giovincello.

Alcune leggende avevano un’utilità pratica. Tipo A. in prima elementare disse che non bisogna mettersi le dita del naso perché si potrebbe danneggiare una vena invisibile che se si rompe poi muori. Da bambini la chiusura di ogni discorso è che poi alla fine si muore. Come mio cuggino che sa un colpo segreto che dopo 3 giorni muori.

Elementi preferiti delle leggende erano ubriaconi, tossici e maniaci vari

La morte è in agguato ovunque, anche tra le cose all’apparenza più innocue. G. (non il G. del diamante, un altro), quando mi vide con un quaderno di carta riciclata disse che la carta riciclata era tossica e che se la mangiavi morivi. Per quale motivo uno dovrebbe mangiar la carta non lo capivo bene. Però una volta convinsi R. a farlo, facendogli vedere che io ero benissimo in grado e sfidandolo a ripeter l’impresa (con carta normale e non riciclata, perché sennò poi muori!). In realtà io imbrogliavo: masticavo, nascondevo sotto la lingua e poi sputavo. Lui invece inghiottì veramente: onore al merito, R. sei stato più bravo di me, perché hai anche resistito ai conati di vomito che ti son venuti dopo.

Se Baudelaire avesse fatto il tappezziere, di stampe di fiori e gatti riempirei le mura

Sul corpo ho due piccole cicatrici.

Sull’interno coscia, una ferita che mi sono procurato all’età di 12 anni, quando sono stato investito da una Panda rossa guidata da una ragazza molto carina mentre ero in bicicletta. La poverina andò in paranoia totale, tre giorni dopo passò anche a trovarmi. Per la cronaca, era colpa mia: andavo contromano con le mani dietro la testa.

Sulla testa, il segno di una caduta all’età di 17 anni e 364 giorni, quando per inseguire un mio compagno di classe cademmo entrambi e io andai a sbattere la testa sul cemento (ah, ecco perché ora sei ridotto così! Tutto si spiega, Gintoki! Spiacente, ero così anche prima!).

Due episodi molto coglioni.

Una ragazza una volta mi chiese se poteva toccarmi le cicatrici. Disse le piacevano i segni sulle persone. Ok detta così suona male e sembrerebbe pronunciata da una discendente di de Sade, ma in realtà era detta in modo molto leggero e goliardico. O alla fine forse era solo una scusa. Alla fine diventammo intimi ma non gliele feci toccare.

I segni sul corpo sono come dei punti di contatto dei nostri ricordi. Ora, i miei son ricordi di cazzate o cazzate di ricordi, ma mi aprono collegamenti sul chi ero e cosa facevo in quei periodi.

Forse è per questo che non potrei farmele toccare.

Ho pensato a quante cose tengo nascoste sotto pelle evitando il contatto perché mi arreca fastidio.

Una persona in questi giorni mi ha fatto riflettere su una cosa. Scrivere su un blog, essere dentro quella che può definirsi una comunità seppur dai confini eterei e mobili, aiuta a sentire intorno a sé un’atmosfera di comprensione; nasce, spontaneo, un senso di riconoscimento a vista. Se io scrivo che compro solo calzini a righe arriverà sicuramente qualcuno, per statistica, a dire ehi, ma sai che anche io impazzisco per i calzini a righe?.

E io mi sentirò un po’ compreso, Ma tu guarda, un altro che ama i calzini a righe!.

Tra parentesi questa cosa è molto strana: io compro solo camicie a quadri. Però i calzini li preferisco a righe, quelli coi quadretti mi fanno orrore. Non è buffo?
Invece alle pareti, al posto di una vernice a tinta unita o di righe o quadri, preferirei avere dei disegni. Gatti, ovviamente, silhouette di questo tipo

Ecco, su un blog io ci scrivo proprio per il motivo di cui parlavo. Posso decidere come, dove e quando far sentire qualcosa sotto pelle. E vedere se c’è qualcuno che risponde Ehi, sì! Anche io sono fan dei calzini a righe!.

All’esterno ciò non sempre è realizzabile con facilità e non è detto che vogliamo far venire fuori qualcosa che abbiamo sotto pelle. Magari i miei amici pensano che io invece abbia un cassetto di calzini a quadri. E non voglio parlar loro del contrario. Non sempre, almeno.

Qui funziona in modo diverso.
Spengo quando voglio.

Il gatto

Nel mio cervello passeggia come se fosse in casa sua un bel gatto: forte, dolce e grazioso. Se miagola lo si sente appena, tanto il suo timbro è tenero e discreto; ma se la sua voce si allarga o incupisce essa diviene ricca e profonda. Sta in questo il suo incanto e il suo segreto.
La voce, che stilla e sgoccia nel mio intimo più tenebroso, mi riempie come verso un ritmato e mi rallegra come un filtro.
Addorme i miei mali più crudeli, contiene tutte le estasi; per dire le più lunghe frasi non ha bisogno di parole.
Non v’è archetto che morda sul mio cuore, strumento perfetto, o faccia più regalmente cantare la sua corda più vibrante, della tua voce, gatto misterioso, gatto strano e serafico, in cui tutto, come in un angelo, è sottile e armonioso.

Dal suo pelame biondo e bruno esce un profumo così dolce che una sera, per averlo carezzato una volta, una sola, ne fui tutto impregnato.
È il genio familiare del luogo: giudica, presiede e ispira ogni cosa nel suo regno. È forse una fata, forse un dio?
Quando i miei occhi, tirati come da una calamita, si volgono docilmente verso questo gatto che amo (e guardo dentro me stesso), con stupore vedo il fuoco delle sue pupille pallide, chiare lanterne, opali viventi, che mi contemplano fissamente.

(scommetto che queste rivelazioni sulle righe hanno scioccato un po’ tutti. Chi si aspettava un mondo di Gintoki a quadretti, sbagliava. Se una donna vuol farmi morire, deve presentarsi con un paio di parigine a righe. Eh sì, ognuno ha i propri feticismi, lo so)