Non è che il filosofo si dà al bricolage e ragiona sul senso della vite

Erano due operai IKEA che stavano in modo alacre montando delle scaffalature FIJØDENÅMI o KITEMMUÖ (non ricordo) nel negozio.
Erano due volontarie che gestiscono il negozio che osservavano i due operai lavorare in modo alacre.
Ero io che osservavo osservanti e osservati perché ci vuole sempre qualcuno che finge di comandare.


Hasta siempre comandante Che Gattara.

 


Il trucco per essere un buon comandante è sottolineare l’ovvio. Ad esempio uno sposta il mobile e tu esclami “Sì, ecco, esattamente, proprio là avevo pensato”.

Passa l’ausiliare della sosta che nota il furgone degli operati senza il tagliando.

– Scusi, ce ne andiamo via subito
– Eh ho capito ma qua io passo il segnalatore mi dice che la sosta non è stata pagata io non posso far finta di niente
– Ma noi stiamo lavorando
– Anche io sto lavorando
(Accorrono le volontarie) Scusate ma noi qui lavoriamo
– Eh ho capito ma anche io faccio il mio lavoro
(per non sentirmi da meno, intervengo) Anche io sto lavorando. Che facciamo?

Quindi si è creato questo stallo alla messicana che sarebbe continuato a lungo se non fosse scattata l’ora della pausa pranzo dell’ausiliare, perché va bene i rimorsi di coscienza del non fare il proprio lavoro ma i morsi della fame sono un pungolo migliore.

Lo capisco.
Quando ho fame non voglio sentir ragioni. A vedermi, col mio fisico da scioperante della fame in favore dei cormorani esausti, non si direbbe, ma per me il cibo è importante. Quando comincio a entrare in riserva energetica spengo le funzioni accessorie, come il mantenere il contatto visivo con le altre persone e il comunicare con loro articolando frasi di senso compiuto in una lingua comprensibile agli esseri umani.

Mi sono sempre sentito un soggetto strano per questo. Poi ricordo quando ero in Giappone una volta uno dei miei compagni di viaggio – tutte persone che avevo conosciuto in quell’occasione – ci mollò perché aveva fame, bestemmiando in toscano e continuando a farlo guardandoci di traverso mentre si allontanava.

Al che realizzai che puoi sentirti strano quanto vuoi ma alla fine qualcuno di più strano sempre apparirà. Magari anche sotto forma di ausiliare della sosta.

Annunci

Non è che il marinaio utilizzi estremi rimedi a mari estremi – Pt. 2

Nella puntata precedente avevo parlato del “momento formativo” che mi aspettava nel Quartier Generale.

Ero pronto a tutto pur di difendere me stesso, anche a mettere in scena Il Sociopatico. Cosa che avevo iniziato a fare nei giorni precedenti.

Dato che mi aspettava una trasferta con sveglia alle 5 di mattina e ritorno a casa alle 22 circa, avevo chiesto la cortesia, oltre ai biglietti del treno, di procurarmi un alloggio per ripartire il giorno dopo. Avevo sempre provveduto a spese mie, facendo risparmiare danaro, per una volta male non faceva (è un mio diritto). Per tutta risposta senza il mio assenso mi hanno fatto i biglietti con sveglia alle 5 e ritorno previsto entro le 22. Al che io ho fatto Il Sociopatico: ho provocatoriamente scritto nella mail che alle 22 non avrei trovato mezzi per tornare a casa (una mezza verità, un passaggio ovviamente si rimedia ma questo non l’avevo detto), come potevo risolvere? In risposta mi hanno detto che mi avrebbero rimborsato un taxi. Che sarebbe venuto a costare più di una stanzetta per dormire lì! Chi mai opterebbe per questa soluzione, se non dei veri Sociopatici? Questa non me l’aspettavo proprio.

Non è finita: oggi, per la pausa pranzo tra i lavori del momento formativo, ci hanno fatto arrivare delle pizze. Ho aperto un cartone e mi sono trovato davanti una margherita col ragù alla bolognese sopra. Chi mai ordinerebbe uno scempio di pizza del genere? Dei Sociopatici, ovviamente!

Insomma, per ben due volte mi hanno spiazzato con la loro sociopatia.

Il momento clou è stato incontrare la mia nemica (vedasi sempre la puntata precedente): fin dall’inizio mi ha osservato mentre parlava, quando c’è stata la pausa mi è venuta incontro esclamando Gintoki! Finalmente ci incontriamo!.

Poi è caduto il silenzio. Non sapevamo che altro dirci. Ho finto quindi di strozzarmi con un cornicione di pizza.

È stato strano. Così battaglieri nelle nostre mail, così freddi e impacciati dal vivo. Sembrava un incontro tra due che si sono conosciuti in una chat di cuori solitari.

È a quel punto che ho realizzato: quella che pensavo fosse tensione professionale nelle nostre comunicazioni era in realtà tensione sessuale. Il che spiega poi l’imbarazzo nel trovarsi vis-à-vis.

Esordi di mail come questi:
Carissimo, forse non ci siamo capiti (lei)
e
Carissima, no infatti non ci siamo capiti. Bastava specificare che… (io)
o l’aggressività di certe sue affermazioni
Ti ribadisco la totale disponibilità del nostro ufficio (“ti ribadisco”? Più che un’offerta di aiuto sembra un’intimazione)
sono state potenti esibizioni di carica erotica in cui ognuno dei due cercava di dominare sessualmente l’altro.

L’aspetto più scabroso dell’intera vicenda è che a queste schermaglie assistono, senza mai intervenire, altri colleghi che leggono sempre in copia. Persone che assecondano il nostro voyeurismo ricavandone probabilmente anche loro piacere sessuale nell’ammirarci.

All’epoca in cui frequentavo il corso di Antropologia & Antropofagia il Prof. Durbans dell’Università di Scarborough ci aveva accennato alla mailergofilia, cioè alla perversione del trarre piacere sessuale dalle mail di lavoro (dal greco εργον, ergon, lavoro) raccontandoci di un esperimento condotto nel ’86 con dei bonobo. Si sa che questo animale vive la propria sessualità in modo libero, come ci ricorda Caparezza:

 

Il sesso non era comunque oggetto dell’esperimento.

Ai bonobo infatti erano stati forniti dei personal computer per verificare se l’esclamazione “Anche una scimmia saprebbe fare questo lavoro meglio di te” potesse avere un qualche fondamento.

L’esperimento fu interrotto dopo una settimana quando si scoprì che quando i bonobo si scambiavano comunicazioni professionali molto vivaci – alcune anche molto aspre e severe come accade su un vero posto di lavoro – nel loro cervello si accendevano le aree del tatto, del sistema limbico, dell’ipotalamo e della corteccia. Le stesse coinvolte durante un orgasmo. La ricerca venne fatta sparire per lo scandalo che avrebbe destato.

Mai pensavo di scoprire tratti così strani della mia sessualità. È proprio vero che non si finisce mai di imparare cose nuove di sé.

E voi, siete sicuri che quando al lavoro scrivete a qualcuno mandandolo a quel paese non vi stiate in realtà procurando un piacere sessuale? Frasi come “L’ho fanculizzato e ho goduto” si prestano a interpretazione…

Non è che se l’aria ristagna usi il collutorio per aver un buon alito di vento

Beati quelli che si aspettano, perché non saranno mai in ritardo (Gintoki 2, 1).

Una volta aspettai un’ora sotto casa. Dopo lo squillo per segnalare il mio arrivo, attesi il fisiologico lasso di tempo di preparazione femminile. Quando giudicai che fosse eccessivo, feci un altro paio di squilli.


Non esiste un parametro per decidere se l’attesa sia eccessiva. Diciamo che va valutato sempre a occhio, a seconda della persona e del tipo di uscita.


Poi passai a telefonare, ma non rispondeva. Alla fine chiamai sul fisso e rispose. E lì realizzai che non ci eravamo affatto dati appuntamento.

Fu però carina a scendere lo stesso, anche in tempi brevi.

Io se fossi stato una donna sarei stata una di quelle che impiega 2 ore per prepararsi. Sono puntiglioso sul mio aspetto e debbo curare i dettagli. Se un pelo della barba non mi piace perché non rispetta la simmetria architettonica pilifera debbo tagliarlo. Non esiste che me ne vada via dandogliela vinta.

Quando ho poco tempo ho imparato a ottimizzare. Una volta mi sono lavato i denti mentre urinavo.


Era una cosa lunga. Effetti del tè verde.


Essere un ambidestro torna utile di tanto in tanto.

Ci sono cose che invece non puoi controllare. Ad esempio, quando si ha fretta le lenti a contatto non andranno mai bene e renderanno l’occhio simile a quello di Sauron. A Mordor a causa dell’embargo non c’era disponibilità di gocce oftalmiche.

Potrei sembrare vanitoso, in realtà curo un semplice stile barbonal.

Sono, comunque, maniacale. Come cantavano gli Elio, Quando c’ho la ragazza faccio la conchetta per sentirmi il fiato. Con la differenza che lo faccio anche se devo solo andare a comprare il giornale. Gli edicolanti vanno rispettati.

A volte mi chiedo quanta gente si faccia la conchetta.

Me lo sono chiesto oggi, quando è arrivato il Capo dei Capi. Ha scambiato velocemente due parole con me, prima della pausa pranzo.

Aveva il classico alito da uomo d’affari attempato. Digiuno, un caffè veloce, ore di discorsi e il risultato è che in bocca si forma un misto di afrori: poltrona degli anni ottanta in tessuto, mai lavato, su cui la gente ha fumato, mangiato, ha poggiato la testa coi capelli unti di sebo, e bagno pubblico dove per entrare bisogna dare 50 centesimi alla signora delle pulizie, che, sì, lo pulisce, ma resta quello sgradevole odore di tubo di scarico in eternit in sottofondo.

La mia reazione mi avrà reso un po’ strano ai suoi occhi: gli parlavo come fossi una torre pendente, i piedi più vicini a lui rispetto al busto e alla testa.

Comunque è stato gentile, ha portato in ufficio una grossa confezione di cioccolatini assortiti belgi, belgici, belghi…ha portato una grossa confezione di cioccolatini assortiti dal Belgio.

Non è che con lo Svelto sian piatti chiari e amicizia lunga

Oggi pomeriggio CR dopo la pausa pranzo è tornata portandomi una brioche ripiena.

L’interno era composto di marmellata alla fragola e quella crema bianca sconosciuta in cui mi sono già imbattuto una volta.


Ho scoperto che, scaldando la brioche nel microonde, la strana crema assume un aspetto vagamente migliore e dalla consistenza della Philadelphia passa a quella besciamella. Inoltre, la marmellata di fragole ne ha mitigato il sapore (che per me resta ancora indefinibile). Ah, quanto c’ha mitigato: botte da orbi!


Quando ho preso in mano il dolcetto ho avuto un flashback.

Mi succede, a volte. Toccando, mangiando, annusando, ascoltando qualcosa, mi viene in mente, vivido, un ricordo del passato, magari anche non direttamente inerente al qualcosa in questione.

Università.
L’avevo accompagnata a registrare un esame.
Nell’attesa dell’arrivo del docente, al bar all’interno della facoltà lei comprò un cornetto.
Tornammo in aula.
Restammo in piedi, non ricordo bene il perché. Lei col suo cornetto in mano, io che forse seguivo una mosca che volava a mezz’aria, preda dei miei ordinari deficit di attenzione.
“Ne vuoi un pezzo?” mi fece.
Ricordo che mi voltai e vidi che lo zucchero a velo le aveva imbiancato i jeans neri.
Non se ne era accorta.

Ne vuoi un pezzo?.
Ho risentito la sua voce che mi rimbalzava tra l’osso frontale e quello temporale (difatti aveva l’eco di un tuono) del cranio.
Mi fa male in petto e non capisco il perché.
Provo malessere per episodi normali accadutimi.
Lo zucchero al velo sui jeans mi fa male in petto come un osso di pollo di traverso e non capisco il perché. Eppure lo zucchero vien via con una spazzolata, non è una tragedia!

Non ricordo più quanto tempo è passato.

Sono tornato a casa carico di negatività.

CC mi ha accolto sorridente come al solito. Mi chiede come sia stata la mia giornata, sempre accogliente come una hostess di un volo intercontinentale.

Ti prego.
Smettila.

Oggi sentivo di trovarla irritante.

Vorrei infatti che la smettesse di ripetere che sono un ragazzo gentile, soltanto perché le lascio sempre fare la doccia per prima.
Vorrei che la smettesse di dire che sono un ragazzo ben educato, soltanto perché lavo i piatti subito dopo mangiato.
Vorrei che la smettesse di parlare di una cosa (me) che non conosce affatto.

Non è che perché io lavi i piatti allora debba essere una bella persona.


È come dire che Hitler aveva un animo gentile perché amava la pittura.


Per un piatto che pulisco ci sono tante altre cose che non amo.
Lavare i pavimenti è una di queste. È noioso.
Uso sempre troppa acqua e creo allagamenti. Oppure, finisco per rinchiudermi in un angolo senza accorgermene e debbo aspettare che il tutto sia asciutto.

In linea generale, non amo le persone che mi danno del gentile o del tranquillo.

Il mese scorso sono uscito con la Tutor, alla fine.
Il giorno prima di lasciare definitivamente aaa Capitale.


Sempre in linea con il codice di condotta che mi vieta di approcciare donne con cui condivido ambienti a meno che la condivisione non sia terminata.


Fu una piacevole serata.
Pensai di aver trovato una bella amica, o almeno avrei potuto. Poi io sono partito, mentre lei a gennaio andrà in Uganda per un anno per un progetto con una ong, quindi chissà quando ci rincontreremo.

Come si è intuito, lei mi intrigava anche. E credo lo sapesse. Come diceva Cimabue, le donne lo sanno.
Ma nel corso della serata notai una certa chiusura fisica da parte sua.


Mi sto specializzando in comunicazione non verbale, quantomeno quella che riguarda i segnali negativi. Per quelli positivi ancora non ho passato l’esame di abilitazione. Devo ancora dare “Analisi della semiotica antropologica del devosventolartelainfaccia? II”


A un certo punto mi colpì una sua osservazione.
Io le stavo raccontando proprio ciò di cui sto scrivendo ora e, mentre stavo dicendo che “…La gente mi crede tranquillo…” lei mi interruppe, socchiudendo gli occhi come a mettere a fuoco un dettaglio:
– Tu non sei affatto tranquillo. Sei controllato, è diverso.

Il quel momento da parte mia il contatore geiger dell’eros registrò un picco improvviso e fugace. L’arguzia esercita su di me un fascino perverso.

Succede che si accorgano della mia natura.
Non è una bella cosa che ti mettano a nudo, ma finisco alla fine con l’esserne compiaciuto. È una sorta di piacere feticistico, che risiede nella “vergogna” di essere scoperti ma nel godimento che ciò avvenga.

Le dissi che odiavo questo mio sdoppiamento, tra apparenza di serenità e tumulti interni che a volte vengon fuori.
Replicò che, secondo lei, io devo soltanto riprendere il contatto con me stesso. E che, quando questo avverrà, potrò finalmente apprezzare e conciliare i diversi aspetti del mio carattere.

Non so quando questo possa avvenire.
E quanti problemi potrei io ancora causare agli altri.

Soprattutto quanti ne ho causati a chi mi offrì un cornetto.