Non è che se addenti due volte qualcosa poi ti penti perché è un rimorso

Ho guardato una partita di calcio del Mondiale che mi ha fatto pentire di averlo fatto. Era avvincente come un’autopsia. Il tempo che ho speso per seguirla non tornerà più indietro.

Nulla torna mai indietro, neanche i boomerang se non li lanci bene.

Sono un ostentatore di sicurezza. Predico l’arte dialettica del chi-se-ne-frega e la disciplina agonistica dell’alzata di spalle. Racconto alle persone, con tronfia sicumera, che il passato è ciò che ci definisce, che le esperienze, di qualunque tipo esse siano, fanno crescere, che tutto fa curriculum e che un uovo oggi non ti aumenta il colesterolo.

Dico che non bisogna mai pentirsi delle proprie scelte e che bisogna sempre tirar dritto. Tranne di fronte alle curve, in quel caso ci si adatta.

Ma quando rientro a casa e slaccio la cravatta – che non indosso mai ma mi piace il gesto che si fa per allargarla così lo faccio lo stesso – mi guardo allo specchio e mi dico che mento. A volte esclamo anche Che mento! osservandomi la barba che lo onora.

A me del passato frega eccome. E le mie spalle son forse troppo deboli per riuscire ad alzare abbastanza pesi.

Vivo nei tormenti. Vivo nella vergogna. Vivo in una portiera che sbatte e un messaggio di disprezzo. Vivo nell’errore e nella scelta sbagliata. Vivo nelle porte chiuse di cui mai si conoscerà l’altro lato. Vivo nell’ossessione che la via imboccata non sia mai quella giusta. Vivo. Sopravvivo al passato.

Un giorno qualcuno scoprirà la mia menzogna e la mia ipocrisia.

Quel giorno mi sentirò sollevato.

Non è che chi fabbrica imballaggi non veda l’ora di togliersi dalle scatole

Non ho scelto io di essere un gatto. Ma ricordo quando è stato il momento in cui lo sono diventato.

Fin da piccolo sono stato circondato dai felini. I miei genitori mi avevano insegnato che ci si lava le mani dopo aver toccato un gatto e io avevo sviluppato una sorta di fobia igienista. Dopo aver toccato un micio non accostavo le mani a nient’altro prima di averle lavate, pensando che ci fosse un qualche effetto collaterale legato al pelo.

Una sera, dopo aver giocato con un gatto, feci merenda senza lavarmi le mani. Il mio spuntino consisteva in un paio di fette di pane col pomodoro. Ancora oggi considero del pane col pomodoro, un po’ d’aglio, origano e olio, il miglior spezzafame di questo mondo. Con buona pace dei mulini non colorati.

Mi resi conto a metà del pasto che non mi ero lavato le mani. Ormai il danno era fatto, così continuai a mangiare. Mi aspettai però, in seguito, terribili conseguenze per aver maneggiato del cibo seppur io fossi contaminato dal contatto con l’animale.

E, difatti, mi sono in breve tempo trasformato in un felino anche io.

Una delle cose che condivido con loro è l’esigenza di sentirsi contenuti. Al gatto piace stare nelle scatole. Perché è un animale predatore e un contenitore è un ottimo posto dove acquattarsi in vista di un agguato. Ma è anche perché le scatole offrono un rifugio sicuro e riparato dove sentirsi tranquilli. Il gatto è un animale che soffre molto lo stress e ha bisogno di zone comfort (si veda anche: Perché ai gatti piacciono tanto le scatole? ).

Anche a me piace ritagliarmi bolle di sicurezza così rigide da essere solide come degli scatoloni.

L’altra sera cercavo un posto dove guardare la partita di calcio. Sono andato in una pizzeria di Király utca dove ero già stato, in cui il capo/pizzaiolo è un algerino che ha imparato il mestiere a Napoli. Se gli dici “sasicce e friarielli” lui capisce al volo e ti batte il cinque.

Ho chiesto a una delle cameriere se ci fosse un posto libero per quella sera. Ho spiegato che avevo provato a contattarli tramite il sito ma non sapevo se avessero mai ricevuto la richiesta.

– Per quante persone?
– Solo io
– Oh

L’ho accennato in passato. Una delle particolarità degli ungheresi è quella del Oh, accompagnato da un’espressione del viso mista tra stupore e apprensione. Come se tu dicessi “Oddio mi sento male e sto per vomitare”. Oh.

Chiedi di spiegarti in inglese quel che ti hanno detto. Oh.

Chiedi di poter restituire un oggetto. Oh.

Chiedi di poter vedere la partita. Oh.

Dopo aver oheggiato, la cameriera mi ha risposto dicendo di dover chiedere al capo conferma sulla partita. Piccolo particolare: ogni santissima partita del Napoli viene trasmessa in quel locale, dato che il capo è un Azzurro convinto e le pareti sono decorate da bandieroni e sciarpe. E la cameriera non può non saperlo, visto che è un anno almeno che lavora lì.

Ma un’altra particolarità degli ungheresi è quella di rendere tutto sempre farraginoso e schematico, come se fosse una richiesta di visura catastale.

Alla fine la partita comunque l’ho vista, seduto a un tavolino laterale attaccato al bancone, che mi sovrastava in altezza. Mi sentivo protetto e a mio agio e fuori dalla vista altrui. Di solito sono abituato a far cose da solo ma non mi sono mai abituato all’idea di essere osservato. Non mi piace, anche se magari nessuno mi sta osservando, in realtà. È il cosiddetto “effetto riflettore”,  che già avevo accennato qui. Ho bisogno quindi di una mia “scatola” da dove poter guardare il mondo.

Ho poi scambiato qualche commento con un distinto signore bolognese, seduto al tavolo di fianco. Senza che io gli avessi chiesto nulla, dal calcio è passato a raccontarmi di sua figlia 13enne nata qui a Budapest che, da buona nativa digitale, lo sovrasta nella tecnologia, anche se poi ha un nipote che è laureato in informatica e fa assistenza IT per le Poste, ci ha messo poco a laurearsi non come un altro suo figlio che a trent’anni se la prende comoda anche se sta studiando Economia che è difficile.

Oh.
Ho fatto io.

Devo aver toccato un ungherese che mi ha trasmesso l’Ohite.


E comunque ai vostri figli fate toccare liberamente i gatti.


“Scrivo lettere d’amore”

Lungo il vialone frequentato dalle operatrici del sesso che percorro ogni giorno in auto c’è una baracca di un pittore, o aspirante tale. Spero sia realmente l’area di lavoro di un pittore e non una copertura per lo spaccio. Il fatto è che mi chiedo sempre se riesca a vendere i propri quadri.

All’esterno della baracca sono esposte le sue opere. Non sono un critico d’arte, ma le trovo abbastanza bruttine. Magari proverò a segnalarlo ad Andrea Diprè.

Passandovi davanti stamattina, ho buttato un occhio all’esposizione: ho notato, in mezzo alle tele, un cartello: SCRIVO LETTERE D’AMORE

l-673È tutto il giorno che ci ripenso. È come se avessi letto una cosa così anacronistica, fuori dall’ordinario. Come se qualcuno mi avesse detto “riparo monocoli”. Attenzione, non sto denigrando lo scrivere lettere d’amore (e neanche i monocoli, che trovo molto fighi ma il mondo oggi non può capirlo), lungi da me: è solo che mi ha dato da pensare.

C’è qualcuno che scrive lettere d’amore, oggigiorno? Questa è la domanda che mi pongo. E chi la riceve, che impressione ne ha?

L’ultima volta che ne avrò scritta una sarà stato alle medie. Era indirizzata a una compagna di classe: com’era consuetudine, per la consegna mi affidai a un complice. Mi raccomandai che gliela consegnasse dopo la scuola. Lui disse che non aveva problemi, dato che l’avrebbe incontrata al centro culturale dove andavano entrambi il pomeriggio.

Se non che, il complice prese un’iniziativa personale. Poco dopo avergli affidato la lettera, lui andò in bagno, dove incrociò Lei nel corridoio. Le diede la lettera, dicendole che io avrei voluto mettermi con lei.

Stop
Pausa dal flashback.

Quanto è brutta l’espressione “vorrei mettermi con te”? L’ho sempre odiata da ragazzino. È quel verbo “mettere” che mi suona proprio male. È grezzo, spartano, inappropriato. Senti, metti a posto la tua stanza. E metti i piatti lavati nel ripiano superiore. Ah, già che ci sei, prendi te stessa e mettiti con me.

Play

Il complice tornò in classe comunicandomi l’avvenuta consegna. L’avrei picchiato. Non ci si può proprio fidare dei sottoposti. Portò con sé anche una domanda. Io ero preparato a due eventualità: che lei rispondesse “Neanche per sogno!” o che facesse i salti di gioia. Rimasi spiazzato quando invece sentii la domanda che pose a lui: “E perché vuol mettersi con me?”

Ma che domanda era? – pensai – Perché mi piace, risposi. Il complice andò a riferire alla pulzella e poi tornò a sedersi. Io, dall’altro lato della classe, la osservai poi aprire la lettera e leggerla. Fu un minuto che durò quanto un minuto di recupero quando stai vincendo con un solo gol di scarto, stai giocando con un uomo in meno e con un altro che zoppica in campo e la squadra avversaria sta attaccando. Chi ha visto anche solo di sfuggita una partita di calcio del genere capirà la sensazione.

Poi lei accartocciò la lettera e andò a gettarla nel cestino, meritandosi una menzione nella mia biografia.

Il tifo è una brutta malattia

È ricominciato il campionato di calcio, purtroppo o per fortuna (ai poster attaccati al muro l’ardua sentenza!) e son tornate ad aggirarsi tra di noi, se mai si fossero nascoste, le specie animali vittime del tifo che vado di seguito a elencare.

Il Carbonaro – Come l’appartenente a una setta, pratica il tifo di nascosto quando la propria squadra affronta periodi bui. Se glielo si chiede, mostrerà scarso interesse o addirittura negherà la propria fede calcistica. Quando invece la squadra a cui tiene salirà agli onori della ribalta, romperà i maglioni a tutti in maniera irruente esibendosi in spudorate esultanze e manifestazioni di gioia.

Mastella – Degno del miglior trasformismo politico cambia casacca con una regolarità disarmante. Per lui non c’è gusto a stare con chi perde, quindi si allena con costanza nella specialità olimpica del salto sul carro del vincitore. Ogni volta, ovviamente, dirà che in realtà sotto sotto ha sempre tifato per quei colori.

Tutto il calcio minuto per minuto – Lunedì: risultati del fantacalcio. Durante la settimana, coppe europee e messa a punto delle puntate da fare da Eurobet. Venerdì, formazione del fantacalcio. Week-end: campionato, of course. Nel tempo libero si dedica a lavoro e famiglia. Quando si ricorda di averli.

“È rigore!”

Dr Jekyll & Mr Hyde – L’uomo che durante la settimana ha l’aspetto placido e tranquillo di un impiegato del catasto sotto cloroformio ma che quando gioca la propria squadra si trasforma in Hulk. Urla, si agita, grida indicibili improperi, le vene del collo gli si gonfiano come palloncini sul punto di esplodere. La Meliconi ha creato apposta per lui dei gusci per il telecomando che resistono anche al lancio contro il muro. Nella trance agonistica potrebbe divorare il televisore dalla rabbia. Terminate le ostilità, poi va in chiesa a confessarsi per le bestemmie che si è lasciato sfuggire.

Il finto disinteressato – Il finto disinteressato sembra non seguire lo sport. Sembra, per l’appunto. Le sue orecchie riescono a intercettare meglio dell’NSA: se qualcuno intorno a lui sta discutendo di calcio, lui orienta il proprio udito per captare ogni singola parola. Si avvicina fischiettando e con nonchalance introduce l’interessata domanda “Ma com’è finita la partita…?”. Altro suo superpotere è l’occhio da camaleonte: quando si trova in un luogo dove una tv trasmette la partita, riesce a seguire l’incontro con la sua vista in grado di ruotare a 360° senza farsi scoprire da nessuno.

Il pluripentito – Quello che afferma di essere stanco del calcio, perché non è uno sport, non ha valori, vi gira troppo denaro intorno e poi non è concepibile che per una partita di calcio si scateni una guerra. La domenica successiva sarà di nuovo a seguire gli incontri, salvo poi pentirsene un’altra volta e così via per il resto dell’anno.

Pessimismo cosmico – Lo scontento perenne di come vanno le cose per la propria squadra: guarda la campagna acquisti estiva e dà già per certa la retrocessione, si lamenta di continuo della dirigenza e auspica la vendita della società a un ricco magnate (o magnaccia) russo o a un petroliere arabo: evento molto probabile, il mondo è infatti pieno di sceicchi che sognano di acquistare la A.S.D. (Associazione Sportivi Disperati) Vergate sul Membro Football Club. Ogni domenica chiede la testa dell’allenatore e l’allontanamento di una decina di calciatori per scarso impegno.

Il Lord – Quello che segue solo calcio inglese, sogna di intonare cori ubriaco in un pub di Liverpool, ama il gioco maschio e le entrate a gamba tesa al limite della scomunica. Nel 99% dei casi uno stadio inglese l’ha visto solo in foto.

Quello che la fa fuori dal vaso – A luglio è convinto che il prossimo sarà l’anno buono, che non ce ne sarà per nessuno; va in giro a dire agli altri di prepararsi a nascondersi perché “quest’anno vi facciamo neri”. Ad agosto comincerà ad avere qualche perplessità ma continuerà a esternare ottimismo e a esibirsi in spacconate. A settembre sarà già depresso e comincerà a dire “quest’anno  è così ma vedrete il prossimo…”.

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“Aaah!  Dobbiamo segnare dall’altro lato!”

La fidanzata del tifoso – Buuh, i soliti luoghi comuni! Anche le donne seguono il calcio! Ci sono donne più competenti degli uomini!
Calma.
È vero, ma è anche un dato di fatto (e test clinici lo dimostrano) che si annidi sempre da qualche parte una fidanzata del tifoso. Quella che, pur di stargli vicino, si interessa – o finge interesse – delle passioni calcistiche del partner, tanto da fargli compagnia durante la visione della partita. In genere l’interesse della fidanzata dura i primi dieci secondi dopo il calcio d’inizio: il tempo di chiedere Da che parte dobbiamo segnare?, poi la sua attenzione calerà. Se ci sono altre donne (altre povere fidanzate), chiacchiererà con loro.  Se non ci sono altre occupazioni, ogni tanto proverà a mostrare il proprio impegno nell’interessarsi ponendo domande come Perché è fuorigioco? o Perché passa la palla invece di andare a segnare? oppure esibendosi in incitamenti inutili verso i giocatori quando magari il pallone è fuori o il gioco è fermo.
La fidanzata esordiente che fa il proprio ingresso ufficiale nell’ambiente sportivo per la prima volta la si riconosce da una domanda dal vago sapore esistenziale, cioè: Noi chi siamo?, magari posta a metà secondo tempo, quando si accorgerà di aver tifato per tutta la partita per la squadra opposta.

La moglie del tifoso – Se gli resiste abbastanza a lungo vicino, la fidanzata del tifoso diverrà una moglie del tifoso. Dalla prima si distingue perché, avendo ormai conquistato il proprio uomo, non deve più fingere interesse per le cose che fa. Anzi, ritrovandosi in casa una tal specie di fastidioso ominide, vivrà gli appuntamenti calcistici come un momento di libertà e di respiro: due ore (e anche più, se va allo stadio) senza il coniuge tra i piedi in casa. Momenti di difficoltà si vivranno purtroppo invece durante le partite serali in settimana, quando lei vorrebbe vedere come va a finire la puntata di Un posto al sole e lui si è già sintonizzato sul prepartita con le immagini trasmesse direttamente dagli spogliatoi dei calciatori che si infilano i calzini ai piedi e le dita nel naso.

L’esteta – Quella che tifa una squadra perché c’è un calciatore figo che le piace. Quando l’oggetto del desiderio cambierà squadra lei cambierà fede calcistica: in ciò è molto simile al Mastella, tranne per il fatto che non è che le interessi proprio vincere. Vorrebbe solo trombare.

Generazione ribelle – Quello che se il padre è milanista, lui è interista, se è romanista lui è laziale e così via. Il figlio bastian contrario che fa sì che stare a casa di domenica sia un’attività amena e tranquilla come trovarsi al confine di una zona di guerra.