Non è che pensi che un’auto usata sia a km0 perché l’hanno prodotta dietro casa tua

A Milano apre una nota catena internazionale di caffetterie. Le persone commentano. Chi è entusiasta, chi storce il naso, chi dice che vendere caffè in Italia sia come vendere il ghiaccio agli Eschimesi.

Dissento. Dagli Eschimesi il ghiaccio cresce in casa, mentre nel mio giardino non prosperano piante di caffè.

Quando ero al liceo ero pro boicottaggio. Di qualsiasi cosa avesse un marchio. Ero così contro nomi ed etichette che ho boicottato anche il nome di famiglia sul citofono. Non scherzo: la vecchia etichetta era sbiadita da tempo. Ci penso io, dissi credo nel 1997. Non ci ho più pensato né io né i miei per 20 anni.

Adesso non me ne importa niente dell’essere contro.
Disapprovo sempre l’omologazione culturale e la brandizzazione delle città: camminare per le vie centrali di Milano, di Parigi, di Copenhagen, di Berlino o di Budapest non fa differenza. Trovi sempre gli stessi negozi e le stesse merci. Ora a mano che non mi convincano che gli straccetti venduti da H&M – lo dico da acquirente straccione di quegli stracci – siano un prodotto tipico locale, io resto delle mie idee.

Penso anche però che la gente debba poter fare quel che le pare e scegliere cosa preferisce. Difendere e cercare qualcosa di alternativo è giusto e doveroso, inseguirlo a tutti i costi può innescare meccanismi perversi.

Per dire, la ricerca del buono, della qualità, del km 0 ci ha portato ad avere le paninoteche gourmet. È civiltà, questa?

Che a me dovrebbero spiegare se sull’hamburger ci metti strati di bacon, di mostarda, di cipolla indorata e fritta, di strutto, dell’anima de li ‘tacci del cuoco, per un totale di calorie pari al fabbisogno di una settimana, come fai ancora ad avere il barbaro coraggio di definirlo gourmet.

Comunque sono sempre pronto a cavalcare l’onda e lanciarmi in nuove iniziative. Quindi dopo l’invasione di locali bio, vegan, organic, io vorrei aprire una nuova attività: il ristorante anaerobico.

Lo sapete che l’ossigeno fa male? Sapete perché il ferro si arrugginisce? È il prodotto della combinazione, spontanea, del ferro con l’ossigeno, che insieme formano l’ossido di ferro.

Se una lastra di metallo può ridursi in pessime condizioni, pensate cosa può fare al cibo che ingerite! Noi mandiamo giù veleno! Condividete prima che cancellino!

Nel mio ristorante anaerobico potrete gustare il cibo come dovrebbe essere appena prodotto, senza la fastidiosa e imbarazzante intrusione dell’ossigeno.

Tempo di permanenza: dipende dalle vostre capacità di apnea.

Non è che il pittore sia scarso a poker perché ha sempre e solo quadri

Ieri una persona che è presente tra i miei contatti Facebook ha scritto:
Tizia sta guardando dei quadri al Noto museo d’arte di Nota città dove girano serie tv e catastrofi varie.

“Guardando dei quadri”.

Ho continuato a tornarci sopra col pensiero di tanto in tanto, chiedendomi cosa ci fosse che per me non andasse in quell’enunciato.

Da un punto di vista logico è ineccepibile: in un museo d’arte cosa si fa, se non guardare dei quadri?


Io ci vado anche perché sono silenziosi. Quando non ci sono visite guidate.


Perché infatti non si potrebbe dire che in un museo guardi dei quadri? Chi non è presente non lo sa che tu guardi i quadri. Eppure una persona non esclama mai “Oh figa, andiamo a guardare dei quadri in un museo”, allo stesso modo in cui dice “Andiamo a mangiare una pizza”.

Non sto paragonando i quadri a una pizza, per quanto qualche opera mi annoi e io la ritenga una pizza, ma non lo dico perché non ne capisco di arte.


L’arte per me si suddivide infatti in “bella arte” e “arte che per mie limitate conoscenze non comprendo”, in questo modo non urto la sensibilità di nessuno se dico che qualcosa non suscita il mio entusiasmo.


Quindi l’enunciato della mia conoscente è corretto, seppur poco utilizzato dalla gente comune.

È come dire: guardo dei libri in una biblioteca. Guardo delle case diroccate a Pompei. Guardo una torre di ferro a Parigi. Guardo una enorme basilica a Roma. E potrei andare avanti per ore ma stasera ho da fare delle cose.

Allora in un mondo che si rinchiude sempre più nel particolarismo e alza barriere ed esce dall’Europa  e sbaglia i calci di rigore in maniera originale, io dico ben venga un barlume di generalismo a riportarci in una dimensione più distaccata.

Guardate dei quadri, gente! Guardate dei quadri dipinti, dei quadri elettrici, dei quadri svedesi. E delle camicie a quadri, ovviamente.

Della gente che guarda dei quadri. E a me piace guardare della gente che guarda dei quadri.

Brutte Strisce #13

Il quadro è stato gentilmente prestato dal Museo Marmottan (museo delle marmotte) di Parigi ma non glielo restituiremo più.


Come sempre, cliccando sulla striscia essa sarà leggibile nelle dimensioni originali. Ma questo lo sapete già, ma per contratto debbo dirlo almeno una volta al mese.


striscia_13

Bisogna sempre seguire le prescrizioni mediche e non far da sé assumendo farmaci a caso senza neanche un colloquio!

Non è che alle persone esaurite tu debba dar la carica #1

Il modo migliore per concludere l’anno è passare in rassegna l’elenco di persone strane che ho avuto modo di incontrare o con cui ho avuto a che fare nel corso del 2015.

Mi sono reso conto che in giro c’è molta gente esaurita. E, se Tantum mi dà Tantum – come disse la ragazza con un’infezione intima – chissà io chi debbo aspettarmi nel 2016!

10 – Lilla
Lilla non l’ho ancora introdotta, ma è una che lavora dove sto io a Budapest.


Si chiama appunto Lilla, non è un mio soprannome.


Se non ne ho scritto sinora un motivo c’è: non parla. Mai.
Ha il viso di ghiaccio. Non muove un muscolo facciale, forse non respira neanche. Una volta l’ho vista mangiare, quindi credo non sia un robot. È una giovane donna (penso non superi i 25) che ha l’aspetto e il fisico di una modella e veste sempre molto elegante e raffinata.
Non saprei che altro dire, perché in ufficio è praticamente presenza invisibile.
Però ha un’ottima resistenza alcolica. Alla cena di Natale l’ho vista buttar giù 6 bicchieri di rosso e due di palinka (la grappa locale) senza perdere un grammo di aplomb. Complimenti.


E quando dico bicchieri di grappa, intendo proprio bicchieri interi: non i cicchettini.


9 – L’ingegnera
22 dicembre, ore 21. Faccio scalo a Roma. Volo per Napoli.
Di fianco sull’aereo ho una donna che, dopo avermi chiesto l’ora e aver commentato con stupore che il mezzo avesse ben 200 posti (e a prova di ciò mi ha anche mostrato una pagina della rivista di bordo in cui erano elencate le specifiche tecniche dei velivoli della flotta: timore magari che non le credessi?!), attacca a fare conversazione.
Una persona interessante, che, come mi ha raccontato, girava il mondo per supervisionare impianti petroliferi.
Mentre le parlavo dei miei viaggi cominciò però a inquietarmi, perché mi fissava con gli occhi sbarrati e spalancati e una strana espressione di meraviglia. Tanto che non riuscivo a guardarla in faccia e non capivo il perché. Tornato a casa, ho avuto un’illuminazione. La sua espressione, che il Dio dei gatti mi fulmini se mento, era identica a questa:

Una ragazza sorpresa dallo scoprire che un aereo abbia ben 200 posti

8 – Il poeta Fiorentino
Ottobre.
Alla stazione Termini mi viene incontro un tizio sulla sessantina, tutto gioviale e sorridente. Trascinando un carrellino di quelli che le sciure utilizzano per fare la spesa al mercato, con un ampio sorriso mi si pianta davanti e fa:
– Permette? Sono un poeta fiorentino!

Io rispondo I’m sorry, I don’t speak italian.

7 – L’Affarista Fiorentino
Giugno.
Metto in vendita un lettore mp3 su Subito.it. Mi scrive un tizio dicendosi interessato chiedendomi il prezzo senza spedizione (non era prevista alcuna spedizione, comunque!). Poi mi chiama.
– Tu sei a Roma, giusto? (chiedo)
– No, sono a Firenze
– Scusami, come fai col ritiro? Perché mi hai poi chiesto il prezzo senza spedizione
– No tranquillo poi vedo di organizzarmi
(che vuol dire?)
– In che sei laureato? (prosegue)
– Scienze Politiche (ma che ti frega?)
– E com’è questa politi’a? Un gran ‘asino, eh?
– Penso che in Italia sia difficile governare e far politica perché ci sono molte linee di frattura e particolarismi
– E ‘he ne pensi del mio ‘oncittadino, eh?
– Il superamento dei particolarismi rende difficile la pratica di governo, quindi a prescindere dal personaggio l’Italia è un Paese difficile


Una cosa che ho imparato è che la gente non ti ascolta, quindi basta fingere di dire qualcosa con tono saccente e autorevole, come già ho ampiamente dimostrato in passato e come ho intenzione di continuare a fare in futuro.


– Eh ma sai quale è la verità? La gente s’è rotta i ‘oglioni, scusa la parola, ma perché vedi in tempi di crisi non poi mi’a fa’ chiacchiere, prendi pure la ‘osa degli immigrati, se non c’ho soldi mi dici te ‘ome si fa a mantenerli? Qua non c’è lavoro per gli italiani, ma fi’urati te per gli immigrati
– Purtroppo sono processi lunghi che necessitano di valutazioni che al momento il dibattito politico anche a livello europeo sembra non concedere
– Eh se parliamo dell’Europa ti mando giù la batteria del cellulare. Va bene, ‘scolta ti fo’ sapere domani o al più tardi tra due giorni, va bene?
– Va bene
– Allora a presto, tante ‘are ‘ose e buon tutto
– Grazie, anche a te.

Una delle invenzioni più utili dopo il deodorante.

6 – Lo Studente
Per qualche tempo ho dato ripetizioni a un ragazzo del liceo. Uno che temo che da adulto si darà all’alcolismo. Oppure sposerà una donna che lo tiranneggerà.
Sua madre, infatti, lo tratta come un perfetto incapace.
Ricordo dopo la prima lezione, quando ci accordammo per la seconda:
– Quindi lei quando è libero?
– Io fino a domenica son qui.
– Allora potremmo fare venerdì. Oppure sabato, che dici, T. (rivolta al ragazzo)?
– … (il ragazzo fissa il vuoto)
– Allora va benissimo, facciamo venerdì. Ma lei è libero anche di mattina?
– Venerdì sì.
– Allora potremmo fare venerdì mattina che è festa a scuola. Va bene, vero, T.?
– …(il ragazzo fissa di nuovo il vuoto ma non si sa se è lo stesso di prima o ha trovato un altro vuoto da contemplare)
– Va bene, allora venerdì alle 10:30. Poi ci penso io a svegliarlo e farlo stare in piedi.

Il povero T. all’università vuole studiare lingue, ma in famiglia non sono convinti.
Interpellato sull’argomento, io risposi che con le lingue si può lavorare in vari ambiti, certo è importante sapersi vendere. Madre Sua disse:
– Eh, appunto…(facendo davanti a lui con la mano un gesto come a dire “purtroppo lui è quel che è”).

Se copia il compito e si fa sgamare, la madre lo rimprovera due volte: per aver copiato e perché è così fesso da essersi fatto scoprire.

5 – Il Seduttore
Ottobre, Roma.
A via dei Fori richiama la mia attenzione un ragazzo ben vestito, con i capelli da Goku e oro che spuntava un po’ dovunque, chiedendomi aiuto per una foto con i Mercati di Traiano sullo sfondo. Ce ne sono volute una decina, perché o erano troppo scure o troppo luminose o passava qualcuno.

Durante i tentativi scambia qualche parola con me e mi racconta di lui. Poi fa:
– Ieri sono stato con un’asiatica, da urlo, amico. Però io voglio divertirmi e fare esperienze: oggi voglio proprio cosare un coso. Sai dove posso andare stasera per cosare un coso?
– Non ho idea perché non sono mai andato in cerca di cosi da cosare
– Dovresti provare
– No amico (ridendo), preferisco le donne
– Certo, anche io. Ma poi ho scoperto che provando cambia tutto. Un uomo sa meglio di una donna cosa piace a un altro uomo (abbassa gli occhi verso la mia cintura)
– Sarà anche così, ma…
– Non vorresti provare? (mi interrompe)…Sai, io ho proprio tanta voglia di cosare un coso (abbassa di nuovo gli occhi)
– Mi dispiace, senti ho l’autobus che mi parte.

“Ha un ritardo ma non è in gravidanza, cos’è? Un autobus di Roma”

4 – L’Enigmista
Lo citai in questo post.
Novembre.
Sull’autobus sale un tale che sembra Edward Nygma 10 anni più vecchio. Ha anche gli stessi occhiali. Si siede davanti a me. Ha degli atteggiamenti ansiogeni: si tiene le mani nervosamente, guarda fuori con aria preoccupata.
A un certo punto, con accento barese, mi chiede:
– Scusi, sa…se questo autobus ferma in qualche posto…
– Come?
– Se si ferma in un qualche posto…un deposito…cioè un posto…
– Al capolinea?
– Sì! Al capolinea!
– Certo, arriva sino alla Stazione San Pietro
– Ok, grazie.
– Però non è un deposito di autobus – preciso – cioè è uno spiazzale e basta, eh
– Sì sì, sta comunque fermo 2-3 minuti e poi dopo riparte, vero?
– Sì, certo
– Grazie (appare tranquillizzato).
– Sa, io sono a Roma a cercare lavoro e casa (aggiunge)
– Ah (non te l’ho chiesto. E li cerchi ai capolinea?)
– Ma non è facile, sa
– Eh, lo so.

Appuntamento tra 24 ore per il fantastico podio!

Non è che “via dei Fori!” sia un incitamento sessuale


NOTA INTRODUTTIVA
Questo post sarà ricco di note come il registro di una classe indisciplinata.


“Ehi, Mister! Can you help me?” esclama indicando una enorme Reflex.
Siamo all’altezza del Vittoriano, di fronte al Foro Traiano. Un giovane dall’aria affabile, con i capelli sparati in aria tipo Saiyan, dei baffetti da portoricano e un abbigliamento che costerà quanto un’automobile, richiama la mia attenzione per farsi scattare una foto con sullo sfondo le rovine romane.

Non l’avevo proprio visto, primo perché era in un cono di buio oltre l’illuminazione stradale e secondo perché camminavo con la mente impegnata nell’analisi semantica di una frase di Tutor. Quando sono immerso nei pensieri innesto il pilota automatico e la mia mente incrocia le braccia dietro la testa, allunga i piedi poggiandoli sul tavolo e si mette a guardare il soffitto, cogitabonda.


FLASHBACK
Brevemente, quando le abbiamo detto “Scusa se ti facciamo fare tardi, avrai la tua vita”, lei ha risposto “Macché, figuratevi, non c’ho proprio nessuna vita” con aria rassegnata. Mi interrogavo se per caso fosse quindi andata male nei giorni scorsi col suo sconosciuto conquistatore.

Oppure poteva significare altro, essendo in quel periodo nel mese voleva dire che per stasera niente vita: plaid e tisana sul divano e via a dormire.


NOTA AL FLASHBACK
Quella sull’attuale attività ormonale di Tutor è una mia deduzione basata su un esame estetico-comportamentale sommario.


NOTA DELLA NOTA AL FLASHBACK
La nota precedente potrebbe sembrare vagamente inquietante, ma io, in generale, come si vedrà anche dal prosieguo della storia qui sotto, tendo a scannerizzare le persone che ho di fronte.


NOTA DI AUTOCRITICA
Ok forse ciò è inquietante lo stesso.


Mi sono quindi fermato ad aiutare il giovane, avendolo giudicato non pericoloso in base a un veloce scanner biometrico. Non sono diffidente a prescindere con gli sconosciuti, io li squadro e cerco di valutarli. È difficile da spiegare, ma diciamo che essere stati abituati a Napoli ti fa comprendere in genere di chi ti puoi fidare quando ti fermano per strada.


Con l’affermazione qui sopra potrei contribuire ad alimentare immagini distorte di Napoli che circolano spesso tra chi non l’ha mai vista: non è questa la sede per fare classifiche e statistiche di pericolosità o vivibilità, però un dato che ritengo certo è che Napoli è una buona palestra di vita per insegnarti a campare. Prendete la viabilità, ad esempio: guidare al Sud ti allena ad avere riflessi pronti e occhi sempre vigili. Rimango sempre sconcertato nel constatare che al Nord ci sia troppa fiducia nel codice della strada: chi ha la precedenza si immette nella corsia senza decelerare e io penso sempre che se comparisse qualcuno che non rispetta la precedenza sarebbe la fine. Dalle mie parti invece anche se hai diritto a passare abbiamo l’abitudine di rallentare e controllare se la strada è libera. Questo evita molti problemi.


Gli ho specificato di non essere Steve McCurry (lui ha riso) e che inoltre quando tocco macchine così sofisticate vado in crisi perché non so che pulsante premere.

Abbiamo dovuto rifare la foto molte volte, perché: a) era troppo scura; b) era troppo luminosa; c) l’avevo fatta venire sfocata; d) è passato un autobus in quel momento coprendo il Foro; e) sono passate delle persone in quel momento davanti all’obiettivo; f) due o più degli inconvenienti descritti in precedenza insieme.

Durante i tentativi ha scambiato qualche parola con me. Mi ha detto che viene dal Brasile, è in giro per l’Europa (prima Parigi, tre giorni a Roma e poi Amsterdam), gli piace viaggiare, cose così. Mi ha chiesto se fossi single e che donne mi piacessero. Poi mi ha detto: ieri sono stato con un’asiatica, da urlo, amico. Però io voglio divertirmi e fare esperienze – ha proseguito – Oggi voglio proprio cosare un coso.


Ho provato a pensare a molte metafore per riportare la cosa senza essere troppo sfacciato o scollacciato, ma mi venivano sempre esempi che si riferivano all’ingerire ortaggi o prodotti di origine suina oblunghi, quindi ho lasciato perdere.


Mettere un riferimento nelle note potrebbe essere stata la soluzione, in quanto la nota è più discreta e timida.


E poi mi ha chiesto: dove posso andare stasera per cosare un coso? Io gli ho risposto che non ho idea perché non mi sono mai preoccupato di simili interessi. E lui ha replicato:
– Dovresti provare.
– No amico (ridendo), preferisco le donne.
– Certo, anche io. Ma poi ho scoperto che provando cambia tutto. Un uomo sa meglio di una donna cosa piace a un altro uomo (abbassa gli occhi verso la mia cintura).
– Sarà anche così, ma
– Non vorresti provare? (mi interrompe)…Sai, io ho proprio voglia di cosare un coso (abbassa di nuovo gli occhi).
– Mi dispiace, senti ho l’autobus che mi parte.
– Ok amico, bye, grazie di tutto (saluta stringendomi calorosamente la mano).

L’unico dubbio che mi è rimasto è se mi avesse fermato perché mi aveva notato o perché ero il primo che capitava: no perché cambia tutto tra l’una e l’altra cosa, è comunque una questione di orgoglio. La mia eleganza (ben evidenziata da un giubbetto comprato in saldo in una nota catena di moda giuovine, una pashmina a quadretti e quadrotti, un jeans sdrucito e un paio di scarpe simil Converse consumate) e il mio nobile portamento (le mani perennemente nelle tasche e l’incedere di uno che sta andando a fare una rapina ed è nervoso perché non l’ha mai fatto prima) devono essere apprezzate per quel che sono, perbacco!

Non è che se dichiari guerra al trasporto pubblico puoi gridare “All’Atac!”

(si intravede dietro delle alte mura una grossa cupola) Ehi, dove siamo qui?
– Questa è S. Pietro, oh.
– Dai dai scendiamo qui, su (scrollandolo per le spalle).
– Oh? (infastidito)
– Sì dai – schioccando la lingua* – qui ci sono i marocchini e io devo contrattare per una borsa.


Perché mai nei libri, quando qualcuno parla, deve sempre schioccare la lingua? Voi schioccate la lingua spesso mentre parlate? A me non succede, sono forse anormale?
La ragazza comunque non ha schioccato la lingua, l’ho scritto per capire che effetto e che tono desse al discorso ma il risultato non è stato come speravo.


Quelle riportate sono le uniche parole che sono riuscito a comprendere. Il resto del tempo loro e altri due ragazzi hanno parlato esprimendosi in pugliese stretto. È una dialetto che economizza sulle vocali: in pratica è come recitare un codice fiscale.


DIDASCALIA LINGUISTICA
Credo sia inesatto da parte mia parlare di un dialetto pugliese, viste le varianti esistenti dal Gargano al Salento: credo che quello che parlavano i 4 fosse foggiano.


Non avevo mai considerato S. Pietro come meta di pellegrinaggio del falso. Si apprendono sempre cose nuove nei momenti inaspettati, come accadutomi alle 14 di un attivo lunedì pomeriggio.

I mezzi dell’Atac non sono stati, a dire il vero, molto attivi. La metro A era interrotta mentre gli autobus procedevano come una canzone di Tullio de Piscopo: ad andamento lento. Persone che inveivano, individui rassegnati, turisti smarriti che pretendono di fare il biglietto a bordo come se stessero a casa loro. Qualcuno mi pesta il piede e mi chiede scusa, io con un cenno della mano e un sorriso do la mia assoluzione: le mie dita sono diventate come le antenne delle lumache, appena percepiscono il pericolo si rattrappiscono all’interno della scarpa piegandosi su sé stesse ed evitando il pestaggio.

L’aumento della densità interna dei mezzi quest’oggi ha portato a un incremento di personaggi interessanti come i foggiani che ho citato sopra.

Una signora cinese si reggeva in piedi aggrappandosi con una mano alla maniglia e con l’altra al pantalone del marito, ad altezza del pene o quantomeno dove avrebbe potuto trovarsi se l’uomo avesse l’abitudine di sistemarlo da quel lato. Al che mi sono chiesto: la signora cercava il pene del marito? Sapeva oppure che quella zona fosse libera e riteneva lecito aggrapparvisi? In ogni caso il signore e i suoi pantaloni non facevano una piega, io intanto ho distolto lo sguardo attirato da un folle che, sceso dal mezzo, ha tirato un calcio contro una paratia non so per quale motivo.

Sull’autobus delle 20 un anziano signore ha cominciato a parlarmi dopo che gli ho ceduto il posto. Ha esordito spiegandomi dei problemi intestinali e circolatori che lo portano a dover camminare molto durante il giorno, per poi raccontarmi – dopo che avevo dato delle indicazioni a due turiste straniere – dell’importanza di conoscere le lingue. Ha concluso infine raccomandandomi di fare attenzione a ciò che scrivono sui libri perché non sempre dicono la verità: lui tutto ciò che sa l’ha invece appreso dalla gente e dalla strada, perché a scuola c’è stato poco. Mi ha spiegato che mentre era in terza elementare il suo istituto fu bombardato durante la guerra e non ci tornò più.

Tra i due autobus ho incrociato una ragazza inglese che su un polpaccio aveva il tatuaggio del Tardis del dr Who.


Se non sapete di cosa sto parlando, correte a farvi una cultura. Meglio Tardis che mai.


Infine, su un altro autobus ancora, il primo della giornata, tra la folla in attesa sulla banchina ho inquadrato una ragazza che ho ipotizzato potesse essere napoletana. Quando l’ho sentita parlare, ho avuto conferma: era napoletana.

Ciò mi porta a stendere (con un gancio destro) un’altra teoria estetica dopo quella delle nanerottole svampite: noi napoletani siamo un gruppo etnico a sé stante e siamo riconoscibili ovunque. Mi è successo in molti luoghi, a Roma, a Bologna, a Milano, a Parigi, a Londra e anche a Nikko (Giappone): quando inquadravo qualcuno ponendo una scommessa con me stesso sul fatto che fosse napoletano, indovinavo sempre.


È una delle poche scommesse che vinco con me stesso, perché per il resto ho accumulato pesanti debiti di gioco e non so come ripagarmi.


Mi chiedo se sono riconoscibile anche io. Ricordo a proposito della riconoscibilità la maestra alle scuole elementari mi diceva “ti fai sempre riconoscere” e io non capivo cosa volesse dire perché mi conoscevano già quindi per cosa avrebbero dovuto riconoscermi? Ma questa è una storia che non riguarda l’Atac quindi non la riconosco.

Banane a un euro!

Ammetto di essere figlio del consumismo e amare aggirarmi tra gli scaffali di un supermercato.

Penso anche che però non sarà mai paragonabile a un mercatino rionale. Col suo vociare, il via vai di persone, le mani da poter infilare nei sacchi di legumi e sementi (sì, ho qualche vizio da Amélie). Tra l’altro, in un mercato di Belleville a Parigi ho scoperto che “banane a un euro” urlato in francese suona uguale al napoletano.

Il mercato rionale odora di verdura, pesce e olive. Nel supermercato si viene invece sempre accolti da un afrore di formaggio e detersivo. Una forma di parmigiano fatta col detersivo in polvere. E dicono pure che gli odori tra gli scaffali siano studiati a tavolino dagli scienziati del marketing.

Ora, qualcuno mi dica se si può essere mai attirati da un simile odore. Non lo so.

Insomma, io entrerei volentieri in un supermercato che invece profumasse di buon cibo (pizze, maccheroni, lasagne) o al limite di La vie est belle di Lancôme.

E poi ci sono cose che in un supermercato proprio non sopporto.

  • I prodotti senza prezzi.
  • La gente che arriva alla cassa con un prodotto senza prezzo, la cassiera che invoca l’intervento di “brvshmiliano (non si capisce mai) alla cassa 2” e la fila chilometrica che si forma dietro.
  • I clienti che ti scambiano per un commesso e ti chiedono cose improbabili. Per un breve periodo della mia vita tra i 20 e i 22 anni ho indossato polo colorate a tinta unita nere, blu, verdi: me ne pentivo quando scoprivo che coincidevano con la divisa ufficiale del commesso. Ora capite perché indosso solo camicie a quadri? Non  è per fare l’hipster!
  • La signora in fila alla cassa col carrello riempito come se dovesse arrivare la guerra, che si gira, vede te che hai in mano solo una confezione di Proraso e si gira di nuovo dall’altra parte perché ha paura che tu le chieda di poter passare avanti.
  • La signora che bla bla di cui sopra alla quale chiedi la cortesia di poter passare e che acconsente con la faccia di una a cui hanno presentato una cartella Equitalia.
  • Le cose che ti servono posizionate a chilometri le une dalle altre (anche questo, studiato a tavolino).
  • Le cose che ti servono che sono esaurite mentre tutto il resto trabocca dagli scaffali!
  • L’immancabile pirata della Standa che ti sperona il fianco con lo spigolo del carrello perché chissà cosa guardava o pensava.
  • Un classico: il carrello con la ruota bloccata o che ha la convergenza strabica che rende lo spingerlo una fatica di Sisifo. Meno male ci sono i carrellini o le ceste in plastica. Se magari le pulissero, di tanto in tanto…
  • Il prodotto scaduto non rimosso dal banco che, prima o poi, finirà nelle tue buste. Controlli sempre ogni volta le confezioni, leggi le etichette in maniera critica e attenta manco fossero un saggio di Proust, ma il prodotto scaduto ti attende nascosto da qualche parte in maniera subdola per finire tra la tua spesa quando meno te lo aspetti.
  • La cassiera che lancia i prodotti come se fossero bombe e tu ti penti di aver comprato biscotti friabili e uova.
  • Beccare la cassa che non ha spiccioli per il resto.
  • Beccare la cassa che invece ti riempie di spiccioli, tutti in monete da 1, 2 e 5 cents di cui non vedevano l’ora di liberarsi. Esci tintinnando come la slitta di Babbo Natale.
  • Il panico che ti viene quando ti sembra di non ricordare dove fosse l’auto. Era U6? V6?
  • Questa è di Aida in risposta a un mio post; tra l’altro è stato rileggendo questo commento che mi è venuto in mente di scrivere questo articolo: “L’ebete da supermercato è quello che ti si mette davanti con un carrello stracolmo. solitamente sono due ebeti, marito e moglie. Lei spinge il carrello fuori dalla cassa, lui mette i prodotti sul banco per pagarli. attende che esce lo scontrino e paga. la moglie ebete, anzichè iniziare ad imbustare la spesa, attende che il marito ebete adempie all’increscioso lavoro, perchè lei ha il carrello in mano, con 1 euro dentro, e lasciarlo libero significa essere derubata di un euro. Intanto le due corsie della cassa sono occupate dalla spesa della coppia di ebeti. Tu aspetti un lasso di tempo di 30 secondi. loro non si sbrigano. il commesso ha fretta e inizia a passare la tua spesa lanciandotela addosso perché se la mette nelle due corsie si confonde con la spesa da ebeti. tu ovviamente spazientito ma educato accetti la sconfitta, mentre l’ebete della moglie, con aria altezzosa, si degna finalmente di infilare l’ultimo pacco di pasta nella busta della spesa. tu intanto hai già finito da un pezzo

INFORMAZIONE DI SERVIZIO:  Ho rimesso in bozze per lavorarlo un post che avevo pubblicato ieri sera ma che rileggendo non mi convinceva. Non mi sono autocensurato e i commenti di chi ha scritto sono ancora lì 😀

Di bruxismo e parigine

Le vacanze son già finite. Eh già.

Ho passato 4 giorni in solitaria in quel di Chiusi (di cui magari parlerò in un post a parte), prima di partire per il Belgio, con breve tappa a Parigi.

Il simpatico Ivàn, il padrone di casa che ci ha ospitato a Bruxelles, mi ha scambiato per Kurt Cobain. O meglio, mi spiego. Su Airbnb ho come immagine del profilo questa qui:


Quando ho contattato Ivàn, dicendogli ciao, io e il mio amico Tizio vorremmo visitare Bruxelles e bla bla, lui mi ha risposto

Hello Gintoki,
The place is available for you at this date. You are welcome.
Is Tizio a person or your cat?

Sulle prime non l’ho capita, poi ho pensato ok avrà visto la foto e avrà fatto la battuta.

Se non che, quando a Bruxelles ci ha aperto la porta, dopo avermi visto mi ha fatto: Non t’avevo riconosciuto, hai tagliato i capelli.

Ok. Certo. Magari sì, sarebbe meglio avere la propria faccia su Airbnb visto che qualcuno dovrà tenerti sotto lo stesso tetto, ma chi mi ospiterebbe vedendo la mia vera faccia?!

Passiamo ad altre cose particolari.

In Belgio non stampano i menu. Il motivo è comprensibile, avendo più birre che abitanti e cambiandole ogni sera, stampare i menu costerebbe un patrimonio. Quando la prima sera ci siamo seduti in una brasserie e abbiamo chiesto un menu, il cameriere perplesso ha staccato una lavagnetta dal muro sulla quale c’era scritto col gesso cosa offriva la casa.

Italiani.

Certo, siamo stati sempre migliori di quel gruppo di quattro italiani che è arrivato con delle vaschette di alluminio in mano, si è seduto al tavolino fuori la brasserie, le ha aperte e ha cominciato a mangiare. La cameriera gli ha fatto notare che quella non era un’area pic-nic e loro se ne sono andati scontenti. Li ho ritrovati a mangiare su delle panchine poco più avanti.

Da quel momento abbiamo deciso di fingerci spagnoli, greci o qualunque altra popolazione mediterranea.

Nelle campagne belghe è impressionante il numero di mucche allo stato brado a poca distanza dei binari ferroviari. Penso sia nata lì l’espressione sul famoso sguardo della mucca che osserva passare il treno.

Ho visto un tizio che pretendeva di portare a spasso il gatto come se fosse un cane. Lo teneva in braccio, poi lo metteva a terra e riprendeva a camminare incitandolo a seguirlo. Il gatto, un po’ smarrito, si guardava intorno, cosicché il padrone lo riprendeva in braccio, percorreva qualche metro e poi tentava di nuovo di metterlo a terra.

Io i turisti comincio a non sopportarli più. Si piantano davanti a te imbambolati e non si muovono. Sì, certo, anche tu sei un turista, direte. Ma io se devo fare una foto la faccio e mi tolgo, tempo due secondi. E non intralcio la strada. A volte sono lì lì per lasciarmi scappare un “via dai coglioni”, poi mi trattengo perché o potrebbero essere italiani o comunque si potrebbe capire. Il che, comunque, non sarebbe forse un male.

Due che si passavano una cicca di sigaretta stile Coppi & Bartali:

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I waffle col cioccolato fuso. Ho detto tutto.

Ho viaggiato da Bruxelles a Brugge senza che nessuno mi controllasse il biglietto del treno. Questo mi ha fomentato piani criminali nella testa. Al ritorno mi è stato controllato ma non con il palmare, il controllore l’ha solo pinzato con l’obliteratrice portatile. Essendo un biglietto preso online e stampato, ho pensato non ci vorrebbe nulla allora farsene uno a casa da soli copiandone il modello! Altri piani criminali.

I parigini son più gentili di come li ricordavo. Il tornello della metro mi aveva lasciato passare il biglietto ma le porte erano rimaste chiuse: io stavo per tornare indietro quando, con un colpo di bacino che sarebbe valso cartellino rosso diretto per fallo da dietro, un tizio mi ha spinto in avanti bofonchiandomi contro qualcosa del tipo “vai vai”. Gentilissimo. Ma cos’hanno sempre da correre?

È bello notare che dal 2011 quando ci andai la prima volta, non è cambiata la moda di un certo standard femminile di parigina: filiformi, un po’ androgine, cappello, giacca. Bevono un bicchiere di vino fuori una brasserie, si portano il mac-coso per scrivere fuori un bar, probabilmente parlano di vernissage.

C’è un ristorante basco a Parigi dove la specialità è una grossa escalope ricoperta di patate, ricoperta di funghi, ricoperta di besciamella, ricoperta di salsa non so cosa. Penso sia illegale in diversi Paesi e anche nei peggiori bar di Caracas.
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Lo so, dall’aspetto sembra vomito. Ma è una goduria del palato. Se la finite tutta, vi vengono a stringere la mano. Usciti dal ristorante è consigliabile incidersi un braccio e ciucciar via il colesterolo prima che entri in circolo.

I mercati rionali di frutta, verdura e pesce sono uguali in tutto il mondo. Almeno il mondo che ho visto. E la voce dei fruttivendoli che urlano i prezzi della frutta è sempre uguale. È un mestiere che richiede una predisposizione, quindi?

Ferie per Chiusi

Sembra che sia d’uopo annunciare quando il blogger si assenta per vacanze dal proprio blog, quindi farò anche io altrettanto.

Il 15 agosto parto col Polacco per Bruxelles, tre giorni a tutta birra (!!) per poi prendere il treno, destinazione Parigi, dove un nostro amico ci ospiterà un paio di giorni. Una cosa molto barbona e magari anche un po’ couchsurfing.

L’11, però, io parto per conto mio in treno verso l’ubertosa provincia senese per un viaggetto molto low cost. Starò a Chiusi sino al 14. Lì ho intenzione di noleggiare una mtb per andarmene un po’ a zonzo nei dintorni. Ho già raccontato in qualche post che sono fatto così, amo ogni tanto prendermi pause solitarie in cui andare in giro per conto mio. Mi aiuta a riflettere e a ricaricare le batterie.

Ho parlato di questa cosa a un campione di riferimento abbastanza vario: cioè, R. (amica), A. (amico), CdL (colleghi di lavoro). Ho avuto feedback diversi.
Partiamo da R.. Un giorno dovrò dedicarle un post intero perché è un personaggio veramente particolare. Come descriverla in due parole? Allora, fa parte della schiera delle amiche ubriacone, è una di quelle donne che quando ha i picchi di esaurimento comincia a fare cose su cose su cose, poi avendo amicizie sparse un po’ ovunque ogni tanto prende uno zaino e se ne va un w/e di qua e uno di là, ha un bagaglio di storie incasinate finite a bicchieri in faccia…Questo per sommi capi. E io le voglio un sacco bene.
Il suo feedback:
– “Bello! Fai bene! Io una volta me ne sono andata su un’isola sperduta in mezzo a un lago, se vuoi ti dico dove!”

Passiamo ad A., grande amico. È un tipo un po’ casereccio e pure casa e chiesa. Lui è stato subito pragmatico:
– “Fai bene, ci sono belle cose da vedere. E poi lì si mangia molto bene“.

Infine, i CdL, che, con facce tra lo stupito e lo scioccato, hanno esclamato:
– “Ma veramente? Ma come mai? Ma perché?”
Manco se stessi partendo per il Nepal. Ecco, se un giorno andrò mai in Nepal, spero di avere ancora i loro contatti per comunicarglielo e scoprirne le reazioni.

Detto tutto ciò, vi lascio con alcune interessanti perle che ho trovato nelle statistiche di accesso al mio blog. Questi sono i termini di ricerca tramite i quali qualche internauta è arrivato su questo lido. Non chiedetemi cosa c’entrino con me perché giuro che lo ignoro.

sedili water con aerei incorporati
E pensare che da bambino mi limitavo a sognare il lettino a forma di shuttle. Io me lo immagino questo qui invece con un Boeing 747 incastrato nel bagno. Il Guttalax ti mette le aaaaali!

cremina per scalpellare il pene
Perché usare una cremina, prendi direttamente martello e scalpello. Me lo vedo il novello Michelangelo che, terminato il lavoro, guarda ed esclama “Perché non parli?”.

materia religione e condotta fanno media punteggio per graduatorie d’istituto e di circolo docenti 2014/17
Ok, questa è una domanda seria. Ma come diavolo ci è finita qui?!

nuvola nera figa
Augh! Grande Capo Nuvola Nera dire sì: è figa.

il piu bel di dietro statua
Quel che si dice avere un sedere di marmo.

cerca visione di donne nude in grembiule
Questo vuole una visione. Non so, prova con la mescalina, ma non garantisco sulla bontà delle visioni. Se appare Giuliano Ferrara che balla in costume da bagno, fatti tuoi.

La sezione ginecologica

che fica
Dove?!

una figa che viene
per una che viene, c’è una figa che va

figa di donna
È sempre meglio precisare, non sia mai Google proponesse immagini di una figa di uomo.

tubetto lubrificante nella figa
Lo stai usando nel modo sbagliato. Devi prenderne il contenuto, non l’intero contenitore!

palo nella fica
Il tubetto si è rivelato insoddisfacente. Ma vie di mezzo, niente?

I conflitti:
figa rasata
fica rasata
donne con la figa rasata
solo fica con peli
Decidetevi.

Saluti!

Gintoki
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Un viaggio parte dal punto in cui hai lasciato te stesso l’ultima volta

Ancora qualche giorno e mercoledì poi volo a Barcelona. Destinazione Primavera Sound. Cos’è il Primavera Sound? Secondo me sarà tipo il gay pride degli hipster. Non lo dico in senso dispregiativo, è bello che ci sia una manifestazione dove possano riunirsi, esternare la loro hipsteria, toccarsi la barba a vicenda. Gli hipster sono persone come noi e non vanno discriminate. Io poi penso di essere metrohipsterosessuale: non sono hipster, ma ho la barba* e le camicie a quadretti come un hipster e frequento posti da hipster.
* Ci tengo a precisare che la barba la taglio stile Wolverine: meglio passare per nerd puro e semplice che per un indieman.

Io ci vado per i seguenti 5 motivi:

Queens of Stone Age
Arcade Fire
Pixies
Slint
Nine Inch Nails

Il resto, a parte qualche cosa che mi incuriosisce, fottesega, come dicono a Parigi. L’indie ha preso generalmente a darmi sui nervi. Ne ho piene le tasche di gruppi da due PLIN PLON in croce, la voce lagnosa tipica di chi ha appena scoperto che i jeans preferiti sono ancora stesi ad asciugare e una tastiera rarefatta, col delay che suoni una nota oggi e campi di rendita per 3 concerti.

Eh, però son geniali!
Per cortesia, allontanati, mi provochi un rash cutaneo.

Noto che una particolarità dell’epoca in cui viviamo è la facilità con la quale si concedono le etichette di “arte” e “genialità”. A me piacerebbe premiare cotanto talento in questo modo:


L’altro motivo di interesse per me sarà rivedere Barcelona, che mi piacque quando ci son stato 2 anni fa. Mi sentivo a casa. È una città simile a Napoli, per clima (anzi, fa più caldo e piove meno), carattere delle persone e quant’altro, però più sviluppata e organizzata. Lo dico con un pizzico di mestizia.

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Roarrrr…sput sput – Parc Güell 2012

Non andrò da solo, saremo in 6. Confesso che, in realtà, non mi sento tanto motivato. Provo nostalgia di un viaggio in solitaria. Sarà che mi sono abituato a viaggiare da solo e soltanto di recente ho viaggiato in compagnia. Quando non ero single non sono mai riuscito a fare un viaggio con lei. Io per sua madre ero un bravissimo ragazzo, serio, educato e bla bla. Tranne quando si trattava di fare un viaggio in coppia: lì – immagino – io perdevo tutta la mia serietà e dormire insieme era da maleducati. Tra l’altro, son discorsi che lasciano il tempo che trovano, perché tanto comunque non è che si possa impedire a due persone di passare del tempo da sole. In fondo, però, come si dice: occhio non vede…occhio non vede. Ma lasciamo perdere.

Viaggiando da solo, dicevo, ho sviluppato ritmi e abitudini non conciliabili o conciliabili solo in parte con un viaggio in comitiva:

  • Mi piace l’idea del distacco totale e l’immersione in un’altra realtà.
  • Mi piace mandare all’aria i programmi e orientarmi a sensazione. In realtà sono il tipo che scrive tutto nel dettaglio, compresi mezzi da prendere, zone, ecc., ma poi, una volta arrivato, il programma si dilata, diventa elastico, va a parare altrove.
  • Mi piace fermarmi a guardare un quadro in un museo per tutto il tempo che voglio.
  • Mi piace all’improvviso sedermi su una panchina sotto un albero semplicemente per godere dell’ombra, del vento, del profumo del mare/dei prati, senza dover rendere conto a qualcuno.
  • Mi piace, per una mera questione di sopravvivenza, essere “costretto” a parlare con gli sconosciuti, in un’altra lingua.
  • Mi piace poter osservare. Cogliere dettagli della vita di una città diversa dalla mia, senza essere distratti da qualcuno.
  • Mi piace fermarmi a riflettere davanti a un tramonto, una lapide, un paesaggio, una qualsiasi cosa che mi sia d’ispirazione.
  • Mi piace visitare i parchi cittadini, controllare se c’è uno specchio d’acqua e guardare che pesci vi nuotano dentro.

Un giorno vorrei farmi inghiottire da un posto qualsiasi nel mondo e non tornare mai più.

E comunque, al diavolo i francesi

Era a Parigi. Anno 2011.
Non ricordo in che zona fosse il locale. Arriviamo lì per una celebrazione tra amiche russe e c’è anche questo francese frutto di un incrocio tra Chris Martin e un impiegato dell’ufficio anagrafe. Con tanto di pancetta prominente e calvizie incipiente. Pensavo fosse un loro amico, invece era uno sconosciuto accomodatosi al tavolo per tentare una campagna di Russia. Povero illuso. Chiedere a Napoleone e a Hitler.

Il francese mi rivolge la parola. Gli dico, con le uniche parole di francese che conoscevo, che non parlo la sua lingua. Sembra ci rimanga male. A fine serata mi saluterà con disprezzo.
Bevo un litro e mezzo di Guinness e mangio anelli di cipolla, prima che la compagnia si trasferisca altrove. Potrei imitare Grisù[1] incendiandomi l’alito.

Andiamo nel Marais.
Due lesbiche si baciano appoggiate a una saracinesca. Sono più virili di me. Una c’ha i bicipiti più grandi della mia coscia.
Dobbiamo pisciare. Entriamo in un altro locale. C’è coda al bagno. Un tizio davanti a me mi fa un cenno come per dire “Sì. Devi aspettare”. Bel ragazzo.
Non mi rendo conto che è un locale gay fino a che non passa una giovane cameriera. Sono l’unico a voltarmi a guardarle il culo.
Un uomo pelato esce dal bagno e bacia il tizio davanti a me. Potevi trovare di meglio, amico mio.

Un paio di anni prima avevo avuto altri occasionali contatti con gli abitanti d’Oltralpe. Era in Umbria. Ricordi, Cassandra? Ti portai da lì un portachiavi di legno di ulivo per fartene dono al nostro primo, vero, appuntamento in quella pizzeria del Vomero[2]. Chissà se ce l’hai ancora. Ricordo ancora quando mi toccasti il gomito perché volevi prendermi sottobraccio ma poi, per timidezza, ti ritraesti, camuffando il gesto in un incitamento al suon di un “su, cosa mi racconti?”
Pardon. Sto divagando.
A casa di amici arrivano in visita dei loro amici dalla Francia. Un’allegra famigliola. Il capofamiglia mi rivolge la parola chiedendomi chissà cosa con una frase lunghissima. Hanno tutti questa pretesa che il mondo li capisca quando parlano. Ascolta, amico mio, non siete inglesi. Fatevene una ragione.
Questo è ciò che avrei voluto dirgli.

Il terzo contatto, in mezzo ai due, è stato all’Università. Ho fatto due esami di francese senza sapere nulla di tale lingua. L’unica cosa che ho imparato a dire è Le Ministere des Affaire Étrangères. Ah, e anche  Les Chevaliers du Zodiaque, ma solo perché avevo la versione francese di un videogioco per PS2.
Ah, no, un momento: so anche dire Je voudrais un verre de Sauvignon.

Per questo sul curriculum ho scritto: Francese – conoscenza sufficiente.

[1] Anche se degli anni ’70, ricordo che anche quand’ero piccolo tra fine ’80 e inizio ’90 in tv andavano in onda gli episodi di questo piccolo draghetto

[2] No, ma seriamente. Chi diavolo regala portachiavi di legno d’ulivo a un appuntamento??

In caso di neve, usa le catene (Gintoki si racconta)

ATTENZIONE: SE LEGGI QUESTO POST POTRESTI SCOPRIRE DI ESSERE STATO NOMINATO

Avrete notato forse che non partecipo alle catene sul web, seppur queste siano innocenti, come quelle dei vattelapesca awards. Colgo l’occasione per scusarmi con le persone che mi nominano, a volte vorrei anche pubblicare il giochino ma poi dico va be’ un’altra volta, magari faccio un post onnicomprensivo , cosa che poi puntualmente non faccio mai.

Oggi decido di invertire la tendenza e uscire dalla mia torre di resina (niente avorio, sono socio del WWF!) e provare invece questo piccolo gioco, ringrazio Aida che mi ha coinvolto nominandomi.

È molto semplice, si risponde a delle domande da girare poi a 5 blogger. Non è un premio, è più la curiosità di saperne di più su persone con le quali interagisci.

    • Cos’è per te il blog: è un diario pubblico. Che poi è un controsenso, un diario dovrebbe essere una cosa privata. Io infatti qui parlo di cose che non dico nella vita di tutti giorni o, quantomeno, non in questa maniera. Però mi piace l’idea che ci sia qualcuno a leggere. È complesso, è come nascondersi ma voler essere scoperti. Come fare l’amore in un posto dove può arrivare qualcuno (ma che cacchio di similitudini t’inventi, Gin?).
    • Da grande vorrei fare: c’è una domanda di riserva? Posso scegliere la busta 1, 2 o 3? No, ecco, sarà banale, ma mi basterebbe poter avere uno stipendio regolare. C’è una cosa che ci terrei però a realizzare. Non mi vedo dietro una scrivania, per lo meno non a lungo. Vorrei trovarmi un giorno a passare da un angolo all’altro del Mondo, per lavoro. È un po’ infantile, me ne rendo conto. E poi che lavoro potrei trovare oggigiorno fatto così? Il corriere di droga? Uhm…
    • Quanto scrivi sul blog: non c’è un quanto. È quando la mia testa sputa fuori qualcosa. In genere le idee mi vengono in mente quando sono lontano dal pc. Se io mi mettessi davanti alla pagina bianca di WP pensando “Ecco, oggi scrivo qualcosa”, non riuscirei a scrivere nulla. Poi mentre sono impegnato a fare altro, o quando sono in giro o sto in compagnia di altre persone, all’improvviso immagino “Ehi, potrei scrivere questa cosa, appena torno a casa la pubblico”.
    • Genere musicale preferito: non ho un unico genere, ascolto e apprezzo tutto tranne proprio le commercialate, le musiche da discoteca et similia. Tra l’altro mi rendo conto che dire “musica da discoteca” sia una definizione superficiale che vuol dire tutto e niente, ci sono discoteche dove suonano dubstep e trip hop, generi che apprezzo se fatti con la dovuta qualità. Quindi diciamo che con musica da discoteca intendo il tunz tunz tararì tararà (chiarissimo, no?). Per il resto a seconda degli stati d’animo, delle sensazioni, del bisogno di quel momento, ascolto ciò che mi serve. Posso passare tranquillamente dagli Uriah Heep il giorno prima ai Portishead il giorno seguente.
    • Quale personaggio di quale romanzo ti piacerebbe essere: ho invidia smisurata per Philip Marlowe. Un mio sogno da piccolo era quella di fare l’investigatore. Perché lo immaginavo tale a quale a come viene dipinto nei fumetti, nei libri, nei film: il solitario detective antipatico alla polizia che risolve casi con intuito e intelligenza, indossando sempre impermeabile e cappello anche a ferragosto. Quando ho scoperto che gli investigatori nel mondo reale si occupano al massimo di mariti fedifraghi, è stato uno shock.
      I romanzi di Raymond Chandler non sarebbero la mia unica scelta, comunque. Come ho confessato in un delirio notturno, mi piacerebbe vivere in un romanzo dell’800. Amo i personaggi tormentati, travolti dalle passioni, che vivono inseguendo aneliti di felicità, di successo. Solo che mi vengono in mente solo esempi di personaggi che alla fine o si suicidano o muoiono di stenti o di dolore o che comunque soffrono in maniera indicibile. Allora lasciamo perdere.
      A dirla tutta manco il mio Marlowe è un allegrone. Sempre solitario, con solo sigaretta e bicchiere a fargli compagnia. Ma almeno ogni tanto fa colpo su qualche bella donna! 
    • Fotografia: È una cosa che mi piace, però non sono bravo e non ho talento. Mi diverto a smanettare con photoshop e quando sono in viaggio mi piace fare tante foto, come un giapponese. Non ho senso artistico, per me è suggestivo un lampione o una scala, per dire, infatti quando posso spesso li catturo con la macchinetta. Per ciò che concerne le foto in cui sono io il soggetto dello scatto, confesso che sono fotogenico quanto un sacco di patate. Per anni non sono riuscito a sorridere nelle foto, volevo sembrare serio e distinto e mi veniva la faccia come gli individui presenti sulle tabelle della Questura quando c’è una retata in un clan della camorra. Ora sto tentando di lavorare sull’espressione, cercando di assumere il piglio da “uomo che non deve chiedere mai”, con lo sguardo intenso e il sorriso compiaciuto. Il risultato è che sembro il Joker di Jack Nicholson:
      E qui ci vorrebbe la battuta di Leonard: non andiamo a uccidere Batman!

  • In che periodo storico ti piacerebbe vivere: partendo dal presupposto che penso sia sbagliato avere nostalgia per epoche non vissute (in cui è facile fare la fine dell’Owen Wilson in Midnight in Paris) e che mitizzare comporti sempre un allontanamento dalla realtà storica, io ho più di una scelta.
    Innanzitutto, avrei voluto vivere a Parigi in pieno Romanticismo.Che vi devo dì, lo so, sembro stereotipato. Ma è un periodo che mi affascina, me ne sarei andato in giro con tuba e basettoni a discorrere di politica e filosofia.
    Il secondo periodo che mi affascina è la Londra dell’Età Vittoriana. Più verso la fine dell”800, diciamo. A essere sincero il mio sogno sarebbe una realtà parallela steampunk, che prende quell’epoca lì e la arricchisce di macchinari a vapore pieni di rotelle e ingranaggi. Ma non mi addentro nell’argomento perché usciamo fuori tema. E comunque, chiamatemi Lord Gintoki. Facciamo un salto nel tempo e nello spazio e torniamo a Parigi, questa volta nella Belle Époque: la terza epoca in cui avrei voluto vivere. Ho scelto tre epoche che per me sono dense di fervore creativo, in tanti campi. In realtà come dicevo prima è una mitizzazione e, se vogliamo, anche altri periodi storici sono stati molto produttivi per l’umanità: il Medioevo, ad esempio, non è stato affatto l’epoca buia che ci hanno insegnato a scuola. Ma io non mi ci rivedo a vivere sotto Lorenzo il Magnifico, seppur sarebbe stato molto interessante.
    Infine, per concludere l’excursus storico, mi sarebbe piaciuto assaporare il clima dell’America degli anni ’50. E avrei voluto essere uno scrittore in quegli anni lì. Sì, sono proprio stereotipato. I know.
  • La tua più grande passione: leggere. Scrivere. I film di Miyazaki. Cercare di vivere e non di esistere (uhm. Può essere una passione? Beh, se non ci metti passione come fai a conseguire il risultato?).
  • Marzullo-style. Si faccia una domanda, si dia una risposta: usi social network? Certo, però in quanto gatto sono diffidente e non concedo facilmente la micizia (questa domanda me la son posta con l’unico scopo di arrivare a questa pessima freddura).

Le domande son finite, ma il gioco prosegue: come ho detto, bisogna girare i quesiti a 5 blogger. Allora, non vorrei fare torto a nessuno, io ho scelto così, di getto.

  • zeustamina: eh beh, zeus è zeus. È forte. È il tipo di persona con cui vorrei stare seduto a bere birra e parlare a ruota libera. Un vero numero 10 in campo.
  • diamanta: che dire, è geniale. Se non la conoscete, seguitela. Non a casa, eh, non sto incitando lo stalking! È versatile (ehi, no, questo non è il versatile blog award!), passa da argomenti poetici all’attualità a cose che vi faranno scompisciare dalle risate. Qualità e quantità, bene così.
  • V.: è forte anche lei. Intelligente, ironica. Dotata di pregevole cultura musicale e letteraria. Dev’essere piacevole conversare con lei, secondo me.
  • Claire: non so, quando entro nel suo blog mi sembra di entrare in un negozietto dove appena aperta la porta si viene investiti da un aroma di vaniglia, tè, fiori. Su un mobile c’è un vaso di vetro pieno di caramelle. È così che lo vedo. Un posto calmo e accogliente.
  • Ecco, qui mi trovo in difficoltà nel selezionare il blogger rimanente. Perché in realtà avrei una lista lunghissima, ma non so chi scegliere. E non so poi a chi possa far piacere ricevere una catena :D. Facciamo così, per non scontentare nessuno, mi fermo a 4!
    No, dai. Scelgo nanalsd. Perché in realtà è anche lei una gatta e tra felini ci si intende.

Alla prossima. Meow!