Non è che sei uno specialista di antifurti perché allarmi

Ogni persona ha delle piccole paranoie legate al vivere quotidiano. O almeno è quello che mi racconto per convincermi, per sentirmi meno strano. Una delle preoccupazioni più forti che avverto è quella di essere scambiato per un malintenzionato.

Ad esempio, per il progetto che in questo periodo sto seguendo mi trovo a frequentare le scuole.


Molti adulti dovrebbero tornare a frequentare le scuole, ma questo è un altro discorso.


Ogni volta che metto piede in un istituto scolastico penso che il personale all’ingresso chiamerà la polizia, allarmato dall’arrivo di un estraneo sconosciuto.

Quando, invece, mi trovo a camminare per una strada dove non c’è nessuno a parte un’altra persona, cerco di attuare una serie di strategie per rendere nota la mia presenza e mostrarmi innocuo. Innanzitutto tossisco: un malintenzionato arriverebbe alle spalle di soppiatto, invece, senza farsi notare. Magari poi cambio marciapiede. Uso il telefono. Mi fermo a guardare una vetrina.

Insomma compio tutta una serie di azioni che credo non facciano altro, invece, che farmi sembrare più sospetto. Stile investigatore da strapazzo che sta pedinando qualcuno. Manca solo il giornale finto.

Ci sono poi negozi in cui, quando giro tra gli scaffali per cercare qualcosa di interessante, temo di essere scambiato per uno che vuol taccheggiare. Però in quel caso forse non sono io a pormi il problema ma è il commesso asfissiante che tende a stare appollaiato alla spalla del cliente (l’unico presente), nella speranza che questo compri qualcosa.

L’unico risultato, invece, è infastidirmi è spingermi ad andarmene e non tornare mai più.

Non so da dove si origino in me simili fissazioni. Forse tendo ad assorbire troppo la sovra-rappresentazione negativa del mondo che ci circonda. Invece di trovarmi dalla parte di chi ne è spaventato, mi trovo dalla parte di chi ha timore di essere scambiato per lo “spaventatore”.

O lo spaventapasseri.

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Sono molto legato ai miei non

Non sono molto portato per lo stare tra le persone, così come nel frequentare la maggior parte degli ambienti che non percepisco come miei. Ho bisogno di nicchie in cui sentirmi a mio agio, come un gatto che si raggomitola in una scatola.

Non mi sento a mio agio col contatto fisico a meno che una persona non sia nella mia “green light zone”, che equivale a dire di avere un lasciapassare speciale. Mi arrecano fastidio coloro che ti parlano standoti troppo vicino e toccandoti.

Non amo le conversazioni formali e i convenevoli, il cosa fai nella vita, cosa combini in questo periodo, ah interessante il tuo lavoro. Le porto avanti senza convinzione e percepisco la noia nel mio interlocutore. È la stessa che provo io.

Non sono bravo a condividere spazi senza rigide separazioni. Un amico ieri mi ha detto: la tua educazione e la tua tranquillità traggono in inganno. Sei pieno di paranoie e vizi.

Non sono molto bravo alla guida, perché sbaglio facilmente strada. Ho così preso l’abitudine di imparare i percorsi guardandoli preventivamente su google map.

Non ho un buon rapporto col telefono. La maggior parte delle volte che suona lo avverto come un disturbo. Sarà per questo che mi chiamano con regolarità solo tre persone: Polacco, Madre, Lulu.

Non riesco a seguire le istruzioni, una cosa riesco a farla solo quando la interpreto a modo mio.

Non riesco a lasciarmi andare a rapporti sessuali se non ho fatto una doccia nelle ore precedenti. Il che non è un problema, essendo io una persona comunemente avvezza alla pulizia. La cosa diventa un ostacolo quando passi un’intera giornata fuori casa.

Nonostante questi evidenti casi di non-nismo cui mi sottopongo, ho una vita che potrei definire normale.  Quindi o i concetti di normalità della vita vanno tarati da capo oppure ho qualcosa che in fondo mi rende bravo.