Non è che l’albero di Natale sia scocciato solo perché gli son cadute le palle

È difficile parlare di quanto sia stato un anno particolare e complicato a livello personale quando c’è già una situazione comune che è particolare e complicata. Ho sempre preferito – se abbia senso utilizzare questa espressione su certi argomenti, diciamo è come il quesito di cosa scegli di buttare giù dalla torre* – i problemi personali a quelli pubblici, se non altro perché i primi li puoi nascondere, minimizzare, mistificare.


*Che poi sulla torre io mi limito a guardare il panorama, poi faccio “Guardate là!” e me ne scappo giù dicendo sbrogliatevela tra di voi su chi deve buttarsi.


Ho avuto due lutti importanti in famiglia, quest’anno.

Ho pesantemente ferito una persona. Per cercare di evitare di arrecare altro danno al danno mi sono allontanato cercando nel tempo una forma di cura. Mi ha poi bloccato da qualsiasi strumento di comunicazione. Va bene così se può servire come catarsi. Mi prendo le probabili bestemmie, l’odio.

La proprietaria della nuova stanza che a inizio anno avevo appena preso a Milano di punto in bianco mi aveva mandato via perché non le piacevo. La cosa mi ha scatenato un attacco di panico. Durato tre giorni. Mi sono chiuso in una stanza di albergo, uscendo solo per fumare erba.

Non so perché e per come sia successo, non credo neanche fosse realmente a causa di quella mentecatta della proprietaria che allineava le sedie al muro col righello. Fatto sta che per 48 ore filate non ho mai dormito, in preda a pensieri tremendi.


La cosa del righello è una mia invenzione narrativa. Fatto sta che le sedie, girate dando sempre lo schienale al muro (quindi di lato rispetto al tavolo), erano allineate sempre alla stessa distanza e dal muro e dal tavolo.


Dato che il lavoro era pure terminato, scelsi di tornare giù a casa a prendere fiato e anche aiutare Madre che dopo la morte di nonno stava prendendo ansiolitici. Non volevo abbandonare definitivamente Milano, avevo anche sostenuto due colloqui in quei giorni (uno il lunedì mattina dopo il mio weekend di follia, era il 17 febbraio). Tre giorni dopo la mia partenza – avvenuta il 18 febbraio – scoprirono poi il focolaio di Codogno. Non son più tornato in Lombardia, ovviamente.

Il mio attacco di panico probabilmente mi ha salvato. Se mi fossi trovato a Milano durante l’inizio della pandemia non so come sarebbe stato trovarsi lì senza casa, senza lavoro e senza soldi. Non sarei tornato giù, per ragioni di sicurezza. Ma non critico chi invece in quei giorni prima della chiusura l’ha fatto. Anzi, devo dire che mi sono anche abbastanza rotto le palle di sentire persone che puntano il dito contro altre senza sapere, senza conoscere, senza avere alcuna cognizione di causa.

Gente che si vanta che da 10 anni non va a trovare i genitori anche se vivono a 10 km di distanza. Bravo coglione.

Ne ho le palle piene.

Letteralmente. Mi devo far togliere un varicocele, ho scoperto di recente.

È un anno strano. Ma mi ha anche portato cose belle. Inaspettate. È stato un punto di rottura che ha segnato un prima e un dopo. Al punto che sento in me un ottimismo che per i miei standard suona anche un po’ inusitato.

Anche in questo caso, trovo difficile parlare di ottimismo personale, in un quadro di pessimismo generale.

Ma forse, il segreto, è fare una cosa che oggigiorno fanno veramente in pochi.

Tacere.

Taccio. Dunque, sono.

Non è che ti possa bastare un’ascia per accettare il dolore

Come mi vedo

Martedì ho il colloquio con la Serbellons Mazzant Comesfromthesea. È una roba grossa, anche se poi tecnicamente lì dentro sarei rilevante quanto Jar Jar Binks nella seconda (in ordine di produzione)/prima (in ordine cronologico) trilogia di Star Wars.


Se non avete capito il mio esempio da una parte è un bene perché vi posso assicurare che l’idea che uno come George Lucas abbia pensato a un personaggio così ridicolo è difficile da accettare, dall’altra è un male perché vuol dire che non siete cultori di Star Wars e ciò mi spinge a guardarvi con sospetto.


Da sempre (probabilmente già da quando ero nell’utero materno, al pensiero di dover nascere), quando devo affrontare un evento importante (esami/colloqui/appuntamenti) tendo ad attraversare 5 fasi come quelle del dolore, applicate però all’ansia anticipatoria.

1. Sfiducia. La Sindrome di Charlie Brown.

2. Preoccupazione. Questa è la fase ossessivo-compulsiva, in cui la mente prova a pensare-pianificare tutte le cose da sapere/fare per prepararsi all’evento.

3. Ottimismo. A un certo punto, in maniera del tutto improvvisa e immotivata, come se fosse una scarica di endorfine arriva un picco di ottimismo.

4. Terrore. Quando si scarica l’ottimismo, arriva la voglia di fuga. Sarebbe bello se qui ci fosse un errore di vocale, ma purtroppo l’unico bisogno che avverto in questa fase è quello di fuggire e sottrarmi alla prova.

5. Menefreghismo. In un arco di tempo che può variare dalle 24 ore sino al minuto precedente l’evento ansiogeno, subentra il menefreghismo totale. Mi ucciderà questa cosa? No? E allora chi se ne frega.


Realizzare che le cose che facciamo non ci uccideranno né metteranno a repentaglio la nostra incolumità è un grande passo. È probabile che mi uccida un’auto mentre attraverso la strada per andare alla sede del colloquio, ma non certo il colloquio in sé: eppure la mente umana ha uno strano modo per scegliere le proprie priorità e preoccupazioni e sembra che la mia vita invece dipenda da ciò che avverrà mentre sarà seduto su una sedia a farmi valutare da una sconosciuta.


Il tizio (perché il mondo ruota tutto intorno a tizi e tizie) che fa da consulente che è riuscito a trovarmi questa opportunità, non è stato molto utile riguardo i dettagli. Non ha saputo dirmi a) chi fosse la tizia che mi fa il colloquio (una cosa risolvibile per lui con una telefonata o con un minuto su Google, come ho fatto io); b) a quale settore/dipartimento facesse capo; c) che figura nello specifico stesse cercando.

Lui, inoltre, le ha scritto in italiano; io le ho scritto in inglese visto il suo nome e cognome e considerato che è di oltre-oltreoceano (bisogna scavalcare due oceani per raggiungere casa sua, insomma): quando l’ho detto al tizio, lui ha fatto “Ah bravo, hai fatto bene, infatti volevo dirtelo”.
E perché non me l’hai detto? Pare che stai a fare un altro mestiere.

E quindi ho capito che se mai riuscirò a vincere le mie 5 fasi dell’ansia, da grande voglio essere un tizio. Uno che fa qualcosa ma che non si sa che cosa faccia.