Non è che l’indipendentista compri batterie per avere più autonomia

In questo periodo si parla molto di indipendenze e autonomie. Io penso che alla fine dovremmo autonomizzarci un po’ tutti.

Siamo diversi tra Nord e Sud, inutile negarlo: per dire, su chiamano brioche i cornetti mentre qui i cornetti sono cornetti e le brioche sono brioche. Come si può andare avanti con simili confusioni?

Poi ci sono quelli del Centro che fanno il pane senza sale. Cui a dire il vero io un apprezzamento lo do, perché se riempi una baguette di insaccati poi che almeno si tolga il sale da ciò che sta intorno per far contento il nutrizionista.

Non parliamo di quelli che dicono arancino e quelli che dicono arancina e guai a dire la finale sbagliata nella zona sbagliata.

E a Modena poi chiamano crescentine quelle che a Bologna sono le tigelle o forse era lo gnocco fritto o era tutto il contrario. Non lo so e non me lo ricordo più: non si può governare un Paese con una simile confusione alimentare.

E quindi allora sarebbe meglio indipendizzar…indipenzzare…indipendizzazzizzare…renderci indipendenti tra città e città, ognuna coi propri prodotti tipici da rivendicare.

A dire il vero, non datemi del pedante, anche all’interno delle città ci sono zone che sono un po’ diverse dalle altre, un po’ un mondo a parte, alcuni abitanti – dite la verità – son proprio gente da evitare, allora sarebbe meglio una secessione tra quartieri, fors’anche tra vie e vie, i numeri pari da una parte e i dispari dall’altra e quelli senza numero civico che decidessero da che parte stare una volta per tutte.

Che poi a essere sincero sincero io nella stessa nazione del mio vicino non ci voglio stare, perché è un emerito coglione e non posso stare in una nazione che ammette dei coglioni. Sarebbe ora che ogni nucleo familiare facesse Stato a sé a questo punto.

A casa mia non è che vada sempre d’accordo coi miei però soprassiedo, anche perché poi si mangia bene. Ecco che allora ogni famiglia potrebbe rivendicare un certificato DOCG per i propri prodotti tipici perché si sa che le ricette ognuno le fa a modo proprio. Certe specialità andrebbero certificate e tutelate e se proprio uno le vuol degustare venga a provarle a casa. Raccomandazione è che bussi coi gomiti perché mangiare a sbafo no. Se uno vuol mangiare sulle spalle degli altri se ne stia a casa propria. MANGIONI A CASA NOSTRA.

Allora ho deciso. Mi faccio una Repubblica indipendente, un po’ indie e molto pendente a sinistra invero perché ogni volta che mi calo i calzoni non so perché il coso me lo trovo spostato da quel lato.

A proposito di questioni intime, questa potrebbe essere un’idea, il mio territorio potrebbe essere il mio bagno, qual luogo più comodo. Ci ho pensato su: a questo punto forse è meglio una monarchia avendo lì anche il trono già predisposto.

Su queste basi – è solo un’idea buttata lì per carità – allora direi: facciamoci tutti autonomi e indipendenti e sovrani in bagno. Basta che alla fine si vada tutti a cagare.

 

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Non è che il motto dell’autista sia “Che Dio tassista”

Leggendo il bel post di Zeus in cui racconta della sua trasferta in terra siciliana, mi è rimasto impresso quanto lui sia rimasto colpito dall’uso non convenzionale del clacson che si fa al Sud.

In effetti mi stupisco io di quanto gli altri si stupiscano. Poi realizzo che, in effetti, dal Centro in su fino al Circolo Polare Artico, non sanno.

Il clacson, nel Meridione, non è un semplice segnalatore acustico. È uno strumento polifunzionale. Non so se siamo stati noi a introdurre questa feature nelle nostre automobili o sono state le case automobilistiche a pensare a questa innovazione solo per noi, magari come test prima di estenderla a tutti.

1) È un mezzo di comunicazione.
Con il clacson si può salutare un conoscente, un amico in strada.

Si può anche comunicare con un altro automobilista:

– Bee beep!
– Beep bee!
– Blet-blet (un terzo che si intromette)

Attenzione, non mi riferisco alla clacsonata rabbiosa in risposta a una manovra scorretta: quello che ho citato è un vero e proprio scambio di battute amichevole. Ho visto fare lunghe conversazioni a colpi di linguaggio morse-clacsonico.

2) Serve a mettere in moto i veicoli
Fermi al semaforo, un colpo di clacson prima che scatti il verde farà avviare il veicolo che vi precede. Il clacson infatti, tramite un sistema “remote control” – che non è né infrarossi né bluetooth ma una tecnologia segreta – che si attiva solo ai semafori con le auto ferme, è in grado di collegarsi al motore dell’auto davanti e stimolarne la ripartenza.

3) Permette di superare gli incroci in sicurezza
Al Sud non è necessario rallentare agli incroci. Questo permette di tagliare i tempi morti delle frenate.
Avvicinandosi a un incrocio, l’automobilista potrà superarlo mantenendo la propria velocità semplicemente dando due colpi di clacson.

4) Funge da campanello
Un colpo di clacson sotto casa della persona con la quale si ha appuntamento la farà accorrere al balcone o alla finestra, evitando di scendere dall’auto. Molto pratico quando non si trova parcheggio e/o quando il citofono non funziona.

5) Strumento di corteggiamento
Il giuovine gaudente motorizzato, tramite segnalazione acustica può richiamare l’attenzione di una fanciulla per la quale prova interesse e farle pervenire, in codice sonoro – i dolci e romantici versi di poesia che ella gli ispira.
Questa funzionalità è purtroppo utilizzata a sproposito e in malo modo, rovinandone il romanticismo.

Dopo aver illustrato le funzionalità del clacson del Meridione, debbo però fare una doverosa precisazione: fino a che tale innovazione non verrà estesa a tutte le automobili in circolazione, non è prudente tentare di utilizzarla al di fuori del Sud Italia. 

Blet-blet.

Non è che il palestrato vada al negozio di animali per avere la tartaruga

Ogni anno, ad agosto, dai vicini arrivano i parenti dal Nord.

Hanno delle bambine rumorose, o meglio, sono state bambine rumorose per anni. Non so per quanti, a me sembravano a ogni estate sempre delle ottenni. Al che pensavo fossero bloccate da un incantesimo. O che ogni anno venissero sostituite con delle bambine di pari età.


Potrebbe essere un’idea: perché dovrei poi accettare di avere un giorno un adolescente puzzolente in casa, se non lo voglio? Una volta che il bimbo è cresciuto troppo lo baratto con il bambino di un altro che invece è stanco di aspettare che il figlio cresca.


A scanso di equivoci è meglio precisare che qui si sta scherzando, oggigiorno qualsiasi argomento è un campo minato*. Tutti si offendono di tutto. Rimpiango il mondo di qualche anno fa, fatto da poche categorie definite, che si sapeva di non dover offendere. Oppure di offendere per sentirsi meglio con sé stessi.


* A questo punto non posso non citare Luttazzi: La vita è un gigantesco campo minato e l’unico posto che non è un campo minato è il posto dove fanno le mine.


Adesso invece le bambine sono diventate adolescenti rumorose, di quelle che urlano contro i genitori come in un qualsiasi film italiano dove le donne urlano sempre anche per chiedere il sale.


In generale, c’è una scuola di pensiero nella recitazione italiana che prevede due modalità: il sussurrato e l’urlato.


Uno di questi giorni ho udito un litigio così acceso e furioso che non sapevo se chiamare la Polizia o la Comencini.

Si son portate dietro una tartaruga.
Il primo giorno l’hanno messa in giardino in un recinto, ma l’animale deve esserne uscito perché poi l’ha raggiunta un gatto e l’ha ribaltata.

Padre ha segnalato ai vicini il ribaltamento e da allora la tartaruga non l’hanno più messa in giardino. Fortunatamente non hanno avuto da ridire.

Già mi immaginavo di finire a Forum perché ho i gatti che ribaltano tartarughe altrui.

Non è che in bagno tu sia libero di far tutto perché hai carta bianca

L’insospettabile virtù dell’ingannare mentalmente il tempo mentre non te ne cale né tanto né poco di ciò che ti circonda. Un’arte che è sempre bene affinare.

Oggi c’è stato un altro torta-day, per un compleanno di una collega.
Al termine del diabetico lavoro di mascelle, il Doctor Who (il capo) ne ha approfittato per illustrarci le proposte per il nuovo logo della compagnia e la nuova versione del sito internet.

Trattandosi di una novità prevista per un futuro in cui io non sarò più con loro, The Doctah mi ha chiesto di avere comprensione per il fatto che ne avrebbero parlato in ungherese.

Così, da partecipante attivo della concione o brainstorming come dicono tutti quelli che vogliono sembrare al passo coi tempi, sono diventato un semplice figurante, per non dire una sagoma di cartone.

Con in sottofondo un blablagyok e blablakush (ad orecchie estranee così suona l’ungherese) continuo, sorgeva il problema della posa da assumere. Ho preso sottomano il foglio delle proposte di loghi e, con una mano sotto al mento, fingevo di esaminarli con occhio critico.

Trascorsi 10 minuti stavo per assopirmi.
La noia è uno dei miei più grandi nemici e mi attacca con la sua carta più potente: il sonno.

Per tenermi sveglio ho provato ad attivare il cervello tenendolo impegnato. In questi frangenti tendo sempre a pensare a comporre delle liste. Ad esempio, i Presidenti della Repubblica italiani dal 1946 a oggi. Oppure le province italiane, da Nord a Sud. Esercizio più che mai complicato perché le cose sono cambiate molto rispetto a quando 20 anni fa le ho studiate alle elementari. La proliferazione di capoluoghi in Italia è stata tale che oggigiorno è facile ritrovarsi posti che non avresti mai detto, come Vergate sul Membro o Cunnilinguo sul Clito, come provincia.

Purtroppo, queste liste non combattevano l’abbiocco.

Poi mi è caduto l’occhio sul vecchio logo della compagnia. E mi sono reso conto che, stilizzata, al suo interno sia presente una vulva. O forse gli zuccheri della torta Oreush (torta Oreo) mi avevano obnubilato il cervello.


Se fosse qui tra noi, Freud avrebbe sicuramente concordato con me nel vedere una vulva. Anzi, una vulva assediata da un branco di lupi che assistono a un coito a tergo tra un centauro e una silfide, allegoria di un non risolto conflitto familiare presente nell’inconscio.


A quel punto ho iniziato quindi a pensare ai tipi di vulva esistenti. Perché non ne esiste solo una tipologia, anatomicamente parlando, e ogni vulva è bella a donna sua. Ed è un delitto, a mio avviso, che ai ragazzini inesperti come fu per me all’epoca l’industria del porno tenda a presentare invece un tipo di vulva standardizzato. Le attrici ricorrono anche alla chirurgia per avere un “prodotto” conforme a una linea dominante.


È chiaro che il porno stia al sesso come il wrestling alla lotta greco-romana, tutto è costruito secondo dei canoni che enfatizzano o esasperano ogni aspetto degli atti sessuali. È un mondo che deve presentare degli aspetti alienanti; una volta lessi un’intervista su RS di una pornostar – credo si trattasse di Tera Patrick – che raccontava che durante i “ciak” pensava spesso alla spesa da fare o alla cesta di bucato da svuotare.
Se volete leggere qualcosa che mostra con occhio ironico ma attento il mondo che ruota intorno all’industria pornografica, consiglio un saggio di David Foster Wallace contenuto in Considera l’aragosta: Il figlio grosso e rosso, racconto di quando DFW fu presente, come inviato, agli Adult Video News Award, una sorta di Oscar del porno.


Mentre ero intento in queste profonde (quanto un esame con lo speculum) elucubrazioni, CR dice, in inglese, rivolta a me: “L’ha fotografata Gintoki, vero?”

E io sono sobbalzato come se avesse visto nei miei pensieri. E, balbettando, ho chiesto di cosa stesse parlando. Si riferiva alle foto del nostro stabile, che avevo fatto io per una presentazione aziendale.

Interrotto il filo dei pensieri e tornati i colleghi a blablagyokkare, io sono andato in bagno, che è attaccato alla saletta riunioni e separato da essa da una parete sottile quanto un Fassino.

Le tazze dell’Europa centro-orientale hanno una caratteristica: non convergono direttamente verso lo scarico ma hanno una conchetta dove si raccoglie il depositato prima di tirare lo sciacquone.

Non ne capisco il motivo. Forse è per poter dare un occhio alla produzione prima di salutarla definitivamente. Un rimando ai tempi dell’infanzia e del vasino quando il “distacco” è psicologicamente difficile.


Oppure è utile per recuperare gli ovuli di cocaina ingeriti.


Di certo riduce il rumoroso effetto fontanella durante la minzione, anche se vale soltanto per gli uomini. E non per me, perché, essendo io affetto da una sindrome compulsiva che mi porta a voler incastrare ogni cosa al proprio posto, tendo sempre a cercare di centrare il buco di scarico anche al costo di inevitabili contorsionismi urinari.

Proprio mentre mi esibivo in questi esercizi, dall’altra parte hanno cessato di parlare tutti quanti, e nel silenzio generale hanno udito una lunga (effetto del tè verde mattutino) e rumorosa fontana.

Al mio ritorno in sala sono stato osservato. Avrei voluto dire: “Beh? Voi il bagno lo usate solo per pettinarvi?”.

Poi mi sono accorto di aver lasciato la cerniera aperta.

Non è che nella Pianura Padana gli scolari studino tra i banchi di nebbia


Il luogocomunismo sulla fenomenologia meteorologica del Settentrione è a uso e consumo del gioco di parole contenuto nel titolo. L’autore declina (in tutte e 5 le declinazioni latine) ogni tipo di responsabilità derivante da conflitti su campanilismi climatici Nord-Sud.


Ho sognato di trovarmi al liceo.
Ero nervoso perché mi sentivo costretto in quel luogo. Ero io, il me stesso di oggi e mi chiedevo perché mai dovessi ancora stare tra i banchi.

Infastidito, esco nel corridoio. Me ne importa poco se posso o non posso starmene a bighellonare. Penso che, per quel che mi riguarda, può anche andare tutto in malora.

Una bambina di un anno di età o poco più mi passa davanti. Ha da poco imparato a camminare e in pratica avanza correndo come se andasse a molla, come tutti i bambini che fanno pratica di deambulazione. Una bidella anzianotta tenta di starle dietro, in ansia che la piccola possa cadere. Tende le braccia per cercare di afferrarla dicendole Piano! Piano!.

Sorrido e penso che, in fondo, la vita è divertente.

Una persona mi ha detto che questo sogno rappresenta la mia condizione. Io mi sento bloccato e, pertanto, in ritardo. Attendo qualcosa di nuovo, di positivo.
Devo, però, smetterla di pensare agli altri. Perché ci sarà sempre chi avrà fatto 100, o 50, o avrà avuto un altro percorso di vita.

A volte basta poco per fare la differenza.

Stamattina ho saputo di aver perso una gara.
Serviva un consulente da inviare in Cercaguay, esperto in sviluppo sociale e gender. Il gender, quella cosa terribile che minaccia i nostro bambini e che vuol insegnare loro che la mattina ci si sveglia e si può scegliere se indossare un pisello o una patata.


Io la patata la indosserei rigorosamente dopo essere già andato in bagno col pisello, però. Vogliamo mettere il poter farla in piedi, questo meraviglioso dono dell’evoluzione?


Forse è superfluo da specificare, ma è bene ricordare che non esiste alcuna “teoria gender” che mira ad annientare le differenze biologiche tra uomo e donna. Il problema è che, vivendo in un’epoca dominata dalla “Montagna di merda”¹, la puzza di tale cumulo di stronzate sul gender sovrasta qualsiasi altro discorso.


¹ Secondo la teoria della montagna di merda, centinaia di migliaia di scimmie che battono a caso su una tastiera per un tempo lunghissimo prima o poi potrebbero, per caso, mettere insieme un capolavoro. Ma, contemporaneamente, avranno prodotto anche tantissima merda. E riuscire a ripulire il capolavoro da tutta quella merda ti costerà tempo e fatica. A loro invece non costa nulla. Stanno lì e battono volontariamente e gratis. Tu, invece, per smontare un tizio che ti lancia della merda, dovrai prendere un esperto. E poi un altro e un altro ancora, perché la caratteristica della merda è che è facilmente ricreabile, quindi il tizio, cioè la scimmia, avrà a disposizione tantissimo materiale da lanciarti addosso. Dato che tu non puoi controbattere con la merda ma necessiti di cose più articolate che richiedono più tempo, non puoi stargli dietro. E la merda cresce.


Avevo trovato una consulente proveniente dalla Colonbia. Mi sembrava molto valida.
La nostra consorella più grande, quella di Brumxelles, fino a ieri alle 17 non aveva di meglio.

Stamattina invece ho saputo che abbiamo perso il confronto perché in extremis loro hanno trovato una consulente proprio dal Cercaguay, nota e apprezzata attivista LGBT, inoltre. Mancava solo che accompagnasse i vecchietti a vedere i cantieri o desse da mangiare ai cercopitechi sbeffeggiati, ma tanto aveva già raggiunto il massimo punteggio.

La mia candidata l’ha presa con filosofia. Era già contenta di essere stata contattata e mi ringraziava per questo. Andrà meglio la prossima volta, diceva.
Pensavo di doverla consolare, invece era lei a dirmi di non preoccuparmi.

A volte questo è ciò che basta. Un po’ di spirito sportivo e ottimismo. Siamo così concentrati nel fare paragoni e sentirci in competizione o sotto giudizio altrui da perdere di vista anche un lato positivo.

Mi guardo allo specchio e me ne cerco uno di lato positivo. Da far venire bene in foto.

Questa stessa notte ho fatto un altro sogno.

Mi toglievo i pantaloni davanti a una donna. La situazione lo esigeva, non è che ho l’abitudine nei miei sogni di togliermi i pantaloni davanti alle donne come fossi un maniaco onirico. Quindi, donne, continuate a sognare tranquille che non costituisco un pericolo per i vostri sogni.

Sotto avevo dei boxer di pelle che lasciavano il deretano scoperto, di quelli che praticamente hanno solo degli elastici che passano sopra e sotto le chiappe.

Mi sveglio.

Come al solito, ero semi-nudo: il pantalone del pigiama l’avevo gettato contro il muro. E avevo i boxer calati dietro, giusto sotto le chiappe.

Mi domando se il sogno abbia influenzato la realtà o se sia stato il contrario.

Che forse non debba cercarmi in faccia il mio lato positivo?

Del resto, nella vita poi ci vuole anche un po’ di quell’altro lato. Come chi si è trovato in extremis il CV dell’attivista del Cercaguay.

Non è che in Austria per le camicie usino l’asse da Stiria

Il 15 marzo qui in Ungheria è festa nazionale per la Rivoluzione del 1848.


Il 15 marzo 1848 con la lettura di un proclama pubblico di 12 punti cominciò la rivoluzione che portò alla guerra di indipendenza dell’Ungheria contro l’Impero Asburgico, guerra che si concluse con la capitolazione – in un bagno di sangue – degli ungheresi, che dovranno attendere il 1867 (anno dell’Ausgleich, il compromesso) per vedere riconosciuta autonomia: in quell’anno, infatti, nacque l’Impero Austro-Ungarico, la Duplice Monarchia.


Già da oggi ho cominciato ad avvistare persone in giro con coccarde tricolore (è tradizione infatti apporne una sul petto per questa occasione) e bandierine, mentre suonatori ambulanti fuori la stazione Nyugati intonano canti patriottici.


O magari erano invece romanze neomelodiche che parlavano di tradimenti e amori impossibili e le coccarde mi han fuorviato.


Dato che le celebrazioni mi mettono sempre a disagio, me ne andrò via tre giorni. La società ha infatti deciso di far ponte il 14.


Che poi non è vero, rientrerò il 15 mattina in tempo per vedere qualunque cosa facciano gli ungheresi in questa giornata.


Se lo avessi saputo con largo anticipo mi sarei organizzato. Una prima idea sarebbe stata cercare un volo per tornare in patria, anche se comunque ho già in programma di rientrare a Pasqua.

La seconda idea sarebbe stata prendere un volo low cost per il Nord Europa. È stato sorprendente sapere quanti voli diretti ci siano da qui alla Scandinavia. Avrei potuto approfittare di quei fantastici biglietti a 30-40 euro per la Svezia.


La storia che i biglietti aerei conviene comprarli 8 settimane prima sembra essere purtroppo vera¹.


¹ Anche se, se tutti si convincono di questo modello matematico e iniziano ad acquistare biglietti 8 settimane prima, non c’è il rischio che il boom di click online intorno quel periodo faccia lievitare i prezzi?


Sento un bisogno di estremo Nord.

“Vieni, vieni, il Nord ti aspetta”

Non potendo soddisfare questo nordismo e vedere bionde pure prima che si estinguano,


Il biondismo sembra infatti destinato a scomparire.


Anche se in realtà poco mi interessa: sono per il nero scuro. Temo purtroppo però che i miei geni non siano total black: ogni tanto nella barba mi spunta un pelo chiaro o rossiccio.


ho deciso di prendere un treno per l’Austria, direzione Graz (preg!), capolouogo della Stiria, regione verde.


Ma esistono regioni non verdi in Austria?


Oltre a quello specifico di Nord, sento un generale bisogno di viaggiare spesso.
Non compro dischi e vivo di YouTube e Spotify, risparmio su altri intrattenimenti, ma a un viaggio, se posso e le mie possibilità manducatorie mensili me lo permettono, non riesco a rinunciare.

Ho il bisogno di vedere e di conoscere, anche perché non so se un giorno dovrò smettere o limitarmi.

Conosco anche molte persone sparse in giro, il che può essere rassicurante perché è piacevole pensare che se rimani a piedi con l’auto in un punto puoi ricordarti di qualcuno che potrebbe dare una mano lì nei dintorni.


Ammesso che si ricordi di me: sono così schivo nei rapporti umani che non li approfondisco, non li coltivo. A volte mi faccio proprio schivo da solo. Non è che non mi piacciano le persone: al contrario, più ne incontro e più trovo rassicurante sapere che ci sia vita nel mondo. Eppure di queste vite non riesco a spingermi a farne parte in misura più ampia. A volte penso sia inabilità sociale, a volte credo che quella della inabilità sia solo una giustificazione di comodo.

Quanti Fatti sentire ho ricevuto.
Oppure quanti Potevi avvisarmi che eri lì.


¹ Ma l’uso della giustificazione di comodo non è esso stesso una prova di una inabilità sociale?


Dopo tanti viaggi in treno, ancora mi affascina che dall’esterno sembri un proiettile ma quando ci sei dentro invece il paesaggio sembri scorrere più lento. Che è un po’ il contrario che accade quando si è pensierosi: la tua mente vaga a pensare mille cose in poco tempo, chi ti guarda invece pensa che tu ti sia pietrificato.

Provai a raccontare a lei, una volta, di questi miei momenti di raccoglimento. Della malinconia che mi prendeva quando dovevo specchiarmi nel finestrino perché non c’era nessuno a potermi dire che mi ero rasato male.


Uno dei motivi per cui alla fine ho lasciato crescere la barba è stata la mia presa di coscienza di essere incapace a farmi un pizzetto dritto o regolare.


Ma non mi espressi bene. Urtai la sua sensibilità. Non poteva viaggiare e lo prese come un tentativo di colpevolizzarla per il fatto di lasciarmi da solo.

Io come mio solito reagii alterandomi, perché la diplomazia per me è solo una sorella di un genitore con un titolo di studio.

Tanta voglia di vedere il resto del mondo da non riuscire poi a scorgere oltre il mio naso chi mi è più vicino.

Un giorno vorrei andare nello Spazio e, come il Doctor Who, tenderti la mano dicendo Vieni con me.

Andiamo a fare una passeggiata sul lungoMarte.

Il dizionario delle cose perdute – La carta telefonica


Le precedenti voci sono disponibili qui.
Ricordo sempre che il dizionario è  aperto a suggerimenti su cose nostalgiche o proposte di articoli su questo tema :).


Tra le cose inerenti al tempo che passa che più mi inquietano, dopo i calciatori con cui sei cresciuto che oggi vedi fare gli allenatori (come una volta in un post ricordò Zeus), c’è il fatto che esistono giovani in giro che non hanno mai utilizzato una cabina telefonica. Se oggi Superman nascesse, dove andrebbe a cambiarsi?

Io ricordo anche quando si usava il gettone. Quel dischetto bronzeo (ma che dopo averlo utilizzato un paio di volte diventava nero perché i telefoni pubblici erano sempre sudici come una officina meccanica) rigato che Madre mi faceva inserire dopo avermi preso in braccio.


Faceva la stessa cosa per la 10 lire dell’ascensore. Io ero l’addetto all’inserimento gettoni, un compito di grande responsabilità.


Ciò che ricordo meglio sono comunque le schede telefoniche. Il motivo è legato al collezionismo.

Da piccolo ho sempre avuto il pallino di voler iniziare una collezione di un qualcosa. Iniziai con i tappi di sughero, per poi passare a quelli di alluminio. Una collezione priva di valore che finiva dopo poco tempo nella spazzatura a causa delle frequenti operazioni di pulizia etica (secondo lei era moralmente disdicevole raccogliere tappi) di Madre.

Altre collezioni furono da me abbandonate perché non avevo costanza di seguirle.

Poi un giorno mi capitò tra le mani una scheda telefonica.
Ero in seconda media. Un compagno per disfarsi del doppione mi regalò una scheda raffigurante sulla facciata una pubblicità progresso che invitava all’uso del preservativo.

scheda_progresso

Questa pubblicità era molto nota in classe e generava sempre qualche battutina, qualche sorrisino, qualche stupida gomitatina di malizioso umorismo. C’è da capirlo. Non era prevista educazione sessuale a scuola.


Forse è un bene non fare educazione sessuale nelle scuole. Poi si sa che bambini e ragazzini vanno a casa a raccontare ciò che hanno ascoltato e i genitori si allarmano. Dio sa quanto siano vulnerabili e impressionabili gli adulti, abbiamo il dovere di proteggerli da tutto ciò che può turbarli.


Decisi quindi che avrei collezionato schede telefoniche e mi chiesi come mai non ci avessi pensato prima.

Divenni in breve tempo una piaga. Mi appostavo come un’arpia vicino chiunque utilizzava un telefono pubblico per chiedergli se la scheda fosse esaurita e se fosse così gentile da donarmela. Io ero un cacciatore solitario di carte. Esisteva poi chi andava a caccia in branchi per poter controllare più telefoni. Troppo facile in questo modo. La natura di un uomo si vede quando è da solo alla prese con la propria preda.

Quale era il mio disappunto quando mi sentivo rispondere “Le colleziono anche io/Le colleziona mio figlio”. Tuo figlio è così pigro da aspettare a casa comodo la scheda esaurita invece di stressarti per averla? Non merita niente.

La mia raccolta non aveva comunque molto valore. La maggior parte delle mie carte superava le centinaia di migliaia di copie come tiratura. Giusto un paio erano le più rare, ma andiamo sempre nell’ordine del migliaio di esemplari.

Il rituale del ce l’ho ce l’ho mi manca, territorio assoluto del mondo delle figurine, invase anche queste schedine di plastica.

Con i doppioni delle schede ci si poteva poi creare un giochino interessante. Non so come si chiamasse ufficialmente, se mai avesse avuto un nome: era, in modo onomatopeico, un clic-clac. In pratica la scheda veniva ripiegata su sé stessa fino a creare una scatolina con una protuberanza che, se pigiata, faceva clic-clac. Utilità: nessuna. A parte quella di rompere le palle agli altri.

Non so chi l’avesse inventato e mi ha dato da pensare il fatto che, in un periodo in cui il termine virale era ancora quasi esclusivo appannaggio delle malattie e non della condivisione di minchiate social, fosse un giochino diffuso da Nord a Sud del Paese. Mi sono sempre chiesto se, spontaneamente, l’idea del clic-clac fosse venuta indipendentemente a ragazzi sparsi lungo la penisola o se qualcuno avesse avuto l’idea e l’avesse poi diffusa proprio come un virus.

Il boom – Ben presto il collezionismo divenne un vero e proprio affare. In vendita in cartoleria arrivarono raccoglitori ad anelli fatti apposta per conservare le schede, con i fogli trasparenti con le taschine apposite. La De Agostini nel 1999 produsse una raccolta intitolata “Carte telefoniche”, con schede provenienti da tutto il mondo. Mentre le nostre avevano la banda magnetica, altre funzionavano col chip, altre ancora, come quelle giapponesi della NTT (Nippon Telegraph and Telephone), non avevano nulla di tutto ciò perché loro (i giapponesi) devono essere sempre un passo avanti.

Ovviamente io acquistai tale raccolta. Dovrei ancora averla conservata da qualche parte.

I negozi di filatelia si specializzarono anche in schede. Il mio spacciatore di fiducia era il proprietario di un negozio di monete e francobolli. Si chiamava Filippo, un uomo dall’aria placida e tranquilla con un paio di folti baffoni che gli donavano un aspetto ancor più placido e tranquillo. Era molto amico di mia zia perché anni addietro lei gli aveva salvato moglie e figlio durante il parto. Così, quando andavo nel suo negozio lui mi dava delle schede per pochi spiccioli o niente. Tanto prendevo sempre pezzi poco rari, come avevo accennato: quando mi resi conto che fosse impossibile mettere su una collezione di valore, scelsi infatti di puntare sull’estetica. Mi limitavo a raccogliere schede graficamente attraenti.

Mi ha detto mio cugino – Sulle schede fiorirono anche delle vere e proprie leggende metropolitane, legate alla possibilità di poterle riutilizzare anche una volta che il credito fosse esaurito. C’era chi diceva bastasse mettere del nastro adesivo sulla banda magnetica (tentativo che feci anche io dietro consiglio di un amico), chi le lasciava una notte nel congelatore. La tecnica più nota era quella di strusciarla contro lo schermo di un televisore che era stato spento da poco.

Percentuali di funzionamento: 0%. Ma c’era chi giurava di aver sentito dire che un tale gli aveva detto che aveva visto che funzionava.

Con il boom dei telefoni cellulari le schede telefoniche a inizio anno 2000 diventarono via via sempre meno utili. Contemporaneamente, la Telecom iniziò la sostituzione dei tradizionali telefoni pubblici Rotor (in funzione dalla seconda metà degli anni ’80), gli scatoloni arancioni con la cassettina di fianco con il lettore di schede.

Dal 2002 entrarono in funzione i Digito, ancora oggi in circolazione. Furono predisposti per l’utilizzo dell’euro e con nuovi optionals quali l’invio di sms, fax ed email.

Inutile dire che fossero meglio i primi. A partire dal nome: Rotor rende l’idea di lavoro, movimento, operosità. Digito sa invece di bimbominchia. Ehi ciao da dv dgt?. Per non parlare della forma da suppostone racchiuso in un blister di alluminio.

Con il declino del loro uso, le carte oggigiorno sono più affare da collezionisti. Ne esistono molti che vanno in cerca di introvabili pezzi degli anni ’90, ricerca difficile in quanto trovare esemplari in buone condizioni e con magari la banda magnetica non smagnetizzata (un handicap per il loro valore) è sempre più raro.

In rete c’è un catalogo consultabile online con le quotazioni.

Non è che “via dei Fori!” sia un incitamento sessuale


NOTA INTRODUTTIVA
Questo post sarà ricco di note come il registro di una classe indisciplinata.


“Ehi, Mister! Can you help me?” esclama indicando una enorme Reflex.
Siamo all’altezza del Vittoriano, di fronte al Foro Traiano. Un giovane dall’aria affabile, con i capelli sparati in aria tipo Saiyan, dei baffetti da portoricano e un abbigliamento che costerà quanto un’automobile, richiama la mia attenzione per farsi scattare una foto con sullo sfondo le rovine romane.

Non l’avevo proprio visto, primo perché era in un cono di buio oltre l’illuminazione stradale e secondo perché camminavo con la mente impegnata nell’analisi semantica di una frase di Tutor. Quando sono immerso nei pensieri innesto il pilota automatico e la mia mente incrocia le braccia dietro la testa, allunga i piedi poggiandoli sul tavolo e si mette a guardare il soffitto, cogitabonda.


FLASHBACK
Brevemente, quando le abbiamo detto “Scusa se ti facciamo fare tardi, avrai la tua vita”, lei ha risposto “Macché, figuratevi, non c’ho proprio nessuna vita” con aria rassegnata. Mi interrogavo se per caso fosse quindi andata male nei giorni scorsi col suo sconosciuto conquistatore.

Oppure poteva significare altro, essendo in quel periodo nel mese voleva dire che per stasera niente vita: plaid e tisana sul divano e via a dormire.


NOTA AL FLASHBACK
Quella sull’attuale attività ormonale di Tutor è una mia deduzione basata su un esame estetico-comportamentale sommario.


NOTA DELLA NOTA AL FLASHBACK
La nota precedente potrebbe sembrare vagamente inquietante, ma io, in generale, come si vedrà anche dal prosieguo della storia qui sotto, tendo a scannerizzare le persone che ho di fronte.


NOTA DI AUTOCRITICA
Ok forse ciò è inquietante lo stesso.


Mi sono quindi fermato ad aiutare il giovane, avendolo giudicato non pericoloso in base a un veloce scanner biometrico. Non sono diffidente a prescindere con gli sconosciuti, io li squadro e cerco di valutarli. È difficile da spiegare, ma diciamo che essere stati abituati a Napoli ti fa comprendere in genere di chi ti puoi fidare quando ti fermano per strada.


Con l’affermazione qui sopra potrei contribuire ad alimentare immagini distorte di Napoli che circolano spesso tra chi non l’ha mai vista: non è questa la sede per fare classifiche e statistiche di pericolosità o vivibilità, però un dato che ritengo certo è che Napoli è una buona palestra di vita per insegnarti a campare. Prendete la viabilità, ad esempio: guidare al Sud ti allena ad avere riflessi pronti e occhi sempre vigili. Rimango sempre sconcertato nel constatare che al Nord ci sia troppa fiducia nel codice della strada: chi ha la precedenza si immette nella corsia senza decelerare e io penso sempre che se comparisse qualcuno che non rispetta la precedenza sarebbe la fine. Dalle mie parti invece anche se hai diritto a passare abbiamo l’abitudine di rallentare e controllare se la strada è libera. Questo evita molti problemi.


Gli ho specificato di non essere Steve McCurry (lui ha riso) e che inoltre quando tocco macchine così sofisticate vado in crisi perché non so che pulsante premere.

Abbiamo dovuto rifare la foto molte volte, perché: a) era troppo scura; b) era troppo luminosa; c) l’avevo fatta venire sfocata; d) è passato un autobus in quel momento coprendo il Foro; e) sono passate delle persone in quel momento davanti all’obiettivo; f) due o più degli inconvenienti descritti in precedenza insieme.

Durante i tentativi ha scambiato qualche parola con me. Mi ha detto che viene dal Brasile, è in giro per l’Europa (prima Parigi, tre giorni a Roma e poi Amsterdam), gli piace viaggiare, cose così. Mi ha chiesto se fossi single e che donne mi piacessero. Poi mi ha detto: ieri sono stato con un’asiatica, da urlo, amico. Però io voglio divertirmi e fare esperienze – ha proseguito – Oggi voglio proprio cosare un coso.


Ho provato a pensare a molte metafore per riportare la cosa senza essere troppo sfacciato o scollacciato, ma mi venivano sempre esempi che si riferivano all’ingerire ortaggi o prodotti di origine suina oblunghi, quindi ho lasciato perdere.


Mettere un riferimento nelle note potrebbe essere stata la soluzione, in quanto la nota è più discreta e timida.


E poi mi ha chiesto: dove posso andare stasera per cosare un coso? Io gli ho risposto che non ho idea perché non mi sono mai preoccupato di simili interessi. E lui ha replicato:
– Dovresti provare.
– No amico (ridendo), preferisco le donne.
– Certo, anche io. Ma poi ho scoperto che provando cambia tutto. Un uomo sa meglio di una donna cosa piace a un altro uomo (abbassa gli occhi verso la mia cintura).
– Sarà anche così, ma
– Non vorresti provare? (mi interrompe)…Sai, io ho proprio voglia di cosare un coso (abbassa di nuovo gli occhi).
– Mi dispiace, senti ho l’autobus che mi parte.
– Ok amico, bye, grazie di tutto (saluta stringendomi calorosamente la mano).

L’unico dubbio che mi è rimasto è se mi avesse fermato perché mi aveva notato o perché ero il primo che capitava: no perché cambia tutto tra l’una e l’altra cosa, è comunque una questione di orgoglio. La mia eleganza (ben evidenziata da un giubbetto comprato in saldo in una nota catena di moda giuovine, una pashmina a quadretti e quadrotti, un jeans sdrucito e un paio di scarpe simil Converse consumate) e il mio nobile portamento (le mani perennemente nelle tasche e l’incedere di uno che sta andando a fare una rapina ed è nervoso perché non l’ha mai fatto prima) devono essere apprezzate per quel che sono, perbacco!

È il 26 novembre e gli alberi non han perso del tutto le foglie, mentr’io mi sento già spoglio

Lungo la statale passo in rassegna le operatrici del sesso disposte in ordine in attesa di clientela. Ormai le riconosco tutte anche se alcune son cambiate e mi chiedo le precedenti che fine abbiano fatto. E mi sorgono pensieri orribili e apprensivi, come se la sorte di quelle donne fosse affar mio. E penso che lo sia, ma non viviamo, forse, nell’epoca dell’ignoranza? Anzi, ogni regime politico da quando abbiamo abbandonato le grotte non si è retto proprio sull’ignorare? Ignorare l’affamato a bordo strada, la carcassa sull’asfalto, i tossici del campetto abbandonato, la clochard che piscia fuori la stazione della circumvesuviana, l’anziano sepolto in casa e i 40 chili di una ragazza alta un metro e settanta che porta a spasso il cane per avere una scusa per fare 3 km a piedi ogni giorno e continuare a dimagrire.

Viviamo immersi nella nebbia che il guardo esclude, nebbia come quella che mi ha accompagnato questa sera circondandomi con i suoi vapori lattiginosi, che a tratti mi han fatto credere di aver sbagliato strada e di essermi ritrovato da qualche parte su nel vasto Nord. Che io nelle campagne del vasto Nord mai ci ho girato e quindi non so in effetti come siano, ma mi han sempre detto che lì abita la nebbia, come se qui l’umidità invece non avesse ragione di esistere. Eh già, siamo la terra del Sole e infatti qui, le persone, sole mi sembran proprio assai, delle volte.

Mi entra il freddo nei pensieri e vorrei spogliarmi di tutto ciò che mi ricopre. Pensieri, sensazioni, emozioni; restare come un albero senza foglie in attesa della primavera della ragione.
Che ci liberi dalla nebbia, amen.

Personaggi e cose che non sapevo dove collocare #1

Quelli che seguono sono alcuni dei materiali di risulta delle mie liste di categorie che sono rimasti privi di una collocazione specifica e che ho quindi raccolto in questo post.

La pasionaria
Impegnata politicamente e anche al Monte di Pietà, professa come culto religioso l’indigenza. Per tale motivo si arrabatta facendo la cameriera in un pub, unico mestiere serale moralmente accettabile che può svolgere, perché di norma dorme fino alle 6 del pomeriggio. Si nutre di nicotina e sangria ottenuta dalla fermentazione dei propri ex fidanzati. Il suo vocabolario è limitato a poche espressioni chiave, quali
Cioè
Ma perché
Insomma
Capisci?
In che senso, scusa?

Dall’aria perennemente stanca e sbattuta, copre le occhiaie con strati geologici di eyeliner che le donano un aspetto vagamente da affresco egizio.

Il benzinaio
Il benzinaio è un essere che vive soltanto all’interno di un distributore. Nessuno ha mai visto infatti un benzinaio al di fuori del turno di lavoro.
Non ha grandi capacità comunicative, in genere si esprime a grugniti e mugugni. Un grugnito vuol dire Buongiorno, un mugugno vuol dire Arrivederci. Due grugniti e un mugugno vuol dire “Più avanti”, perché nessuno si ferma mai nell’esatto punto che vuole il benzinaio.
Il suo nemico è il self service, che ne sta causando la marginalizzazione in favore della figura del gestore, ossia quello che se ne sta seduto su una sedia di plastica bianca monoblocco degli anni ’80 tutto il giorno.

Sezione vecchietti
Il vecchietto da bar
È un complemento d’arredo: chi avvia un’attività da barista riceve in usufrutto almeno un vecchietto da sistemare all’esterno. Il principale compito dei vecchietti da bar è scrutare con aria torva i forestieri o chiunque si trovi a passare lì davanti per la prima volta. Quando è ora di chiudere, vengono riposti in uno sgabuzzino.
A volte capita che un vecchietto muoia nell’esercizio delle proprie funzioni e che passino mesi prima che ce ne si renda conto.

Il vecchietto da poste
Arriva inveendo contro il governo, con in mano le bollette e con l’altra i soldi. Deve ricordarsi in che mano ha messo le une e in che mano gli altri, perché l’ultima volta ha causato una coda chilometrica con tamponamenti a catena per aver dimenticato dove tenesse il denaro. Ha inveito contro il governo per questo.
Va via con la sensazione di essere stato truffato, inveendo contro il governo.

Il vecchietto da barbiere
Quello che la moglie sbatte fuori casa mandandolo a fare un giro per toglierselo un po’ dai piedi e respirare. Occupa per ore il salone del barbiere, magari per farsi giusto spuntare un baffo o tagliare i peli del naso, che si farà restituire perché se li appiccicherà la sera per farseli togliere il giorno dopo. Il resto del tempo nel salone lo occupa monopolizzando le conversazioni tra clienti ed entrando in competizione con altri vecchietti da barbiere. Un salone ne può infatti ospitare più di uno, ma un occhio attento coglierà subito chi è il leader: in genere è quello che introduce il discorso  con locuzioni del tipo “Avete sentito cosa è successo” o “Avete visto cosa hanno combinato”, adattabili a qualunque argomento, dal calcio alla politica alla cronaca nera. Mentre parla si girerà ogni tanto verso di voi, cercando il vostro assenso a suon di “È giusto?”, “Non è così?”. Dopo quattro-cinque volte cederete e vi ritroverete coinvolti nel discorso vostro malgrado.

Sezione turismo
Il turista straniero
Il turista straniero è riconoscibile dalla divisa regolamentare da turista che è costretto a indossare, pena l’allontanamento alla frontiera. Consta di polo o magliette bianche, cappello di paglia, pantaloni color senape scaduta e sandali.
La pelle del turista straniero è bianco obitorio all’arrivo in Italia, ma il primo contatto col sole nostrano gli donerà un invidiabile colorito rosso eczema da ortica.
Si aggira con la Reflex a tracolla e il marsupio pieno di banconote da 100, il tutto bene in vista, perché bisogna anche pur dare lavoro agli scippatori.
Il turista straniero cammina con la bocca costantemente aperta, per due motivi:
– gli enormi incisivi che dragano l’asfalto impediscono la corretta chiusura della mandibola;
– la respirazione avviene tramite la bocca: il naso, in particolare nei francesi, è una mera barriera architettonica.

Il turista italiano all’estero
Il turista italiano è riconoscibile dagli occhiali da sole, che indossa anche in Paesi dove il sole è evento più eccezionale del passaggio della cometa di Halley.
Se si tratta di un maschio tornerà sicuramente raccontando di funamboliche avventure con puledre di un metro e ottanta (solo di gambe), alle quali basta dire di essere italiano per vedere accendersi nei loro occhi il fuoco della passione. Sembra che nei Paesi esteri, infatti, girino branchi selvaggi di donne che quando avvertono l’odore di un italiano tendono a circondarlo e a spolparlo vivo.
L’italiano all’estero è colui che viene improvvisamente colto da un senso di patriottismo, che esprimerà andandosene in giro con una maglietta della Nazionale comprata al mercato dai cinesi. Tuttavia, tornato in patria comincerà a decantare di quanto all’estero funzioni tutto meglio e come per strada non si trovi una carta per terra. Il tutto mentre sputa la cicca sul marciapiede, gettando il fumo in faccia a una donna incinta.

I locali tipici
I locali tipici sono quelle attività che, soprattutto nelle città d’arte, vanno salvaguardate dall’avanzata di kebabbari e ristoranti cinesi, in nome della difesa dell’identità nostrana dei centri storici, ben rappresentata invece da Zara, l’Occitane e un Foot Locker che fanno angolo a una piazza del ‘300.
Un locale tipico è quella salumeria con la porta di legno ricavato da una bara che vende salame di capra della Gran Bernarda e prosciutto stagionale della Val Porcia, specie uniche che vengono ancora uccise come 1000 anni fa: un paio di bastonate e qualche bestemmia in vernacolo.
Il locale tipico, sia che ci si trovi ad Aosta che a Lampedusa, espone in vetrina il tipico limoncello e la pasta tricolore, che pare sia tipicamente italiana, infatti non manca mai sulle tavole a quadretti rossi del BelPaese.
Esiste poi il ristorante tipico: anch’esso, da Nord a Sud e dai monti alla spiaggia propone le immancabili tagliatelle con i funghi porcini, che possono oscillare di prezzo dai 6 ai 15 euro, a seconda della distanza percorsa dal camion frigo carico di funghi dell’Est Europa. Quella del ristorante tipico è un’istituzione antica, pare che anche Cesare, prima di varcare il Rubicone, si fosse fermato in un’osteria tipica nei pressi di Forlimpopoli, uscendone però non molto soddisfatto per la qualità del cibo e per il conto. Pare che lì abbia esclamato la frase “Tu, cuoco, Brute fili mi!” invitando il proprio protetto da quel momento in poi a far da mangiare a tutti. Bruto, come si sa, non la prese molto bene e covò un discreto rancore.