Non è che puoi sistemare con scotch e colla le scatole che ti sei rotto

Secondo me, a prescindere dai contagi e dagli spostamenti, ci sarebbe una zona importante da istituire per tutelare la salute pubblica.

La zona rotta.

La zona rotta non ha delimitazioni geografiche né è caratterizzata da una continuità di base. Possono esserci tante zone rotte senza che queste siano unite o contigue. Anzi, il principio base della zona rotta è lasciare le persone per i cazzi propri.

Un esaurimento da stress lavorativo?
Relazioni che hanno stancato?
Litigi familiari?
Il logorio della vita moderna?

Insomma, vi siete rotti?

Si entra quindi in automatico nella zona rotta. Chi vi si trova all’interno va lasciato in pace. Il grado di nervosismo del/i soggetto/i stabilirà la durata della permanenza nella zona.

Il principio della zona rotta non è solo permettere a chi si è rotto di sbollire in pace. Serve anche a tutelare le altre persone: si sa che il nervosismo e il malumore sono contagiosi e noi invece vorremmo cercare di evitare il diffondersi del malessere. Chi viola la zona rotta dovrà essere sottoposto a sanzioni: l’indice di negatività va portato a R=0, cioè Rotture Zero.

Può sembrare un provvedimento drastico ma alla lunga porterà benefici in termini di ricadute sociali. Del resto, c’è già chi autonomamente si pone in zona rotta (cioè si autoisola) quando non ne può più. Quindi si tratterebbe solo di istituzionalizzarla per obbligare anche i più riottosi, i negativisti – cioè quelli che se ne vanno in giro a portare negatività quando hanno le palle girate – a starsene un po’ tranquilli.

Zona rotta subito!

Non è che devi far riposare gli oli esausti

Ho un problema, sì, uno dei tanti, ma uno di questi non è che proprio mi appartiene. Oppure sì, forse me lo pongo solo io. Il fatto è che noto parecchio esaurimento nelle persone che mi circondano, vedo le loro nevrosi, le loro schermate blu di Windows in cui Razionalità.exe ha smesso di funzionare.

Anche io sono un esaurito. E ho un altro problema, molto probabilmente connesso al primo. Mi destabilizza l’insofferenza altrui. L’insofferenza verso il cameriere che tarda ad arrivare, l’insofferenza verso il semaforo rosso, l’insofferenza verso la pioggia, l’insofferenza verso gli insofferenti.

E seppur io non sia responsabile né parte in causa del fastidio altrui, ciò che gli altri provano ed esternano mi causa malessere. La negatività si spande per l’aria come una fuga di gas ed è contagiosa. Mi consuma le energie e mi rende esausto.

C’è un romanzo di John Kennedy Toole intitolato Una banda di idioti; in questo romanzo il protagonista è Ignatius, un uomo di trent’anni con l’irriverenza di John Belushi – che infatti avrebbe dovuto interpretarlo nel film tratto dal libro – la stupidità di Homer Simpson e l’impeto battagliero di Don Chisciotte. Una sua caratteristica, o frase che ripete spesso, è che in contesti di conflitto lamenta che gli si sta «chiudendo la valvola dello stomaco».

Ecco, nei contesti di malessere e negatività diffusa come una profumazione d’ambiente io sento che mi si sta chiudendo la valvola e vorrei dire basta, smettetela, finitela di svalvolare, ma chi sono per bloccare le valvole altrui?

Sono esausto.