Non è che il musicista sia contento se suo figlio a scuola sia pieno di note

Avevo deciso di vendere la chitarra. Ce l’ho da 14 anni ma non ho mai imparato seriamente a suonarla, con costanza e regolarità. È come nuova in effetti.

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Dopo alcuni tentennamenti (“e se poi mi venisse di nuovo voglia di suonarla?”), l’ho messa in vendita su un sito specializzato. Poi però non ce l’ho fatta. L’ho tenuta. Ho ripreso a provare a suonare qualche giorno fa. Mi fanno male le dita e ho un polpastrello sbertucciato che sanguina.

Una cosa che sento mi manca al momento è la magia che infonde il musicista. Il suono, in breve, non è una semplice sequenza di note. Posso riprodurre tale sequenza ma non è detto che all’orecchio suoni come la suonerebbe – bene – un altro. E non è questione di ritmo o di effetti: è questione di metterci qualcosa in più per colorare quelle note. Altrimenti, saranno soltanto suoni in fila.

Nella vita stessa compiamo atti mettendo in sequenza un insieme di gesti. I risultati, però, non sono gli stessi per tutti né a volte li troviamo soddisfacenti.

A volte provo invidia per quelli che riescono a mettere sempre del colore in ciò che fanno.

Non che io sia abulico e grigio e amorfo. Anzi, credo a volte al contrario di essermi trovato in difficoltà pur essendomi spremuto molto il tubetto.


Non è un doppio senso, anche se spremersi troppo il tubetto fa diventare ciechi, don’t try this at home.


Indovinare la melodia (melodia? Selotenga) giusta nella vita non è semplice. Alla fine non è che uno abbia velleità da rockstar che riempie gli stadi: basta anche solo nel proprio piccolo riuscire ad avere le sonorità giuste.

Altrimenti si resta col tubetto moscio in mano.

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Non è che un pittore vada in discoteca perché ha un periodo cubista

Oggi la Castora, dopo che in un meeting precedente aveva spronato a produrre di più, ha detto più volte che dobbiamo “push! push! push!” e io su questa cosa di spingere ho continuato a vederci metafore defecatorie, sarà perché forse non sono mai uscito da quella che Freud definiva fase anale o perché ormai lei la vivo come un dito nel sedere.


Quindi comunque torniamo sempre in quella fase.


Non è stato un buon inizio settimana.
Forse il contrappasso per essermi alzato dal letto stamattina in stato d’animo positivo, dopo il fine settimana. L’allegria è cosa vietata dalla Risoluzione ONU 132454, che prescrive che il lunedì l’umore debba invece avere le sfumature degli scarichi di un bagno chimico dopo un concerto dei Meshuggah.

Durante il week end sono andato a far visita alla Trallallà.


Avrei scritto “Sono andato a trovarla”, ma non si era persa.


Ho fatto il viaggio più lungo che ho fatto sinora in vita mia: 12 ore di autobus, partito il venerdì sera da Nepliget – l’autostazione di Budapest – e arrivato il giorno dopo.
Ho dormito a tratti, sempre cercando di trovare la miglior posizione per dormire in un autobus. Dicono che non esista ma io invece ci credo. Spero nelle prossime occasioni di trovarla prima di trasformarmi in un quadro di Picasso, periodo cubista.

Non ricordo molto del viaggio, a parte che quando aprivo gli occhi e guardavo fuori mi sembrava di stare sempre nello stesso posto e, inoltre, due ragazzi ungheresi che avevo alle spalle non facevano altro che divorare snack. Hanno cominciato con le patatine a Budapest e poi molti chilometri dopo hanno concluso con dei sandwich che dovevano contenere dei peperoni, a giudicare dall’odore che spandevano.

A bordo c’era un musicista di strada croato con passaporto ungherese e che parlava italiano che amava far conversazione. L’ho visto attaccar bottone alla partenza con un italiano che aspettava l’autobus accanto a me. Ho subodorato subito che il musicista fosse di quelli appassionati di sartoria, nel senso che attaccava pezze. Mi sono allora allontanato fingendo di aver visto tra la nebbia un lampione che avevo già incontrato a Monaco di Baviera nel 2012.

Ogni volta che aprivo gli occhi, oltre al paesaggio uguale e i due mangioni dietro, udivo il musicista ciarlare.

Poi a un certo punto mi sono svegliato e lui non c’era più. Forse l’avranno ucciso e dato in pasto ai due dietro di me.

Poi non mi ricordo più null’altro, il tempo è trascorso veloce. Ricordo poi di aver aperto gli occhi e c’era la Trallallà seduta sul letto che mi chiedeva di allungarle le mie pantofole per andare in bagno.

Allora ho pensato che tutti abbiano diritto ad avere chi presta loro le pantofole per andare in bagno e il pensiero di aver potuto compiere quest’atto mi ha fatto riaddormentare felice.

Il karateka si sentiva osservato e temeva il ju-jitsu altrui

In un’anonima via la cui unica funzione per giustificarne l’esistenza era di fare da collegamento tra il corso principale e una piazza che una famiglia ha donato alla città (piazzandovi al centro un Padre Pio in scala 1:1 e tanto verde: un Padre Bio?), una volta c’era un negozio di articoli sportivi.

Il proprietario del negozio era Renzo Arbore; in realtà non si chiamava Renzo Arbore ma sia nome che cognome avevano assonanza e consonanza con quello del popolare musicistaconduttore-non ho mai capito cosa faccia nella vita Renzo Arbore.

Era gretto e avido come un banchiere di un quadro fiammingo del ‘500 e la moglie cafona e ignorante come solo una moglie di tipo cafone e ignorante poteva essere.


DIDASCALIA ARTISTICA

Marinus van Reymerswaele – Gli usurai


Mi divenne odioso dalla prima volta che lo vidi: ero bimbetto, entrai nel negozio insieme a mia zia. Stavo mangiando un gelato e il Sig. Renzo Arbore, vedendomi, disse “Attenzione al bambino, che sporca”. Pur rassicurato da mia zia, continuò a osservarmi passo passo con preoccupazione finché il gelato non fu finito.
Decisi che mi sarebbe stato antipatico.

Se dovessi rintracciare, andando indietro nel tempo, il primo episodio ch’io ricordi in cui ero preoccupato dagli occhi altrui addosso, probabilmente fu quello.

Ho forse un disturbo di tipo paranoide o magari la paranoia di avere un disturbo: credo che la gente mi guardi, osservi ciò che faccio e mi giudichi.

È inutile che mi si dica “La gente pensa solo a sé stessa, potresti morire per strada e non se ne accorgerebbero”, perché quello è un altro discorso: quando vogliono, le persone sono molto brave a non vedere.

Non mi accade sempre e non in tutti i contesti. Mi sento più “giudicato” nella mia città che altrove, anche se pure altrove dipende dal contesto. In un biergarten a Monaco di Baviera in cui erano presenti soltanto tedeschi (tra parentesi, tedeschi dai 90 kg in su di cui 40 costituiti dalla pancia) mi sono sentito fuori posto come Luca Giurato a un corso di dizione.

È difficile avere la mente sgombra e non preoccuparsi. Mi chiedo sempre come facciano gli altri: io sto sempre a giudicarli.