Non è che per un’ispirazione sull’arredamento serva avere una buona IKEA

C’è sempre una prima volta per tutto e per tutti.

Io non ero mai entrato in un’IKEA in vita mia. Fino a ieri.

Mi servivano tre cose. Un accendigas, qualche gruccia e dei barattoli e mi son chiesto in quale posto avrei potuto facilmente trovare tutte insieme tali cose. Dato che a 3 fermate di metro da casa c’è il casermone svedese del mobile ho pensato che potesse essere l’occasione di perdere questa verginità mobilizia.

Seppur con riluttanza.
Il motivo è che le esposizioni di mobili e complementi d’arredo mi provocano sonno. Mi basta guardarli per iniziare a sbadigliare e avvertire un intorpidimento mentale. Ricordo una volta anni e anni fa quando, al seguito dei miei genitori in un mobilificio, mi assopii su una poltrona. Mi giustificai dicendo che se uno deve fare un acquisto di questo tipo deve essere certo che faccia al caso proprio e quindi vada testato. Ma una tale spiegazione in stile Bart Simpson non risultò convincente.

Il primo impatto con l’IKEA non è stato dei migliori. Mi sentivo come un gorilla che si ritrova per le strade di New York. Innanzitutto non capivo da dove iniziare il giro: c’erano scale mobili che andavano su, scale mobili che andavano giù e ascensori. Ho pensato di adottare il principio del gregge: segui la folla, saprà dove andare.


È una delle cose più sbagliate da fare a mio avviso ma che funziona in taluni casi, come ad esempio concerti e convention del fumetto. Quando non si è certi sul dove sia ubicato il luogo dell’evento basta individuare gruppi organizzati di partecipanti – ben riconoscibili per la loro eccentricità rispetto al substrato civile circostante – e seguirli¹.


¹ È una bella sensazione quando ti ritrovi a essere tu quello che viene scelto dagli smarriti viandanti per essere guida del gregge. È come sentirsi Mosè.


La mossa si è rivelata sbagliata: la  folla era diretta all’area cibo.

Se entrare presenta delle difficoltà, uscire ne ha ancor di più: i percorsi obbligati confluiscono di nuovo verso il cibo, dove si raduna la folla.

Alla fine non ho comprato nulla, perché le cose che mi servivano erano tutte distanti l’una rispetto all’altra: quando mi sono imbattuto nelle grucce mi sono ricordato di aver saltato l’accendifornelli e, pur di non rifare a ritroso tutto il giro remando controcorrente tra coppie che progettano casa guardando le cose da metterci dentro, famiglie che progettano di rifare casa con le cose da metterci dentro, bambini che progettano come sfasciare le nuove cose da mettere in casa, ho desistito.

Fuori il complesso commerciale, sono stato adocchiato da dei Testimoni di Geova. Ho cambiato direzione con un angolo stretto come uno sciatore nello slalom gigante prima che potessero agganciarmi.


Non ho potuto fare a meno di notare però che gli espositori e gli opuscoli con le quali diffondono il credo siano praticamente gli stessi – per impaginazione e immagini – che vedo distribuire in Italia (tradotti in ungherese, ovviamente). Il che ha solleticato la mia fantasia sul coordinamento tipografico esistente tra tutti i TdG: c’è un’unica tipografia che stampa tutto in diverse lingue? C’è un codice editoriale cui tutti si uniformano?


La deviazione mi ha portato dritto sulla strada di una Hare Krishna che mi ha intercettato. Secondo me c’è un tacito accordo tra le due confessioni nell’opera di proselitismo: l’una raccatta quelli che sfuggono all’altra.

A nulla è valso dirle che non parlo ungherese.


Se a qualcuno interessasse, si dice Nem beszélek magyarul. È la prima cosa che mi sono sforzato di apprendere prima di arrivare qui¹.


¹ La prima cosa da dire quando ci si approccia a una nuova lingua è dire che non la si parla, in quella stessa lingua.


Qui tutti si lanciano con l’inglese, purtroppo, quindi non voleva lasciarmi scappare così facilmente. Così sono sfuggito dicendo che avevo fretta.

In compenso da quel momento per tutto il giorno ho avuto in testa un verso di una canzone dei Verdena

Non prendere l’acme
E se sei un Hare Krishna
mi meraviglierai 

Il proselitismo d’assalto urbano mi ha sempre incuriosito. Mi chiedo se sia produttivo di risultati e se magari le tecniche di approccio non siano sbagliate.


Alcuni però sono arguti.

– Buongiorno. Ha letto la Bibbia?
– Sì (tagliando corto).
– Forse è il momento di riaprirla.

Ach. Fregato.


Dovrebbero studiare forse dagli esperti di marketing dell’IKEA. O dispensare cibo.

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Non è che l’universitaria ansiosa è una tesa di laurea

Negli ultimi tre mesi ho fatto da ‘consulente’ a una ragazza per la stesura della tesi di laurea. Ho avuto modo di comprendere, grazie a questa esperienza, come è fatta una persona che vive fuori dal mondo.


Il Maestro di maturità

Pensavo di vivere io fuori dal mondo, perché ad esempio sono il tipo che quando vede un grande negozio di giocattoli devo entrare per cercare le spade laser di Star Wars oppure per guardare i Lego o provare le maschere dei supereroi. Forse si tratta di differenti modi di essere fuori dal mondo, la mia maturità – personificata dal tipo con la barba lunga delle serie Conosciamoci un po’ e Siamo fatti così – me lo dice sempre: “Gintò, ma o’ vir che gli altri trentenni e pure quelli più giovani si sposano e fanno figli?”. Al che ho realizzato una cosa: debbo sposarmi e fare figli così da avere il pretesto, per gli anni a venire, per poter frequentare i negozi di giocattoli.


La mia ‘cliente’ pur essendo al quinto anno complessivo di università e con  già una triennale alle spalle, non aveva la benché minima idea di come fosse fatta una tesi di laurea nella sua struttura basilare, intesa quindi come un testo composto da indice-introduzione-capitoli-conclusioni-bibliografia.


Poi ho avuto modo di capire che per la triennale fosse stato il padre a farle da ‘consulente’ e questo spiega tutto.


Non aveva alcuna idea, inoltre, su come si reperisse il materiale. Ma quello non è stato un problema: il padre le ha fornito dei libri, la madre dei documenti.

Specifico: la madre ha incaricato gli stagisti del suo ufficio di cercarle dei documenti.


E voi che scommetto associate lo stagista a uno che fa le fotocopie. Invece, se siete fortunati, potreste ritrovarvi nell’ufficio di una persona importante che vi incarica di cercare materiale per la tesi della figlia.


A quel punto è stato chiaro come questa famiglia rappresentasse bene un comandamento presente nella civiltà umana sin dai tempi più antichi, sembra fosse scritto anche sulle tavole di Mosè che poi per distrazione deve essersi dimenticato di tramandarlo: non fare qualcosa se gli altri possono farlo per te*. In questo meccanismo mi sono fatto volontariamente coinvolgere anche io, in cerca di possibilità di guadagno facendo il ‘consulente’.


 *A riprova della storicità di tale ammonimento c’è il fatto che il Dio biblico per l’appunto agiva spesso per interposta persona!


La ragazza, comunque, era molto in ansia per il rush finale verso la conquista di ciò che è volgarmente denominato “pezzo di carta”: il suo desiderio è il 110, cosa di cui non si riteneva sicura, partendo da un misero 108-109.

L’altra sua fonte di ansia riguardava la natura della consulenza: sarà giusto – si chiedeva – ricorrere a un piccolo aiutino? Per sicurezza, mi confessò una volta, aveva cancellato tutte le nostre mail per il timore di essere intercettata dalla polizia postale.

Non ritenni di dover fare domande (Quello il pazzo va assecondato, diceva Totò) e mi assicurai che le portiere della sua Smart – stavamo parlando in auto – non fossero bloccate.

Il fondo l’abbiamo toccato quando mi ha inviato un documento riservato, in possesso della madre, da utilizzare nella tesi, ovviamente senza citarlo né riportandone il contenuto, ma utilizzandolo soltanto come ispirazione. La raccomandazione era quella di eliminarlo una volta letto.


Non so che livello di riservatezza potesse avere – non parliamo di segreti di Stato, ovviamente – però di certo credo fosse un documento non disponibile per terze persone e privati cittadini. Ciò mi ha fatto riflettere sul funzionamento delle cose in Italia: la madre dà alla figlia un documento riservato – e già qui non ci siamo proprio – che, a sua insaputa, lo consegna poi a un illustre sconosciuto.

Ho pensato sarebbe stato divertente rintracciare la madre e presentarsi da lei facendole un discorso di questo tipo:
– Signora, in questa penna usb c’è il documento e la mail che sua figlia mi ha inviato. Ne ho una copia conservata in un posto sicuro. Sarebbe un fatto veramente increscioso se si venisse a sapere che simili importanti comunicazioni siano alla mercé del primo che capita, non trova? Per sua fortuna ha trovato una persona onesta come me…Le lascio qui la pennetta. Ah, posso chiederle un’informazione? Sa se per caso da queste parti o una qualche sua conoscenza assume dipendenti? Sa, cerco lavoro e pensavo che forse lei con le sue competenze e capacità potrebbe essermi d’aiuto…sa, se non ci si aiuta tra noi persone oneste dove si andrebbe a finire?

Sì, più o meno l’avevo visualizzata così la scena, prima di eliminare il file.


Vorrei poter raccontare altre perle ma scenderei troppo nei dettagli. Sono grato alla mia vita comunque per farmi incontrare sempre persone che non mi annoiano.