Non è che puoi filtrare gli atti impuri

Un pomeriggio al catechismo a noi discepoli stavano parlando di qualcosa come i desideri positivi che una persona esprime alla divinità: Vorrei la pace nel mondo, vorrei cibo per gli affamati e altre cose per vincere Miss Italia.


Non ricordo se stessero presentando l’argomento propri in questi termini parlando di desideri positivi, la mia è una ricostruzione sulla base di vaghi ricordi, il contesto comunque era quello.


Al che io dissi, sottovoce, rivolto a un mio vicino di posto: “Vorrei vincere la lotteria”.

Il vicino di posto, con la simpatia di uno che ti fa gol all’87esimo, rivelò il mio commento alla catechista, che mi redarguì al suon di “Eh no! Questo è consumismo! Di cosa stiamo parlando ora? Di pensieri altruistici”.

– Ma io poi darei il denaro in beneficenza – aggiunsi prontamente per riscattarmi.
Ma nessuno prestò attenzione al mio buon proposito, essendo stato additato come consumista.

A scuola sono sempre stato vittima di spioni, delatori e sicofanti vari. Il più delle volte poi chi mi denunciava non era uno stinco di santo, per rimanere in tema. Ovvio: è il godimento di trascinare gli altri nel fango.


Sicofante. Non è una bella parola? In origine in greco sembra indicasse “Colui che denuncia il contrabbando di fichi nell’Attica”, dato che all’epoca l’esportazione dei fichi era vietata. Ma divenne presto una parola negativa, perché sorse la figura del calunniatore professionista, quello che, dietro compenso, era pronto a giurare e spergiurare.


A scanso di equivoci, io non ho mai contrabbandato fichi fuori dall’Attica o zone limitrofe o altrove.


In quella medesima lezione – o forse era un’altra – ricordo che il delatore chiese cosa si intendesse per “atti impuri”.

Al che la catechista rispose “Tutte quelle coppie che si sbaciucchiano per strada”, sottolineando la cosa con una smorfia di disgusto.  E io pensai che non avevo certo intenzione di commettere atti impuri nella mia vita. Eppure ritenevo inevitabile* che prima o poi io avrei finito con l’avere una compagna e che ci sarebbe potuto scappare uno sbaciucchiamento per strada.


* Eh, quando uno si ritiene destinato a essere un figo.


Ignoravo che per anni questo pericolo non ci sarebbe stato affatto.


Tornai a casa e per distrarmi dal timore di quei futuri atti impuri mi concentrai su dei pensieri sconci riguardanti Elisabetta Ferracini, co-conduttrice di Solletico. Non essendo conscio della esauriente connotazione di un atto impuro, perché la catechista non ci aveva raccontato tutto.


C’erano tante cose che al catechismo non hanno spiegato molto bene* e io mi trovavo in difficoltà essendo ancora nella fase infantile dei perché. Una fase che dura ancor oggi.


* Anche qui non sono però molto sicuro perché potrei essere stato io poco attento alle spiegazioni.


Ho riflettuto su quegli eventi oggi mentre passeggiavo.
C’erano molte coppie per strada. Una di queste mi ha colpito. A parte il loro evidente indugio nell’atto impuro – nella declinazione data dalla catechista – seppur coperti da un ombrello, ho colto un messaggio all’interno della scena.

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Non è evidente? Da un lato la coppia e dall’altro i cannoni da guerra. Mi sembra chiaro cosa significhi.
È un messaggio politico: fate la guerra, non fate l’amore.

Sconvolto da queste dichiarazioni guerrafondaie, mi sono allontanato.

Avvicinandomi da dietro alla torre della Chiesa di S. Maria Maddalena, ho sentito dei rumori. Il suono mi era familiare perché l’avevo sentito altre volte.

Un tipo era impegnato in evoluzioni acrobatiche. Il rumore era quello dello skate che viene girato e rigirato su sé stesso. SCATAC! SCATAC!


Secondo me fa SCATAC, laddove il suono della T è dato dall’asse mentre le C sono le ruote.


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Monumentale il suo ergersi. Anzi, più che monumentale la sua sicumera mi faceva venire in mente Montale: Ah l’uomo che se ne va sicuro, agli altri e a sé stesso amico.


Non è vero che mi faceva venire in mente Montale, l’ho pensato dopo mentre riflettevo su quale minchiata aggiungere come didascalia e poi mi son detto Ehi, citiamo Montale per darci un tono. Solo che sarebbe parso troppo uno spararsi le pose, quindi ho aggiunto questa didascalia per recitare la parte di quello che non si prende sul serio. Quindi tu, lettore, sei stato fregato due volte e questo ti sia d’insegnamento a non fidarti mai di nessuno, anche perché poi ci sarà sempre uno spione pronto a denunciarti.


Mi sono allontanato e ho atteso che ruzzolasse a terra. Cosa che è avvenuta immediatamente poco dopo:
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E questo perché sono una brutta persona.

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Non c’è bisogno di essere una gran-de-mente per essere Miss Italia

La vicenda di Mi-si-taglia mi fa tornare alla mente un episodio accaduto durante un colloquio di lavoro di gruppo. Eravamo chiamati a presentare un tema (a scelta tra una rosa di 6) ed esporlo in 2 minuti.

Si alza una tizia. Tema: Il personaggio storico che avrei voluto incontrare.

– Io avrei voluto conoscere Hitler. (Pausa)
Attimi di smarrimento nell’aula. Bussano alla porta: Salve, sono Mr Gelo, calo su di voi.
La tizia, freddata dalla reazione, cerca di riprendersi.
– Sì…Per fargli capire tutto il male che stava facendo, per dirgli guarda, fargli vedere i bambini…


(Giustamente il buon Adolfo non aveva ben chiaro cosa stesse accadendo. Lui voleva solo fare il pittore)


Seconda candidata. Tema: L’invenzione che avrei voluto inventare.

– Io avrei voluto essere quello che ha inventato il trolley. (Pausa)


Secondo me è la pausa in cui si aspetta l’effetto che hanno le nostre parole sugli altri a fregare. Bisogna andar dritti come uno che vede il giallo al semaforo e cerca di farcela prima che la scure del rosso si abbatta su di lui.

Io non lo faccio mai, io rispetto i semafori, non ho nulla contro di loro anzi ho molti amici che fanno i semafori.


Occhiatine  divertite tra il pubblico.
– Sì…perché comunque cioè mettere le ruote a una valigia è una bella idea…

Questo per dare l’idea che a volte le cose sono molto sopravvalutate. E poi in fondo è Miss Italia, mica la selezione del MENSA.

Tutto ciò mi ha dato degli spuntini di riflessione (sono quei pensieri che ti vengono a metà mattinata o a metà pomeriggio): quando avrei voluto vivere?

Ieri pomeriggio avrei voluto vivere nell’epoca in cui veniva inventato il tempismo.

Da qualche parte a Roma – ore 14:55
Arrivo dove dovevo arrivare (cosa molto difficile perché spesso mi trovo dove non vorrei arrivare) e mi siedo. Mi leggo il mio Rumore Bianco – che non è una metafora criptica come a dire “Ascolto i colori della terra” o altre fabiovolate simili ma sto leggendo Rumore Bianco di DeLillo -, attendo l’arrivo di Tutor.

Nell’ultima settimana la stavo osservando con attenzione. Mi è sempre parsa una persona interessante, saranno quei ricci un po’ ribelli o il fatto che è una nanerottola e, quindi, un po’ svampita.


Da qualche parte nel blog avevo esposto la mia teoria secondo la quale le nanerottole sono tutte un po’ svampite. Pensiero corroborato da esperienze reali.


È comunque una persona con la quale è piacevole parlare e, soprattutto, con cui non devi limitarti a commentare il tempo.

Così, baldanzoso e anche un po’ Baldan Bembo (cantando Tu cosa fai stasera?), mi prefiggo lo scopo di invitarla a prendere una birra qualche volta. Non è impegnativo e non è fuori luogo.

Da qualche parte a Roma – ore 15:05
Lei arriva. Chiudo Rumore Bianco.
– Ciao!
– Ciao!
– Eh, non ci siamo però. È la seconda volta di fila che arrivo prima di te.
– Eeeh (sposta gli occhi di lato, sorride con la bocca semiaperta, gli zigomi si gonfiano e si irrorano leggermente di sangue)…


È sorprendente la mimica facciale. In una frazione di secondo accadano un sacco di cose che sfuggono al nostro controllo. Prima di pensare di sorridere lo stai già facendo.


– …Diciamo che prendo il caffè con qualcuno (ora sorride mostrando i denti, bianchissimi).
– Aaaaah (belando)…


Il belato è il tipico suono dell’imbarazzo. Un po’ come quando vi trovate in un luogo e incontrate una persona che non vorreste incontrare e non potete fare finta di evitarla. Allora vi esce fuori un “Ciaaaooo” stiracchiato e belato.


– …Allora sei giustificata, dai.

Sono passato poi a guardare nel mio rumore bianco.