8 indizi per identificare un insoddisfatto cronico da uno che va be’ dai è più normale anche se a volte rompe le palle

L’espressione serena e rilassata di un tipico esemplare di persona soddisfatta

Come cantava il vecchio Frankie hi-nrg, sono intorno a noi, in mezzo a noi, in molti casi siamo noi: gli insoddisfatti cronici, il dito nel sedere molle del pianeta che a sua volta ha un dito nel sedere degli insoddisfatti. Non si spiegherebbe altrimenti quel loro perenne atteggiamento di fastidio misto a una sensazione di stitichezza viscerale.

La piccola guida che segue contiene gli elementi per identificare e distinguere gli insoddisfatti cronici da quelli che semplicemente si son svegliati una mattina per caso con la luna storta, magari perché han mangiato pesante la sera prima. Attenzione: se vi riconoscete in anche solo uno degli elementi di questa lista, cominciate a porvi delle domande (come ho fatto io che mentre scrivevo ho cominciato ad avere dei dubbi su me stesso).

Nota bene: il post è ironico e scherzoso e prende di mira chi tendenzialmente si comporta da scassapalle senza ragione: non intende prendere in giro chi invece soffre di un malessere serio.

    1. L’insoddisfatto cronico è come quel soprammobile che vi hanno regalato e che non potete gettar via perché era una bomboniera di vostra zia Clodovea che ci tiene tanto, poverina, anche se la vedete solo a Natale e a Pasqua (ma solo negli anni bisestili): dovunque lo mettete, sta male. Si sente fuori posto, non si trova a proprio agio, sta scomodo, non sta bene.

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      L’incomparabile e sempiterna bellezza di questo perfettamente inutile geco multicolor da me comprato in quel di Barcelona, che non può esser collocato in alcun posto a meno di non vivere in una casa disegnata da Gaudí, cosa che crea in me somma insoddisfazione

    2. L’insoddisfatto cronico 2.0 sfrutta internet come megafono del proprio malcontento. Scrive su facebook per lamentarsi della pioggia quando piove, del sole quando c’è il sole, delle nuvole quando il tempo è così così e non si capisce se voglia piovere o schiarire. Coloro che sono in grado di scrivere testi più lunghi di un sms aprono un blog, dove far scorrere fiumi di parole lagnose come i Jalisse e confrontarsi con altri insoddisfatti che giungeranno a commentare offrendo la propria empatica partecipazione.
    3. L’insoddisfatto cronico è stato morso da un Enrico Ghezzi radioattivo che era stato esposto a raggi Sgarbi durante un esperimento per clonare un Joe Bastianich potenziato: insomma, critica, si sente in dovere di farlo e in diritto di dirlo a tutti. Il risotto non è ben cotto, l’insalata è salata, gli amplificatori son poco sonori, la trama è grama (non mi venivano altre rime): nulla è di suo gradimento perché tutto è imperfetto, sbagliato, non incline ai suoi gusti eccelsi e sopraffini.
    4. L’insoddisfatto cronico ha il dono della preveggenza. Dovunque lo si sta conducendo, sa già che non si divertirà, che non mangerà bene, che non si troverà a proprio agio e via dicendo.
    5. L’insoddisfatto cronico entra in crisi quando si trova a dover ammettere con sé stesso (e anche con gli altri) che le sue previsioni erano sbagliate. È statisticamente impossibile che nulla possa accontentarlo: prima o poi si divertirà, prima o poi farà qualcosa che gli sarà piaciuto. I più bravi hanno un diploma all’Actors Studio per l’aver imparato a dissimulare il proprio entusiasmo e non darla vinta al prossimo.
    6. L’insoddisfatto cronico ha la sindrome da risveglio del lunedì mattina applicata a tutti i giorni della settimana, sabato e domeniche comprese. Alcuni membri della comunità scientifica contestano la classificazione di sindrome del lunedì, chiedendo che venga invece coniata una nuova definizione a parte, cioè “sindrome del risveglio e basta”. Finora sono rimasti inascoltati e quindi insoddisfatti.
    7. L’insoddisfatto cronico, contrariamente a quel che si può pensare, è un animale sociale. Predilige la compagnia delle persone, prospera nei luoghi frequentati, spesso ha un partner (anche se non a lungo perché tende a eliminarlo per sfinimento). In assenza di compagnia non avrebbe come e dove sversare il proprio flusso di lagnanze.
    8. L’insoddisfatto cronico è un fine stratega militare: degno interprete dell’arte della guerra di Sun Tzu, finge di autosabotarsi mentre in realtà prepara un’astuta trappola per liberare il proprio potere lagnoso. Ad esempio, quando bisogna decidere come trascorrere una serata lui non dice la sua o non si sforza di far valere le proprie ragioni: salvo, poi, lamentarsi di essere stato costretto a fare una cosa che non voleva.

 E voi conoscete un insoddisfatto cronico? Come lo identificate o come lo tenete a bada?

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Da bambino volevo nuotare nei soldi

Mettendo in ordine un vecchio cassettone, mia zia ha trovato dei miei vecchi disegni che nonna aveva gelosamente conservato.

La cosa particolare è che su quei disegni c’era il prezzo.

Sì, perché io li vendevo.

Da bambino avevo deciso quale sarebbe stato il mio futuro: volevo essere un miliardario. Un pargolo di poche pretese, insomma. Pensavo che però sarebbe stato meglio mettersi in affari sin da piccoli, in modo da avvantaggiarsi per il futuro e anche anticipare la concorrenza di altri futuri miliardari. E così decisi di vendere i miei disegni ai parenti.

Ero convinto di essere un artista in erba. Poi da adulto mi è rimasta solo l’erba, l’arte è finita da parte.

Avevo molte convinzioni da piccolino.

Per esempio ero convinto che:

  • Gli spot pubblicitari fossero in diretta e ogni volta gli attori dovessero presentarsi negli studi per rifarli;
  • Visto che la benzina inquinava, potevano mettere nei motori un altro liquido: l’acqua, ad esempio. Solo che visto che l’acqua è più facilmente reperibile, chi vende la benzina non era d’accordo per mero interesse economico e quindi se ne fregava, continuando a inquinare. Oh diciamo che non ero così lontano dalla realtà!
  • Anche se nel mondo le persone parlavano lingue diverse, il pensiero fosse in un’unica lingua, universale. Che a me sembrava italiano ma in realtà non lo era, era la lingua del pensiero.
  • Fare il militare voleva dire che ti sparavano addosso e tu dovevi correre per evitare i proiettili.
  • Ci fosse una regola nel calcio secondo la quale era obbligatorio per i giocatori passarsi il pallone, altrimenti non mi spiegavo perché un calciatore col pallone tra i piedi non andasse diritto verso la porta per fatti propri.
  • Girare con un mazzetto di figurine in tasca potesse dare potere, infatti me le portavo ovunque, anche quando non ero a scuola.
  • Gli oggetti, quando non visti dagli umani, si animavano e parlavano tra di loro.
  • Sarei diventato un giornalista (ma non volevo fare il miliardario? Un miliardario giornalista? Ah, ci sono: un editore miliardario! Dove l’ho già sentita?). L’avevo dimenticato, ma già intorno ai 6-7 anni mi dedicavo a produrre un mio giornale. Questo che ho riesumato non deve essere più recente del 1992, all’interno c’era un ritaglio di un articolo di Repubblica che parlava del Ministro dell’Ambiente Ruffolo (considerando che ha ricoperto la carica tra il ’90 e il ’92, i conti tornano).
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Notare l’originalissimo titolo della testata, il prezzo modico e la strategia di marketing per attrarre lettori: allegare regali.

Beata ingenuità infantile.