Diario di una Pest – Viaggio

Per dare un senso alla mia presenza in Ungheria e offrire un servizio pubblico (e non pubico, cioè un servizio del c.), vorrei inserire nel blog una rubrica con alcune informazioni utili per chi, per svago, lavoro o traffici illeciti volesse recarsi a Budapest. Comincerei, in modo banale, dalle informazioni sui trasporti.


Le seguenti informazioni sono aggiornate a febbraio 2017.

Voli
Le compagnie low cost che collegano l’Italia a Budapest sono due:

  • La Ryanair con voli da/per Bergamo (Orio al Serio), Pisa e Roma (Ciampino);
  • La W!zz Air, compagnia di bandiera ungherese, con voli da/per Catania, Lamezia Terme, Bari, Napoli, Roma (Fiumicino), Bologna e Milano (Malpensa).

Se poi vi sentite mossi da spirito nazionalista – visto che è lì lì per fallire  – potreste sborsare dai 120 ai 200 bigliettoni per un volo con Alitalia, per viaggiare come su una low cost ma con in omaggio un panino di plastica come snack gratuito. Potete mangiarlo o pastrugnarlo con le mani per rinforzare i muscoli.

W!zz Air
La W!zz fa pagare qualsiasi upgrade. Deve probabilmente ancora finire di rimborsare i geniali ideatori del logo col punto esclamativo ed Elton John per i diritti sulla livrea viola e fuxia.

Il bagaglio a mano piccolo – per intenderci, quello che riesce a entrare sotto il sedile – è gratis, quello più grande (56X45X25 CM) costa:

  • 18 euro se acquistato con la prenotazione
  • 20 euro se acquistato dopo la prenotazione
  • 35 euro in aeroporto
  • 1 anno di carcere se lo tirate addosso alla hostess per frustrazione.

Io seleziono sempre il bagaglio a mano piccolo (42X32X25 CM) e poi contestualmente acquisto l’imbarco prioritario (5 euro), che dà diritto a portare un ulteriore collo con sé, dalle dimensioni massime di 40X30X18 CM. Come collo aggiuntivo porto con me la borsa del portatile e la riempio di roba. In pratica complessivamente è come se portassi il bagaglio di un trolley, ma a un prezzo inferiore.


Non so se la mia strategia abbia una falla o meno – nel caso non l’ho ancora individuata -, però mi ci son trovato bene.


Non dimenticate di fare il check in online.

Mezzi alternativi
Esiste un comodo (!) autobus notturno della Baltour che fa Firenze (h 17:00)-Bologna (19:00)-Padova(20:45)-Venezia(21:20)-Trieste(00:15)-Città sconosciuta ungherese-Altra città sconosciuta ungherese-Budapest (8:00 del giorno seguente). Attenzione alla posizione in cui vi addormentate. Non è bello portarsi via un bracciolo dei sedili perché vi è rimasto incastrato nello sterno.

L’aeroporto
Volando con una low cost, a Budapest vi verrà riservata l’area poveracci. Infatti i gate dal 12 al 19 dell’aeroporto di Ferihegy sono disposti in un capannone di lamiera, cui si accede tramite una passeggiata in mezzo a un percorso di ferro che sembra quello di un mattatoio.

Una volta atterrati, se siete fortunati troverete la navetta sotto l’aereo, altrimenti, come è successo a me una volta, vi farete una passeggiata di qualche centinaio di metri al freddo e al gelo fino all’uscita.

Arrivare in centro
Usciti dall’aeroporto – è molto piccolo – a sinistra troverete la zona taxi. Si prenota al chioschetto, dove vi daranno il numero del vostro mezzo. Una corsa in centro costa in genere tra i 20 e i 25 euro. Il viaggio dura una ventina di minuti. I tassisti non sanno l’inglese o lo sanno molto poco. Il prezzo della corsa sanno scandirlo benissimo però.

A destra, invece, più avanti c’è la fermata del 200E, l’autobus che fa il tragitto Aeroporto – Kobanya Kispest (kobània kishpèst), capolinea della metro 3 (la linea blu) che arriva fino in centro. In genere i turisti che alloggiano in centro scendono a Deak Ferenc Ter (dèak fèrenz ter), dove si incrociano metro 3, 2 (la rossa) e 1 (gialla), senza contare poi tutti gli autobus che passano di lì. Per arrivare occorrono in media una 40ina di minuti e un centinaio di bestemmie contro quelli che sull’autobus sono d’intralcio perché non scorrono in fondo.

Se la metro è chiusa bisogna scendere prima, ad Határ e prendere un bus notturno.

Il biglietto si acquista alla macchina automatica presente alla fermata.  Accetta anche carte. Conviene comprare direttamente un abbonamento, che è valido per tutti i mezzi. Il listino prezzi è consultabile qui.


La BKK, la società che gestisce i trasporti, ha anche una app per cellulari (in inglese) con cui è possibile controllare orari dei mezzi e programmare spostamenti: ad esempio è utile per andare da un punto all’altro conoscere i mezzi da prendere e la durata del viaggio.


Esiste poi il minibus della W!zz Air, che con 5 euro fa il tragitto Aeroporto – Deak e con 10 euro Aeroporto – Luogo dove alloggiate. Si prenota online. È comodo quando si arriva di sera tardi (l’ultima corsa della metro parte alle 23:30 dal capolinea) o quando al ritorno c’è da prendere l’aereo molto presto al mattino (la prima corsa parte alle 4:30).

È inutile fare le corse per raggiungere il minibus – si prende nell’area parcheggi andando a sinistra dell’uscita dell’aeroporto. Il bus si piazza di fronte la macchinetta per il pagamento della sosta -, tanto parte a orari fissi. Se tutti i passeggeri prenotati sono già a bordo, parte anche prima. Altrimenti bestemmierete perché voi siete lì da mezz’ora e state attendendo due imbecilli che si presentano con molto comodo.

Post in aggiornamento

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Non è che con le temperature sottozero reciti aforismi per incrementare “le massime”

Dopo aver passato una settimana con le massime a -8, quando negli ultimi giorni le temperature sono risalite sino a +1/+2 ho iniziato ad avvertire caldo. Sul serio, a un certo punto ho creduto di sudare. In realtà stavo sudando freddo perché la neve caduta si era ghiacciata e camminarci su genera qualche apprensione.

L’inverno crea disagi. Se però parliamo sempre del disagio finiamo col vivere in uno stato di maggior disagio.

Vorrei elencare quindi una serie di motivi per cui vedere l’inverno con una diversa prospettiva:

  • Appena vi sedete apparirà un gatto sulla vostra pancia per tenere caldi i pasti nel vostro stomaco (si sa che il cibo freddo può far male all’intestino, il gatto, quindi, premuroso evita ciò).
  • Non fa caldo. E può sembrare un’ovvietà, ma salire le scale della metro e arrivare al lavoro senza sembrare che ti abbiano fatto un gavettone è una cosa positiva. Anche perché poi desidereresti sul serio un gavettone, ma nessuno te lo concede.
  • Si può bere la cioccolata calda. Nulla vieta di farlo in estate, solo che poi mi sa che si muore. Nel vero senso della parola, controllate sulla bustina di Ciobar e c’è scritto in caratteri minuscoli “Può causare morte se assunto d’estate”.
  • I telegiornali tormenteranno come sempre il pubblico parlando dei disagi causati dal clima, ma quantomeno non diranno di mangiare frutta e verdura come accade in estate.
  • I telegiornali non mostreranno gente coi piedi nelle fontane. Magari c’è chi pattina in una fontana, ma potete sempre sperare che poi cada e si rompa una gamba.
  • Sedersi sulla tazza ghiacciata di primo mattino aiuta a svegliarsi e arrivare scoglionati pimpanti al lavoro.

    A meno che non siate in Giappone e non abbiate la tazza con l’asse autoriscaldante.


  • Si beve volentieri alcool con la scusa di doversi riscaldare.

    In realtà è una leggenda metropolitana, la struttura dei nostri corpi non è adatta a essere riscaldata dall’alcool, ma questo non lo sappiamo e quindi voliamo lo stesso.


  • Il freddo favorisce la socialità e la gente si abbraccia in cerca di calore. Certo c’è poi una controindicazione che è quella dei piedi freddi sotto le lenzuola, ma è un effetto collaterale della socialità: siate grati di avere qualcuno sotto le lenzuola!
  • Nel tragitto dal supermercato a casa i surgelati non si scongelano e il cibo fresco non va a male. Una volta, a luglio, comprai delle banane verdi. Arrivai a casa dopo un quarto d’ora e le trovai nere.
  • Si può svuotare il frigo per pulirlo senza che il suo contenuto marcisca all’esterno.
  • Avendo più indumenti addosso si hanno anche più tasche per riporre le cose. Forse per una donna può essere irrilevante, ma per uomini senza borsa (al massimo uomini col borsello come cantavano gli Elio) è importante. D’estate è un dramma riporre chiavi, telefono e via dicendo. Una volta comprai dei bermuda senza tasche posteriori. Non sapevo dove mettere il portafoglio, se non nei boxer. Un’altra volta invece comprai dei bermuda monotasca: in pratica c’era un unico tascone che univa le due tasche laterali, correndo lungo il posteriore.

    Non so perché li comprai, in negozio sembravano belli: è quell’incantesimo che porta a credere belli i vestiti visti in negozio mentre poi a casa si trasformano in una zucca trainata da ratti.


    Una volta indossati, misi le chiavi in tasca e quando andai a sedermi me le trovai nel didietro e fu lì che persi la verginità. In inverno non sarebbe successo perché avrei avuto altre tasche a disposizione.

Spero questa breve lista possa aiutare a rivalutare l’inverno. Altrimenti potete sempre stamparla e darle fuoco e sarà stata comunque utile per alleviare il disagio.

Un gatto delle nevi mentre compie il proprio lavoro di scavo della neve

Un gatto delle nevi mentre compie il proprio lavoro di scavo della neve

Non è che spedisci il computer in manicomio solo perché non connette più

Ci si accorge del valore delle cose quando le perdiamo. E ci si rende conto di quanto, nel quotidiano, diamo tutto per scontato salvo poi pentircene quando si realizza che nulla ci è dovuto e ci è garantito.

Sono due giorni che mi trovo senza connessione internet.

Il PdC (padrone di casa) è stato così gentile da impegnarsi domani a verificare con la compagnia telefonica e a promettermi uno sconto sull’affitto il prossimo mese.

In questi giorni non sono in formissima. Mi capitano piccoli inconvenienti, come questo della connessione internet.

Ieri, in ufficio, quando sono andato in bagno mi sono accorto che mi stavo pisciando sulla cintura. In pratica, mentre facevo ciò che facevo guardando in alto e fischiettando Firulì Firulero, la cintura slacciata penzolava sul davanti giusto in traiettoria del getto.


Vien da chiedermi perché noi uomini siam così svagati duranti la minzione. Anche nell’iconografia cinematografica, l’uomo al bagno è rappresentato compiaciuto e fischiettante, laddove la donna sulla tazza sembra invece sempre assumere l’espressione afflitta di chi è alle prese con gravi problematiche politico-sociali e anche un principio di ricrescita pilifera inattesa.


Può essere che la minzione da bipede eretto tipica dell’uomo conferisca questa sicumera o trattasi soltanto di un cliché?


Poco più tardi, ho rovesciato un bicchiere colmo d’acqua, a pochi centimetri da ben due ciabatte di prese elettriche, una sulla scrivania e una al di sotto di essa.

Uscito dall’ufficio, distratto dalle chiacchiere di Aranka Mekkanica (la mia collega che sembra timida e remissiva ma in realtà nasconde un’indole malvagia) che era con me, ho preso la metro nella direzione sbagliata.

A casa ho poi constatato l’assenza di connessione internet. Desideroso di vedere la Champions League in streaming, sono uscito alla ricerca di un bar o di un locale che trasmettesse la partita.

Purtroppo, dei posti che ho visitato nessuno trasmetteva la partita che mi interessava.

Però per strada, quando ero affranto e sconsolato, ho avuto questa apparizione:

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Convinto fosse un segno, sono tornato a casa sperando di ritrovare la connessione. Non c’era. Ho sfruttato un hotspot Telekom che forniva un quarto d’ora di internet free per vedere il finale dell’incontro.

Purtroppo le cose nella partita non sono andate bene e ho invocato invano il nome sulla targa dell’auto. E ho pensato che avrei potuto sfruttare quel quarto d’ora in modo migliore. Ad esempio per vedere un porno: solo che poi cosa me ne facevo dei 14 minuti restanti?

Non è che Babbo Natale sia un maniaco se ti mostra il pacco

In questi giorni nell’industriosa Pannonia è in corso il festival del kürtőskalács, detto anche dolce a camino, detto anche torta a camino, detto anche dolce arrotolato su uno spiedo, detto anche dolce fallico.

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Non so se mi spiedo

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Ode al kürtőskalács

In tema di richiami fallici, combinazione ha voluto che, al ritorno, mentre ero in metro in piedi, mi è sembrato che una signora seduta davanti a me mi stesse guardando. Lì.

Avevo dei pantaloni stretti che facevano un po’ di bozzo da quelle parti. Non mi vanto di dotazioni elefantiache: la camicia e la canottiera della salute gonfiano. Il resto poi è mancia.

È stata un’impressione fugace ma ho davvero sospettato che avesse guardato il pacco. Sono sceso dal vagone imbarazzato e con un senso di intimità violata. Mi sono sentito in colpa per il mio esibizionismo e per aver indossato dei simili jeans.

Una volta a casa, mentre sbattevo un uovo constatando che, nonostante la mia ambidestria, non mi riesce di sbatterlo con la sinistra ma solo con la destra – anni di allenamento adolescenziale indirizzati allo scuotimento, probabilmente – ho ripensato all’accaduto con un senso di irritazione.

Dovrei sentirmi in colpa per il fatto di avere un pacco?
Il fatto di avere un pacco autorizzava la signora a guardarmelo?
Non siamo in un’epoca in cui un uomo può vestire come gli pare?
La signora era forse una “morta di pacco” e non sa far altro che andare in giro a sbavare?

E quindi ho deciso che noi uomini dobbiamo sentirci fieri della nostra pacchità nonostante gli sguardi imbarazzanti altrui.

Non è che il fotografo si rivolga a un piromane per mettere a fuoco

Quando lo sguardo indica il castello, l’uomo savio contempla la mia camicia
(dal Libro gintokiano dei motti)

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Ci sono delle volte in cui mi blocco. Mi fermo, pur rimanendo attivo.
È come il cellulare che va in risparmio energetico quando non è utilizzato.

È un esempio stupido.
Dubito che qualcuno dia modo al telefono di andare in risparmio energetico. Forse durante la notte, ma ci sarà chi magari lo tocca anche dormendo.

L’ultima che mi aveva adescato probabilmente era una di queste persone. Se accedevo a Whatsupp per leggere un messaggio, lei mi scriveva o mi chiamava per dirmi “Sei online”. Quindi o aveva un programma spia nel mio telefono o stava continuamente a monitorarlo. O forse monitorava un programma spia. O era essa stessa una spia.

Sì, sono online. Non sempre. Vado spesso offline.
In alcuni momenti non mi interessa nulla di ciò che mi avviene intorno. O di ciò di cui mi stanno parlando.

In quei momenti, semplicemente, non mi importa.
Non mi importa del calciomercato.
Non voglio sapere chi ha lasciato chi perché ha fatto cosa.
Non ho visto quel film e non credo che lo guarderò anche se sto dicendo “Uhm, allora devo guardarlo”.
Non conosco quel tizio quindi è inutile che continui a parlarmene.
Non so cosa mangerò stasera: toccherò il frigo dicendogli “Adesso ti aprirò e la prima cosa che mi mostrerai la mangerò. E non fare come l’altra volta che c’era una scatoletta di cibo per gatti”.
Non ho voglia di ascoltare verbosi e prolissi soliloqui come i monologhi di un cameriere che racconta la storia del piatto che ti ha messo in tavola, che ho sempre pensato che sarebbe buffo se uno parlasse come un cameriere che descrive un piatto: ebbene, io conosco il proprietario di un ristorante e un giorno, vedendolo col braccio ingessato, gli chiesi cosa fosse accaduto, per convenzione sociale; mi aspettavo un “Sono caduto dalla scala”, “Stavo giocando a calcio” e cose così, lui invece esordì con “Infrazione dello scafoide carpale con interessamento…”. Su “interessamento” ho smesso di interessarmene e quindi non ricordo come sia finita la storia.
Non mi importa sapere che non ti sei fermata a salutarmi perché quella volta stavi per perdere la metro: ce ne è una ogni 10 minuti, quindi a meno che “perdere la metro” non fosse da interpretare letteralmente e che tu fossi proprietaria di un convoglio della metro che rischiavi di perdere all’assemblea degli azionisti, non mi interessa.

In quei momenti, non mi importa.
Voglio solo stare fermo.
Come se fossi una fotografia vivente.

 

Non è che il pallavolista scarso si dia al cabaret perché le sue battute fan ridere

Che io abbia un senso dell’umorismo discutibile, da far rabbrividire anche un inglese e degno di comparire sulla cialda del fu-Cucciolone Eldorado (quello attuale è una pallida imitazione), credo sia noto a chi legge i miei post.

Gli ungheresi, comunque, hanno un senso dell’umorismo tutto loro.
Così “loro” che lo tengono per sé e non lo mostrano a nessuno: non ho ancora avuto a che fare con un ungherese che abbia sense of humour. Non è che non ridano mai, quanto piuttosto sembrino non arrivare proprio ad apprezzare l’ironia.

L’ultimo esempio l’ho avuto questa mattina.

Internet non funzionava in ufficio. Anzi, in tutto lo stabile. Anzi, in tutta la strada e la rete non sarebbe tornata prima di sera.

Allora, io, Aranka Mekkanika e R. dell’ufficio finanza – man mano che passano i giorni sembra diminuisca sempre più il personale presente – decidiamo di tornare a casa e lavorare da lì portandoci dietro i laptop dell’ufficio.

Dopo aver smontato il mio, mentre mi avvio verso l’uscita tenendolo sottobraccio come uno che si è appena fregato un’autoradio, dico ad Aranka Mekkanika

– Ehi, credi che riuscirei a venderlo a piazza Blaha?

Lei rimane impietrita.

– Scherzavo, eh
– Non è divertente.

Va bene, convengo che non sia stato un intermezzo brillante quanto un Woody Allen dei tempi d’oro. Però, come si dice in questi casi: e che cazzo, dai.


Non sono poi così sicuro che Woody Allen, quantomeno la versione di anta anni fa, faccia loro ridere.


Blaha Lujza è la zona dove vivo. È un po’ borderline.

  • È zona di transito di pendolari (crocevia di linee di tram e una metro) e i pullman scaricano lì turisti cinesi. Non capisco perché solo cinesi: in città arrivano gruppi organizzati di italiani, inglesi, tedeschi…ma i cinesi, spesso dai 40 in su, vengono tutti sversati lì, coi loro cappellini (le donne) e i pantaloni ascellari (gli uomini).
  • C’è un uomo sandwich che gira lì intorno al mattino e pubblicizza un kebabbaro che fa anche il gyros e le pizze. Il suo sguardo perso nel vuoto, l’andatura ciondolante e l’espressione allegra come una retrospettiva su un genocidio non sembrano molto invitanti per i potenziali clienti ma io se fossi un uomo sandwich avrei un aspetto anche peggiore.
  • Ho un club-disco di fronte casa che nel week end fa orario continuato e la domenica mattina raccoglie quelli che dalla sera precedente sono rimasti in piedi. E sono anche un discreto numero: sospetto facciano uso di doping.
  • C’è un tizio che ogni venerdì pomeriggio si piazza in piazza (se fosse stato in strada si sarebbe instradato?) a suonare la batteria. Sempre la stessa ritmica: ormai potrei ripeterla a memoria sul pentolame.
  • La zona pullula di senzatetto alcolisti. Innocui. Ho più timore quando mi ritrovo circondato da gente in blazer.

A proposito di blazer, ho notato, un po’ ovunque all’estero, la tendenza da parte di molti di andare al lavoro in monopattino. Ragazzi, ragazze, adulti, persino compassati manager.


Sono sicuro che qualcuno interverrà dicendo: Guarda che anche qui a Cunnilinguo sul Clito andiamo al lavoro in monopattino! Non lo metto in dubbio, ma io non posso saperlo prima di venirlo a sapere.


Sarebbe bello si diffondesse, anzi, se ne sdoganasse l’uso anche dalle mie parti in Italia.

Mi stavo chiedendo, se in Terra Stantìa uscissi in monopattino, sarebbe più probabile che io venga picchiato o messo a testa in giù in un cassonetto? O entrambe le cose?

Non è che per un’ispirazione sull’arredamento serva avere una buona IKEA

C’è sempre una prima volta per tutto e per tutti.

Io non ero mai entrato in un’IKEA in vita mia. Fino a ieri.

Mi servivano tre cose. Un accendigas, qualche gruccia e dei barattoli e mi son chiesto in quale posto avrei potuto facilmente trovare tutte insieme tali cose. Dato che a 3 fermate di metro da casa c’è il casermone svedese del mobile ho pensato che potesse essere l’occasione di perdere questa verginità mobilizia.

Seppur con riluttanza.
Il motivo è che le esposizioni di mobili e complementi d’arredo mi provocano sonno. Mi basta guardarli per iniziare a sbadigliare e avvertire un intorpidimento mentale. Ricordo una volta anni e anni fa quando, al seguito dei miei genitori in un mobilificio, mi assopii su una poltrona. Mi giustificai dicendo che se uno deve fare un acquisto di questo tipo deve essere certo che faccia al caso proprio e quindi vada testato. Ma una tale spiegazione in stile Bart Simpson non risultò convincente.

Il primo impatto con l’IKEA non è stato dei migliori. Mi sentivo come un gorilla che si ritrova per le strade di New York. Innanzitutto non capivo da dove iniziare il giro: c’erano scale mobili che andavano su, scale mobili che andavano giù e ascensori. Ho pensato di adottare il principio del gregge: segui la folla, saprà dove andare.


È una delle cose più sbagliate da fare a mio avviso ma che funziona in taluni casi, come ad esempio concerti e convention del fumetto. Quando non si è certi sul dove sia ubicato il luogo dell’evento basta individuare gruppi organizzati di partecipanti – ben riconoscibili per la loro eccentricità rispetto al substrato civile circostante – e seguirli¹.


¹ È una bella sensazione quando ti ritrovi a essere tu quello che viene scelto dagli smarriti viandanti per essere guida del gregge. È come sentirsi Mosè.


La mossa si è rivelata sbagliata: la  folla era diretta all’area cibo.

Se entrare presenta delle difficoltà, uscire ne ha ancor di più: i percorsi obbligati confluiscono di nuovo verso il cibo, dove si raduna la folla.

Alla fine non ho comprato nulla, perché le cose che mi servivano erano tutte distanti l’una rispetto all’altra: quando mi sono imbattuto nelle grucce mi sono ricordato di aver saltato l’accendifornelli e, pur di non rifare a ritroso tutto il giro remando controcorrente tra coppie che progettano casa guardando le cose da metterci dentro, famiglie che progettano di rifare casa con le cose da metterci dentro, bambini che progettano come sfasciare le nuove cose da mettere in casa, ho desistito.

Fuori il complesso commerciale, sono stato adocchiato da dei Testimoni di Geova. Ho cambiato direzione con un angolo stretto come uno sciatore nello slalom gigante prima che potessero agganciarmi.


Non ho potuto fare a meno di notare però che gli espositori e gli opuscoli con le quali diffondono il credo siano praticamente gli stessi – per impaginazione e immagini – che vedo distribuire in Italia (tradotti in ungherese, ovviamente). Il che ha solleticato la mia fantasia sul coordinamento tipografico esistente tra tutti i TdG: c’è un’unica tipografia che stampa tutto in diverse lingue? C’è un codice editoriale cui tutti si uniformano?


La deviazione mi ha portato dritto sulla strada di una Hare Krishna che mi ha intercettato. Secondo me c’è un tacito accordo tra le due confessioni nell’opera di proselitismo: l’una raccatta quelli che sfuggono all’altra.

A nulla è valso dirle che non parlo ungherese.


Se a qualcuno interessasse, si dice Nem beszélek magyarul. È la prima cosa che mi sono sforzato di apprendere prima di arrivare qui¹.


¹ La prima cosa da dire quando ci si approccia a una nuova lingua è dire che non la si parla, in quella stessa lingua.


Qui tutti si lanciano con l’inglese, purtroppo, quindi non voleva lasciarmi scappare così facilmente. Così sono sfuggito dicendo che avevo fretta.

In compenso da quel momento per tutto il giorno ho avuto in testa un verso di una canzone dei Verdena

Non prendere l’acme
E se sei un Hare Krishna
mi meraviglierai 

Il proselitismo d’assalto urbano mi ha sempre incuriosito. Mi chiedo se sia produttivo di risultati e se magari le tecniche di approccio non siano sbagliate.


Alcuni però sono arguti.

– Buongiorno. Ha letto la Bibbia?
– Sì (tagliando corto).
– Forse è il momento di riaprirla.

Ach. Fregato.


Dovrebbero studiare forse dagli esperti di marketing dell’IKEA. O dispensare cibo.

Non è che l’hipster camminatore vesta camicie di flâneur

Non esisti.
Lo so.

Faccio spesso dei sogni con un tema ricorrente.

Ci siamo io e te.
Sei diversa da come ricordavo. Anche se ora non so come sei, quindi potresti essere uguale o diversa allo stesso tempo.
Nel sogno sei però scostante, fredda, sprezzante, superba. Anche se ti concedi, sembra avvenga con riluttanza e indifferenza.

Mi sveglio ogni volta mortificato e innervosito.

Per sciogliere questi i pensieri, passeggio.
Senza badare molto a dove vado.

Prendo la metro. Nel treno, alzando gli occhi mi sono accorto di essere nella direzione opposta a quella dove avrei preferito andare. È curioso che, pur non avendo una meta precisa, alla fine si abbia sempre una preferenza per i propri spostamenti.

Scendo alla fermata successiva, decidendo di proseguire a piedi per esplorare la zona. Tanto, sono pur sempre in centro.

Costeggio un perimetro di mura che sembrano cingere quello che sembra un parco. Mi ci infilo dentro, senza leggere i cartelli anche perché non li comprenderei. Il mio ungherese non va oltre buongiorno e buonasera, per quel che mi serve.

Mi sono sbagliato.
Non è un parco: è un cimitero!
Un cimitero abbastanza vecchio, come un Père-Lachaise. Ricordo, ne ho sentito parlare: sono a Kerepesi.2016-01-17-14.06.05.png.png

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Ho pensato che fosse troppo, anche perché era freddo e scivoloso. Così, dopo aver salutato un gatto di passaggio, sono tornato indietro.

Il silenzio e il completo deserto in quel luogo mi hanno però illuminato.

Esistono due tipologie di mancanza: quella nella solitudine e quella nella moltitudine.

Ho finalmente compreso che l’assenza ha un peso specifico maggiore quando sono con gli altri.

Sebbene, sì, quando mi trovo da solo io rifletta, rimugini, ricordi, mi accorgo comunque di star bene. Sono i miei spazi di tempo, ritagli che incollo su un diario mentale. Un modo diverso di ricaricare le batterie.

È quando sono con gli altri che mi accorgo invece della mancanza.

Eggià, non esisti.

Non come io ricordi, almeno.


Quella del flâneur è una figura sorta nell’800, divenuta in breve tempo un cliché letterario: indica il solitario passeggiatore urbano che, vagando senza meta, osserva, giudica, si emoziona, vive il perdersi nella moltitudine pur avvertendo un vivo distacco da essa. Molto si è scritto su di esso e rimando alla ricerca di testi che ne parlino in maniera più precisa e puntuale.


Non è che si chiamino rifiuti perché tu non ne vuoi più sapere (il ritorno)

CC oggi è partita.
Come avevo raccontato, non soddisfatta del proprio stage qui a Budapest ne ha trovato un altro in Polonia.

Prima di andarsene ha dovuto cercare qualcuno che le subentrasse nella casa, avendo lei un contratto d’affitto sino a giugno.

Mi ha chiesto se avessi qualche preferenza sulla scelta del coinquilino. Io ho detto possibilmente no italiani, per il semplice fatto che all’estero vorrei parlare inglese. Già parlo italiano in ufficio con CR.
E poi ho aggiunto che avrei preferito una ragazza.

Non per secondi o terzi fini (anche perché ho sempre il mio codice di condotta!), ma perché credo di trovarmici meglio.

E poi in genere hanno un odore migliore dei maschi.

Può sembrare un’assurdità, ma io tra vista (carente), tatto (che non ho), udito (mi fa spesso male l’udito del piede), gusto (molto difficile) e odorato metto in cima alla lista di utilità proprio quest’ultimo. E non mi trovo a mio agio in presenza di odori che non gradisco.

Le candidature sono arrivate quasi subito.

È giunta la richiesta di una ragazza israeliana e CC mi ha chiesto cosa ne pensassi delle persone di quella zona.

Io ho risposto che non penso proprio niente, perché in genere non formulo opinioni sulle persone in base al loro passaporto.


Tranne che riguardo i parigini, ma sono loro stessi che dicono “sono parigino, il resto è provincia, poca cosa”, quindi non sono io che ti sto dando del parigino, sei tu che rimarchi di essere un parigino.


In ogni caso, la ragazza poi non si è più fatta viva.

Hanno poi manifestato interesse due ragazze “di colore”: me le ha descritte proprio così. Ma ha detto che non si sentiva a proprio agio a rispondere loro e farle venire a casa. Io ho chiesto il motivo, ha replicato che secondo lei non si sono poste con gentilezza in quanto hanno scritto lasciando (o chiedendo, non ho capito bene) il numero per poter parlare al telefono.

Non ho approfondito l’argomento, ricordandomi che gli asiatici hanno una sorta di difficoltà congenita nei confronti del diverso. Me ne resi conto quando presi per la prima volta la metropolitana da solo a Tokyo (le altre volte ero in gruppo e tra cazzeggio e chiacchiere non ci fai caso molto*). Lì provai per la prima volta il disagio della sensazione della diversità, oltre che ad avere intorno una sorta di red zone di sicurezza che nessuno osa oltrepassare.


Poi per carità, sono educati e cortesi se hai bisogno di qualcosa e magari sono stato più oggetto di razzismo in un biergarten bavarese dove qualcuno mi avrà osservato pensando Ah, italiano, mafia, spaghetti mandolino e questo non posso saperlo.


* Anche se una volta a Nara non ci fecero salire sull’autobus, perché il conducente disse non accettava comitive. Non l’avevo mai sentita, questa.


E poi, infine, si è fatta viva anche una ragazza spagnola, che è anche venuta a vedere la stanza e ha deciso di prenderla. Avendo io dato il mio nulla osta, a giorni si trasferirà qui.

La cosa buffa è stata che a vedere casa si è presentata con il padre e il fratello.
Mentre CC le mostrava la stanza sono rimasto solo con loro due che mi guardavano.

Secondo me mi fissavano pensando Nu tuccari a picciridda o ti tagghiamu i cugghiuni, lu capisti?


D’ora in poi per scelta stilistica la famiglia spagnola parlerà siciliano.


È un barbaro cliché quello dell’attenzione ossessiva per i valori familiari in Sicilia, ma il siciliano è una lingua così bella e d’effetto per certe cose*. Avrei potuto farli parlare marchigiano, magari per esempio, ma non sarebbe stato lo stesso: Non ge shta niende da fare, shtatti attendo sai, te faccio cashcà li denti!


Un marchigiano che mi sono inventato così a orecchio, giusto per rendermi antipatico anche a qualche lettore della East Coast italiana.


* E poi visti i trascorsi storici, Spagna e Sicilia vanno a braccetto.


Comunque, dopo la mia seconda esperienza di convivenza con una cinese, sto cominciando a pensare che quel popolo abbia un problema nel gestire i rifiuti.

Nel mese trascorso in questa casa, CC si è occupata di differenziare plastica e carta.

Nel senso che lei prendeva la bottiglia e la metteva da parte, questo era il suo concetto di differenziazione.

Io, grattandomi la testa e a tratti una chiappa, osservavo crescere questa montagnetta differenziata.

Fino a quando non è partita lasciandomi questa eredità

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E va be’, Gintoki! Sono soltanto buste!

Errato. Sono buste piene. L’intero scatolo è pieno. Lo scatolo stesso è da buttare. Ho riempito due bustoni giganti di differenziata.

Comunque non voglio essere ingeneroso.
Ricordate la mannaia che tanta preoccupazione destò in me all’esordio di questa convivenza?
Ebbene, visto che CC aveva troppe cose da mettere in valigia, tanto da indurla a disfarsi del superfluo (ha lasciato anche dei vestiti, se la spagnola vuole se li prendesse pure, ha detto. Peccato che tra CC e CS ci siano quattro taglie di differenza), me l’ha lasciata.

Io avevo detto che l’avrei comprata, visto che ne aveva decantato le lodi, pura produzione di alta qualità cinese e bla bla. Ma al momento di darle il danaro ha detto Aò caro me spiace de pijarme i sordi. Famo che t’aa regalo dai, pe’ tutta aaa gentilezza tua, t’aaaa meriti.

Tutto è bene ciò che finisce in lame.

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Se scruti a lungo nella mannaia anche la mannaia guarderà dentro di te

Non è che per un focolare domestico serva legna da ardere

Buone nuove.
Non sono più un homeless. Mi sono insediato nella mia nuova stanza, di cui allego qualche testimonianza fotografica.

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Il simbolo della conquista di una nuova stanza è la camicia a quadri gettata sulla sedia.

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E così ampia che potrei montare un canestro da basket su una parete e organizzare tornei 3 vs 3. C’è pure il parquet.

Mi accompagna sempre il caro Jesus, perché, si sa, ci vuole un Jesus personale come dicevano i Depeche Mode.

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Notare la asettica semplicità di un arredamento IKEA.

Ho notato che qui a Budapest sembra essere tutto IKEA.

Ho notato anche altro. Che, ad esempio, in tutte le case che ho visto e compresa la cucina dell’ufficio, il mobiletto sopra il lavandino non ha lo scolapiatti.

Non esiste lo scolapasta.
Ho notato però in più case, compresa quella in cui ora vivo, la presenza di un oggetto cilindrico e bucherellato, che pensavo fosse appunto usato per quello scopo.

Ho scoperto poi che serve per metterci le posate ad asciugare.

Come avevo anticipato, avrò una coinquilina cinese.
Non è un soprano e credo abbia abitudini alimentari sobrie e parche. È già un buon punto di partenza.

Non ho ancora capito che opinione abbia di me.

La prima volta che ci siamo incrociati, mi ha guardato con un misto di preoccupazione e perplessità.

Quando ci incontrammo la seconda volta, per un caffè organizzato dalla proprietaria per darci modo di conoscerci, mi ascoltava rispondere alle sue domande con un’espressione del tipo “Non ce sto a capi’ un cazzo di quel che dici” o anche “Sì aspetta che mo me segno che nun me ne frega un cazzo”.


Per scelta stilistica, i pensieri di CC (coinquilina cinese) saranno espressi in romanesco.


Forse mi odia perché voleva la stanza grande, ma, dato che sono stato il primo a rispondere all’annuncio, la proprietaria ha dato precedenza a me.

La sua stanza è più piccolina e col letto su un soppalco.

Ieri, quando mi sono trasferito, lei mi ha chiesto se potesse dare un’occhiata alla mia stanza, esclamando poi “Aò, stanotte dormi come er Papa”.

Sapete, per un attimo ho pensato di proporle di scambiarci le stanze. Tanto il contratto non era stato ancora firmato e il suo andava anche modificato a causa di un errore.

A me in fondo non costava niente, anzi, avrei risparmiato 30 € di affitto mensili investibili poi in bagordi e trastulli.

Poi forse fa più per me una stanza piccolina. Sono un gatto, noi amiamo infilarci nei posti piccoli.

Per un attimo ci ho pensato.
Poi l’ho guardata e mi son detto “Nah, non ne vale la pena”.

Secondo me questo doveva essere uno di quegli eventi Sliding Doors che mettono la vita su due binari differenti. Se le avessi proposto di scambiare le stanze la nostra convivenza avrebbe preso un’altra strada, forse.
Adesso invece è possibile che tenti di uccidermi nel sonno.

Comunque sono contento. Ho trovato un posto che è in ottima posizione. A 30 mt ho tram, metro, taxi. Anche se credo mi asterrò dal prendere un tram con le lucine.

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Ho il supermercato sotto casa. C’è un sushettaro (da verificare), un greco e due kebabbari che ho visto frequentati da arabi, quindi presumo debbano essere buoni. C’è una farmacia a 50 mt e un H&M a 40.

Mi manca internet al momento, infatti adesso sto scroccando il wifi di uno Starbucks e credo farò lo stesso domani per seguire le partite del campionato.


Ma come, Gintoki, fai tanto l’anticonformista e poi vai da Starbucks?!
In assenza di meglio, perché no. Non ho problemi con Starbucks, ho problemi con gli starbucksminchia.


A proposito di H&M, ho già fatto i primi incauti acquisti. Volevo un pigiama e ho optato per questo abbinamento.


La maglietta di Topolino credo comunque non sia un pigiama ma venga venduta come t-shirt da esterno.


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Insomma, qualsiasi tipo di emergenza, alimentare, sanitaria, trasporti, camicie a quadri, può essere soddisfatta immantinente.

Il tutto spendendo un niente rispetto ai prezzi romani.

Eppur mi manca Roma.

Non è che se dichiari guerra al trasporto pubblico puoi gridare “All’Atac!”

(si intravede dietro delle alte mura una grossa cupola) Ehi, dove siamo qui?
– Questa è S. Pietro, oh.
– Dai dai scendiamo qui, su (scrollandolo per le spalle).
– Oh? (infastidito)
– Sì dai – schioccando la lingua* – qui ci sono i marocchini e io devo contrattare per una borsa.


Perché mai nei libri, quando qualcuno parla, deve sempre schioccare la lingua? Voi schioccate la lingua spesso mentre parlate? A me non succede, sono forse anormale?
La ragazza comunque non ha schioccato la lingua, l’ho scritto per capire che effetto e che tono desse al discorso ma il risultato non è stato come speravo.


Quelle riportate sono le uniche parole che sono riuscito a comprendere. Il resto del tempo loro e altri due ragazzi hanno parlato esprimendosi in pugliese stretto. È una dialetto che economizza sulle vocali: in pratica è come recitare un codice fiscale.


DIDASCALIA LINGUISTICA
Credo sia inesatto da parte mia parlare di un dialetto pugliese, viste le varianti esistenti dal Gargano al Salento: credo che quello che parlavano i 4 fosse foggiano.


Non avevo mai considerato S. Pietro come meta di pellegrinaggio del falso. Si apprendono sempre cose nuove nei momenti inaspettati, come accadutomi alle 14 di un attivo lunedì pomeriggio.

I mezzi dell’Atac non sono stati, a dire il vero, molto attivi. La metro A era interrotta mentre gli autobus procedevano come una canzone di Tullio de Piscopo: ad andamento lento. Persone che inveivano, individui rassegnati, turisti smarriti che pretendono di fare il biglietto a bordo come se stessero a casa loro. Qualcuno mi pesta il piede e mi chiede scusa, io con un cenno della mano e un sorriso do la mia assoluzione: le mie dita sono diventate come le antenne delle lumache, appena percepiscono il pericolo si rattrappiscono all’interno della scarpa piegandosi su sé stesse ed evitando il pestaggio.

L’aumento della densità interna dei mezzi quest’oggi ha portato a un incremento di personaggi interessanti come i foggiani che ho citato sopra.

Una signora cinese si reggeva in piedi aggrappandosi con una mano alla maniglia e con l’altra al pantalone del marito, ad altezza del pene o quantomeno dove avrebbe potuto trovarsi se l’uomo avesse l’abitudine di sistemarlo da quel lato. Al che mi sono chiesto: la signora cercava il pene del marito? Sapeva oppure che quella zona fosse libera e riteneva lecito aggrapparvisi? In ogni caso il signore e i suoi pantaloni non facevano una piega, io intanto ho distolto lo sguardo attirato da un folle che, sceso dal mezzo, ha tirato un calcio contro una paratia non so per quale motivo.

Sull’autobus delle 20 un anziano signore ha cominciato a parlarmi dopo che gli ho ceduto il posto. Ha esordito spiegandomi dei problemi intestinali e circolatori che lo portano a dover camminare molto durante il giorno, per poi raccontarmi – dopo che avevo dato delle indicazioni a due turiste straniere – dell’importanza di conoscere le lingue. Ha concluso infine raccomandandomi di fare attenzione a ciò che scrivono sui libri perché non sempre dicono la verità: lui tutto ciò che sa l’ha invece appreso dalla gente e dalla strada, perché a scuola c’è stato poco. Mi ha spiegato che mentre era in terza elementare il suo istituto fu bombardato durante la guerra e non ci tornò più.

Tra i due autobus ho incrociato una ragazza inglese che su un polpaccio aveva il tatuaggio del Tardis del dr Who.


Se non sapete di cosa sto parlando, correte a farvi una cultura. Meglio Tardis che mai.


Infine, su un altro autobus ancora, il primo della giornata, tra la folla in attesa sulla banchina ho inquadrato una ragazza che ho ipotizzato potesse essere napoletana. Quando l’ho sentita parlare, ho avuto conferma: era napoletana.

Ciò mi porta a stendere (con un gancio destro) un’altra teoria estetica dopo quella delle nanerottole svampite: noi napoletani siamo un gruppo etnico a sé stante e siamo riconoscibili ovunque. Mi è successo in molti luoghi, a Roma, a Bologna, a Milano, a Parigi, a Londra e anche a Nikko (Giappone): quando inquadravo qualcuno ponendo una scommessa con me stesso sul fatto che fosse napoletano, indovinavo sempre.


È una delle poche scommesse che vinco con me stesso, perché per il resto ho accumulato pesanti debiti di gioco e non so come ripagarmi.


Mi chiedo se sono riconoscibile anche io. Ricordo a proposito della riconoscibilità la maestra alle scuole elementari mi diceva “ti fai sempre riconoscere” e io non capivo cosa volesse dire perché mi conoscevano già quindi per cosa avrebbero dovuto riconoscermi? Ma questa è una storia che non riguarda l’Atac quindi non la riconosco.

Le infinite potenzialità delle conversazioni tra sconosciuti

Ogni tanto mi capita, prendendo i mezzi pubblici, di fare conversazione con qualche ragazza. Son sempre loro a dare il via alla conversazione, perché difficilmente farei il contrario su un treno. Parto sempre dal presupposto che una donna, considerata quella che è la realtà odierna, potrebbe pensare di aver di fronte un malintenzionato o uno dei tanti che ci vuol provare o anche, più semplicemente, un rompipalle. Mentre al contrario gradirei soltanto far passare il tempo del viaggio, perché due chiacchiere leggere tra sconosciuti a volte non fan male.

Oggi mi è capitata la medesima situazione. Mentre scendo le scale della metro, una ragazza mi chiede un’informazione. Nel frattempo sento il rumore del treno in partenza. Accelero il passo ma è già partito. Lei esclama qualcosa esprimendo disdetta.

Restiamo soli sulla banchina. Mi chiede quando passerà il prossimo, poi si siede.

A questo punto cominciano i ragionamenti della mia coscienza dedita alle convenzioni sociali uomo-donna, che in genere ha le fattezze di Matthew Perry nei panni di Chandler Bing in Friends.

(Sì lo so che il gioco di dare alle proprie voci interne delle sembianze di personaggi famosi reali o di fantasia lo fa Zerocalcare nelle proprie storie, ma non l’ha inventato lui, lo facevo prima di lui e inoltre non ha l’esclusiva)

Avevo voglia di sedermi, ma Chandler mi ha detto: Fermo! Se ti siedi vicino a lei mentre siete da soli penserà che tu voglia attaccare bottone!
Allora ho pensato di sedermi sui sedili più in fondo.
Ma Chandler ha giudicato poco simpatico allontanarsi così, sarebbe stato un segnale di chiusura e avrei dato l’impressione di uno scorbutico.

Allora sono rimasto in piedi, ho passeggiato un po’ avanti e indietro, finché Chandler mi ha detto di fermarmi perché così sembravo uno stupido.*
Mi sono ricordato di avere un libro con me, così l’ho aperto, ne ho sfogliato alcune pagine e poi, con molta noncuranza, mi sono seduto mentre proseguivo la lettura.

Chandler ha approvato:


A quel punto mi ha rivolto lei la parola e abbiamo conversato mentre aspettavamo il treno, nel vagone e poi mentre procedevamo verso la stazione centrale, dovendo percorrere la medesima strada.

Nella Feltrinelli della stazione ci siamo dovuti salutare perché dovevamo andare in direzioni diverse e ho colto un po’ di delusione nel suo sguardo mentre ci separavamo. Avrei potuto dirle se hai tempo andiamo al bar a prenderci un caffè, oppure accompagnarla al suo treno, oppure ancora lasciarle il mio numero.

Avrei potuto ma non posso, quindi ciao e in bocca al lupo per tutto.

* Anche se tutta la sequenza di azioni si è svolta in tal modo, vorrei precisare che l’ho resa un po’ parodistica per rendere il post divertente. Non sono così schizofrenico, non del tutto, almeno. Chandler lo può confermare.