Il Vocaboletano – #9 – La capera

Come ogni mercoledì, torna l’appuntamento col vocaboletano!


Come recitava un popolare stornello, Sarà capitato anche a voi…: in questo caso, di avere a che fare con una capera.

Una figura talmente nota che Verga le dedicò un romanzo: il famoso Storia di una capera.

Io, ad esempio, ne ho un esemplare in ufficio. Si chiama Mitja, detto Minchia da quando una volta, sentendo appunto esclamare “minchia!”, si voltò pensando di essere invocato. Non c’è affare che non lo riguardi, non c’è cosa in cui non si senta autorizzato a mettere il becco.

Se arriva un pacco, lui zampetta verso di voi per scrutare cosa abbiate acquistato, se state pranzando lui entra nel cucinino a guardarvi nel piatto. Se qualcosa su di voi è sfuggito all’attenzione degli altri, lui glielo riferirà.

A questo punto dovrebbe essere chiaro cosa sia una capera. È l’impiccione inveterato, che non si interessa dei propri affari ma di quelli degli altri. È a conoscenza di tutti i pettegolezzi e spiffera peggio di una finestra rotta.

E dire che per le strade di Napoli quello della capera, un tempo, era un apprezzato mestiere. Trattavasi infatti della parrucchiera a domicilio (da capa, lat. volg. per testa, quindi la capera è colei che lavora con la testa), che, degna interprete della nobile arte di arrangiarsi, conosceva tutti i trucchi e gli strumenti a poco prezzo atti a valorizzare le capigliature delle clienti.

Pur non avendo una moderna piastra per capelli, ad esempio, di quelle per chi non si accontenta, riusciva a lisciare i capelli con mollette d’osso scaldate.

Come accade anche oggi, la parrucchiera è anche persona con cui scambiar qualche parola e concedere confidenze. Inoltre il viaggiar di casa in casa permetteva alla capera di mettere occhi e orecchie dappertutto.

È così che la nostra pettinatrice era in pratica la depositaria di tutti gli i gossip, gli inciuci, i pettegolezzi cittadini. Le capere, da semplici acconciatrici, divennero ben presto persone di compagnia cui le clienti volentieri affidavano, oltre alla propria testa, anche le proprie confidenze intime. Le parrucchiere più brave e ricercate erano quelle che, oltre ad avere conoscenze in fatto di acconciature, erano in grado di sapersi adattare a contesti diversi e alle conversazioni più disparate.

Alcune di essere erano così autorevoli da essere consultate per fornire consigli medici o d’amore. O anche entrambe le cose, visto che il mal d’amore veniva spesso curato con vere e proprie pozioni medicinali casalinghe.


Anche se i “farmaci” non venivano assunti dalla “malata d’amore”, ma dal malcapitato oggetto delle attenzioni. A sua insaputa.


L’unico difetto – ammesso che si voglia considerar tale, visto che molte clienti apprezzavano ascoltare i segreti altrui – era che la parrucchiera non sapeva tener per sé le confidenze e i segreti di cui veniva a conoscenza.

Ed per questa caratteristica che, oggi, chi fa la capera, uomo o donna che sia, è chi si comporta da grande impiccione e pettegolo.

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Non è che un manager quando fa conoscenza si presenti in PowerPoint

Mi sono arreso al fato che vuole che in ogni viaggio ci sia qualcuno che attacca bottone con me e sente il bisogno di condividere cose.

Domenica sera ero seduto nel minibus all’aeroporto, in attesa che partisse per portarmi nel mio monolocale Pestese. A bordo sale un omino entusiasta. Non so entusiasta di cosa, in ogni caso era su di giri. Mi si è seduto di fianco e mi ha stretto la mano: Hi! I’m Russell!.

Che persona educata, ho pensato.

A me invece capita di parlare due ore con qualcuno senza presentarmi. Quando mi rendo conto della mia mancanza attendo una pausa abbastanza lunga per poterlo fare, con ansia crescente pensando Dovrei presentarmi? È passato troppo tempo e presentarmi dopo farà risaltare la mia maleducazione?.

L’omino ha poi iniziato a parlarmi. Più andava avanti e meno comprendevo: parlava con tono piatto, monocorde, a volte sembrava quasi recitare una confessione. Per giunta guardava dritto davanti a sé e non potevo manco interpretarne il movimento delle labbra.

Annuivo quando capivo qualcosa.

A parte una sua considerazione sul fatto che i Londinesi siano gente noiosa, ho afferrato che fosse un dentista e stesse parlando di cose dentistiche.

È la seconda volta di seguito che uno sconosciuto conversa con me per raccontarmi cose che hanno a che fare con i denti.

E quindi ho pensato che, tra le tante lobby che sono in giro e che vogliono imporci segretamente cose da fare o da assumere, ci sia una lobby del dente che mi sta braccando.

Oppure chi fa un mestiere simile deve sentirsi molto solo e ha il bisogno di parlare con qualcuno.

Poi ha tirato fuori il cellulare e ha iniziato a mostrarmi foto scattate durante i suoi viaggi. Foto molto belle, invero: ho dimenticato di fare i complimenti alla sua app di fotoritocco e presentarla alla mia.

Ironia a parte, le inquadrature erano molto accurate. Di ogni foto mi spiegava quanto tempo avesse atteso per riuscire a scattare quella giusta, la ricerca dell’angolazione, il gioco della ripresa dal basso verso l’alto e via dicendo.

Tutto molto interessante.

Dopo la cinquantesima foto – e non è una esagerazione – il mio interesse era già sotto le coperte.

Ho quindi iniziato a registrare messaggi vocali su Messenger fingendo di essere impegnato in una conversazione, finché lui non ha riposto il suo cellulare.

È probabile che io mi sia mostrato poco socievole. Il sonno e il fatto che capissi poco di ciò che dicesse mi hanno fatto desistere dall’approfondire la conversazione.

A parte questo episodio, come ho già avuto modo di raccontare, a me piace interagire con gli sconosciuti. Non saprei bene spiegare per qual ragione. Forse è solo il piacere, in un mondo dematerializzato, di incontrare vere persone.

Dico “vere persone” e non “persone vere”, in quanto questa seconda categoria – molto inflazionata nel suo pubblicizzarsi – fatico a concepirla; né riesco a capire cosa intendono coloro che, autoreferenziali, definiscono sé stessi come “persone vere”.

Cos’è una persona vera? Si presuppone ne esista quindi una versione finta: com’è? È fatta con materiali scadenti? Si rompe prima rispetto a una persona vera?

Io mi rompo facilmente: sono quindi finto?


Si dirà che finto è chi finge di essere ciò che non è: ma nella sua finzione quel tipo è vero quanto noialtri. Se fosse il finto quindi la sua vera natura? Ma poi, finto rispetto a cosa? Esiste una sua versione originale con cui confrontarlo?


Con questo inquietante interrogativo sono andato a dormire, preoccupato inoltre dalla lobby dentale.

Non è che ti possa bastare un’ascia per accettare il dolore

Come mi vedo

Martedì ho il colloquio con la Serbellons Mazzant Comesfromthesea. È una roba grossa, anche se poi tecnicamente lì dentro sarei rilevante quanto Jar Jar Binks nella seconda (in ordine di produzione)/prima (in ordine cronologico) trilogia di Star Wars.


Se non avete capito il mio esempio da una parte è un bene perché vi posso assicurare che l’idea che uno come George Lucas abbia pensato a un personaggio così ridicolo è difficile da accettare, dall’altra è un male perché vuol dire che non siete cultori di Star Wars e ciò mi spinge a guardarvi con sospetto.


Da sempre (probabilmente già da quando ero nell’utero materno, al pensiero di dover nascere), quando devo affrontare un evento importante (esami/colloqui/appuntamenti) tendo ad attraversare 5 fasi come quelle del dolore, applicate però all’ansia anticipatoria.

1. Sfiducia. La Sindrome di Charlie Brown.

2. Preoccupazione. Questa è la fase ossessivo-compulsiva, in cui la mente prova a pensare-pianificare tutte le cose da sapere/fare per prepararsi all’evento.

3. Ottimismo. A un certo punto, in maniera del tutto improvvisa e immotivata, come se fosse una scarica di endorfine arriva un picco di ottimismo.

4. Terrore. Quando si scarica l’ottimismo, arriva la voglia di fuga. Sarebbe bello se qui ci fosse un errore di vocale, ma purtroppo l’unico bisogno che avverto in questa fase è quello di fuggire e sottrarmi alla prova.

5. Menefreghismo. In un arco di tempo che può variare dalle 24 ore sino al minuto precedente l’evento ansiogeno, subentra il menefreghismo totale. Mi ucciderà questa cosa? No? E allora chi se ne frega.


Realizzare che le cose che facciamo non ci uccideranno né metteranno a repentaglio la nostra incolumità è un grande passo. È probabile che mi uccida un’auto mentre attraverso la strada per andare alla sede del colloquio, ma non certo il colloquio in sé: eppure la mente umana ha uno strano modo per scegliere le proprie priorità e preoccupazioni e sembra che la mia vita invece dipenda da ciò che avverrà mentre sarà seduto su una sedia a farmi valutare da una sconosciuta.


Il tizio (perché il mondo ruota tutto intorno a tizi e tizie) che fa da consulente che è riuscito a trovarmi questa opportunità, non è stato molto utile riguardo i dettagli. Non ha saputo dirmi a) chi fosse la tizia che mi fa il colloquio (una cosa risolvibile per lui con una telefonata o con un minuto su Google, come ho fatto io); b) a quale settore/dipartimento facesse capo; c) che figura nello specifico stesse cercando.

Lui, inoltre, le ha scritto in italiano; io le ho scritto in inglese visto il suo nome e cognome e considerato che è di oltre-oltreoceano (bisogna scavalcare due oceani per raggiungere casa sua, insomma): quando l’ho detto al tizio, lui ha fatto “Ah bravo, hai fatto bene, infatti volevo dirtelo”.
E perché non me l’hai detto? Pare che stai a fare un altro mestiere.

E quindi ho capito che se mai riuscirò a vincere le mie 5 fasi dell’ansia, da grande voglio essere un tizio. Uno che fa qualcosa ma che non si sa che cosa faccia.

Sono stato dal barbiere e c’ho dato un taglio coi titoli strambi.

Mi incuriosisce sempre il rapporto esistente tra il mio barbiere (da ora in avanti il masto, come si usa dire da queste parti) e il suo giovane assistente (da qui in poi, o guaglione).

Oltre a insegnargli i rudimenti della barberia, quando vado a tagliarmi i capelli trovo sempre il masto intento a rivolgere al guaglione dei rimproveri mirati a impartirgli insegnamenti di vita. E il guaglione, ogni volta, prosegue nel proprio lavoro con occhi bassi senza replicare, con l’aria un po’ frustrata. Un rapporto discepolo-allievo degno di una scuola dell’Antica Grecia. Mi chiedo se il guaglione sia conscio dell’importanza di ricevere lezioni che esulano dal mestiere e che investono anche la sfera del saper vivere oppure un giorno troverò il mio barbiere riverso a terra con un paio di forbici nella gola.

Oggi il masto rimproverava il guaglione perché quest’ultimo da un paio di giorni soffre di una zoppia al piede destro, imputabile, secondo il masto, alle scarpe poco comode che indossava. E a ogni cliente indicava sempre le calzature, dicendo: guardate, ha le scarpe storte, ha le scarpe piegate, cercando in loro segni di assenso.

Questo tema coinvolgente, unito all’apprensione per le condizioni di salute del guaglione, mi ha distolto dal tentare di introdurre l’argomento aeroporti come tema ignorante del giorno dal barbiere (forse ricorderete in un post precedente le mie riflessioni sulle conversazioni ignoranti).

E dire che sarei stato sul pezzo, perché sono in ansia dato che a Fiumiciattolo sono ben 3-4 giorni che non accade nulla: niente incendi, niente black-out, niente sommosse popolari per aggredire delle hostess dietro un bancone. Questo vuol dire due cose: o finalmente è tutto tranquillo o si sta per scatenare un cataclisma.

Spero vada tutto bene, in quanto in vista di una giornata da passare a Bratislava (passando per Vienna) ho imparato anche qualche parola di slovacco. Mi piace sentirmi ignorante nel maggior numero possibile di lingue e cerco sempre di imparare qualche parola nuova.

Sono rimasto però sconcertato nello scoprire che in Slovacchia “sì” si dice àno. Istantaneamente la mia perversa fantasia ha pensato che quando un ragazzo fa la proposta di matrimonio a una ragazza, le sta chiedendo un “sì”: in Slovacchia, quindi, un ragazzo si inginocchia davanti una ragazza per chiederle “l’àno”. E poi ho pensato che un matrimonio che cominci con una richiesta (e accettazione) dell’àno nasca su solide basi di fiducia e condivisione e che la società avrebbe bisogno maggiormente quindi di tali valori.

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Dopo aver toccato il fondo (schiena), penso ora di poter andare in vacanza e riscaldarmi le idee (visto che in Austria troverò 35°).