Non è che il chirurgo sia bravo con l’ortografia perché sa mettere i punti

Mi si sono strappati due paia di jeans in una settimana. Era prevedibile. Io i jeans li uso, strauso e ne abuso fino al logoramento totale.

Ne ho altri nell’armadio che sono in pratica nuovi e che non indosso mai perché non sono più della mia taglia. Negli anni mi sono ristretto e rimpicciolito. Il curioso caso di Benjamin Gatton.

Forse sto scomparendo. A volte desidero farlo davvero. Andare via verso destinazione ignota (agli altri: io saprei dove sto andando) e lasciare un messaggio con scritto «Non cercatemi. Sto bene. » con tanto di punto alla fine, perché anche i punti stanno scomparendo. Le persone non usano più mettere il punto al termine della frase.

Pigrizia o cambio di interpretazione? Più la seconda, forse. Se utilizzi il punto in un messaggio, chi ti legge pensa che tu abbia un tono severo, freddo, distaccato. Alla peggio, che tu sia innervosito.

Da un certo punto in poi, qualcuno ha iniziato ad attribuire al punto, fino a quel momento un onesto e neutrale duro lavoratore dell’ortografia, un carattere negativo. Il punto, d’un tratto, si è ritrovato demansionato.

Non è solo dai messaggi scritti che sta sparendo la punteggiatura. Ho notato che anche nelle conversazioni informali a voce la gente non mette il punto. I discorsi sembrano sospesi, senza mai uno stacco. Io ti parlo, poi tu mi parli sopra, poi un’altro interviene: in mezzo, nessun punto. Al massimo, mettiamo puntini sospensivi…per far sembrare di aver detto tutto quando in realtà non stiamo dicendo niente.

Poi ci sono quelli che non vanno mai dritto al punto. Aprono parentesi, mettono due punti, introducono subordinate, ma il punto non lo piazzano mai.

Ecco perché vorrei sparire. Per andare alla ricerca di un punto fermo.

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Non è che se addenti due volte qualcosa poi ti penti perché è un rimorso

Ho guardato una partita di calcio del Mondiale che mi ha fatto pentire di averlo fatto. Era avvincente come un’autopsia. Il tempo che ho speso per seguirla non tornerà più indietro.

Nulla torna mai indietro, neanche i boomerang se non li lanci bene.

Sono un ostentatore di sicurezza. Predico l’arte dialettica del chi-se-ne-frega e la disciplina agonistica dell’alzata di spalle. Racconto alle persone, con tronfia sicumera, che il passato è ciò che ci definisce, che le esperienze, di qualunque tipo esse siano, fanno crescere, che tutto fa curriculum e che un uovo oggi non ti aumenta il colesterolo.

Dico che non bisogna mai pentirsi delle proprie scelte e che bisogna sempre tirar dritto. Tranne di fronte alle curve, in quel caso ci si adatta.

Ma quando rientro a casa e slaccio la cravatta – che non indosso mai ma mi piace il gesto che si fa per allargarla così lo faccio lo stesso – mi guardo allo specchio e mi dico che mento. A volte esclamo anche Che mento! osservandomi la barba che lo onora.

A me del passato frega eccome. E le mie spalle son forse troppo deboli per riuscire ad alzare abbastanza pesi.

Vivo nei tormenti. Vivo nella vergogna. Vivo in una portiera che sbatte e un messaggio di disprezzo. Vivo nell’errore e nella scelta sbagliata. Vivo nelle porte chiuse di cui mai si conoscerà l’altro lato. Vivo nell’ossessione che la via imboccata non sia mai quella giusta. Vivo. Sopravvivo al passato.

Un giorno qualcuno scoprirà la mia menzogna e la mia ipocrisia.

Quel giorno mi sentirò sollevato.

Non è che l’affarista a casa abbia solo mobili da incasso

A. ha commesso un errore che potrebbe costarci qualche decina di migliaia di euro, ammesso che il progetto vada in porto.

Ha messo in copia in una mail me e un altro, cosa che il destinatario istituzionale di tale messaggio di posta non vuole che si faccia.

Tutto qui? Una cosa simile costa migliaia di euro?

Le regole non le scrivo io. Sono meccanismi imperscrutabili. Viviamo in un mondo che ruota intorno a cose di cui ignoriamo i lati nascosti.

Le costituzioni non si toccano.
Ma non possiamo esserne sicuri senza aver visto la loro cronologia internet.

I vaccini provocano gli autisti, che infatti sono sempre irritati e in sciopero.

Erano quindi le 8 di sera e via Skype ho detto ad A. – in preda a crisi ansiose autolesioniste a causa dell’errore commesso – di staccare, tornarsene a casa e farsi una dormita.

Giacché io a casa già c’ero andato. Stavo in mutande sul divano a grattarmi i Gintokini e quindi mi sentivo in colpa per la poveretta ancora chiusa in ufficio.


A meno che non fosse anche lei andata a casa e si stesse grattando altro, cosa che avrebbe potuto stimolare un piacevole prosieguo telematico di serata ma ahimé la timidezza reverenziale umana in tali approcci inibisce sempre questo tipo di relazioni.


Lei ha continuato a scusarsi prima di staccare, perché questo errore vanificherebbe un mio lavoro di due settimane.

Io le ho risposto placido e tranquillo, con filosofia: Non fasciamoci la testa prima del tempo.

Sono zen come un monaco?
Ebbene sì.

O almeno è ciò che faccio credere.

In realtà non me ne frega un gatto.

Non riesco a provare irritazione, perché che non arrivino dei soldi alla compagnia non me ne cale né tanto né poco.

E non son quei soldi a pagarmi lo stipendio. Non sono una gallina e non sono pagato a quantità di uova prodotte.

Beninteso, se la compagnia non incassasse danaro, presto o tardi il mio stipendio diverrebbe un onere eccessivo, quindi, che sia in modo diretto o in modo indiretto, la cosa finisce per tangere anche me.


Se fossimo in Marocco finirebbe per Tangeri?


Eppure non riesco a preoccuparmici con tensione emotiva.
È sempre stato così. Non sento lo spirito di squadra intorno al capitale aziendale.

L’ultima volta che invece ho preso a cuore le sorti di danaro non mio, anni fa, mi è poi venuta la gastrite.

E la cosa buffa è che non mi era mai capitato invece per il denaro mio, quello del mio portafoglio. Al massimo è arrivato un rodimento anale, ma quello è scontato.

Non sono comunque scevro da partecipazione emotiva in campo professionale. Ma riguarda più questioni che mi toccano sul personale o che mi provocano una reazione istintiva.

Ad esempio se ti vedo prendere la pizza con l’ananas ti guarderò male per qualche giorno.
E no, non ti giustifico perché non sei italiana: siamo nel XXI secolo e certi valori devono essere riconosciuti altrimenti qui non si capisce più dove stiamo andando a finire.

E tu invece pensi ai destinatari delle mail mentre nel mondo accade ciò?

Non è che se ti cade in testa il salvadanaio hai il bernoccolo della finanza

Il precedente appartamento in cui ho vissuto si trovava a Blaha Lujza. Zona centrale e ben servita dal trasporto pubblico, ma un po’ borderline per la gente che vi si aggirava nei dintorni. A cominciare da uno che, tutti i giorni, si piazzava in piazza a suonare la batteria.


D’altronde, cos’altro si può fare in piazza se non piazzarsi? Se si fosse instradato sarebbe andato in strada!


Il ritmo che suonava era sempre lo stesso: tu-tà tutun-tà tattarattattà. Forse era un messaggio in codice per contattare gli alieni.

L’appartamento era spazioso, anche troppo per due persone. La mia stanza era così grande che d’inverno si faceva un po’ freddina.

A parte questo, non ho mai avuto alcun tipo di problema durante i sei mesi che ho vissuto lì.

Adesso vivo da solo in una zona non frequentata da batteristi. L’appartamento è grazioso e accogliente e caldo.

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La libreria essendo vuota viene da me utilizzata come deposito di transito dei vestiti. Notare, nello scomparto in alto a destra, come dicevo in un post precedente, i tre libri che mi basteranno sino a Natale, quando li riporterò indietro per sostituirli con altri tre.


Durante il mese e mezzo che sono qui si sono verificati vari inconvenienti.
Tre lampadine fulminatesi.
La guarnizione del tubo della lavatrice che comincia a gocciolare non si comprende da dove.
Un’interruzione della connessione internet che neanche la compagnia telefonica riusciva a capire. Il tecnico è dovuto salir sul tetto a cambiare un pezzo di ferro al termine del cavo.


Qui internet viaggia attraverso il cavo dell’antenna.


E ora di nuovo la guarnizione della lavatrice.

Il padrone di casa è desolato, non era mai successo niente in precedenza.

Io gli credo. Io alla casa secondo me non piaccio. Infatti ha anche preso a picchiarmi.

Ho tre bernoccoli sparsi per la testa, dovuti a incontri ravvicinati col mobiletto della cucina. Senza contare poi una zuccata al soffitto, perché la zona notte, trovandosi su soppalco, non consente di stare in piedi.
E poi c’è stata l’anta della scarpiera che mi si è aperta su un piede.

Quello delle case che picchiano chi le abita è un problema molto diffuso, ma non se ne sente mai parlare. C’è una cappa di oblìo su questo argomento: i poteri forti del nuovo ordine mondiale dei salvalavita Beghelli e del Lasonil stanno sostituendo ovunque le case normali con case che picchiano le persone.

Condividi se hai un bernoccolo, prima che lo sgonfino.

Non è che il fotografo si rivolga a un piromane per mettere a fuoco

Quando lo sguardo indica il castello, l’uomo savio contempla la mia camicia
(dal Libro gintokiano dei motti)

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Ci sono delle volte in cui mi blocco. Mi fermo, pur rimanendo attivo.
È come il cellulare che va in risparmio energetico quando non è utilizzato.

È un esempio stupido.
Dubito che qualcuno dia modo al telefono di andare in risparmio energetico. Forse durante la notte, ma ci sarà chi magari lo tocca anche dormendo.

L’ultima che mi aveva adescato probabilmente era una di queste persone. Se accedevo a Whatsupp per leggere un messaggio, lei mi scriveva o mi chiamava per dirmi “Sei online”. Quindi o aveva un programma spia nel mio telefono o stava continuamente a monitorarlo. O forse monitorava un programma spia. O era essa stessa una spia.

Sì, sono online. Non sempre. Vado spesso offline.
In alcuni momenti non mi interessa nulla di ciò che mi avviene intorno. O di ciò di cui mi stanno parlando.

In quei momenti, semplicemente, non mi importa.
Non mi importa del calciomercato.
Non voglio sapere chi ha lasciato chi perché ha fatto cosa.
Non ho visto quel film e non credo che lo guarderò anche se sto dicendo “Uhm, allora devo guardarlo”.
Non conosco quel tizio quindi è inutile che continui a parlarmene.
Non so cosa mangerò stasera: toccherò il frigo dicendogli “Adesso ti aprirò e la prima cosa che mi mostrerai la mangerò. E non fare come l’altra volta che c’era una scatoletta di cibo per gatti”.
Non ho voglia di ascoltare verbosi e prolissi soliloqui come i monologhi di un cameriere che racconta la storia del piatto che ti ha messo in tavola, che ho sempre pensato che sarebbe buffo se uno parlasse come un cameriere che descrive un piatto: ebbene, io conosco il proprietario di un ristorante e un giorno, vedendolo col braccio ingessato, gli chiesi cosa fosse accaduto, per convenzione sociale; mi aspettavo un “Sono caduto dalla scala”, “Stavo giocando a calcio” e cose così, lui invece esordì con “Infrazione dello scafoide carpale con interessamento…”. Su “interessamento” ho smesso di interessarmene e quindi non ricordo come sia finita la storia.
Non mi importa sapere che non ti sei fermata a salutarmi perché quella volta stavi per perdere la metro: ce ne è una ogni 10 minuti, quindi a meno che “perdere la metro” non fosse da interpretare letteralmente e che tu fossi proprietaria di un convoglio della metro che rischiavi di perdere all’assemblea degli azionisti, non mi interessa.

In quei momenti, non mi importa.
Voglio solo stare fermo.
Come se fossi una fotografia vivente.

 

Non è che non te ne frega degli spazzolini solo perché sono per-denti

Conosco un tale, col quale ho condiviso un paio di viaggi, che ogni volta che parte dimentica spazzolino e shampoo. Giunto sul posto, realizzando la mancanza, deve andare a comprarli. E poi, quando riparte, li lascia lì. Credo ormai abbia sparso per l’Europa dei segnalini.

Invidio la sua leggerezza.
Anche se io non son da meno, avendo dimenticato in giro un po’ di cose mie. Per ridurre il rischio, negli anni, viaggiando, ho imparato a restringere sempre più il concetto di “stretto indispensabile” da portare con me.


Un giorno voglio arrivare a muovermi con solo uno spazzolino e un paio di boxer di ricambio.


Bisognerebbe applicare il concetto di “indispensabile” anche alla vita di tutti i giorni.
Abitiamo in case che non sono altro che contenitori di cose.
Dobbiamo comprarne sempre altre, perché siamo convinti che ci servano. Oppure perché sono destinate a rompersi (obsolescenza programmata) e noi accettiamo ciò come fosse normale.


Dopo gli smartphone cui non puoi rimuovere la batteria, mi chiedo quanto manchi all’avvento dello smartphone che se lo spegni dopo non si riaccende più.


Molte cose che abbiamo sono sottoutilizzate: come l’onnipresente set per la fonduta, nascosto da qualche parte in ogni abitazione, come un cadavere in giardino. È probabile che magari a Flagellation sur Membre in Vallée d’Aoste sia invece oggetto di uso comune, ma qui al di sotto della Linea Gotica non lo è affatto.

La casa dei miei inghiotte cose. Ciò che entra non ne esce più.

Io cerco ogni tanto di disfarmi del superfluo mettendolo in vendita o regalandolo.

Ieri mi ha scritto un tizio per un oggetto che avevo messo su Ebay. Mi ha offerto 60 €, la metà del prezzo. Io ho rilanciato la sua offerta, rialzandola di 30 euro. Lui ha controreplicato rialzando la propria offerta iniziale di 10 euro e aggiungendo: “Con 100 € vado da Popolare negozio e mi danno due giochi nuovi”.

Gli ho scritto: “Beh allora perché non vai da Popolare negozio invece di cagare il cazzo a me?”.
Ma non ho inviato il messaggio.

Sono suscettibile e nervoso, negli ultimi tempi.
E dovrei forse evitare di muovermi, anche per brevi viaggi. Ogni volta che rientro, infatti, l’impatto con la realtà mi pesa.

Sempre ieri, mentre ero in fila alla biglietteria della stazione, noto un tizio che, lento ma inesorabile come una tartaruga, mi affianca. Quando davanti a noi c’è soltanto una donna, lui si protende col braccio verso il bancone, con posa plastica, come uno che sta realizzando un touchdown.

Appena la donna davanti ha terminato, lui piazza i soldi sullo sportello per segnare il punto. Al che gli dico, con molta tranquillità:

– Scusi, la fila

E lui:

– Vai vai, non ti preoccupare

Con gesto magnanimo.

Ho avuto quasi il rimorso di averlo importunato, mentre lui è stato così gentile da farmi anche il favore di lasciarmi passare.

E dopo avrei desiderato accompagnare la sua testa contro il vetro dello sportello, più e più volte.

Non mi riconosco più.
Un tempo avrei almeno alzato la voce o usato un tono irritato.

I woke up this morning
Didn’t recognize the man in the mirror
Then I laughed and I said, “Oh silly me, that’s just me”

Non è che il volatile ficcanaso sia un im-piccione

Quando tornerò in Italia so più o meno quale sarà il tenore, e anche il baritono con tutta l’orchestra, delle domande che mi saranno rivolte:

– Ora che farai?
Che è una delle domande che mi dà più fastidio ma che ho imparato a svicolare con delle supercazzole, del tipo “Vado a fare volontariato per una associazione che raccoglie fondi di caffè per comprare scarpe agli ordini monastici scalzi”. Tanto chi ti pone la domanda in genere smette di ascoltare nel momento stesso in cui te la sta ponendo, un po’ lo stesso principio del “Come stai?” di circostanza.

e

– Quindi son bone le ungheresi?
Per dare l’idea del livello intellettuale che, in taluni casi, può raggiungere una conversazione.

Delle volte io vorrei parlare di altro.
Della mia infelicità.

Vorrei ma non lo farei.
Ovunque mi giri vedo il male. Vedo difficoltà, problemi. Chiunque conosca ha un fardello pesante da portare. Non mi sembra il caso di presentargli il mio.

Inoltre, uno dei problemi della società odierna è che tutti parlano e nessuno ascolta più. Siamo invasi da chiacchiericcio e blablabla, siamo portatori virulenti di egocentrismi.

Una delle prove è secondo me il fatto che quest’epoca è inflazionata da artisti. L’arte è comunicazione e oggi tutti sentono la necessità di comunicare. Molti però comunicano di merda.

Io preferisco ascoltare.

Va anche detto che non saprei da dove iniziare, se volessi parlare: sono infelice per il lavoro? Confesso che, di tanto in tanto, mi sale lo sconforto più che altro a pensare che probabilmente morirò prima di andare in pensione e quindi poter vedere i cantieri con le mani dietro la schiena commentando caustico e cercando l’assenso di altri anziani miei pari.

Ma non è questo.

Sono infelice perché le mie relazioni durano meno di una promessa elettorale? Guardiamo il lato positivo: posso mangiare tutto l’aglio e la cipolla che voglio senza preoccuparmene.

Non c’è un motivo concreto per cui io debba sentirmi giù di toner, come direbbe una fotocopiatrice.

Essendo io incline al leopardismo – tra felini ci si intende – delle volte rifletto su questa frase che da anni mi dà da pensare:

Quando l’uomo non ha sentimento di alcun bene o male particolare, sente in generale l’infelicità nativa dell’uomo, e questo è quel sentimento che si chiama noia [Zibaldone di pensieri]

Tendo a diventar inquieto dopo poco appena mi fermo.

Non è che io sia sempre così, beninteso.

Mi rallegro e godo di tante cose. Mi affascinano soprattutto i piccoli momenti che regalano un sorriso.

Un messaggio inaspettato in cui ti chiedono Come stai?, che, a differenza dell’incontro casuale e del Come stai? di circostanza, implica che in quel momento alla persona tu sia venuto in mente.

Aprire il frigo pur sapendo di non avere nulla dentro ma poi ricordarsi che nel congelatore avevi messo da parte una porzione di qualcosa di buono per ogni evenienza.

Leggere un libro sotto un albero.

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La minzione liberatoria quando stai scoppiando, dopo un litro di birra.

Un complimento ricevuto.

Un complimento fatto e vedere il piacevole apprezzamento negli occhi altrui, di chi comprende che non è una affermazione buttata lì per riempire un vuoto.

I momenti strani quotidiani, come quando l’altroieri ho alzato la testa perché mi sentivo osservato e mi son trovato un piccione che mi scrutava dal fondo del corridoio.

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Ho aperto la porta e l’ho seguito finché non è uscito. Tanto è noto che i piccioni, se inseguiti, camminano invece di svolazzare.

Quando è arrivato sullo zerbino, si è girato a guardarmi. Allora mi è venuto spontaneo, mentre chiudevo la porta, dirgli per educazione: “Ciao, eh! Stia attento, mi raccomando”

Dopo ho riso di me pensando al fatto che parlo agli uccelli.

E poi mi son chiesto: e se un giorno non traessi più piacere da nulla? Se non ridessi più?

E un po’ mi son incupito.

Non è che in cucina non si finisca mai di impanare

Madre con la tecnologia ha lo stesso rapporto che avrebbe un Padre Pellegrino di Plymouth del ‘600: “Ah! Stregoneria!”.

Il che rende difficile farla avvicinare ad alcune utili modernità.

Considero però una vittoria personale l’averla costretta a imparare a usare Skype, dal mio trasferimento a Budapest.

A meno di non voler diventare azionisti di una compagnia telefonica, Skype infatti sarebbe stata l’opzione migliore per potersi parlare.

Gli inizi non furono semplici. Pur avendole dato precise istruzioni passo passo, al mio arrivo in Ungheria lei, come non le avessi spiegato nulla, iniziò a telefonarmi col cellulare.

Dopo varie invocazioni ad Anubi, sempre ricordato nelle mie preghiere, riuscii a convincerla a provare l’azzurrino software, dietro orari concordati.
Lavorando e vivendo da solo, ho comunque bisogno dei miei tempi per sbrigare le cose. Se, ad esempio, la sera non voglio scaldarmi un pugno di mosche al microonde ma cucinare qualcosa di più impegnativo di un uovo sbattuto, non segnali la mia scomparsa a Chi l’ha visto? se posticipo una chiamata per andare al supermercato a fare rifornimento.


Il tutto nonostante io abbia avvisato. Potrebbe sempre trattarsi di un falso messaggio da parte dei miei sequestratori dell’ISIS per guadagnare tempo.


E si sa che la cucina richieda tempo e non si finisca mai di impanare.

D’altro canto, Madre è la prima ad avvertire come prioritaria necessità quella del cibo.

Dirle che avrei avuto un aperitivo il giorno seguente ha avuto come risposta:

– E non mangi?

Io con un po’ di leggerezza non ho considerato il fatto che Madre potesse non aver presente cosa fosse un aperitivo.

Può sembrare che io stia esagerando, ma, ad esempio, lei ha cominciato ad accettare solo da pochi anni il significato di uscire a prendere una birra. La sua reazione era la medesima:

– Senza mangiare?
– Madre, ho cenato 10 minuti fa!
– E vicino la birra non prendi niente?

Così, l’immagine associata da Madre all’atto di prendere una birra senza accompagnarla con delle cibarie credo sia stata a lungo quella di un individuo affetto da dipendenza cronica da alcool, come in un quadro di Degas

Quindi non vedo come potrebbe aver presente forme di alcolismo più complesse, come l’aperitivo. Si potrebbe ritenere che l’aperitivo verrebbe incontro alle sue preoccupazioni, essendo fondato sul concetto di alcool+cibo. Ma non credo che quello sia considerato sfamarsi, quanto più preparare lo stomaco:


Dipende anche dal tipo di aperitivo, ci sono posti micragnosi così come posti dove ci si sfama a volontà e con voluttà. Questo vale più nelle grandi città, da Napoli sino alla cosiddetta Milano da bere. A tal proposito cantavano i Baustelle: Cara/scriverà sulle tovaglie dei Navigli/quanta gioia, quanti giorni, quanti sbagli/quanto freddo nei polmoni/che dolore/non è niente non è niente/lascia stare¹, dove le tovaglie dei Navigli è sicuramente riferito a un aperitivo insieme alla tanta gioia di serate alcolicamente allegre, con gli sbagli costituiti da quel bis di trancio di lasagna dopo la torta al cioccolato e strutto, il freddo è causato dal fatto che la digestione richiama tutto il sangue verso giù e poi si fa fatica anche a respirare e quindi che dolore.


¹Un romantico a Milano


Ripropongo, sempre valido, un diagramma di flusso che illustra sinteticamente una conversazione-tipo di Madre:

Non è che vai a dare via il curriculum per niente

Una stessa questione può assumere una diversa prospettiva.

Io sono abituato a pensare che quando ricerco lavoro devo preparare un CV ad hoc per quella posizione, scrivere una lettera di presentazione sempre ad hoc in cui dimostro di conoscere l’azienda, dopo il colloquio attuare anche un sano “inseguimento” (sempre ad hoc) delle risorse umane ringraziando via mail per il tempo concesso, magari dopo qualche giorno telefonare in modo cortese (ad hoc) per chiedere informazioni sull’esito, dimostrando di avere realmente a cuore quella posizione. E, quando avranno scelto un altro, ringraziare e rifare tutto da capo.


Dovrei meglio dire che sono stato abituato a seguire tale codice di comportamento da tutta una serie di consulenti HR che divulgano il galateo del cercatore di lavoro.


Ho sempre dimenticato di chiedere se loro avessero seguito tale procedura nella ricerca di lavoro.


Al lavoro che sto svolgendo ora mi capita di dover contattare dei consulenti esterni specializzati in diverse materie. Costoro, in genere, hanno quasi tutti gli stessi comportamenti:

– Non rispondono alle mail;
– Prima di inviarti il CV chiedono quanto li paghi;
– Chiedi di avere una versione del CV in francese perché il lavoro si svolgerà presso una delegazione francese che parla francese e legge cose francesi e loro ti rispondono che trovano più comodo inviarlo in inglese;
– Chiedi il CV tagliato ad hoc per la posizione e loro ti dicono che non hanno tempo oppure che lo sistemeranno quando avranno possibilità. E poi te lo inviano dopo due settimane, quando avevi fatto presente una certa urgenza nella richiesta;
– Offri 500 euro al giorno e loro ti scaricano per chi ne offre 510.

Mi rendo conto che la prospettiva sia invertita: sei tu che cerchi loro per svolgere un lavoro, ergo ne hai bisogno. E loro si comportano come se ti stessero facendo un favore.

Io appartengo a una generazione che è cresciuta con la prospettiva che il lavoro sia un privilegio e che chi te lo sta offrendo ti stia facendo un favore e che, in certi casi, se è pagato è un di più perché non sono affatto obbligati a farlo.


Il famoso discorso di essere pagati in visibilità.


Io sono introverso, preferisco continuare a essere invisibile ma poter far la spesa al supermercato.


Insomma, comunque vada anche adesso mi sembra di stare sempre dalla parte sbagliata della dimensione. Non della barricata, perché una barricata neanche riesco a vederla: è come il confine dell’Universo, un concetto su cui dibattere in senso più metafisico e filosofico che reale.

E ripenso a un mio caro amico che dopo 6 mesi di stage a 600 euro al mese a 600 km di distanza da casa (6 mesi, 600 euro, 600 km, ripetizione del 6 = 666, coincidenza? Io non credo) è stato poi salutato con Arrivederci e grazie di tutto, perché gli hanno detto chiaro e tondo che C’è la crisi c’è la crisi e quindi è più conveniente avere a ciclo continuo stagisti a 250 euro (il resto infatti lo mette la Regione).


Crisi. La parola ha origini agricole.
Il verbo κρίνω, infatti, vuol dire separare, scegliere. Si riferisce all’atto di cernita dei chicchi di grano da tutto il superfluo. Nel tempo poi ha acquisito significati che via via si sono allontanati dall’etimo originale. In epoca moderna rappresentava sempre una separazione ma in senso figurato: la crisi era un distacco di un periodo da un altro, non necessariamente per entrare però in una fase negativa. Quest’ultima accezione è molto più recente rispetto alla storia della parola. Prova che ci evolviamo verso il pessimismo.


Ma se crisi vuol dire scelta, perché non mi ricordo di aver scelto per tutto ciò?


E io vorrei alzare la cornetta del telefono, scegliere un nome a caso dalla rubrica dei consulenti e, per il solo piacere di sapere che dall’altra parte c’è qualcuno che ascolta, che raccoglie un messaggio come se fosse una lettera in una bottiglia arenatasi sulla battigia tra un paio di conchiglie e un guscio di granchio, una lettera di cui poi potrà fare ciò che gli pare, improvvisargli un discorso nello stile oratorio di un maestro di retorica entrato nell’immaginario collettivo:


Manco a farlo apposta ho comprato della carne stasera e sull’etichetta vi ho trovato un messaggio subliminale in tema col post dedicato all’atto di andare a prenderlo in un posto molto noto:


 

Non è che gli anni passino senza salutare

Ho avuto diversi compleanni, ma un compleanno coatto non mi era mai capitato.


Nel senso di forzato, non inteso come un compleanno de borgata in quel de Roma. Anche se sarebbe interessante.


In ufficio, BB (non Brigitte Bardot) ha controllato i miei dati sul server interno. Data del compleanno compresa. È iniziato, quindi, un mese fa uno stalking di avvicinamento.

– Quindi tra poco è il tuo compleanno!
– Ehm…Sì…
– Che bello! Torta!
– …

Perché sembra nell’azienda ci sia l’usanza di festeggiare con fette di torta. Io ho tentato di fare l’indiano sulla cosa. Ho iniziato anche a parlare inglese con l’accento di Apu dei Simpson.

Pensavo di averla scampata, quando mi sono poi ritrovato sullo Skype interno un messaggio da parte di BB (sempre non Brigitte Bardot):

– Allora, per la torta martedì. Ci saranno tutti in ufficio.

Come. Cosa. Quando. Chi. Per qual motivo? Chi ha deciso?

A me non piace festeggiare il compleanno.

Non c’è un motivo preciso.
Metto in chiaro che non sono uno di quelli che Eh un altro anno che ci avvicina alla tomba! Cosa c’è da celebrare?. Anche perché vorrei far notare a costui tutte le cose che fa che lo avvicinano alla tomba per i rischi che comportano (guidare un’auto. Mangiare junk food. Contraddire una donna innervosita) ma di cui se ne frega bellamente.

Diciamo quindi che in maniera pura e semplice mi rompo i maglioni.

Avrei dovuto farmi trovare pronto con una qualche scusa, del tipo che non festeggio più gli anni da quando, da bambino, il pesce rosso che mi avevano regalato proprio quel giorno del compleanno si suicidò saltando fuori dall’acqua giù dalla finestra finendo in bocca a una signora che stava sbadigliando rischiando di farla soffocare, quando poi arrivò un dottore che le praticò la manovra di Heimlich solo che nel farlo si eccitò e finì con l’oltraggiarle le virtù da tergo e da allora sono traumatizzato.


NOTA ITTICA
È sorprendente il fatto che un animale si suicidi. In realtà non lo fa per quello, forse è per liberarsi dai parassiti oppure perché l’acqua è sporca o per chissà quale altro motivo.


NOTA ALLA NOTA ITTICA
Un paio di pesci rossi che ho avuto – di cui uno ricevuto a un compleanno – hanno provato a togliersi la vita. Uno ce l’ha fatta.


NOTA BENE
A un compleanno – intorno ai 7/8 anni – ricevetti invece, lo stesso giorno, da parenti diversi, un criceto e un canarino. Della cui gestione e manutenzione – e inseguimento perché un paio di volte il criceto fuggì – se ne dovevano occupare i miei genitori, con somma gioia.
Se un giorno avrò dei figli, se qualcuno dovesse azzardarsi a regalare loro animali penso gli farei fare una brutta fine.
A chi ha regalato l’animale.


O forse basterebbe citare il ricordo – questa volta vero anche se la storia della signora sarebbe stata un bell’aneddoto – di quando il giorno del mio quarto compleanno mio padre gettò delle mie macchinine nella pattumiera per punizione perché, nonostante i suoi avvisi, io continuavo a leccare l’inchiostro. Non so perché lo facessi, forse ero ancora in una freudiana fase orale. Mi piaceva soprattutto l’inchiostro del pennarello Carioca usato per disegnare sui palloncini. Aveva un retrogusto ftalato.

Rispetto ad altri rigidi provvedimenti educativi paterni, non ne fui toccato molto. Non piansi e assistetti gelido chiedendomi se, in futuro, io avrei dovuto fare lo stesso – cioè gettare macchinine – con altri bambini. Perchè pensavo che gli adulti fossero un esempio da imitare in tutto e per tutto e ciò che facessero fosse sempre giusto.


Da adulto ora penso che dovremmo prendere esempio dai bambini.


L’anno scorso invece il compleanno lo trascorsi a litigare al telefono.

Ogni chiamata si concludeva con Stammi bene (con tono ironico) o Al diavolo, salvo poi riprendere 5 minuti dopo. Speravo sempre che il motivo per cui richiamasse fosse per accertarsi che stessi effettivamente andando al diavolo o che almeno stessi cercando l’indirizzo (non è che uno vada a trovare il diavolo – che in fondo l’è un buon diavolo – tutti i giorni, quindi la strada non la ricorda), ma invece la conversazione ricominciava da capo, il che mi dava la sensazione di trovarmi come in quei loop temporali nei film dove il protagonista si sveglia al mattino e vive sempre lo stesso giorno e quindi allo stesso modo pensavo di essere entrato in un loop telefonico dal quale sarei uscito forse dopo secoli non invecchiato ma col mondo all’esterno totalmente cambiato governato da del tofu senziente.


È un’idea di un romanzo distopico che ho in mente da un po’. I vegani oltranzisti conquistano il potere tramite un referendum online che passa inosservato perché c’erano i Mondiali di Calcio Virtuale con la Nazionale allenata da Trapattoni (ogni secolo viene clonato un esemplare di Trapattoni partendo da un suo aforisma conservato nell’Archivo Nazionale di Mai dire Gol); come primo provvedimento obbligano a sostituire tutti i pasti con del seitan e del tofu, ma durante delle ricerche in laboratorio per creare del super-tofu in grado di soddisfare qualsiasi necessità fisiologica – sesso compreso – il materiale per gli esperimenti prende vita e, prima come un parassita si innesta nelle menti delle persone infettandole attraverso i loro orifizi, poi dopo comincia a muoversi autonomamente.


In compenso i compleanni altrui li ricordo bene, tranne in un unico caso: ho un caro amico di cui per anni ho dimenticato il compleanno, ma i motivi sono due: il primo che compie gli anni il 10 e un altro amico il 12 settembre e confondevo sempre le date. Ovviamente il secondo era avvantaggiato perché poi mi accorgevo dello sbaglio sul primo. Il secondo motivo è che una volta, nel 2001, lo festeggiò con noi amici il giorno dopo. Così, per anni ho associato il suo compleanno all’11 settembre perché si era venuta a creare una sorta di sovrapposizione di immagini. Che tristezza d’uomo (io).

La morale della storia è: faceva bene il Cappellaio Matto.

Non è che il calzolaio ti ha truffato perché ti ha fatto le scarpe

Giovedì.
Ore 22 e quel tanto che basta.
Mentre sto rientrando, noto alla fermata dell’autobus vicino casa un paio di scarpe abbandonate.

2015-11-06 22.25.37

Chi li avrà lasciate lì? E perché?

Qualcuna (erano scarpe femminili) che voleva disfarsene? E perché mai lasciarle alla fermata dell’autobus? Forse era un gesto caritatevole, invece di gettarle in un cassonetto le avrà lasciate in un posto di passaggio per permettere a qualcuna che ne avesse bisogno di usufruirne?

E perché mai erano disposte con la destra e la sinistra invertite? Era un messaggio politico? Il fitto si immisterisce.

L’espressione immisterita di Raffaele Fitto.

Com’è come non è, questa mattina, ore 9 e un pizzico di, non c’erano più. Chi le avrà prese? Quali ragioni lo avranno spinto a farlo?

E se fossero state due scarpe dotate di vita propria che se ne stavano andando in giro e ieri sera stavano aspettando l’autobus? Le autorità pubbliche sanno che ci sono scarpe che vanno in giro senza piedi? L’amministrazione comunale cosa fa, dorme o cerca scontrini?

E i bambini? Cosa impareranno, che due scarpe sono liberi di spostarsi? Ma sì, autorizziamo pure che si spostino, magari che possono anche adottare due calzini. Poi lo raccontano a casa e gli adulti si impressionano.

Sono turbato oltre misura. In Spagna direbbero che sono más turbado.


Mi chiedo se sia ancora in voga l’espressione “fare le scarpe a qualcuno” o se sia diventata desueta. La lingua italiana ha un patrimonio così vario di espressioni metaforiche che sarebbe un peccato non tutelarlo. Non vorrei poi che alla fine rimanessimo con un pugno di mosche.