Il dizionario delle cose perdute – Il Subbuteo

Il calcio in punta di dito.
Non vi è nulla di più poetico di una simile frase per descrivere uno dei giochi più creativi che siano stati inventati: il Subbùteo, da me chiamato Subbutéo perché da piccolo una caduta dal seggiolone mi aveva spostato gli accenti.

Spingere col dito delle sagome di plastica per colpire un pallone. All’apparenza semplice, nella pratica molto difficile. Le prime volte nella porta farai finire pallone, omino e anche un pezzo di stoffa del campo.

E non c’era mica una tecnica sola per colpire gli omini. Si potevano dare effetti disparati a seconda dell’angolo di impatto del dito contro la base di plastica del giocatore.

Questo almeno è quanto era descritto nel manuale e quanto i giocatori professionisti presumo siano in grado di fare.

Io ho mandato più volte i giocatori a infrangersi contro il vetro della credenza della cucina. Perché mai giocare in cucina? Perché il tavolo era l’unico abbastanza grande da ospitare il campo di gioco, un telo di cotone verde delle dimensioni di un asciugamano di Giuliano Ferrara.

Dato che il panno veniva conservato piegato, una volta steso faceva tante pieghe da impedire la scorrevolezza del gioco. Così la soluzione era tenerlo teso e fermo con lo scotch.

Di partita in partita occorreva tenderlo sempre di più, col risultato che le linee dell’area di rigore erano curve. Un po’ come accade quando gioca la Juventus, che le aree risultano variabili.


Vorrei dire al popolo juventino che eventualmente legge che mi dispiace per la battuta. Ma in realtà non mi dispiace perché me ne sono compiaciuto, quindi sia apprezzata la mia sincerità!


Dalla gestione del campo comunque si vedeva il mio essere neofita nell’approccio al Subbuteo. I veri giocatori lo fissavano a una tavola, oltre a fare ricorso ad altri tipi di campo dal fondo gommato e arrotolabili.


Altolà sudore!

Gli omini del Subbuteo erano un’altra fonte di dannazione.

Le loro gambette secche e plasticose erano fragilissime e non parliamo di quelli schiacciati per errore sotto i piedi o sotto una mano. A metà campionato non avevi più una squadra, ma una truppa reduce dalla guerra. I più fortunati venivano rimessi in piedi con la colla, tutti gli altri avevano bendaggi di scotch, qualcuno, eroico, giocava invece da amputato con una sola gamba.

Dalla confezione base che acquistai io, nel lontano 1994, uscirono due squadre: i rossi e i blu. Doveva essere un retaggio di Guerra Fredda. Il catalogo illustrava quali squadre (reali) erano associabili agli omini in tuo possesso. Ad esempio, banalmente, se acquistavi la Juventus gli omini potevano rappresentare anche il Cesena, l’Udinese, il Nola e così via per tutte le squadre bianconere di questo mondo. Inutile dire che i rossi e i blu rappresentavano per lo più squadre sfigate, a parte, con molta fantasia, volerli associare a formazioni più blasonate.

Lo acquistai per 60mila lire dell’epoca, un’enormità. Ed ero conscio di essere l’unico ad avercelo, quindi mi sarei dovuto allenare in solitaria.

Almeno così credevo, perché poi scoprii che un mio amico che abitava a 300 metri da casa mia aveva da anni il Subbuteo. Così due-tre volte alla settimana ci vedevamo per giocare, con regole vaghe e astratte e uno stile di gioco molto confusionario che non seguiva la regola dei turni e dei tre tocchi ma era giocato in “real time”, che rendeva la partita molto faticosa perché era un continuo correre intorno al tavolo.


Il regolamento del vecchio Subbuteo prevedeva che ogni omino – ufficialmente e pretenziosamente definito “miniatura” – potesse toccare il pallone al massimo per tre volte consecutive. Poi il possesso era perso a meno che il pallone non toccasse un’altra miniatura della squadra.


Il mio amico era molto affezionato al set del Napoli 89-90 maglia rossa (anche se quella delle miniature era color salmone), quello del secondo scudetto, acquistato non so dove.

I possibili acquisti per espandere il proprio mondo Subbuteo non si limitavano soltanto alle squadre.

C’erano tanti optional, upgrade, aggiunte più o meno utili a disposizione. Il mio sogno era arrivare, pezzo per pezzo, a costruirmi uno stadio, con tanto di riflettori (funzionanti) per sfide in notturna.

Questo era l’impianto più semplice e old style, poi esistevano curve e tribune più moderne

Non mi fu permesso di inseguire questo sogno perché con quello che sarebbe costato potevo costruirmi uno stadio vero. E, inoltre, l’unico rivenditore di materiale per Subbuteo nella mia zona era un ciarlatano. Per mesi continuò a dirmi che i numeri adesivi da attaccare dietro gli omini, che io cercavo con insistenza, sarebbero arrivati, ma non fu mai così.

Gli unici upgrade che mi concessi furono un set di palloni nuovi, griffati Umbro, e gli omini per battere rimesse e calci d’angolo. I palloni si resero necessari perché quelli di serie, oltre che troppo leggeri, erano poco solidi e sul più bello si aprivano a metà come cocomeri. Gli omini delle battute (che non erano comici), funzionavano banalmente a molla o col principio della leva (datemi una leva e vi batterò un calcio d’angolo, diceva il filosofo) ed erano un lusso più che altro.

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Quelli che fanno la ola sono gli omini delle rimesse, quelli che sembrano scivolare su una buccia di banana sono gli omini dei calci d’angolo

Cos’è poi accaduto al Subbuteo come gioco?
È successo che, dopo essere stato popolarissimo tra ’70 e ’80, negli anni ’90, come per tutte le cose cui mi sono avvicinato io, ha iniziato ad andare in crisi.


La sfiga di essere parte di una generazione cronologicamente metà e metà.


La Hasbro rilevò l’azienda produttrice, riducendo però il parco squadre e mandando infine il Subbuteo in pensione nel 2000. La ditta Edilio Parodi di Genova (la stessa che per anni ha distribuito in Italia il Meccano), verso la fine degli anni ’90 intanto aveva iniziato a distribuire lo Zeugo (gioco, in genovese), praticamente lo stesso Subbuteo sotto altro nome. La Hasbro ha tentato di far ricomparire più volte il Subbuteo, con operazioni di mercato discutibili: prima vendendo le squadre come fossero figurine in edicola, poi sostituendo gli omini con degli orribili cartonati che riproducevano i calciatori famosi.

In Italia oggi esiste un movimento di appassionati del Subbuteo old school che organizza anche tornei. Ma sono sempre meno e si tratta di nostalgici che ormai vanno per i quaranta e anche più. I pochi giovani che vi si avvicinano spesso sono figli di questi nostalgici, mentre le nuove generazioni spesso non hanno alcun interesse, oltre ad avere una difficoltà di reperibilità del materiale. Senza contare le dispute tra puristi del tipo di gioco, causa le tante versioni dello stesso ormai presenti, che frammentano ancor di più lo scenario.

Scavi nel passato

Attraversando Piazza Municipio mi sono fermato a osservare i lavori del cantiere della metropolitana. Come un anziano.

E all’improvviso ho avuto un flashback.

Da bambino, avrò avuto 5-6 anni, mio nonno mi portava spesso a fare una passeggiata. Ci fermavamo poi a guardare i lavori in un cantiere vicino casa. Mi piaceva osservare le scavatrici in azione. O meglio, le paperelle, come le chiamavo. In effetti sembrano un po’ delle papere. Tutte gialle, con un becco all’estremità.

Ho sempre avuto una passione per le costruzioni. O per le distruzioni.
Impazzivo per il Lego Technic e credo di essere stato uno degli ultimi della mia generazione a giocare col Meccano. Pare che non lo conosca nessuno, quando chiedo in giro.

Ma più che costruire mi piaceva smontare. Credo di aver avuto la più alta percentuale di giocattoli smontati e, ovviamente, non rimontati più. Volevo capire come funzionassero.

Il più delle volte, com’è ovvio, rimanevo deluso. Tu ti aspetti chissà quali meraviglie tecniche, e invece all’interno delle cose spesso non c’è molto di affascinante. Due viti, qualche pezzetto di plastica e nient’altro. Gusci vuoti.

È un po’ come a volte accade con le persone. Un soggetto che desta l’interesse degli altri, una volta che lo si è aperto e osservato nei suoi meccanismi, può rivelarsi deludente. “È tutto qui?”, ci si chiede.

Non è sempre vero, va detto.

Mi è tornata in mente questa frase tratta da un libro di Banana Yoshimoto, Ricordi di un vicolo cieco:
“Pensare che una persona, solo perché sta sempre in casa e non si muove molto, o perché fa una vita regolare e a vederla sembra tranquilla, sia una persona semplice, chiusa e limitata anche internamente, riflette una mentalità incredibilmente meschina. Però la maggior parte delle persone ragiona così. Anche se il cuore ha la potenzialità di espandersi in qualunque direzione. Ci sono talmente tanti che non provano neanche a immaginare quale tesoro giaccia addormentato dentro le persone”.

Allora a volte val sempre la pena mettersi a scavare.

Qui da noi fanno un buco per un treno e ne escon fuori navi romane, per dire.

La zona dovrebbe diventare una sorta di museo a cielo aperto (quando prima o poi la completeranno).