Non è che il produttore di guanti sia un tipo alla mano

L’estate sarebbe bella se solo sapessi dove mettere le mani.

Negli altri mesi le tengo nelle tasche di cappotti e giubbotti. Cammino con questa postura e parlo in genere con le persone sempre tenendole ben riposte. Le estraggo in caso di necessità, per sottolineare un concetto, per far loro prendere aria.

Nella stagione calda, indossando nella parte superiore solo una maglietta o una camicia, non ho dove riporre le mani. Le tasche dei pantaloni sono troppo distanti: tenere le mani lì ti dà una posa troppo ingessata. Quando cammini così sembri un bulletto di quartiere. Quando parli con qualcuno sembra invece tu stia rigido perché a disagio e ciò mette a disagio l’interlocutore.

Ho anche provato a camminare a braccia conserte, come un Cosacco del Don.

Non so che farmene a volte delle mani. E dire che sono uno che le usa tanto, gesticolo, tocco, faccio cadere spesso le cose perché sono maldestro. A volte però vorrei solo un posto dove riporle e tenerle a riposo.

Quando ho una ragazza sempre approfitto per allungarle le mani.

Mi è uscita male. Mi spiego meglio: voglio dire che cerco spesso il contatto. Una spalla, una coscia, un fianco. Anche una tasca. Pensano io sia un tenerone e abbia questo bisogno di contatto affettuoso. In realtà, in modo subdolo, cerco solo di riporre le mani da qualche parte.

Dico sempre: Tienimi la mano. Intendo, tienimela tu per un po’, adesso non mi serve e non so dove metterla. Fammi questo favore.

Succede sempre invece che le donne non capiscano e pensino io voglia andare in giro come una coppietta di adolescenti.

Che in realtà non c’è nulla di male. Gli adolescenti secondo me sanno un sacco di cose rispetto agli adulti.

Io però per ora ho deciso che le mani me le tengo dietro la schiena come un anziano che guarda un cantiere.

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Una foto di mani scattata senza mani. (Impilare tazze può esser un buon metodo per scattare una foto alle mani)

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Non è che se ti rimborsano tutto ma sei a disagio allora sei sp(a)esato

Il bello di fare nuove esperienze è fare nuove esperienze, disse una volta un saggio.

Non avevo mai avuto il piacere di fare una trasferta tutta spesata e, citando DFW, è una cosa divertente che non farò mai più.

Le persone che incontro sono tutte gentili e disponibili. Anche troppo. Ho la sensazione di essere in ostaggio. Il mio referente, l’uomo che parla al telefono anche se la persona all’altro capo non è in linea (vedasi post precedente), non ci – io e una collega – lascia un secondo. Me lo sono trovato pure che mi attendeva fuori dal bagno.

È il secondo pomeriggio consecutivo che insiste chiedendo se abbiamo bisogno di compagnia per la sera. È la seconda sera che decliniamo gentilmente con mille inchini e genuflessioni sperando di esser lasciati liberi.

Ho stretto così tante mani che ho la tendinite e quando tornerò a casa penseranno io abbia ripetutamente omaggiato la memoria di Onan in albergo.

Ricordo un nome ogni 5 mani, il che è una buona media, solo che il conto non torna perché a qualcuno ho stretto la mano più di una volta e il nome che avevo imparato l’ho dimenticato alla stretta successiva.

Ogni persona di ogni reparto/ufficio che incontro mi dà depliant, brochure, cartelle, riviste. Non è impietosito dalla pila di materiale che ho sottobraccio e me ne rifila altro.

Una tizia ci ha messo davanti due scatole piene di penne. Pensavo fosse l’invito a prenderne una a testa, cosa che abbiamo fatto.

Lei ci ha guardati e ha spinto le scatoline in avanti. Era chiaramente un’intimidazione e un “invito” a prendere le scatole intere. La mia l’ho portata in giro sotto l’ascella e ora le penne non scrivono più perché inzuppate di sudore.

Penne all’ascellana, una ricetta di mia invenzione (non posso mostrar direttamente le penne perché sennò qualcuno potrebbe dalla foto copiarmi la ricetta!)

La mia collega sembra una persona a posto. A parte che quando ci sentiamo su whatsupp sembra un’analfabeta funzionale.

Esempio di conversazione:

(in viaggio)
Lei: Ti va un caffè?
Gintoki: Certo
G: In che carrozza sei? (eravamo saliti in città diverse)
L: Ci vediamo al vagone dove c’è il bar
G: Ok
L: 5
G: Ah l’ho appena superata
L: Ho una camicia blu (non ci si doveva vedere al vagone-bar?…Ok torniamo indietro…)
G: Arrivo
G: Fatti vedere
L: Sono seduta e ho una camicia blu (non mi sembra corrispondente al “fatti vedere”)
G: Ma sei nella 5?
G: Vediamoci direttamente al bar, non ti vedo
L: Ok
G: Scusa ma su che treno sei?
G: Io sto sul 9616. Mi fai venire il dubbio che siamo in treni diversi
L: 9518
L: Che dubbio? (ma come che dubbio! L’ho appena scritto! E ti ho dato il numero del treno)
G: Siamo su treni diversi
L: Infatti (ma infatti cosa! L’ho detto io prima!)

Ho ancora un giorno e mezzo di tutto ciò avanti a me e comincio a temere di non poterne uscire. Se sparirò ricordatemi come un gatto di pace.

Non è che chi fabbrica imballaggi non veda l’ora di togliersi dalle scatole

Non ho scelto io di essere un gatto. Ma ricordo quando è stato il momento in cui lo sono diventato.

Fin da piccolo sono stato circondato dai felini. I miei genitori mi avevano insegnato che ci si lava le mani dopo aver toccato un gatto e io avevo sviluppato una sorta di fobia igienista. Dopo aver toccato un micio non accostavo le mani a nient’altro prima di averle lavate, pensando che ci fosse un qualche effetto collaterale legato al pelo.

Una sera, dopo aver giocato con un gatto, feci merenda senza lavarmi le mani. Il mio spuntino consisteva in un paio di fette di pane col pomodoro. Ancora oggi considero del pane col pomodoro, un po’ d’aglio, origano e olio, il miglior spezzafame di questo mondo. Con buona pace dei mulini non colorati.

Mi resi conto a metà del pasto che non mi ero lavato le mani. Ormai il danno era fatto, così continuai a mangiare. Mi aspettai però, in seguito, terribili conseguenze per aver maneggiato del cibo seppur io fossi contaminato dal contatto con l’animale.

E, difatti, mi sono in breve tempo trasformato in un felino anche io.

Una delle cose che condivido con loro è l’esigenza di sentirsi contenuti. Al gatto piace stare nelle scatole. Perché è un animale predatore e un contenitore è un ottimo posto dove acquattarsi in vista di un agguato. Ma è anche perché le scatole offrono un rifugio sicuro e riparato dove sentirsi tranquilli. Il gatto è un animale che soffre molto lo stress e ha bisogno di zone comfort (si veda anche: Perché ai gatti piacciono tanto le scatole? ).

Anche a me piace ritagliarmi bolle di sicurezza così rigide da essere solide come degli scatoloni.

L’altra sera cercavo un posto dove guardare la partita di calcio. Sono andato in una pizzeria di Király utca dove ero già stato, in cui il capo/pizzaiolo è un algerino che ha imparato il mestiere a Napoli. Se gli dici “sasicce e friarielli” lui capisce al volo e ti batte il cinque.

Ho chiesto a una delle cameriere se ci fosse un posto libero per quella sera. Ho spiegato che avevo provato a contattarli tramite il sito ma non sapevo se avessero mai ricevuto la richiesta.

– Per quante persone?
– Solo io
– Oh

L’ho accennato in passato. Una delle particolarità degli ungheresi è quella del Oh, accompagnato da un’espressione del viso mista tra stupore e apprensione. Come se tu dicessi “Oddio mi sento male e sto per vomitare”. Oh.

Chiedi di spiegarti in inglese quel che ti hanno detto. Oh.

Chiedi di poter restituire un oggetto. Oh.

Chiedi di poter vedere la partita. Oh.

Dopo aver oheggiato, la cameriera mi ha risposto dicendo di dover chiedere al capo conferma sulla partita. Piccolo particolare: ogni santissima partita del Napoli viene trasmessa in quel locale, dato che il capo è un Azzurro convinto e le pareti sono decorate da bandieroni e sciarpe. E la cameriera non può non saperlo, visto che è un anno almeno che lavora lì.

Ma un’altra particolarità degli ungheresi è quella di rendere tutto sempre farraginoso e schematico, come se fosse una richiesta di visura catastale.

Alla fine la partita comunque l’ho vista, seduto a un tavolino laterale attaccato al bancone, che mi sovrastava in altezza. Mi sentivo protetto e a mio agio e fuori dalla vista altrui. Di solito sono abituato a far cose da solo ma non mi sono mai abituato all’idea di essere osservato. Non mi piace, anche se magari nessuno mi sta osservando, in realtà. È il cosiddetto “effetto riflettore”,  che già avevo accennato qui. Ho bisogno quindi di una mia “scatola” da dove poter guardare il mondo.

Ho poi scambiato qualche commento con un distinto signore bolognese, seduto al tavolo di fianco. Senza che io gli avessi chiesto nulla, dal calcio è passato a raccontarmi di sua figlia 13enne nata qui a Budapest che, da buona nativa digitale, lo sovrasta nella tecnologia, anche se poi ha un nipote che è laureato in informatica e fa assistenza IT per le Poste, ci ha messo poco a laurearsi non come un altro suo figlio che a trent’anni se la prende comoda anche se sta studiando Economia che è difficile.

Oh.
Ho fatto io.

Devo aver toccato un ungherese che mi ha trasmesso l’Ohite.


E comunque ai vostri figli fate toccare liberamente i gatti.


Non è che il fornaio debba esporre il cartello “Attenti al pane”

Ho comprato un dado di burro al supermercato, ma giunto a casa ho scoperto di aver preso del lievito.

Com’è possibile confondersi? Allego foto del reperto, per dimostrare che non si può dedurre dal suo aspetto cosa sia.

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Che poi non è manco un dado ma un parallelepipedo

Mi son chiesto cosa potessi farci. Dei dolci, probabilmente. Se imparassi a farli.
Oppure del pane.

Mi sono ricordato di quando da piccolo aiutavo i miei nonni a fare il pane, nel forno a legna di casa. Era una produzione per consumo casalingo, nell’ottica di un autarchismo tipico delle famiglie di un tempo, che in casa preparavano conserve, vino e quant’altro.

Il mio contributo, importantissimo, consisteva nel setacciare la farina. Dopo l’arduo compito, mi ritenevo in diritto di prendere di mira una forma di pane appena sfornato e, col dito, scavarne l’interno da un lato più morbido per rubarne la mollica ancora calda. Spesso dell’intervento stile “Banda del buco” gli altri se ne accorgevano soltanto una volta a tavola.

Nel forno a legna non si cuoceva soltanto il pane. Trovavano posto anche pizze preparate con lo stesso impasto, qualche pietanza, buoi muschiati, taralli dolci. Anche questi ultimi, non appena sfornati, erano oggetto dei miei furti. Che poi il tarallo dà il meglio di sé quando si raffredda, mentre appena uscito dal forno è ancora morbido dentro e si rompe. Il compiacimento del mio gesto risiedeva però proprio nell’atto arraffatorio stesso, nel mettere le mani per primo sul prodotto del forno e andare in shock glicemico annusando gli odori che provenivano dal suo interno.

Ora quel forno è in disuso da molti anni, ormai. Lì dentro ci vive un gatto. E ogni volta mi genera equivoci dire “Ho un gatto nel forno”.

Quando mi perdo in simili ricordi mi sembra di invecchiare.
Anche perché è un attimo poi che scatti il pensiero “Ma che ne sanno i bambini di oggi, con l’Ipad in mano che non sanno nemmeno come sia fatta una gallina”.

Le galline puzzano. E io ho passato pomeriggi a lavarmi le suole delle scarpe perché ogni volta che il pallone finiva nel loro recinto dovevo andare a recuperarlo.


A nulla serviva saltellare come un soldato che prova a scansare le mine antiuomo.


Almeno l’Ipad non sporca!

Non è che il direttore di H&M sia un Capo d’abbigliamento

Quando salì in macchina notai che aveva delle scarpe aperte. Sei sicura? Guarda che il cielo minaccia diluvio, dissi.

Tornò dentro a cambiare le scarpe.
Trascorsero venti minuti neanche buoni ma un po’ indisciplinati. Pensai che avesse avuto un incidente domestico. Poi finalmente uscì: si era cambiata dalla testa ai piedi. Non ebbi la prontezza di riflessi di mettere in moto e fuggire a quella vista.

– Scusa non dovevi cambiare solo le scarpe?
– Dovevo mettere qualcosa che si abbinasse, no?
– Ma sono delle normali scarpe da ginnastica bianche!
– E allora?

E lì io dovetti realizzare, per l’ennesima volta, di non sapere nulla di ciò di cui stesse parlando e di non capirne affatto.

Se il vestire è una affermazione del sé, io sono la negazione ambulante. Il concetto di abbinamento è lontano da me e tento di impararne le basi, seppur con difficoltà perché spesso indosso cose a caso semplicemente perché singolarmente mi piacciono.

Una volta uscii con: maglia a righe orizzontali, camicia a quadri e sciarpa a righe ondulate: c’è mancato poco che mi scambiassero per un quadro di Kandinskij.

A distanza di anni poi non ho ancora imparato ad arrotolare le maniche della camicia: comincio bene e poi non so dove io mi perda e rovini il risultato. A seconda del mio errore possono venir fuori tre tipi di “arrotolatura”:

– Il lavapiatti: tipico di chi deve infilare le mani nell’acqua e tira su le maniche in fretta e furia senza badar al risultato;
– Il picchiatore: lo stile dell’uomo d’azione, che ci tiene alla praticità e arrotola le maniche fin sopra il gomito per avere libertà di movimento nel colpire l’avversario;
– Il donatore di sangue: i risvolti della manica creano una compressione sull’avambraccio che blocca la circolazione, creando un ristagno di sangue utile per essere immediatamente prelevato.

Viste le mie difficoltà nel vestire e la mia incapacità di migliorarmi dovrei cercare di peggiorare gli altri per portarli al mio livello. O quantomeno evitare che si ripetano episodi di attese – come questo che ho raccontato risalente a qualche tempo fa – per cambi improvvisi di calzatura.

Non è che per dividere casa serva tener conto del quoziente (d’intelligenza)

Non ho più riportato aggiornamenti sulla mia situazione domestica perché sostanzialmente non ce ne sono.

Io e la nuova coinquilina abbiamo un sano rapporto di completa separazione casalinga. Che è quel che in fin dei conti desideravo. Convenevoli quali buongiorno e buonasera, qualche conversazione oziosa come quando mi ha parlato delle cose che la divertono degli italiani. Le stesse cose che allietano tutto il resto del mondo e ci identificano come popolo folkloristico.

Mi riferisco alla nostra proverbiale teatralità: Che cosa vuoi?! Che cazzo dici?!, accompagnate da ampi gesti delle mani.


Ho sempre trovato questo cartone di un umorismo abbastanza discutibile. Ben si adatta all’epoca odierna in cui tutti si sentono fini umoristi o uomini di satira perché come dei bulli di quartiere pigliano per il culo chiunque.
Myspace -> Tutti musicisti
Blog -> Tutti scrittori
Social Network -> Tutti Bill Hicks?


E poi, con mia sorpresa, mi ha chiesto anche di una bestemmia che diciamo sempre. Non quella suina ma quella canina. Italiano: lo stai imparando bene.

Con la coinquilina cinese la situazione aveva invece preso una piega strana. Troppo intima, se vogliamo.

A volte c’era una familiarità tale che mi sembrava di avere in casa una moglie. Eccezion fatta per l’assenza di qualsiasi tipo di contatto.


Il che quindi è proprio come avere una moglie.


Una moglie poco sveglia che dimenticava sempre di spegnere i riscaldamenti prima di uscir di casa.
Così poi arrivò una bolletta da far saltare le coronarie. Le sue, perché l’avrei impiccata al calorifero in quel momento.


Si scherza.
Io sono per evitare sofferenze. Quindi, una morte più veloce.


Poi era simpaticamente “invadente”. Se guardavo un film nell’area comune veniva a chiedermi cosa stessi guardando, commentando sempre tutto con un Uh, sembra interessante, sia che stessi guardando una minchiata che qualcosa di più serio. Se cucinavo, si piantava vicino a guardare, chiedendomi cosa facessi passo passo.

Il che delle volte mi avrebbe ispirato un commento del tipo Ma una porzione di fatti tuoi te la sai cucinare?, commento che ovviamente tenevo per me, limitandomi ad allontanarla fingendo di avere un disturbo autistico che mi porta ad andare in agitazione se osservato mentre cucino, al suon di Please, don’t watch me.


Potrei dare l’immagine di un tipo forastico (o furestico come diciamo al Sud).
È sbagliato.
Non è un’immagine, io sono proprio così. Posso essere tanto giocoso ed espansivo così come scorbutico quando mi gira male.


La nuova coinquilina invece è praticamente invisibile.
Si comporta come un topo. Esce dalla stanza solo per cibarsi per 5 minuti. Per due settimane non ha fatto altro che nutrirsi di yogurt e cereali, intervallati con qualche uovo o un cetriolo crudo.

Ho pensato che seguisse una qualche corrente alimentare di cui non ero a conoscenza, tipo quella dei breakfastiani, cioè quelli che consumano solo colazioni.
Ormai tutto è possibile. Io un giorno volevo fare una battuta dicendo che prima o poi avremmo avuto quelli che si nutrivano di aria. Dimenticavo l’esistenza invece dei respiriani.
È facile scordarsene perché io non ho mai visto un respiriano vivo.


Perciò, me ne guardo bene dal prendere in giro abitudini alimentari altrui. Che ne sappiamo che non possano esistere, ad esempio, i carboniani? Quelli che, dato che gli esseri viventi sono fondati sul carbonio, ritengono opportuno approvvigionarsi direttamente dalla fonte e che quindi si nutrono di blocchi di grafite? Ha un senso, anzi, da domani mi farò promotore della dieta della matita HB.


Poi mi ha detto che è semplicemente troppo pigra per cucinare e lavare i piatti e io sono rimasto deluso da ciò.

Credo sia molto disordinata. Almeno a giudicare dal fatto che, una volta, stavo per accostare la porta della sua camera prima di mettermi ai fornelli (la stanza dà sulla cucina e non mi sembrava carino impestarla di soffritto dell’arrabbiata) e qualcosa opponeva resistenza. Era una palla di maglioni giusto in mezzo.
Mi sono allontanato prima che mi aggredissero.


Ho un rapporto conflittuale con i maglioni perché da bambino mi costringevano a mettere quelli che pizzicavano e stritolavano. Praticamente era come stare in una Vergine di Norimberga senza neanche il sollievo della morte per porre fine all’agonia.


Quindi novità non ce ne sono.

L’ossessione alimentare ci renderà lottatori di consumo

Durante l’adolescenza credevo il mondo ruotasse intorno al sesso.
O forse ero io a crederlo, avendo tutti i giorni davanti i fondoschiena delle mie compagne di classe che finivano col monopolizzare la mia attenzione anche quando non erano davanti a me.

Comunque mi sbagliavo.
Il mondo – quello occidentale – ruota intorno al cibo. Ho l’impressione che ne siamo invasi e ne consumiamo troppo.

O forse la summa è il cibo + sesso. O anche il sesso col cibo, dipende dai gusti di alcuni.

Non accendo mai la tv eppure finisco indirettamente per essere invaso da programmi di cucina di cui non comprendo più l’utilità, la funzione e la credibilità.


Anche se confesso che Chef Rubio, l’ex rugbista divenuto cuoco, mi è simpatico.


Non comprendo come sia possibile che in giro ci siano programmi come quello di quel tale che va in giro a cercare i posti dove il cibo viene servito a metro: panini di dieci piani con venti tipi diversi di formaggio fuso e pizze con strati geologici di ingredienti che per esplorarli tutti servirebbe Alberto Angela.

Spegnere la televisione e uscire con altre persone significa molto spesso stare intorno a un tavolo. E stare intorno a un tavolo vuol dire mangiare. Anche solo arachidi e patatine San Carlo, ma bisogna mangiare perché si deve ingannare il tempo – che non si sa cosa di male abbia fatto ma va preso per il culo in ogni caso.


A proposito, mi chiedo sempre se le ciotole di arachidi salate non terminate dai clienti vengano svuotate, oppure vengano riproposte ad altri tavoli. Pensate, la prossima volta che infilate la mano dentro, alle mani altrui nella medesima ciotola.

Apprezzo in questo senso il pub dove vado sempre, che ti butta a tavola manciate di arachidi ancora nel guscio.

Probabilmente il gestore ruba i sacchi per gli elefanti allo zoo.


Una volta uscendo la sera per strada ciò che sentivo era puzza di ascella e scie di profumo lasciate da qualcuno a cui si era evidentemente rotto lo spruzzatore. Oggi ogni afrore è coperto da kebab, patate fritte, olii vari bruciati e generici odori di cose cucinate (spesso male). Anche se per quanto riguarda l’ascella come si suol dire l’odore vince sull’olio.

Salumerie e pescherie di sera diventano pub e sfizioserie.
Che è come se un nightclub di giorno fosse un ambulatorio ginecologico.

E poi la gente fa foto al cibo.
Sono stato con una persona che prima di mangiare doveva fare una foto al piatto. Questa doveva essere la prova che non fosse sana di mente, eppure ho ignorato il segnale di pericolo e ne ho pagato le conseguenze.


La persona in questione potrebbe dire di me che non sono sano di mente e potrebbe anche addurre delle motivazioni.
Ma io non faccio foto al cibo e ciò mi pone in vantaggio.


Infine, credo che quelli che si credono esperti di diete abbiano portato a una progressiva riduzione dell’integrità del sacco scrotale. Quelli che “sapete che non bisogna mangiare questo? Sapete quanto fa male quest’altro? Sapete cosa mettono qui dentro?”. Una volta quelli alimentari erano consigli da rivista da parrucchiere, oggigiorno grazie a internet sono diventati tutti quanti esperti da parrucchiere e mi chiedo se ciò abbia portato a una crisi delle riviste da parrucchiere.

Per carità, anche io predico bene e Ruzzle male: seguo anch’io una dieta, quella macroidiotica.

La dieta macroidiotica si basa sul fatto che fino a quando qualcosa non ti fa male, si può mangiare. Ci vogliono anni di prove per sviluppare tale consapevolezza. Ad esempio, prima di giungere alla conclusione, durante l’adolescenza, che litri di bevande gassate mi facessero male, ho passato lunghe notti a meditare sul grande trono di ceramica.

E ancora imparo cose nuove.

È difficile essere macroidiotico oggigiorno, in quanto le multinazionali, le nazionali e pure le regionali cercano sempre e comunque di contrastarti.

La dieta macroidiotica ha un limite: dovendo testare ciò che mangi prima di sapere se e quanto puoi mangiarlo, rischi di ingerire qualcosa che ti faccia molto molto male.
In quel caso, principio della macroidiotica sui cibi sconosciuti è quello di far provare prima qualcun altro.

Perché, ricordate, il macroidiota è colui che può essere pericoloso per sé stesso me anche per gli altri.

E anche Michelangelo disse “perché non parli?”

Ritorna l’appuntamento a periodicità settordiciquinale con i termini di ricerca più astrusi che conducono a questo blog ma purtroppo chi li ha digitati non voleva arrivare su questi lidi ma cercava cose che a noi comuni mortali sfuggono.

mercatone uno dove cazzo stai
Mercatone se ne è andato e non ritorna più…

riggan thomson esiste?
Sì e cammina in mutande per Times Square

barzellette assorbenti mette rossetto sangue ah foto
Non l’ho capita.

video quando al culo di donna manca solo la parola
Sarà un film muto sicuramente.

cosa penso quando un compagno in classe esplode per la rabbia
Non posso aiutarti perché in classe ero io quello che esplodeva.

wikihow palpare tette
Prova con i tutorial di Salvatore Aranzulla, ne avrà sicuramente scritto uno. Assicurati comunque di avere a disposizione:
– un paio di tette
– un paio di mani
– colla vinilica.

ricovero frigo panni stesi
In genere io li stendo ad asciugare, non credo tenerli in frigo sia la cosa migliore.

attualmente la beghelli quante azioni fa girare in borsa
Non lo so, ma hai comprato il salvalaborsa beghelli che rispetta la legge 626?

ambulante fruttivendolo originale
Diffidate dalle imitazioni. Acquistate solo da ambulanti con i marchi ® e ™.

rapporti tra donne e verdure yuoporn
Arrivano i vegan estremisti: accoppiarsi con un uomo è terribile! È carne!

donne che si infila limoni in figa
Hai frainteso il concetto di “limonare”.

figa italiana
E che sia solo da agricoltura biologica, mi raccomando.

tette di natale
E tu come le passerai le tue tette di Natale?

poesie per donne esaurite
Credimi, una donna esaurita non la tieni a bada con una poesia. Poi a tuo rischio e pericolo, eh.

youporn benedetta parodi
Prima o poi doveva accadere. È passata alle ricette afrodisiache.

video signore bresciane
video porno bresciani
youporn orzinuovi
Il sesso 2.0 lumbàrd.

non mi dire cazzate
Tranquillo, no, però per favore stai calmo.

Come disse l’illusionista che cercava antinfiammatori, “a me gli Oki”

L’altro giorno una persona ha fatto un’osservazione sul mio modo di guardare le cose. Ha detto che io ho un modo tutto mio di volgere lo sguardo su qualcuno o qualcosa. O mi lascio sfuggire tutto ciò che mi passa davanti, perché sono troppo concentrato su me stesso, o, se guardo, non è mai a caso ma per scrutare, analizzare, tentare di capire.

In effetti è vero. Per me gli occhi sono uno strumento d’indagine. Nelle sale d’attesa, in treno, in coda, in tutti i posti in cui si condivide uno spazio con degli sconosciuti per un tempo più o meno lungo, io osservo le persone. I gesti, l’abbigliamento, l’atteggiamento. La cura che hanno per le proprio mani. Credo che dalle mani si possano capire molte cose di una persona.

A volte osservo con attenzione anche le persone che conosco. Ed è sorprendente – o forse non lo è – come sia percepito invasivo uno sguardo.

Puoi raggiungere un’intimità fisica strettissima con una persona, ma poi qualche volta può capitare che questa si schermirà quando la guardi mentre ti è davanti, indifesa. Non vuole che lo sguardo si posi su quelle che ritiene siano imperfezioni.

Da questo punto di vista, le donne sono severissime con il proprio aspetto, anche in maniera sovradimensionata rispetto all’entità di ciò che giudicano come un difetto. In generale, è provato che il modo in cui gli esseri umani si vedono è distorto e non corrisponde al modo in cui gli altri li vedono.

Io, ad esempio, soffro di una distorsione casalinga. Nello specchio del bagno, mi piaccio abbastanza. Non mi ritengo bello né tantomeno belloccio, però mi garbo come Greta. Ma quando sono per strada, se mi sorprendo in un riflesso, in una vetrina, in uno specchio qualsiasi, noto molte imperfezioni. E fuggo via.

Eppure dall’imperfezione non si dovrebbe fuggire, anzi. Sarebbe il caso di farne un vanto, perché è ciò che caratterizza un essere umano. Come spiegare a una persona che è bella proprio per questo?

Tempo fa scrissi uno dei post che più mi piace: Wabi-sabi (la caducità è bella a mamma sua). Senza stare a dilungarsi troppo, il concetto base di questa visione del mondo o filosofia è che nulla dura per sempre e nulla è perfetto. Ma in fondo è proprio questo il bello. Una tazza rotta, ad esempio, non è brutta, anzi: in Giappone le riparano con l’oro, si chiama kintsugi. Invece di nascondere l’imperfezione, la si valorizza.

Quindi, in sostanza, non è “sei bella nonostante le imperfezioni”, ma “sei imperfetta ed è per questo che sei bella”. Ma è difficile da spiegare e soprattutto farlo passare per un complimento filosofico.

Per questo io non guardo mai tanto per. Con gli occhi cerco la bellezza nei difetti del mondo.

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