Non è che l’avido diventi cristiano perché non pagàno abbastanza

Tutti gli eroi hanno il proprio antagonista e io non faccio eccezione.

Da vent’anni sono perseguitato da una persona. Trattasi della figlia di un’amica di Madre.
Per esigenze narrative, da ora in avanti costei sarà impersonata da Lisa Simpson.

Tutto cominciò alle scuole medie, quando le nostre madri decisero che io e Lisa saremmo dovuti andare e tornare insieme da scuola per quei 200 metri di tratto in comune verso le rispettive case.

La cosa mi attirò commenti ironici, risate e allusioni da parte dei miei compagni.
Si sa che noi maschi siamo idioti alle scuole medie.


Anche alle superiori.


E anche a trent’anni a dire il vero. Ma alle scuole medie lo siamo ancor più.


Può essere comprensibile la mia frustrazione per le prese in giro.
Un paio di volte finsi di dimenticarmi di lei per strada.

La cosa più grave è che, oltre ad attirarmi lo scherno altrui, costei faceva sistematicamente saltare le mie coperture nei miei diabolici piani.

Come quando una mattina, davanti alle rispettive madri, ebbe la geniale idea di dire

Certo che quei polinomi da fare a casa, proprio difficili, eh?

Al che intervenne Madre, fulminandomi con lo sguardo mentre si rivolgeva a me:

Io non ti ho visto fare algebra, ieri.

E così il mio geniale piano che sarebbe consistito, nel caso, nel fingere di aver dimenticato il quaderno perché il giorno precedente ero troppo impegnato a completare un livello di Super Mario World per pensare ai polinomi, saltò.

Oppure quando una volta venne a prendersi un libro a casa, alle 15. Mai successo, tranne quel giorno in cui un gruppo di noi (io e lei compresi), sarebbe dovuto andare più tardi a casa della professoressa di lettere per una riunione del giornalino di classe. Io ovviamente avevo un altro livello di Super Mario World da completare e non ne avevo l’intenzione né lo avevo detto a casa.

Mentre se ne stava andando, sulle scale si girò e fece (sempre davanti alle rispettive madri):

Allora ci vediamo dalla professoressa più tardi!
Che devi fare dalla professoressa?, chiese Madre
No io non devo andarci alla riunione
Sì che devi, lo ha detto lei
No, sono sicuro di no, non ho sentito, insistei sperando che mollasse la presa
Sì sì io ho sentito, ci sei anche tu
Ah ok, deve essermi sfuggito…sai ho questo problema dei tappi di cerume, me ne stavo cavando via uno con la penna Staedtler e non ho sentito…

Finite le scuole medie non vi ebbi più a che fare, fino alla vigilia del mio 18esimo compleanno.
Quel giorno decisi di spaccarmi la testa sul cemento della villa comunale, esibendomi in un placcaggio rugbistico di un amico.

Tamponata la ferita e medicata da mia zia all’ASL (dove per trovare un cerotto dovettero farsi 5 piani su e giù e lì capii che forse non fosse esagerato parlare di voragine finanziaria della Sanità campana), a casa, per mascherare la mia idiozia, riferii di un incidente meno stupido e sconclusionato occorsomi fuori scuola, al posto di dire come fossero andare in realtà le cose.

Quella sera stessa, Madre incontrò poi la sua amica, con Lisa Simpson al seguito. Raccontò loro del mio incidente – non comprendo perché farlo – e Lisa intervenne dicendo:

Ah sì sì, l’avevo visto uscire dalla villa comunale con la mano insanguinata sulla testa.

E addio copertura.

Trascorsero altri anni senza che avessi sue notizie, fino a che, nel 2009, non la incontrai sul treno mentre tornavo a casa.

Chiacchierammo e facemmo ovviamente poi la stessa strada a piedi. All’atto di congedarsi mi chiese email, contatto MSN, telefono, LinkedIn, poco mancava anche codice fiscale e conto in banca. Mi ero in precedenza lasciato sfuggire che di lì a qualche giorno avrei avuto una pizza a pranzo a Napoli con degli amici e voleva aggregarsi a tutti i costi.
Ignorai tutto il giorno seguente le sue telefonate.

Non contenta, dato che mi ero lasciato sfuggire anche di un concerto cui sarei andato, nei giorni successivi pure lì tentò di imbucarsi. Per scoraggiarla, le parlai di una macchina strapiena, con una lunga lista d’attesa in caso di posti che si fossero liberati e gente disposta pur di venire ad aggrapparsi al paraurti sgomitando e gettando sull’asfalto i più deboli. Una situazione non certo adatta a una fanciulla.

Ovviamente, non era vero. In macchina eravamo solo due tapini più un terzo se non fosse morto di cirrosi epatica nel frattempo.

Dopo un po’, di fronte al mio essere sfuggente, desistette e sparì di nuovo.

Fino a ieri.

Suona Skype.

>>> Zio-cane, zio-cane, zio-cane <<<


Sulla suoneria di Skype si può cantare questo, fateci caso.


Figlio, tutto bene? Hai mangiato?
No, Madre. Sono le 19
Mangi dopo?
Certo, Madre. Novità da Terra Stantìa?
Sai chi ho incontrato? La mia amica e Lisa Simpson!
Noo
Sìì. Mi hanno chiesto di te. Lisa sta ancora facendo il tirocinio e blablablabla
Mh. Ah. Ok
E ti ricordi poi quel corso di inglese che hai fatto a Londra l’anno scorso?
Madre, era 4 anni fa
E comunque anche Lisa ne vorrebbe fare uno e io le ho detto che tu sai dove può andare e lei ha detto ah sì mi faccia sapere e io ho pensato invece di chiedere a te e poi farmi dire e poi chiamarla mi sono fatta dare l’indirizzo email così ho detto è meglio che fate voi ragazzi vi mettete direttamente in contatto, mi fa pure piacere
Madre, tu non sapevi neanche cosa fosse una email
Me l’hai spiegato tu.

E quindi io non riuscirò mai a liberarmi di costei. Sospetto che da 20 anni Madre pianifichi un matrimonio combinato ai miei danni.

In modo serio, questa persona ovviamente non mi ha fatto nulla e sono io quello orribile.


Ma tanto davvero pensavate che un gatto fosse buono? Davvero? Ah ah ah.


Credo comunque la mia avversione per questa Lisa Simpson sia nata da un episodio alle scuole medie.

Si era sotto Natale, periodo di addobbi. Lei mi chiese cosa preferissi tra albero e presepe. Io risposi che mi piaceva di più fare il presepe e lei, prima che terminassi di spiegare, mi fece:

Perché l’albero è più pagano.

Allora.

  1. Non solo non mi hai lasciato terminare la frase ma l’hai completata con un tuo personale pensiero attribuendolo a me.
  2. Perché mai, inoltre, la qualifica di “pagano” dovrebbe essere una discriminante negativa?
  3. A volerla dire tutta, senza entrare in noiose dissertazioni storico-religiose, la nostra cultura affonda le radici anche nel paganesimo. E tutto ciò che viene attribuito come esclusivo al cristianesimo, il culto dei santi, le festività, le processioni eccetera, ha origini pagane cui il nuovo credo all’epoca si sovrappose.

Quindi non parlarmi di pagano invano!

Ecco, credo da qui sia nato tutto.


E adesso, il livello finale di Super Mario World:


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Non è che il negozio di animali si pubblicizzi coi conigli per gli acquisti

Quel che mi piace della vita è che anche nelle giornate che scorrono tutte uguali a sé stesse ci sono, nascoste nelle pieghe delle ore che passano, piccoli eventi curiosi.

Durante la pausa pranzo sono uscito dall’ufficio per andare al supermercato all’angolo.
In strada mi son trovato di fronte una ragazza che portava tra le braccia una enorme gabbia. Dentro sembrava ci fosse un cane. Poi ho guardato meglio ed era un coniglio marrone. Enorme e tarchiato.
La ragazza mi ha lanciato un’occhiataccia e non ne ho capito il motivo: il mio sguardo non era fraintendibile, non le stavo guardando le mammelle, puntavo al coniglio. Forse avrà pensato che avessi degli intenti culinari sul suo animale?


Possibile ma poco probabile: qui sembra che il coniglio non sia concepito come ingrediente di un piatto.


Più tardi, in ufficio ho potuto constatare che il mio potere di rompere le cose è sempre attivo ed efficace.


Il mio progetto di trasformarmi nel supereroe (o nel villain, debbo decidere) Deathtouch, l’uomo mascherato che con un tocco distrugge, blocca, incrina, è sempre in piedi. Anzi se qualcuno abile e creativo nel disegno volesse farmi uno schizzo di una tuta gliene sarei grato. Mi piacerebbe fosse blu: vorrei essere un supereroe BluTut.


Sono andato a farmi un caffè alla macchinetta che, fino a quel momento, aveva svolto anche quel giorno il proprio lavoro di trasformatrice di cialde in liquido dalla consistenza e il sapore quasi simile a una ciofeca italiana.


La distinzione è importante: esiste il caffè e la ciofeca, ma una ciofeca italiana è sempre meglio di una ciofeca internazionale.


Ho rabboccato l’acqua, infilato la cialda, posizionato il bicchiere – di vetro perché il caffè in vetro è più buono ma quando lo dico nessuno mi crede – e atteso speranzoso.

Non è uscito nulla.
La macchinetta ha cessato improvvisamente, e ovviamente sotto le mie mani, di produrre caffè.
Com’è naturale, questo ha gettato nell’ansia il resto del personale e se domani il tecnico non porrà presto rimedio immagino mi attirerò altre malevoli opinioni sulla mia attitudine a causare danni seppur io non faccia altro che compiere gli stessi gesti che fanno tutti, soltanto che i miei hanno effetti distruttivi.


Ho saputo da CR che, in mia presenza, dopo l’incidente della maniglia della finestra bloccata, contando sul fatto che non capissi la lingua qualcuna ha commentato stizzita al suon di “Lo sapevo, deve sempre toccare tutto, deve rompere”.

Casomai l’episodio dovesse ripetersi, io approfittando della mia di lingua col sorriso sulle labbra dirò “Tu invece nun m’ scassà o’ kazz”.


Più tardi, terminato il lavoro e uscito dall’ufficio, mentre mi avviavo verso la stazione con la coda dell’occhio ho visto che una donna faceva pisciare il proprio bambino contro la ruota di un’auto.

Un momento: cosa stava facendo?
Mi sono girato a guardare per capire se avessi visto bene, poi ho distolto lo sguardo perché potrebbe essere equivocabile osservare una scena simile.

Alcune domande mi sono frullate in testa:

– Perché per strada? Ci sono bar nei dintorni, negozi.
– Ammesso che i gestori di bar e attività possano far storie per l’uso dei bagni privati pur dinanzi a un bambino – qui in Ungheria con le formalità e le regole sono più rigidi di cadavere in rigor mortis – un angolo di strada più appartato c’era due metri più in là. Perché proprio sulla ruota di un’auto?
– Ma poi l’auto di chi: era della signora? Perché pisciarci sopra e portarsi dietro l’olezzo?


Potranno pure dire che quella dei bimbi è santa, ma la santità puzza lo stesso.


Oppure magari non era neanche la sua auto il che mi lascia ancor più perplesso.


Ma del resto c’è chi ci fa pisciare i cani sulle ruote altrui, quindi perché non un bambino?


Infine sono andato al bar vicino casa.

Dato che non erano neanche le 18 e non riesco a bere a stomaco vuoto così presto – presto per un meridionale: a Londra notai che alle 17 hanno già cenato da un paio d’ore e sono già alla terza pinta – e non volendo dare l’impressione di essere uno che beve sempre e comunque, ho ordinato un tè. L’altra persona con me invece non si è fatta tutti questi problemi e ha preso un bicchiere di vino come è più naturale che sia.

La volta precedente che sono andato in questo posto – che definire bar è riduttivo, è più un “coso” con i tavoli di legno grezzo, l’elenco delle bevande scritto con mano finto malferma (perché deve essere artigianale) su una lavagna e bottiglie vuote riciclate come portacandele, insomma quei posti arredati in una discarica che oggi però sono molto trendy bio – avevo ordinato sempre un tè, big. Mi arrivò un distributore da più di mezzo litro.

Questa volta, memore della volta precedente, ho chiesto la versione small.
Credo fossero almeno 40 cl.

La prossima volta pure alle 10 del mattino chiederò mezzo litro di Tennent’s. Sperando che ce l’abbiano, perché qui bevono dai 4 gradi in giù.


Va detto che però si stanno impratichendo nelle birre artigianali, se si vuol bere più corposo. Sta arrivando anche qui la moda. Perché un altro leitmotiv di quest’epoca insieme al trendy bio recycle km0 è la birra artigianale¹.


¹ Io sono a favore del bio, del km0 e della birra artigianale.
Ma va tenuto conto che
a) Sul bio pochi ne sanno realmente ma molti ci speculano;
b) il km0 va bene ma non sempre e, inoltre, ha una disponibilità limitata. Ad esempio, quanti cavolo di ettari coltivati a pomodoro ci saranno mai a Corbara (SA): è mai possibile che riescano a rifornire ristoranti, pizzerie, botteghe bio in quantità illimitata?;
c) non è che siccome ti fai la birra in cantina non possa venir fuori uno schifo e non è che siccome è uno schifo devi riempirla di altri ingredienti come caffè, caramello, miele, urina dei bimbi che urinano sulle auto altrui.


Non è che nel Signore degli Anelli l’essenziale sia invisibile agli orchi

Oggi il Capo ci ha comunicato che a breve la società cambierà nome. Decisione della nostra consorella di Bruxelles.

Anche se più che sorella maggiore, per potere e dimensioni sembra una suocera.

Dovremmo assumere quindi il nome del gruppo di cui facciamo parte (Pinco Pallino) + Central Europe. A meno di non avere altre proposte di denominazione.

Al che mi sono alzato (metaforicamente perché sono rimasto seduto) e ho detto che, sì, suonerebbe più internazionale ma finirebbe per far smarrire identità alla società. Sarebbe forse meglio un qualcosa come Pinco Pallino Hungary oppure Pinco Pallino Budapest.

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È sempre positivo con gli ungheresi far leva su questioni come l’identità e l’orgoglio, ovviamente esaltandoli. Ad esempio, per guadagnare la loro stima puoi parlare di calcio citando la squadra storica (non è che poi il panorama calcistico nazionale offra altri esempi), l’Aranycsapat (“la Squadra d’Oro), cioè l’Ungheria degli anni ’50 che arrivò a giocarsi un Mondiale con la Germania. Acquisterai punti ai loro occhi.

Da questo punto di vista ci sarà molta attesa per i prossimi Europei di calcio, dove la squadra nazionale si è qualificata dopo anni. Vorrò essere altrove in quei giorni perché ho sempre remore a dire agli altri che non me ne importa nulla del loro entusiasmo e non me ne sento partecipe.


So fingere tante cose (tra cui anche orgasmi ma questa storia la riservo per momenti peggiori) ma l’entusiasmo non rientra tra le cose su cui riesco a recitare.


Come quella volta che arrivai a Londra il giorno della finale di Wimbledon tra Murray (idolo di casa seppur scozzese: gli inglesi storicamente si son sempre presi ciò che gli serviva) e Federer nel 2012.

La tizia che mi mostrò la stanza ci tenne a farmi presente che il televisore era funzionante e riceveva tutti i canali, in particolare quello che avrebbe trasmesso l’incontro.
– Perché, sai, oggi c’è la finale di Wimbledon, alle 16 (orario inventato perché non lo ricordo).
– Ah, sì, certo, la finale. Dissi io.

Il pomeriggio ovviamente me ne sono andato in giro perché non ero affatto interessato alla finale di Wimbledon.


NOTA 1
Non riesco a farmi piacere il tennis.
Ho un problema con uno sport dove è previsto il silenzio. Per me lo sport deve essere rumoroso, perché se non puoi fare rumore non so come ci si possa divertire.


NOTA 2
È lo stesso principio che seguivo per le feste alle scuole elementari. Non vedevo il perché andarci se non per fare casino.


NOTA 3
Poi arrivò la dannata festa delle medie (cit.) e cambiò tutto, ma su questo argomento c’è già una esauriente letteratura.


Insomma, col mio discorso sull’orgoglio identitario del nome li ho colpiti. O almeno ne sono convinto ma non ne sono certo perché non li guardavo in volto mentre parlavo.

Ho l’abitudine, quando dico qualcosa di serio, di fissare un punto a medio-bassa altezza davanti a me e tenerlo lì inquadrato, muovendo anche le mani come Alberto Angela intorno a qualcosa che vedo soltanto io.

È il discorso. È lì, prende forma mentre esce dalla mia bocca. Lo plasmo con le mani. Lo vedete?, penso mentre parlo. Poi alzo gli occhi e mi accorgo che gli altri non hanno visto un bel niente e credo non mi abbiano dato molto retta. Faccio discorsi invisibili seppur – credo – interessanti. È proprio vero che l’essenziale è invisibile agli occhi, come disse Galileo Galilei prima di inventare la fotocamera digitale.

Non parlo comunque sempre in questo modo. Fissando punti inesistenti davanti a me, intendo.

Ad esempio, Ti amo l’ho sempre detto guardando negli occhi.
Non è per quella convinzione che si è sinceri solo se ci si guarda negli occhi e se distogli lo sguardo allora significa che eccetera. Trappole da mentalisti.

Semplicemente, anche in quel caso sto seguendo un discorso. Negli occhi dell’altra persona. Come se ci fosse un “gobbo” che regge il cartello con scritto “Ti amo” celato nell’iride altrui.

Perché secondo me l’amore non è un qualcosa che nasce dal di dentro. Non del tutto, almeno. L’amore è lì fuori, prende corpo nelle altre persone. Lo andiamo semplicemente a cercare per riacquisirne il contatto. Come si spiegherebbe che si possa pensare a persone lontane centinaia e centinaia di chilometri se non con il fatto che hanno un qualcosa di nostro dentro di loro e che noi rivogliamo.

A volte c’è chi poi esagera e trova amori troppo facilmente e di continuo. Secondo me costui/costei o si è spezzettato/a troppo o vede amori altrui come se fossero i propri e allora lì è un problema perché non c’è mai amore per tutti.


È un discorso molto da libro di Moccia, ne convengo. “Amore è abbassare la tavoletta del water”, da venerdì in tutti gli Autogrill in promozione con “50 sfumature di Topo Gigio”.


La questione dei nomi è comunque intrigante.

Ho scoperto che nel nostro stabile al piano interrato prolifica una società hipster.
Prima scoperta è che quindi gli hipster sono qui più diffusi di quanto pensassi e si radunano insieme, seppur nei seminterrati.

La seconda scoperta è che questi hipster sono quelli di BP Shop, linea di abbigliamento marchiato Budapest: loro cavallo di battaglia è lo slogan Buda Fucking Pest.

Geniale, non c’è che dire. Avere successo è trovare il nome giusto e diffonderlo in giro.

La prima impressione che avevo di loro si ricollegava a una battuta di Bart Simpson: Guardatemi, sono un laureato, ho guadagnato 600 dollari l’anno scorso!

Poi ho scoperto che in realtà i loro affari vanno abbastanza alla grande e allora forse Bart Simpson si addice più a me. 

E quindi il tutto sta nel farsi un nome ed essere visibili.

Non è che l’imbianchino abbia la sindrome del color irritabile

Mi sono ricominciati gli spasmi allo stomaco. È da una settimana che vanno avanti.

Cause: Poco sonno. Fumo. Preparare un test e un discorso in inglese. Ansia. Quella per il colloquio inoltre era una premura inutile, perché, come ho raccontato, ha parlato per tutto il tempo la Dott.ssa Comesfromthesea. Ora l’attesa di un responso per ciò che concerne l’esito non mi aiuta a rilassarmi.

Non saprei che direzione prendere se fosse andato male. Le alternative che ho non sono a una portata logistica accettabile. Ho il terrore di aver imboccato un percorso di vita non percorribile. Ora non potrei permettermi di andare 6 mesi in Perù per un progetto sulla foresta amazzonica e abbandonare qui la famiglia.

Ogni volta che, mentre sono a Roma, sento Madre al telefono, sembra che a casa stia andando tutto a rotoli. Poi torno giù e sembra tutto a posto. Stanno tutti meglio di me che invece ho perso altri due kg e ora ballo sui 70.


Forse sto facendo una dieta troppo povera. Pezzente, direi.


In verità non va proprio tutto bene: Padre è un mese che ha dei problemi articolari seri, ci sono giorni che si sveglia – ammesso che il dolore lo faccia dormire – e non può alzarsi dal letto perché non riesce. Un infortunio calcistico di trent’anni fa non curato come si deve oggi lo ha praticamente portato ad avere le cartilagini di ginocchio e bacino distrutte. Si riempie di antidolorifici come Dr. House. Padre ha sempre un rapporto un po’ insano coi medicinali: li assume come caramelle. Se l’eroina fosse legale penso utilizzerebbe anche quella.

In virtù di ciò Madre si alza alle 6 di mattina, prepara il pranzo, deve badare ai gatti, va al lavoro, torna e deve badare a gatti, genitori anziani, Padre e a volte pure una zia cui ogni tanto viene la sindrome dell’abbandono – abita a 10 metri da casa – e quindi rompe. A ciò aggiungiamo che lei ha dolori cronici alla schiena.

Come si fa a pensare in queste condizioni di abbandonare tutto sulle spalle degli altri?

Poi succede che torno a casa, devo aiutarli a fare la spesa e Padre arzillo e scattante viene con me, si mette anche alla guida e nel supermercato debbo essere più lesto di lui a sottrargli le casse dell’acqua prima che le raccolga.


Salvo poi la sera stessa lamentarsi perché dolorante.


Secondo Tutor non dovrei farmi tutti questi problemi: devo vivere la mia vita, gli altri hanno la loro. Forse ha ragione. O forse no.

Vorrei discuterne meglio con lei, avendo i miei stessi problemi, e non farlo solo in quelle brevi pause che mi prendo per nascondermi nel suo ufficio. Penso alla fine di essermi convinto a chiederle di uscire. O almeno credo. Non ho ancora capito se in questo periodo ho voglia realmente di uscire con qualcuna oppure ho voglia di starmene completamente da solo a macerare immerso nei miei pensieri. Oppure a Macerata immerso nei miei pensieri.

L’altro ieri, in una sera di sconforto e stordimento psicotropo, ho cercato su Google il nickname che la mia ex ex (ex al quadrato) utilizzava anni fa su un forum. Ho scoperto che lo utilizza ancora o almeno lo ha utilizzato di recente e che è sparsa in vari posti: ha un blog fotografico su tublrm, tumlrb, trublm, brumtl, insomma quella cosa hipster; poi recensisce trucchi, pubblica ricette. Mi sembra così diversa. In realtà è sempre la stessa con più o meno gli stessi interessi, ma mi sembra di non conoscerla più. In effetti, tre anni sono tanti. Si può cambiare.

Anche io, del resto, sono cambiato.

Sono diventato completamente intollerante al latte, ad esempio. Anche quello ad alta digeribilità ora mi dà fastidio. Sono passato a quelli vegetali, ma non ne sono molto soddisfatto. Quelli di riso e avena li trovo stucchevoli, mentre quello di soia, dopo alcuni mesi di tolleranza, oggi lo trovo nauseante. Sa di fagiolino (che scoperta: la soia è un legume) e puzza. Anche il frigorifero puzza di fagiolino una volta aperta la confezione, pure i rigurgiti esofagei sanno di fagiolino e io non ce la faccio più: mortacci soia e dei fagiolini.

Non digerisco più, inoltre, la gente che parla di politica con quell’irritante qualunquismo traboccante della saccenza di chi ha una cultura fatta di Wikipedia e Le Iene e che non vede l’ora di lamentarsi con te, come se un essere umano non avesse altro da fare che stare lì ad ascoltare i loro comizi. Pur potendo anche concordare con alcune considerazioni, ciò che fatico ad accettare è il sentir parlare dei politici come se fossero un popolo di alieni che un giorno all’improvviso è apparso e ci ha invaso, rovinando un Paese onesto, lavoratore e incorruttibile (!).


Immagino il film: Election Day, con il Will Smith italiano, Carlo Conti, che dopo il televoto del pubblico a casa verrà inviato in missione sull’astronave-madre dei Politici.


Anche se osservando alcuni esemplari Buonanno fatico a credere facciano parte della specie umana.


Ci riflettevo giusto l’altro giorno in treno, quando accanto a me un giuovine dall’aria Ibiza-sole-figa e sei in pole position!* raccontava a un suo anziano collega come aveva fregato dei perfidi inglesi. Diceva che, mentre era in vacanza a Londra, una sera in un locale un cameriere distratto gli aveva versato addosso un cocktail rovinandogli una camicia. Lui prontamente aveva scattato una foto a testimonianza del fattaccio, e, il giorno dopo, aveva scritto una mail ai gestori del locale. Nel testo diceva che era un loro affezionatissimo cliente (falso) e che la goffaggine di un loro cameriere gli aveva rovinato un capo di alta sartoria italiana (una camicia OVS…), del valore di 400 euro (90), cui era anche legato affettivamente (falso anche questo, come si vantava di precisare al collega).

I proprietari gli avevano immediatamente risposto, scusandosi e chiedendogli gli estremi per fargli avere un rimborso. Dopo tre giorni sul conto lui si era trovato 200 sterline.

Ecco, costui riflette bene la mentalità arraffona, volgarotta, ignorante e imbrogliona dell’italiano da dito medio. Ma forse sono stati i politici venuti dall’iperspazio ad averci dato cattivi esempi.


Perché in questo blog non si guardano solo Tarkovskij o Truffaut: ci sono altri grandi riferimenti cinematografici:


Per concludere il riassunto di questa settimana, vorrei citare infine un episodio accaduto ieri mattina.

Mentre ero a Termini, in attesa che un ritardo partorisse un treno, osservandomi i pollici per capire se la ricrescita della pelle intorno le unghie fosse sufficiente per ricominciare a mangiarla, mi viene incontro un tizio. 60 anni circa, trascinando un carrellino di quelli che le sciure utilizzano per fare la spesa al mercato, con un sorriso inquietante mi si pianta davanti e fa: Permette? Sono un poeta fiorentino!

Io, senza una smorfia che tradisse la menzogna, rispondo: I’m sorry, I don’t speak italian. E lui si scusa e se ne va.

Dopo mi è dispiaciuto, perché chissà cosa avrebbe potuto raccontarmi un poeta fiorentino e chissà cosa mi sono perso. Ma ho deciso che di fare conversazione con persone strane mi sento un po’ saturo.

Già debbo guardare me stesso ogni giorno allo specchio, al mattino.

Non è che se dichiari guerra al trasporto pubblico puoi gridare “All’Atac!”

(si intravede dietro delle alte mura una grossa cupola) Ehi, dove siamo qui?
– Questa è S. Pietro, oh.
– Dai dai scendiamo qui, su (scrollandolo per le spalle).
– Oh? (infastidito)
– Sì dai – schioccando la lingua* – qui ci sono i marocchini e io devo contrattare per una borsa.


Perché mai nei libri, quando qualcuno parla, deve sempre schioccare la lingua? Voi schioccate la lingua spesso mentre parlate? A me non succede, sono forse anormale?
La ragazza comunque non ha schioccato la lingua, l’ho scritto per capire che effetto e che tono desse al discorso ma il risultato non è stato come speravo.


Quelle riportate sono le uniche parole che sono riuscito a comprendere. Il resto del tempo loro e altri due ragazzi hanno parlato esprimendosi in pugliese stretto. È una dialetto che economizza sulle vocali: in pratica è come recitare un codice fiscale.


DIDASCALIA LINGUISTICA
Credo sia inesatto da parte mia parlare di un dialetto pugliese, viste le varianti esistenti dal Gargano al Salento: credo che quello che parlavano i 4 fosse foggiano.


Non avevo mai considerato S. Pietro come meta di pellegrinaggio del falso. Si apprendono sempre cose nuove nei momenti inaspettati, come accadutomi alle 14 di un attivo lunedì pomeriggio.

I mezzi dell’Atac non sono stati, a dire il vero, molto attivi. La metro A era interrotta mentre gli autobus procedevano come una canzone di Tullio de Piscopo: ad andamento lento. Persone che inveivano, individui rassegnati, turisti smarriti che pretendono di fare il biglietto a bordo come se stessero a casa loro. Qualcuno mi pesta il piede e mi chiede scusa, io con un cenno della mano e un sorriso do la mia assoluzione: le mie dita sono diventate come le antenne delle lumache, appena percepiscono il pericolo si rattrappiscono all’interno della scarpa piegandosi su sé stesse ed evitando il pestaggio.

L’aumento della densità interna dei mezzi quest’oggi ha portato a un incremento di personaggi interessanti come i foggiani che ho citato sopra.

Una signora cinese si reggeva in piedi aggrappandosi con una mano alla maniglia e con l’altra al pantalone del marito, ad altezza del pene o quantomeno dove avrebbe potuto trovarsi se l’uomo avesse l’abitudine di sistemarlo da quel lato. Al che mi sono chiesto: la signora cercava il pene del marito? Sapeva oppure che quella zona fosse libera e riteneva lecito aggrapparvisi? In ogni caso il signore e i suoi pantaloni non facevano una piega, io intanto ho distolto lo sguardo attirato da un folle che, sceso dal mezzo, ha tirato un calcio contro una paratia non so per quale motivo.

Sull’autobus delle 20 un anziano signore ha cominciato a parlarmi dopo che gli ho ceduto il posto. Ha esordito spiegandomi dei problemi intestinali e circolatori che lo portano a dover camminare molto durante il giorno, per poi raccontarmi – dopo che avevo dato delle indicazioni a due turiste straniere – dell’importanza di conoscere le lingue. Ha concluso infine raccomandandomi di fare attenzione a ciò che scrivono sui libri perché non sempre dicono la verità: lui tutto ciò che sa l’ha invece appreso dalla gente e dalla strada, perché a scuola c’è stato poco. Mi ha spiegato che mentre era in terza elementare il suo istituto fu bombardato durante la guerra e non ci tornò più.

Tra i due autobus ho incrociato una ragazza inglese che su un polpaccio aveva il tatuaggio del Tardis del dr Who.


Se non sapete di cosa sto parlando, correte a farvi una cultura. Meglio Tardis che mai.


Infine, su un altro autobus ancora, il primo della giornata, tra la folla in attesa sulla banchina ho inquadrato una ragazza che ho ipotizzato potesse essere napoletana. Quando l’ho sentita parlare, ho avuto conferma: era napoletana.

Ciò mi porta a stendere (con un gancio destro) un’altra teoria estetica dopo quella delle nanerottole svampite: noi napoletani siamo un gruppo etnico a sé stante e siamo riconoscibili ovunque. Mi è successo in molti luoghi, a Roma, a Bologna, a Milano, a Parigi, a Londra e anche a Nikko (Giappone): quando inquadravo qualcuno ponendo una scommessa con me stesso sul fatto che fosse napoletano, indovinavo sempre.


È una delle poche scommesse che vinco con me stesso, perché per il resto ho accumulato pesanti debiti di gioco e non so come ripagarmi.


Mi chiedo se sono riconoscibile anche io. Ricordo a proposito della riconoscibilità la maestra alle scuole elementari mi diceva “ti fai sempre riconoscere” e io non capivo cosa volesse dire perché mi conoscevano già quindi per cosa avrebbero dovuto riconoscermi? Ma questa è una storia che non riguarda l’Atac quindi non la riconosco.

L’amore ai tempi del “com’era?”

Questo post ha ricevuto l’approvazione di Don Draper

Un innocente scambio di battute scherzoso in ufficio l’altro giorno ha portato invece a una discussione sociologica sui rapporti uomo-donna nella società odierna. Tutto è nato scherzando su Collega Onicofago che ad agosto era andato in vacanza da solo (da solo…nella casa al mare coi genitori e il fratello!), perché la ragazza era alle prese con i libri per studiare. Alla domanda: “e lei ti ha fatto andare?” di una collega, lui ha detto “certo che sì” e la controdomanda è stata “E se fosse stata lei a voler andare da sola in vacanza?”; al che lui ha iniziato a ironizzare sul fatto che lei avrebbe dovuto chiedere il permesso, che non si può star tranquilli se una ragazza è da sola in vacanza e così via. Non era serio. Credo.

Se non che poi è salita in cattedra Collega Joker, che ho ribattezzato così vista la quantità di rossetto che le sue labbra devono sopportare. La suddetta si è lanciata in una disamina dei rapporti sociali tra i due sessi a tutto tondo, sintetizzabile nel discorso che riporto qui di seguito:
“Oggi gli uomini non sono più quelli di una volta, non si fanno rispettare, la colpa è della donne che fanno troppo gli uomini, è per questo che ora gli uomini vanno con gli uomini e le donne con le donne, perché mai una dovrebbe cercarsi un uomo se l’uomo è una donna e la donna è un uomo? Non ci sono più i ruoli, si parla sempre della parità ma io non la voglio, era meglio una volta quando i ruoli erano definiti, è vero che comandavano solo gli uomini ma in casa comandavano le donne, infatti dietro ogni grande uomo c’era sempre una grande donna”

L’ultima frase è una cosa che mi ha sempre fatto sorridere perché mi fa venire in mente la pubblicità dei Pennelli Cinghiale. Detto questo, quello che ho riportato è un discorso da me tagliuzzato e cucito di tutto ciò che ha detto; l’ho fatto per brevità espositiva (e perché non ricordo tutto per filo e per segno) ma giuro e giurerei anche sotto tortura che il senso di tale discorso non è stato da me alterato, questo è ciò che ha detto e questi erano i concetti che esprimeva. Una tale accozzaglia di cose che non saprei da che parte iniziare a osservare, perché è come fissare un Rothko e cercarvi una veduta di Abbiategrasso illuminata dal chiarore lunare mentre due pastorelli intonano canti suonando la cetra. Ho rispetto di un quadro di Rothko, ma sarebbe un’operazione priva di senso quella che compio!

In soldoni, se ho capito bene: le donne fanno troppo i maschi e i maschi fanno troppo le donne, quindi uno fa prima ad andare a letto con un altro maschio per trovare una donna. E vale il contrario per le donne. Ah e poi era meglio quando le donne stavano a casa a fare la calza, perché riguardo alla calza erano loro a comandare, diciamocelo, su.

Tralasciando il fatto che rimango stupito – ma non troppo, perché non è la prima volta che mi capita – che sia proprio una donna a dire certe cose, rimango sempre col sopracciglio inarcato quando le persone esternano nostalgie per epoche che non hanno vissuto parlandone come se fossero appena tornati da un viaggio nel passato con la macchina del tempo o come se fossero dei Louis de Pointe du Lac che hanno attraversato i secoli. Insomma, io spesso scherzo sulla mia passione per l’800, ma mi guardo bene dal lanciarmi in un “era meglio quando”: credo che, fosse possibile, mi basterebbe annusare l’aria tra le strade di Londra o tra le cosce di una donna dell’epoca per desiderare immediatamente il XXI secolo. Scusate la volgarità ma diciamo le cose come stanno, senza fronzoli.

Amenità a parte, la collega può aver ragione quando parla di uomini rammolliti o di donne che, più che far gli uomini io direi che abbiano preso i peggiori difetti degli uomini: ma, detto questo, trovo sempre un campo minato le generalizzazioni anche perché preferisco sempre dar retta a Popper quando diceva che tutti i cigni sono bianchi ma poi basta osservare un solo cigno nero e l’affermazione viene a perdere la propria universalità. E, in ogni caso, non mi si può venire a dire che è meglio con gli uomini a comandare e le donne a casa, anche perché vorrei allora chiedere a Collega Joker se lascerebbe il posto di lavoro a un maschio disoccupato, in nome di un sano riequilibrio dei ruoli.

(Le immagini pubblicitarie che incorniciano questo post sono state realizzate da grandi uomini che avevano a casa grandi donne e che non andavano coi maschi perché poi fa brutto)

Nuovissimo dizionario di luoghi comuni, frasi fatte e retorica (K-Z)

Parte I: A-J

K

Kurt Cobain = icona di una generazione.

L

Laurea = pezzo di carta che ormai non serve a niente, meglio un diploma.
Libro = 1) ormai chiunque ne scrive uno; 2) non giudicarlo dalla copertina.
Londra = 1) costa tutto troppo caro; 2) ci si reca per fare il cameriere.

M

Magro = un individuo dal metabolismo accelerato.
Maltempo = divide in due la Penisola.
Mamma
= 1) gli italiani vi sono troppo attaccati; 2) cucina meglio della fidanzata.
Marxismo = è stato applicato male.
Marzo = un mese conosciuto per la sua follia.
Metal = 1) musica di estrema destra; 2) rumore.
Milanesi = popolo che pensa solo al lavoro e ai soldi.
Moderati = quelli che prevalgono sempre.

N

Napoletani = 1) calorosi; 2) generosi; 3) sanno arrangiarsi; 4) imbroglioni.
Natale = quest’anno sarà all’insegna del risparmio.
Nero (colore) = va bene su tutto.
Nervosa = una donna evidentemente con le mestruazioni. Se non le ha, vuol dire allora che non fa sesso (v. Acida).

O

Odissea = esperienza faticosa che tutti vivono almeno una volta, meglio se Vera e propria (vedi): Una vera e propria O..
Offesa = una cosa che nessuno mai vuole arrecare: introdurre un discorso offensivo premettendo che è senza o..
Ora legale = fa perdere un’ora di sonno.

P

Pane = bisognerebbe mangiare senza.
Panettiere = nessuno vuole più farlo, eppure è un lavoro pagato migliaia di euro al mese.
Politica = magna magna (v. Politici).
Politici = individui tutti uguali. Rammentare che anche una volta rubavano ma almeno c’era possibilità per tutti di campare, ora rubano solo per loro stessi.
Popolo della rete = entità dai contorni vaghi e indefiniti che di mestiere “insorge” o “si mobilita” o, ancora, “si scatena”.
Postmodernismo = corrente culturale ignota ai più ma che bisogna dire di apprezzare o ispirarvisi. Dichiarare di leggere D. F. Wallace e Don DeLillo.

R

Rabbia = partner storica di Sgomento, col quale si accompagna sempre.
Raccolta differenziata = una cosa inutile tanto mischiano di nuovo tutto insieme.
Rasatura = 1) radersi a zero fa ricrescere i capelli più forti; 2) depilarsi col rasoio fa ricrescere i peli più duri e numerosi.
Responsabilità = sempre da assumere.
Riforme = in Italia ce ne sarebbe bisogno.

S

San Valentino = festa commerciale dei produttori di regali e cioccolata. Ricordare che si dovrebbe festeggiare S. V. tutto l’anno e non ridursi a un giorno.
Sanremo (festival) = 1) non rappresenta la canzone italiana; 2) si spendono troppi soldi per organizzarlo. Dire che non lo si guarda, con sobrio sussiego.
Scandinavia = terre dell’estremo Nord Europa piene di belle donne, dove il welfare funziona, dove si viene pagati anche se non si lavora e dove i giovani si suicidano.
Schiaffo = una volta quando si tornava a casa dicendo di aver preso uno schiaffo dall’insegnante, se ne riceveva un altro da un genitore.
Serie (tv) = 1) hanno superato il cinema; 2) sono i nuovi romanzi.
Sesso = 1) uomini e donne ci pensano in modo diverso; 2) uomini e donne ci pensano allo stesso modo ma le donne non lo danno a vedere; 3) ce ne è troppo sui media.
Sgomento = vedi Rabbia.
Simpatico/a = uomo o donna non attraente.
Solidarietà = in caso di calamità naturali (v. Emergenza), è una gara.
Strumentalizzazioni = bisogna evitarle.
Svizzera = Paese dove non si trova una carta per terra in strada.

T

Televisione = nessuno la guarda, c’è solo spazzatura. Far notare che le poche cose interessanti vengono trasmesse a orari improbabili.
Tradimento = l’uomo tradisce per sesso, la donna per amore.
Tragedia = una cosa che si sfiora.

U

Umidità = è quella che crea quella cosa chiamata caldo percepito.
Uomini = 1) non ce ne sono più di veri; 2) sono tutti uguali.

V

Vacanza = 1) una cosa che provoca lo stress da rientro; 2) non durano mai abbastanza; 3) lamentarsi di aver trovato troppi italiani.
Valori
= oggetti scomparsi accostabili a qualunque discorso: I giovani non hanno più valori, La politica non ha più valori, Lo sport non ha più valori. Dolersene.
Venduto = cantante o gruppo che cambia o innova il proprio genere musicale.
Vero e proprio = rafforzativo pleonastico adattabile a qualsiasi uso: Un v. e p. arsenale, Un v. e p. incubo, Un v. e p. giro di tangenti.
Vino = bevanda dal sapore fruttato.
Visibilità = forma di retribuzione molto in voga.
Voltaire = un tizio noto per essere morto per le opinioni altrui.

W

Whisky = bevanda torbata. Affermare di ritrovare sentori di legno affumicato cercando con lo sguardo qualcuno che annuisca.

 Si accettano suggerimenti per altre voci 😀

Fumo di Londra

Era il tipico quartiere di case a due piani di mattoni rossi dalle fughe bianche. Un quadrato di praticello, la cassetta della posta, i bidoni della raccolta, l’auto sul viale, il mutuo, la lavatrice, il divorzio prima o poi. Un quartiere dove ebrei ortodossi e musulmani vivono spalla a spalla.

La prima cosa è rendersi conto delle distanze. Londra si sviluppa in lunghezza. La seconda, è imparare da che parte si guarda la strada. Perché tu lo sai, ma il tuo cervelletto, quello che si occupa di fare le operazioni in automatico, non lo sa. Ha memorizzato la sequenza sinistra-destra, una cosa un po’ pericolosa se il residence studentesco affaccia su uno stradone a quattro corsie da attraversare per prendere il bus.

Busso. Mi attende questa graziosa signorina bionda per consegnarmi le chiavi della stanza. Ci tiene a ricordarmi di guardare la finale Murray – Federer in tv. Io me ne son fregato e sono uscito. Conserverò una mentalità parvenu, ma il tennis proprio non mi appassiona.

Cosa ricordo di Londra:

  • Le polveri nere che rimangono sul fazzoletto una volta soffiato il naso. Considerando che io soffio il naso una ventina di volte al giorno (non per reale esigenza ma per un bisogno compulsivo), avrò lasciato sulla carta qualche chilo di polveri londinesi.
  • L’ombrello, una cosa da sfigati. Sì, abbiamo tutti l’immagine dell’inglese elegante, con bombetta e ombrello agganciato al braccio. Falso. A meno che non diluvi, quando cade giù pioggerella fine a nessuno importa. Se apri l’ombrello fai vedere a tutti di essere un turista.
  • I francesi che alle 3 di notte decidono di farsi un toast nella cucina comune, facendo bruciare il pane. L’allarme suona, io mi precipito fuori (non capendo una mazza di ciò che stesse succedendo) col cellulare in mano brandendolo come un’arma e finisco con lo scontrarmi con una tedesca impaurita che urla Oh my god! appena mi vede. Ehi, keep calm, che esagerata. Poi arriva il francese che stacca l’allarme e si scusa. Che caruccio. Gli avrei infilato un braccio nel tostapane.
  • Ragazze che sembravano uscite da Jersey Shore. E ho notato questa sorta di somiglianza con alcune fanciulle che popolano le mie zone. La cosa mi spinge a coltivare un sogno: uno studio culturale sul tamarro nel mondo. Partire come Darwin per un viaggio conoscitivo e scrivere poi una Origine della specie.
  • Svegliarsi il 19 luglio con 39 di febbre. Forse colpa del clima londinese. Forse colpa di un francese ammalato seduto vicino a me in classe. Sì, è sempre colpa dei francesi.
  • Negozi di dischi usati. Tanti.
  • Una libreria marxista a due passi dal British Museum.

Perché racconto cose di due anni fa? Perché credo all’epoca non ne scrissi nulla, ero in un periodo di scarsa produttività sul blog. Perché ho voglia di scrivere ma non ho idee, quindi attingo dagli archivi della mente. Perché mi giro e c’è qualcuno che dice Io me ne vado a Londra a cercare lavoro. E mi fa venire sempre in mente Lo Stato Sociale:
Mi sono rotto il cazzo di quelli che vogliono andare all’estero 
ma prima fanno una stagione da cameriere 
“così guadagno qualche soldo” 
svegliati stronzo che sono trent’anni che mamma ti mantiene 
e le dispiace pure che vai a fare il cameriere

Ah, ho provato a cercare The Doctah, ma non l’ho trovato.

In caso di neve, usa le catene (Gintoki si racconta)

ATTENZIONE: SE LEGGI QUESTO POST POTRESTI SCOPRIRE DI ESSERE STATO NOMINATO

Avrete notato forse che non partecipo alle catene sul web, seppur queste siano innocenti, come quelle dei vattelapesca awards. Colgo l’occasione per scusarmi con le persone che mi nominano, a volte vorrei anche pubblicare il giochino ma poi dico va be’ un’altra volta, magari faccio un post onnicomprensivo , cosa che poi puntualmente non faccio mai.

Oggi decido di invertire la tendenza e uscire dalla mia torre di resina (niente avorio, sono socio del WWF!) e provare invece questo piccolo gioco, ringrazio Aida che mi ha coinvolto nominandomi.

È molto semplice, si risponde a delle domande da girare poi a 5 blogger. Non è un premio, è più la curiosità di saperne di più su persone con le quali interagisci.

    • Cos’è per te il blog: è un diario pubblico. Che poi è un controsenso, un diario dovrebbe essere una cosa privata. Io infatti qui parlo di cose che non dico nella vita di tutti giorni o, quantomeno, non in questa maniera. Però mi piace l’idea che ci sia qualcuno a leggere. È complesso, è come nascondersi ma voler essere scoperti. Come fare l’amore in un posto dove può arrivare qualcuno (ma che cacchio di similitudini t’inventi, Gin?).
    • Da grande vorrei fare: c’è una domanda di riserva? Posso scegliere la busta 1, 2 o 3? No, ecco, sarà banale, ma mi basterebbe poter avere uno stipendio regolare. C’è una cosa che ci terrei però a realizzare. Non mi vedo dietro una scrivania, per lo meno non a lungo. Vorrei trovarmi un giorno a passare da un angolo all’altro del Mondo, per lavoro. È un po’ infantile, me ne rendo conto. E poi che lavoro potrei trovare oggigiorno fatto così? Il corriere di droga? Uhm…
    • Quanto scrivi sul blog: non c’è un quanto. È quando la mia testa sputa fuori qualcosa. In genere le idee mi vengono in mente quando sono lontano dal pc. Se io mi mettessi davanti alla pagina bianca di WP pensando “Ecco, oggi scrivo qualcosa”, non riuscirei a scrivere nulla. Poi mentre sono impegnato a fare altro, o quando sono in giro o sto in compagnia di altre persone, all’improvviso immagino “Ehi, potrei scrivere questa cosa, appena torno a casa la pubblico”.
    • Genere musicale preferito: non ho un unico genere, ascolto e apprezzo tutto tranne proprio le commercialate, le musiche da discoteca et similia. Tra l’altro mi rendo conto che dire “musica da discoteca” sia una definizione superficiale che vuol dire tutto e niente, ci sono discoteche dove suonano dubstep e trip hop, generi che apprezzo se fatti con la dovuta qualità. Quindi diciamo che con musica da discoteca intendo il tunz tunz tararì tararà (chiarissimo, no?). Per il resto a seconda degli stati d’animo, delle sensazioni, del bisogno di quel momento, ascolto ciò che mi serve. Posso passare tranquillamente dagli Uriah Heep il giorno prima ai Portishead il giorno seguente.
    • Quale personaggio di quale romanzo ti piacerebbe essere: ho invidia smisurata per Philip Marlowe. Un mio sogno da piccolo era quella di fare l’investigatore. Perché lo immaginavo tale a quale a come viene dipinto nei fumetti, nei libri, nei film: il solitario detective antipatico alla polizia che risolve casi con intuito e intelligenza, indossando sempre impermeabile e cappello anche a ferragosto. Quando ho scoperto che gli investigatori nel mondo reale si occupano al massimo di mariti fedifraghi, è stato uno shock.
      I romanzi di Raymond Chandler non sarebbero la mia unica scelta, comunque. Come ho confessato in un delirio notturno, mi piacerebbe vivere in un romanzo dell’800. Amo i personaggi tormentati, travolti dalle passioni, che vivono inseguendo aneliti di felicità, di successo. Solo che mi vengono in mente solo esempi di personaggi che alla fine o si suicidano o muoiono di stenti o di dolore o che comunque soffrono in maniera indicibile. Allora lasciamo perdere.
      A dirla tutta manco il mio Marlowe è un allegrone. Sempre solitario, con solo sigaretta e bicchiere a fargli compagnia. Ma almeno ogni tanto fa colpo su qualche bella donna! 
    • Fotografia: È una cosa che mi piace, però non sono bravo e non ho talento. Mi diverto a smanettare con photoshop e quando sono in viaggio mi piace fare tante foto, come un giapponese. Non ho senso artistico, per me è suggestivo un lampione o una scala, per dire, infatti quando posso spesso li catturo con la macchinetta. Per ciò che concerne le foto in cui sono io il soggetto dello scatto, confesso che sono fotogenico quanto un sacco di patate. Per anni non sono riuscito a sorridere nelle foto, volevo sembrare serio e distinto e mi veniva la faccia come gli individui presenti sulle tabelle della Questura quando c’è una retata in un clan della camorra. Ora sto tentando di lavorare sull’espressione, cercando di assumere il piglio da “uomo che non deve chiedere mai”, con lo sguardo intenso e il sorriso compiaciuto. Il risultato è che sembro il Joker di Jack Nicholson:
      E qui ci vorrebbe la battuta di Leonard: non andiamo a uccidere Batman!

  • In che periodo storico ti piacerebbe vivere: partendo dal presupposto che penso sia sbagliato avere nostalgia per epoche non vissute (in cui è facile fare la fine dell’Owen Wilson in Midnight in Paris) e che mitizzare comporti sempre un allontanamento dalla realtà storica, io ho più di una scelta.
    Innanzitutto, avrei voluto vivere a Parigi in pieno Romanticismo.Che vi devo dì, lo so, sembro stereotipato. Ma è un periodo che mi affascina, me ne sarei andato in giro con tuba e basettoni a discorrere di politica e filosofia.
    Il secondo periodo che mi affascina è la Londra dell’Età Vittoriana. Più verso la fine dell”800, diciamo. A essere sincero il mio sogno sarebbe una realtà parallela steampunk, che prende quell’epoca lì e la arricchisce di macchinari a vapore pieni di rotelle e ingranaggi. Ma non mi addentro nell’argomento perché usciamo fuori tema. E comunque, chiamatemi Lord Gintoki. Facciamo un salto nel tempo e nello spazio e torniamo a Parigi, questa volta nella Belle Époque: la terza epoca in cui avrei voluto vivere. Ho scelto tre epoche che per me sono dense di fervore creativo, in tanti campi. In realtà come dicevo prima è una mitizzazione e, se vogliamo, anche altri periodi storici sono stati molto produttivi per l’umanità: il Medioevo, ad esempio, non è stato affatto l’epoca buia che ci hanno insegnato a scuola. Ma io non mi ci rivedo a vivere sotto Lorenzo il Magnifico, seppur sarebbe stato molto interessante.
    Infine, per concludere l’excursus storico, mi sarebbe piaciuto assaporare il clima dell’America degli anni ’50. E avrei voluto essere uno scrittore in quegli anni lì. Sì, sono proprio stereotipato. I know.
  • La tua più grande passione: leggere. Scrivere. I film di Miyazaki. Cercare di vivere e non di esistere (uhm. Può essere una passione? Beh, se non ci metti passione come fai a conseguire il risultato?).
  • Marzullo-style. Si faccia una domanda, si dia una risposta: usi social network? Certo, però in quanto gatto sono diffidente e non concedo facilmente la micizia (questa domanda me la son posta con l’unico scopo di arrivare a questa pessima freddura).

Le domande son finite, ma il gioco prosegue: come ho detto, bisogna girare i quesiti a 5 blogger. Allora, non vorrei fare torto a nessuno, io ho scelto così, di getto.

  • zeustamina: eh beh, zeus è zeus. È forte. È il tipo di persona con cui vorrei stare seduto a bere birra e parlare a ruota libera. Un vero numero 10 in campo.
  • diamanta: che dire, è geniale. Se non la conoscete, seguitela. Non a casa, eh, non sto incitando lo stalking! È versatile (ehi, no, questo non è il versatile blog award!), passa da argomenti poetici all’attualità a cose che vi faranno scompisciare dalle risate. Qualità e quantità, bene così.
  • V.: è forte anche lei. Intelligente, ironica. Dotata di pregevole cultura musicale e letteraria. Dev’essere piacevole conversare con lei, secondo me.
  • Claire: non so, quando entro nel suo blog mi sembra di entrare in un negozietto dove appena aperta la porta si viene investiti da un aroma di vaniglia, tè, fiori. Su un mobile c’è un vaso di vetro pieno di caramelle. È così che lo vedo. Un posto calmo e accogliente.
  • Ecco, qui mi trovo in difficoltà nel selezionare il blogger rimanente. Perché in realtà avrei una lista lunghissima, ma non so chi scegliere. E non so poi a chi possa far piacere ricevere una catena :D. Facciamo così, per non scontentare nessuno, mi fermo a 4!
    No, dai. Scelgo nanalsd. Perché in realtà è anche lei una gatta e tra felini ci si intende.

Alla prossima. Meow!

Studio culturale sul popolo delle 30enni

Ti rendi conto che dentro di te sia scattato il passaggio a un’età successiva quando guardi le under 23 e ti sembrano delle ragazzine. Così cominci a guardare quelle intorno ai 30. Nella mia testa una 30enne doveva essere una donna con equilibrio e stabilità mentale. Me povero ingenuo. Nulla di più falso. L’esempio lampante è dato da queste 5 tipologie che ho selezionato.

Premessa paracula: i miei potrebbero sembrare giudizi cattivi ma è tutto all’insegna della massima simpatia, cortesia e ampio parcheggio!

La 30enne sportiva – La 30enne sportiva si nutre di cereali, seitan e aria (ma non troppa perché gonfia), calcola a livello atomico le quantità di cibo da ingerire e se sgarra per una fetta di torta si infligge sedute aggiuntive di corsa/nuoto che bruciano l’equivalente di cibo ingerito in una settimana. Condivide sui social i suoi progressi atletici riuscendo nell’impresa di essere meno interessante persino del tipo che scrive anche quando va al bagno (e ce l’hanno tutti uno così su fb).
Consiglio: non tentate di stuzzicarla con azioni provocatorie, tipo mangiare davanti a lei una fiorentina da 1 kg al suon di “non sai che ti perdi”. Non funziona e vi attaccherà un pippone sull’alimentazione, le carni rosse, le malattie, che vi farà passare l’appetito.

La 30enne disadattata – La 30enne disadattata frequenta corsi di yoga trascendentale, legge Pasolini, non frequenta bar ma caffè letterari, non dice “noia” ma “tedio”. Altera e sofisticata durante il giorno, alla sera termina inevitabilmente le sue giornate devastandosi di alcool, per poi raccontare ubriaca agli altri di quanto la sua vita faccia schifo, di quanto certi uomini abbiano il cervello più piccolo del pene, di quanto siano copiose le sue mestruazioni.
Consiglio: datele un uomo. Possibilmente molto brutto, abbastanza affinché non sia lui a lasciare lei.

La 30enne disagiata – Da non confondere con la disadattata, la disagiata è una laureata in Studi blablaologici antichistici che fa un lavoro sottopagato per 6 giorni su 7 la settimana e che ovviamente non corrisponde ai suoi studi. Aspetta sempre l’occasione di svolta, almeno fino a che non suona la sveglia. A chi la incontra parla di lavoro, bollette, amiche che si sposano e fanno figli, sospirando. Precisando che poi in realtà non ha alcuna intenzione né di sposarsi né di fare figli, anzi lei odia i bambini. Costretta dalle necessità economiche o dalla stanchezza lavorativa a ridurre le sue uscite serali, comincerà a vivere in una perenne rievocazione di Friends o di qualche altra sit-com americana, trascorrendo le serate tra pizze e divani.
Consiglio: toglietele la tv.

La 30enne fancazzista – La 30enne fancazzista fa cose e vede gente. È iscritta probabilmente a Scienze Politiche, possibilmente a Belle Arti, verosimilmente a Lettere. Magari a tutte e 3 perché deve trovare la sua strada. Ha vissuto a Londra, ha convissuto a Parigi, ha condiviso a Barcellona. Balla reggae, fuma joint, va ai concerti di quel che resta dei Diaframma che ascoltava quand’era piccola. È impegnata politicamente ma solo a targhe alterne, ha l’hobby della fotografia ma solo perché le permette di spacciarsi per artista.
Consiglio: nascondete sigarette, portafogli, automobile, perché tenterà sicuramente di scroccarvi qualcosa.

La 30enne complicata – Sottocategoria trasversale in cui si ritrovano vari generi di donna, la 30enne complicata (definizione che si dà lei da sola) si ciba di Coelho e astrologia, di riviste di psicologia e manuali per la dieta, usando poi le conoscenze acquisite per dispensare consigli e pillole di saggezza ad altre trentenni disperate in occasioni di uscite che si trasformano in sedute di auto-aiuto. Ha un pessimo rapporto col padre, ha spesso litigato con la madre, avrà fatto a botte col fratello: in virtù di ciò ritiene che non potrà mai essere capita da qualunque altro essere umano.
Consiglio: quando la incrociate, cambiate strada.

Ultimo consiglio. Non seguite i miei consigli. Le 30enni tutto sommato sono fighe (seconda paraculata di oggi).