Il Vocaboletano – #7 – Pariare

Uno dei difetti di molti corsi di lingua è quello di essere slegati dal linguaggio corrente. Capita venga insegnata una lingua che esiste sui libri ma che non è utile nella vita quotidiana.

Dato che questo Vocaboletano (compilato da me e crisalide77) è sì old school ma strizza anche l’occhio ai giovani e i giovani alla strizzata d’occhio pensano che ci stia e quindi lo invitano a bere qualcosa ed è sempre cosa buona bere gratis, oggi parleremo del termine pariare, appunto molto in voga tra i giovani.

Pariare vuol dire, in modo generico, divertirsi.

Ci sono almeno quattro diverse sfumature di significato:

  • se vi invitano ad andare a pariare o se vi dicono che in una determinata situazione si parea/c’è pariamiento, vuol dire per l’appunto che ci sarà da divertirsi;
  • se invece vi stanno pariando addosso vi stanno schernendo, si prendono gioco di voi;
  • chi vi sta pariando addosso potrebbe giustificarsi, vedendovi offesi, sostenendo che, in fondo, stava solo pariando: l’affermazione può sembrare tautologica o retorica, ma in questo caso il significato che vuole dare il vostro interlocutore è che stava semplicemente scherzando e non c’era niente di offensivo;
  • pariare con una persona può si voler dire divertirsi insieme a lei, ma può anche stare a indicare una relazione amorosa di poco conto, utilizzata come semplice fonte di intrattenimento.

Ricordo che una volta, ero adolescente, una ragazza volle sottopormi a un test per scoprire se fossi un tipo romantico. Mi chiese “Di solito ti metti con le ragazze con cui parei?”.

Conoscevo il termine pariare nelle prime tre accezioni che ho testé enunciato, ma lo ignoravo riferito alle relazioni sentimentali.

Questa letterata stilnovista era quindi culturalmente più avanti di me: inutile dire che dopo aver chiesto un paio di volte cosa cacchio intendesse lei reputò concluso il test, dicendomi che non ero romantico. Persi quindi forse l’occasione di pariare con costei. Potete immaginare qual rammarico.

Esercizio riassuntivo: tradurre in italiano la seguente espressione
Insieme alla persona con cui pariate, vi invitano in un posto dove si parea. In realtà scoprite che vi stanno pariando addosso, però voi non vi offendete perché in fondo stavano solo pariando.

Etimologia
L’origine del termine è controversa.

Innanzitutto c’è da dire che lo slang giovanile ha improvvidamente storpiato il significato originale della parola, il cui uso era attestato almeno già intorno al 16°/17° secolo. Pariare significava digerire. Il significato attuale si è consolidato soltanto negli ultimi trent’anni nella cultura popolare (o popolana, a volte becera e volgarotta), ricevendo molto slancio grazie ad alcuni sketch comici sulle tv locali durante gli anni ’90.

Non credo i giovani oggi ne conoscano le origini, così come non sono certo che qualcuno possa riuscire a svelare le ragioni di questo salto logico-semantico.

È possibile che l’atto del digerire venga collegato a una sensazione di benessere e leggerezza e, quindi, per estensione, a un rilassamento generale.

La stessa attitudine rilassata con cui chi parea affronta le cose: un po’ svagato, superficiale, il giuovine in cerca di pariamiento è leggero qual piuma al vento.

Dopo i vent’anni, l’uso di questo termine è perseguibile penalmente.


A meno che non abbiate digerito.


Annunci

Non è che la moglie di Giuda indossasse calze 30 denari

La settimana scorsa ero seduto accanto al capo nella sala riunioni. A un certo punto, prima di parlare, ha schioccato la lingua.

L’ho guardato con ammirazione e sorpresa per il gesto. Lui avrà pensato che apprezzavo la bontà del discorso. In realtà non me ne importava né tanto né poco dei suoi vaniloqui.

Mi ritengo un buon lettore. Medio. Diciamo un tipo. Non brutto lettore ma simpatico.
Leggo molti libri all’anno, anche se mi secca non aver letto fino ad ora tutto ciò che avrei voluto leggere. Ci sono poi cose che forse avrei dovuto leggere ma non mi riesce perché non vi trovo interesse.

Nel romanzese*, schioccare la lingua è tra i cliché più comuni.


*Cioè la lingua dei romanzi.


Sembra infatti che dopo che ha aperto bocca sia necessario precisare che il personaggio abbia schioccato. Come se fosse una sorta di certificato di qualità dell’affermazione appena fatta. Se c’è schiocco non c’è inganno.

Nel momento in cui il nostro ha proferito verbo, inoltre, nessun altro personaggio presente risponderà: nei romanzi, infatti, tutti “replicano”, “ribattono”, “esclamano”, “contestano”.

Poi, quando nessuno se l’aspetta, fa la sua comparsa Lei. La donna con “le gambe fasciate dalle calze”. È tra i luoghi comuni più diffusi, che prolifera spesso tra le produzioni amatoriali di scrittori wannabe.

Io una così me la figuro sempre con le cosce ferite e scorticate e delle vistose fasciature intorno come medicazione.

Lo so che “fasciato” in senso esteso può riferirsi anche a dell’abbigliamento che avvolge in modo stretto.


Dizionario De Mauro.


È più forte di me, la trovo una forzatura. Le gambe fasciate non riescono ad avere credibilità letteraria per me.

E quel che mi sfugge è perché mai debba sempre comparire una donna con queste “gambe fasciate dalle calze”. Magari potrebbe indossare dei pantaloni, invece. Certo, poi molte donne indossano lo stesso delle calze al di sotto dei pantaloni. Ma di questo il narratore non potrebbe esserne a conoscenza per esibirsi nel proprio virtuosismo retorico fasciante. A meno che non sia un subdolo maniaco che spia all’interno dei pantaloni delle donne.

E mi domando: le donne con le calze si sentono fasciate? Gli uomini che vedono donne con le calze le considerano fasciate?

La mia unica esperienza con una calzamaglia risale a quando da piccolo volli vestirmi da supereroe a Carnevale. Desistetti quando realizzai che le mutande stanno meglio sotto che sopra.

Non mi sentivo fasciato quanto piuttosto imbecille.

Ecco, nel romanzese che vorrei dovrebbero esserci declinati più imbecilli. Sarebbe più vicino al cosiddetto Paese reale.


Che, se vogliamo, il concetto di Paese reale è anch’esso un cliché. Cos’è un Paese reale? Una monarchia? Un Paese concreto? Non ho mai messo piede in molti Paesi, questo non li rende reali? Siamo tutti reali ma alcuni sono più reali degli altri? Questo concetto potrebbe essere pericoloso e per tanto non lo declino in romanzese per evitare che qualcuno ne faccia un uso non congruo.


Non è che al re amante della birra piaccia solo la Corona

Ogni tanto mi vesto anche io da turista e faccio cose turistiche.
Ieri sono andato a visitare il Parlamento ungherese, cosa che in più di un anno complessivo da quando mi trovo qui non avevo ancora fatto. E, citando DFW, è una cosa divertente che non farò mai più.

Il biglietto d’ingresso costa più o meno 7 euro, per mezz’ora di tour in cui vi verranno spiegate le cose che non si possono visitare perché non accessibili al pubblico.

L’acquisto può essere effettuato online o direttamente alla cassa (in questo caso solo per il giorno stesso), selezionando la visita guidata nella lingua desiderata.

All’inizio ero tentato di acquistare il biglietto per il tour in inglese, perché io son cittadino del XXI secolo, la generazione Erasmus, abbiamo imparato la lingua con Super Mario e i porno online, non perdiamo mai occasione di far pratica di lingua perché siamo sempre un passo avanti.

In realtà volevo acquistare il biglietto per la visita in inglese perché detesto i turisti italiani.

Detesto i turisti in generale, chiariamo, ma almeno per quelli stranieri posso evitare di prestare attenzione alle baggianate che dicono, disattivando il filtro linguistico.

Il Parlamento all’interno è suggestivo e la visita fornisce al visitatore dettagli statistici utili per una partecipazione a un quiz a premi.

Alcune pillole:

  • È alto 96 metri come la Basilica di Santo Stefano in centro
  • Le due ali sono simmetriche
  • L’edificio è il terzo più grande del mondo dopo quello del Parlamento di Buenos Aires e quello di Bucarest
  • Il soffitto della scalinata è decorato da 40 kg di oro zecchino
  • Per la sua costruzione sono stati utilizzati quasi totalmente materiali ungheresi
  • La sala a cupola in cui sono custoditi i simboli d’Ungheria (corona, scettro, spada e globo crucigero) sotto una teca è l’unico posto dove non è permesso scattare fotografie

Attendevo con ansia quanto ci sarebbe voluto prima che qualcuno del gruppo venisse redarguito per aver tentato di scattare una foto. Dopo due secondi dall’ingresso nella cupola, una ragazza è stata colta in flagrante.

Un gruppetto di perdigiorno di non più di 25 anni invece ne ha scattata una di nascosto perché “Col cazzo che torno a casa senza, l’ho scattata a (non sono riuscito a capire dove) mo vuoi vedere che qua non ci riesco”. Ho provato a immaginare che il gesto di questo giovane non fosse per sfida ai divieti. Magari ha una triste storia alle spalle, un padre prepotente che lo malmena: “Non ti ho mandato a fare il turista in giro per tornare a casa senza uno straccio di foto!”. Purtroppo la mia immaginazione peggiora sempre più, quindi per me il giovane resta una semplice testa di cazzo.

La croce in cima alla corona dal 17° secolo è inclinata e non è mai stata rimessa a posto. Secondo la guida “Gli scienziati non sono d’accordo sul perché”. Non è chiaro il perché di cosa, il perché sia inclinata o il perché non sia stata rimessa a posto.

Comunque è inclinata perché è caduta a terra. Sappiatelo ma non ditelo alle guide.

L’Emiciclo che viene mostrato ai turisti non è più utilizzato, dato che l’Ungheria ha un sistema monocamerale dal 1944. È osservabile da un balconcino, punto in cui ho scattato questa pessima foto, aggravata dal fatto che lo smartofono con una risoluzione migliore l’avevo dimenticato a casa:

fotor_148632618343898.jpg

È vuoto perché sono andati tutti a ka$aaaaaaaaaa1!1!!!!11!!

Alla fine della visita il gruppo ha fatto un applauso alla guida. Calatomi nell’atmosfera, ho applaudito anche io complimentandomi per l’ottimo atterraggio.

Non è che la pasticcera sia una ragazza complicata perché è con-torta

Oggi CR mi ha convocato in sala riunioni.
Definita così può sembrare chissà quale ambiente importante: è una semplice stanza con un tavolo ovale di truciolato e un gagliardetto dell’UE posto a decorazione che viene sempre spostato perché dovunque sta rompe i maglioni. Un po’ la metafora dei rapporti degli Stati con l’Unione oggigiorno.

Entro e trovo i colleghi schierati, un posto libero per me a capotavola e una torta che mi attende.

fotor_146325304934489.jpg

Proprio una torta con i baffi, non c’è che dire!

Il disegno coi gatti rappresenta tutta i componenti della compagnia.
È stato poi ultimato con altri ritocchi e io son diventato azzurro in omaggio ai miei interessi partenopei. Ho le zampe sporche per la mia tendenza un po’ pasticciona.

fotor_146315738247559.jpg

Sia il disegno che la torta son stati fatti da CR.

Essendo nota la mia golosità di torte al cioccolato, nella propria creazione CR ha aggiunto una massa tale di cacao che la torta aveva la densità di una nana bianca.


Che non è una ragazza caucasica di bassa statura, ma una stella di ridotte – in relazione astronomica, ovviamente – dimensioni e dalla scarsa luminosità ma caratterizzata da una massa molto compatta e una densità incredibile.


Si è raccomandata di non tagliarla giusto a metà altrimenti si sarebbe liberata l’energia di una fissione nucleare come quando si spacca un atomo di uranio-235.

Mi è venuta un po’ di commozione. Cerebrale, perché per sbaglio CR m’ha dato una gomitata in testa mentre si voltava.

Il motivo di questa celebrazione è l’avvicinarsi del mio addio alla compagnia.
La festa di addio – festa perché finalmente tra poco non ci saranno più danni a suppellettili o attrezzature a causa dei miei poteri distruttivi da Deathtouch – è stata anticipata a oggi in quanto CR il 18 va in vacanza e tornerà soltanto quando io sarò già andato via; il 16 è festa in quanto lunedì di Pentecoste e il 17 verrà da Bruxelles il Capo dei Capi. Che non è un boss della mafia anche se da come lo descrivono in me si è figurata questa immagine.


Che non vedrò più CR a breve un po’ non mi dispiace, in quanto dopo il mio sogno erotico ogni tanto mi torna sempre un po’ di imbarazzo. Ho una porzione di cannelloni nel congelatore che consumerò soltanto quando sarà già andata via: non vorrei mai sentirmi dire “Fammi provare il tuo cannellone”.


Tornando a casa riflettevo sul fatto che dovunque ho lavorato mi sono fatto benvolere e ho lasciato un buon ricordo di me.

E ogni volta non riesco a spiegarmelo. Io, così schivo – mi faccio schivo da solo, a volte – e anche così strambo quanto un articolo di Focus.


Focus è la mia rivista preferita. Spesso propone dossier lisergici del tipo “Il mestiere più puzzolente del mondo: annusatore di peti”, oppure “2030: produrremo energia elettrica strofinando scarpe di gomma sulla moquette e accarezzando gatti contropelo”¹.


¹ A scanso di equivoci, questi titoli li ho inventati io ma non sarei così sicuro che un giorno non possano far la loro comparsa sulla rivista.


Ma in fondo i gatti si fanno saper apprezzare.

Mi sembra strano, se ci penso, che siano già passati 6 mesi da quando sono a Budapest e che ora me ne dovrò andare.

Questo posto mi è diventato familiare.
La lingua un po’ meno. In compenso però mi sono dato l’obiettivo di imparare tutte le parole uguali all’italiano che terminano con -kus (leggasi cush):

– automatikus
– elektronikus
– rusztikus
– szimpatikus
– szintetikus
– tipikus


La z dopo la s è muta.


Gli ungheresi non sanno che le parole sono simili in italiano e quindi pronunciandole desterete la loro ammirazione per la vostra conoscenza della lingua. Un ottimo trucco per intrattenere piacevolmente gli astanti per cinque minuti.


Accertatevi prima che non ci siano persone intorno che conoscono l’italiano.


Non è che per un’ispirazione sull’arredamento serva avere una buona IKEA

C’è sempre una prima volta per tutto e per tutti.

Io non ero mai entrato in un’IKEA in vita mia. Fino a ieri.

Mi servivano tre cose. Un accendigas, qualche gruccia e dei barattoli e mi son chiesto in quale posto avrei potuto facilmente trovare tutte insieme tali cose. Dato che a 3 fermate di metro da casa c’è il casermone svedese del mobile ho pensato che potesse essere l’occasione di perdere questa verginità mobilizia.

Seppur con riluttanza.
Il motivo è che le esposizioni di mobili e complementi d’arredo mi provocano sonno. Mi basta guardarli per iniziare a sbadigliare e avvertire un intorpidimento mentale. Ricordo una volta anni e anni fa quando, al seguito dei miei genitori in un mobilificio, mi assopii su una poltrona. Mi giustificai dicendo che se uno deve fare un acquisto di questo tipo deve essere certo che faccia al caso proprio e quindi vada testato. Ma una tale spiegazione in stile Bart Simpson non risultò convincente.

Il primo impatto con l’IKEA non è stato dei migliori. Mi sentivo come un gorilla che si ritrova per le strade di New York. Innanzitutto non capivo da dove iniziare il giro: c’erano scale mobili che andavano su, scale mobili che andavano giù e ascensori. Ho pensato di adottare il principio del gregge: segui la folla, saprà dove andare.


È una delle cose più sbagliate da fare a mio avviso ma che funziona in taluni casi, come ad esempio concerti e convention del fumetto. Quando non si è certi sul dove sia ubicato il luogo dell’evento basta individuare gruppi organizzati di partecipanti – ben riconoscibili per la loro eccentricità rispetto al substrato civile circostante – e seguirli¹.


¹ È una bella sensazione quando ti ritrovi a essere tu quello che viene scelto dagli smarriti viandanti per essere guida del gregge. È come sentirsi Mosè.


La mossa si è rivelata sbagliata: la  folla era diretta all’area cibo.

Se entrare presenta delle difficoltà, uscire ne ha ancor di più: i percorsi obbligati confluiscono di nuovo verso il cibo, dove si raduna la folla.

Alla fine non ho comprato nulla, perché le cose che mi servivano erano tutte distanti l’una rispetto all’altra: quando mi sono imbattuto nelle grucce mi sono ricordato di aver saltato l’accendifornelli e, pur di non rifare a ritroso tutto il giro remando controcorrente tra coppie che progettano casa guardando le cose da metterci dentro, famiglie che progettano di rifare casa con le cose da metterci dentro, bambini che progettano come sfasciare le nuove cose da mettere in casa, ho desistito.

Fuori il complesso commerciale, sono stato adocchiato da dei Testimoni di Geova. Ho cambiato direzione con un angolo stretto come uno sciatore nello slalom gigante prima che potessero agganciarmi.


Non ho potuto fare a meno di notare però che gli espositori e gli opuscoli con le quali diffondono il credo siano praticamente gli stessi – per impaginazione e immagini – che vedo distribuire in Italia (tradotti in ungherese, ovviamente). Il che ha solleticato la mia fantasia sul coordinamento tipografico esistente tra tutti i TdG: c’è un’unica tipografia che stampa tutto in diverse lingue? C’è un codice editoriale cui tutti si uniformano?


La deviazione mi ha portato dritto sulla strada di una Hare Krishna che mi ha intercettato. Secondo me c’è un tacito accordo tra le due confessioni nell’opera di proselitismo: l’una raccatta quelli che sfuggono all’altra.

A nulla è valso dirle che non parlo ungherese.


Se a qualcuno interessasse, si dice Nem beszélek magyarul. È la prima cosa che mi sono sforzato di apprendere prima di arrivare qui¹.


¹ La prima cosa da dire quando ci si approccia a una nuova lingua è dire che non la si parla, in quella stessa lingua.


Qui tutti si lanciano con l’inglese, purtroppo, quindi non voleva lasciarmi scappare così facilmente. Così sono sfuggito dicendo che avevo fretta.

In compenso da quel momento per tutto il giorno ho avuto in testa un verso di una canzone dei Verdena

Non prendere l’acme
E se sei un Hare Krishna
mi meraviglierai 

Il proselitismo d’assalto urbano mi ha sempre incuriosito. Mi chiedo se sia produttivo di risultati e se magari le tecniche di approccio non siano sbagliate.


Alcuni però sono arguti.

– Buongiorno. Ha letto la Bibbia?
– Sì (tagliando corto).
– Forse è il momento di riaprirla.

Ach. Fregato.


Dovrebbero studiare forse dagli esperti di marketing dell’IKEA. O dispensare cibo.

Non è che il negozio di animali si pubblicizzi coi conigli per gli acquisti

Quel che mi piace della vita è che anche nelle giornate che scorrono tutte uguali a sé stesse ci sono, nascoste nelle pieghe delle ore che passano, piccoli eventi curiosi.

Durante la pausa pranzo sono uscito dall’ufficio per andare al supermercato all’angolo.
In strada mi son trovato di fronte una ragazza che portava tra le braccia una enorme gabbia. Dentro sembrava ci fosse un cane. Poi ho guardato meglio ed era un coniglio marrone. Enorme e tarchiato.
La ragazza mi ha lanciato un’occhiataccia e non ne ho capito il motivo: il mio sguardo non era fraintendibile, non le stavo guardando le mammelle, puntavo al coniglio. Forse avrà pensato che avessi degli intenti culinari sul suo animale?


Possibile ma poco probabile: qui sembra che il coniglio non sia concepito come ingrediente di un piatto.


Più tardi, in ufficio ho potuto constatare che il mio potere di rompere le cose è sempre attivo ed efficace.


Il mio progetto di trasformarmi nel supereroe (o nel villain, debbo decidere) Deathtouch, l’uomo mascherato che con un tocco distrugge, blocca, incrina, è sempre in piedi. Anzi se qualcuno abile e creativo nel disegno volesse farmi uno schizzo di una tuta gliene sarei grato. Mi piacerebbe fosse blu: vorrei essere un supereroe BluTut.


Sono andato a farmi un caffè alla macchinetta che, fino a quel momento, aveva svolto anche quel giorno il proprio lavoro di trasformatrice di cialde in liquido dalla consistenza e il sapore quasi simile a una ciofeca italiana.


La distinzione è importante: esiste il caffè e la ciofeca, ma una ciofeca italiana è sempre meglio di una ciofeca internazionale.


Ho rabboccato l’acqua, infilato la cialda, posizionato il bicchiere – di vetro perché il caffè in vetro è più buono ma quando lo dico nessuno mi crede – e atteso speranzoso.

Non è uscito nulla.
La macchinetta ha cessato improvvisamente, e ovviamente sotto le mie mani, di produrre caffè.
Com’è naturale, questo ha gettato nell’ansia il resto del personale e se domani il tecnico non porrà presto rimedio immagino mi attirerò altre malevoli opinioni sulla mia attitudine a causare danni seppur io non faccia altro che compiere gli stessi gesti che fanno tutti, soltanto che i miei hanno effetti distruttivi.


Ho saputo da CR che, in mia presenza, dopo l’incidente della maniglia della finestra bloccata, contando sul fatto che non capissi la lingua qualcuna ha commentato stizzita al suon di “Lo sapevo, deve sempre toccare tutto, deve rompere”.

Casomai l’episodio dovesse ripetersi, io approfittando della mia di lingua col sorriso sulle labbra dirò “Tu invece nun m’ scassà o’ kazz”.


Più tardi, terminato il lavoro e uscito dall’ufficio, mentre mi avviavo verso la stazione con la coda dell’occhio ho visto che una donna faceva pisciare il proprio bambino contro la ruota di un’auto.

Un momento: cosa stava facendo?
Mi sono girato a guardare per capire se avessi visto bene, poi ho distolto lo sguardo perché potrebbe essere equivocabile osservare una scena simile.

Alcune domande mi sono frullate in testa:

– Perché per strada? Ci sono bar nei dintorni, negozi.
– Ammesso che i gestori di bar e attività possano far storie per l’uso dei bagni privati pur dinanzi a un bambino – qui in Ungheria con le formalità e le regole sono più rigidi di cadavere in rigor mortis – un angolo di strada più appartato c’era due metri più in là. Perché proprio sulla ruota di un’auto?
– Ma poi l’auto di chi: era della signora? Perché pisciarci sopra e portarsi dietro l’olezzo?


Potranno pure dire che quella dei bimbi è santa, ma la santità puzza lo stesso.


Oppure magari non era neanche la sua auto il che mi lascia ancor più perplesso.


Ma del resto c’è chi ci fa pisciare i cani sulle ruote altrui, quindi perché non un bambino?


Infine sono andato al bar vicino casa.

Dato che non erano neanche le 18 e non riesco a bere a stomaco vuoto così presto – presto per un meridionale: a Londra notai che alle 17 hanno già cenato da un paio d’ore e sono già alla terza pinta – e non volendo dare l’impressione di essere uno che beve sempre e comunque, ho ordinato un tè. L’altra persona con me invece non si è fatta tutti questi problemi e ha preso un bicchiere di vino come è più naturale che sia.

La volta precedente che sono andato in questo posto – che definire bar è riduttivo, è più un “coso” con i tavoli di legno grezzo, l’elenco delle bevande scritto con mano finto malferma (perché deve essere artigianale) su una lavagna e bottiglie vuote riciclate come portacandele, insomma quei posti arredati in una discarica che oggi però sono molto trendy bio – avevo ordinato sempre un tè, big. Mi arrivò un distributore da più di mezzo litro.

Questa volta, memore della volta precedente, ho chiesto la versione small.
Credo fossero almeno 40 cl.

La prossima volta pure alle 10 del mattino chiederò mezzo litro di Tennent’s. Sperando che ce l’abbiano, perché qui bevono dai 4 gradi in giù.


Va detto che però si stanno impratichendo nelle birre artigianali, se si vuol bere più corposo. Sta arrivando anche qui la moda. Perché un altro leitmotiv di quest’epoca insieme al trendy bio recycle km0 è la birra artigianale¹.


¹ Io sono a favore del bio, del km0 e della birra artigianale.
Ma va tenuto conto che
a) Sul bio pochi ne sanno realmente ma molti ci speculano;
b) il km0 va bene ma non sempre e, inoltre, ha una disponibilità limitata. Ad esempio, quanti cavolo di ettari coltivati a pomodoro ci saranno mai a Corbara (SA): è mai possibile che riescano a rifornire ristoranti, pizzerie, botteghe bio in quantità illimitata?;
c) non è che siccome ti fai la birra in cantina non possa venir fuori uno schifo e non è che siccome è uno schifo devi riempirla di altri ingredienti come caffè, caramello, miele, urina dei bimbi che urinano sulle auto altrui.


Non è che sia inquietante che le brave persone tacciano solo perché sarebbe il silenzio degli innocenti

Da quando sono qui sto forse guarendo da una mia malattia.
La sindrome della sega mentale da silenzio.

È una malattia diagnosticata per la prima volta nel XIX secolo in Tanz-ania, terra della disco come dimostra questo reperto archeologico a essa dedicato (attenzione, può provocare epilessia, conati e cognati di vomito):

Si narra che la sindrome fece la propria comparsa durante l’incontro tra l’esploratore Henry Morton Stanley e il collega David Livingstone: tutti ricordano la celebre frase di Stanley (il Sig. Livingstone, presumo?). Cosa disse invece Livingstone? Perché nessuno lo rammenta?

Perché non disse proprio nulla! Era troppo preso a farsi le seghe mentali sul cosa dire e sull’aspettativa che l’altro avesse di sentirsi dire qualcosa, una situazione che nella testa degli infetti dal morbo crea un corto circuito nel cervello, che entra in un loop ciclico-ridondante:

loop

Io ne soffro da tempo, ormai non ricordo più quando ho contratto la sindrome.
Parlo poco e a questo non c’è rimedio. Apro bocca se penso di avere qualcosa da dire, foss’anche una minchiata ma una minchiata che ritengo vitale esprimere.


Come un economista keynesiano sa (come cantava Battisti: keynesiano di un campo di grano?) bisognerebbe però evitare rischi di sovrapproduzione di minchiate altrimenti il mercato (il pubblico che ascolta) dopo un po’ non riesce più a smaltirle. Problema che mi è capitato spesso di dover gestire.


Mi pongo però il problema che gli altri si aspettino che io dica qualcosa o che stiano pensando che io non stia dicendo nulla e mi giudichino in base a questo.

Ultimamente si sta verificando un fatto nuovo. Sento di avere smesso di preoccuparmi del dover dire qualcosa. Sarà perché se intorno a me parlano in ungherese sono esentato dal partecipare. Non credo mai imparerò una lingua che ha 44 lettere nell’alfabeto e 18 casi declinabili e che ha degli scioglilingua che parlano di turchi che picchiano greci con sommo godimento*.


* Öt török öt görögöt dögönyöz örökös örömök között. Letteralmente dovrebbe essere: 5 turchi picchiano 5 greci con eterno piacere.


Anche se va detto che almeno una parola nuova al giorno riesco ad apprenderla. Oggi ad esempio ho scoperto che simpatico si dice szimpatikus, pronuncia “simpàticush”, che sembra detta in un dialetto dell’alta bassa valqualcosa lombardoveneta.

Anche potendo parlare in inglese mi sento comunque esonerato dal dover dire molte cose. E, in fondo, l’inglese è più conciso e sintetico dell’italiano. Pensate solo a quante cose può significare get. Lo piazzi lì al momenti giusto e taac hai risolto la frase.
Sono le famose conversazioni “usa e get”.


Giuro che quando l’ho pensata questa battuta mi sembrava migliore.


Ma anche con gli italiani che frequento, che sarebbero CR, L’Ingrugnito, sorella di CR, altri loro amici, mi sento libero dalla paranoia del dover parlare e di essere giudicato.


La sorella di CR è di viso la sua copia ma hanno caratteri diversi. Laddove CR è posata e tranquilla, la sorella sembra più estroversa, incline alle battute e allo sfottò. Poi l’una (CR) è bionda, l’altra si tinge di rosso, il che insieme agli occhi chiari e agli zigomi pronunciati contribuisce a darle un aspetto un po’ vampiresco. Pertanto, ho deciso di soprannominarla LSD: La Sorella Demoniaca.


Non so se sono guarito o se è un effetto passeggero. Non mi sento più preoccupato dall’essere giudicato male dalle persone se rimango zitto. E, in aggiunta, sono giunto alla conclusione che se qualcuno dovesse pensare male di me non è affatto un mio problema.

Quante cose che si apprendono non imparando le lingue! L’ignoranza ci salverà tutti.

Non è che in una gara tra film solo l’ultimo sia doppiato

Venerdì ho visto l’ultimo film con DiCaprio.
Non sono impazzito al punto di vedermelo doppiato in ungherese: il multisala vicino la stazione Nyugati ha una sala che trasmette pellicole in inglese.

Peccato che The Revenant, che credo batterà gli altri film nella corsa all’Oscar, sia per un buon 35% dei dialoghi recitato in lingua dei Nativi. I sottotitoli in ungherese non erano certo di aiuto per la comprensione. Sarei curioso di sapere cosa mai dicessero, purché non gli abbiano affibbiato le solite espressioni cliché da dispensatori di saggezza criptica.


Perché i Nativi Americani nei film devono sempre esprimere profonda e criptica saggezza ancestrale? Avevano una grande cultura intrisa di misticismo e filosofia, siamo d’accordo, ma ci sarà stato qualcuno che guardava il cielo ed esclamava “Speriamo che non piova che ho appena steso i panni ad asciugare” o doveva per forza dire qualcosa di saggio e profondo?


Aggiungiamo che il personaggio che durante il film parla di più non è quello di DiCaprio (che recita delle parti in nativo anche lui e per buona parte centrale del film non parla affatto per un problema alla gola), ma il suo antagonista, interpretato da Tom Hardy, che credo avesse l’accento texano. Alle mie orecchie quando apriva bocca giungeva un borbottio confuso e sibilante.


Mi sono informato e mi consola scoprire che anche gli anglofoni non capiscono Tom Hardy quando parla, soprattutto quando tenta di imitare accenti che non gli appartengono. Articolo del Guardian.


Però almeno è un film molto visivo, quindi ho potuto apprezzare la regia.

Sono andato a vederlo con CR, il fidanzato e una loro amica di cui ho dimenticato il nome prima ancora che me lo dicesse. Magari esiste una remota possibilità che lei un nome non lo avesse affatto, quindi sarei assolto dall’esser distratto o smemorato.


Purtroppo quando mi presento a una nuova persona l’atto di stringere la mano va in conflitto con il mio sistema audio e quindi il nome non lo ascolto.


Il fidanzato di CR è cordialissimo.
È arrivato, mi ha stretto la mano senza dire neanche ciao e guardarmi in faccia.

Nel momento in cui ha fatto la sua comparsa aveva già scritto in fronte il soprannome che gli avrei dato: L’Ingrugnito. Ma magari era ingrugnito proprio perché sapeva che gli avrei dato questo soprannome.

Ho anche compreso quali fossero quegli atteggiamenti un po’ insensibili che CR non sopporta in lui e di cui mi ha fatto una testa così in ufficio nel corso dell’ultimo mese. Ne ho avuto un esempio all’uscita dal cinema.

Premettiamo che il film è crudo, e uso questa parola non a caso perché crudo è proprio l’aggettivo dominante. Chi l’ha visto capirà. Chi non l’ha visto, sappia che non sarà il preferito dei vegani.

CR commentava appunto la durezza delle scene. L’Ingrugnito replicava, sempre gioviale e allegro come una vasectomia, sbuffando “Ma è solo un film, insomma”. Mentre CR stava proseguendo per aggiungere un’altra considerazione, L’Ingrugnito per tutta risposta si è girato dall’altra parte per mettersi a parlare con l’amica. CR è rimasta delusa e intristita, come la diapositiva qui sotto testimonia:

A volerla dire tutta il discorso che stava facendo mi lasciava un po’ perplesso. Visto che L’Ingrugnito non voleva stare ad ascoltarla, lei ha ritenuto opportuno condividere con me questo suo pensiero:
– Comunque io se dovessi sopravvivere in mezzo alle tormente di neve  e agli orsi nei boschi uccidendo animali a mani nude e mangiando carne cruda non so se riuscirei a farcela…”

Insomma, è un po’ Capitan Ovvio, un po’ Premio G.a.C..

Non è che dopo aver visto un film poi capita di pensare che “Certo che se dovessi attraversare tutta la Terra di Mezzo e le terre di Mordor sfuggendo agli orchetti per gettare un anello malefico in un vulcano, sopportando un hobbit petulante (per tacer dello stalker con lo sdoppiamento di personalità) al mio seguito che ogni due per tre deve citare a sproposito il suo Gaffiere e che secondo me di notte mi stuprerebbe volentieri, non so se ce la farei”.

Oppure: “Certo che se dovessi salire sul ring per affrontare un ammasso di steroidi sovietici tiranneggiato da Brigitte Nielsen che vuole spiezzarmi in due, io non so se sopravviverei al primo round”.

O ancora: “Certo che se fossi un uomo con la pistola e incontrassi un uomo col fucile oppure se fossi un uomo col fucile e incontrassi un uomo con la pistola oppure se fossi un uomo col fucile e incontrassi un altro uomo col fucile oppure se fossi un uomo con la pistola e incontrassi un altro uomo con la pistola, io credo sarei un uomo morto a meno di non essere Clint Eastwood ma non lo sono”.

Non so voi, ma non ho mai fatto simili considerazioni.
Anche perché quando mi immedesimo nei film mi vedo sempre vincente e di successo.

Al bilancio della serata aggiungo che ho appreso una nuova parola in ungherese.
A un certo punto sullo schermo è comparsa questa parola: mondogatta. Ho chiesto delucidazioni, mi hanno detto che è un verbo: (lui) diceva è il significato. La traduzione mi ha tolto un po’ di poesia, ma non posso comunque fare a meno di pensare a questa parola e ridere da solo.
Mondogatta.
Sembra un’esclamazione, tipo il Giuda ballerino! di Dylan Dog. Potrei infatti farne il mio intercalare.

Mondogatta!

Non è che se hai difficoltà ad andare in rete tu non possa fare il calciatore

È veramente triste a volte rendersi conto di quanto siamo diventati dipendenti da internet.

L’ho realizzato ieri sera, dopo una giornata trascorsa in giro.

Ho varcato il Danubio per andare a Buda e visitare la città alta. Volevo godere del panorama, ma ieri l’unica cosa di cui si poteva godere era nebbia. Tanta lattiginosa nebbia. Molto suggestiva, debbo dire la verità. Era nebbia di una certa qualità. Ma pur sempre nebbia, insomma, vista una nebbia le hai viste tutte, direi.

La cittadella era deserta. Un paese abbandonato. Sarà stata l’ora molto mattutina: mi piace alzarmi presto quando voglio fare il turista ed evitare la ressa di viaggiatori occasionali.

20151206_100045

Spero che guardando queste scale umide percepiate la stessa paura di percorrerle che ho avuto io

Purtroppo, quando pensi di essere solo, sul più brutto arrivano loro: i pullman. Enormi mostri preistorici che avanzano lenti e inesorabili e che si fermano solo per vomitare sul primo spiazzale libero i turisti che, come tante formiche che hanno annusato lo zucchero, cominciano a spargersi tutto intorno.

È arrivato anche un torpedone di italiani.
Mi sono reso conto che all’estero divento italianofobo. Quando odo la voce di qualche italiano mi giro per identificarne la posizione e poi allontanarmi. Ho il terrore che gli italiani possano fare all’improvviso qualcosa di imbarazzante e/o fuori luogo e che io finisca per essere loro accostato.

Il pomeriggio, invece, mi sono fermato ai mercatini di Natale a Pest, dove ho sorseggiato vino caldo all’arancia. È un ottimo rimedio contro il freddo.

E poi c’è cibo. Tanto cibo tutto a base di maiale. Anche i dolcetti secondo me contengono maiale, un po’ come in Olanda dove, almeno per quel poco che ho avuto modo di annusare, tutto sa di cipolla.

20151206_171303

La sera quindi ero abbastanza stanco e preferivo restare a casa.

Dopo le necessarie abluzioni e la cena, non sapevo cosa fare. La CC per fare due chiacchiere non c’era. Sono due giorni che non la incontro. Arriva quando non ci sono, posa qualcosa di suo e poi sparisce.

Niente libri: il Simenon che avevo dietro l’ho finito dopo due giorni che ero qui e per viaggiare leggero non ho portato altro. Forse dovrei passare agli ebook. Sul portatile non avevo niente. Niente film scaricati, niente videogiochi, niente di niente.

L’unica cosa che avevo da leggere era l’etichetta in magiaro del detersivo.

Gli smarpthone senza connessione sono inutili pezzi di plastica. Le uniche cose che potevo fare col mio era scorrere il calendario per programmare eventi privi di senso o testare la scrittura a dito libero.


Lo so che esistono anche tante app di intrattenimento offline, ma tendo a limitarmi nel download di applicazioni che consumano soltanto spazio e so già che non userò, complice il fatto che la batteria cala di qualche punto percentuale anche per aver solo pensato di guardare l’ora, figuriamoci quindi nell’utilizzare il telefono per scopi ricreativi.


La rubrica del telefono all’estero anche è inutile a meno di non voler spendere un patrimonio, senza Skype.

Poi ho rammentato l’esistenza di un televisore in camera mia: un Samsung a tubo catodico che forse ricorda la Cortina di Ferro. L’ho collegato all’antenna, l’ho acceso e, incredibilmente, ha cominciato la ricerca dei canali.

Non che ci tenessi particolarmente a guardare la tv ungherese. Soprattutto non comprendendone nulla.

Ci sono però due cose che, in qualsiasi parte del mondo ci si trovi, sono godibili pur non conoscendo una lingua: partite di calcio e porno.

Purtroppo in tv non c’era né l’una né l’altra cosa.

Sconsolato, mi sono cotto un pugnetto di riso da utilizzare nel pranzo del giorno successivo al lavoro e sono andato a letto alle 22:30.
Svegliandomi alle 3 pensando che fossero le 8.

Non è che troppi dolci a dicembre causino il di-abete natalizio

Trovarsi in un Paese di cui ignori totalmente la lingua e dove ti capita di sentire al massimo una volta al giorno una parola che riconosci è come avere un firewall perennemente acceso che blocca l’ascolto delle chiacchiere da strada. Pensateci: niente commenti sul governo, sul calcio, su X Factor…Certo, dopo un po’ il rischio è quello di un estraniamento, cominciando a dissociare i suoni uditi dalle parole articolate.

Praticamente un viaggio al mattino in tram alla fine alle mie orecchie diventa così

Altro lato negativo è che al lavoro possono magari prenderti per il culo senza che te ne accorga.

Sto scherzando. Sembrano tutte brave persone.

Il capo lo vedrei bene come prossimo Doctor Who.
44 anni, smilzo e spilungone, camicie a righine e ciuffo. Con un papillon sarebbe perfetto accanto a un Tardis.

La mia responsabile invece è di padre napoletano e madre ungherese. Gentile e disponibile, caratterialmente ed esteticamente credo abbia preso il meglio di entrambi i popoli, assicuro.

Quel che mi turba dello stare qui è ancora la confidenza col cibo. No, non voglio sembrare il classico italiano che all’estero vuole la pasta e la mozzarella, io sono aperto al nuovo.


Anche perché quella che ho visto definita mozzarella aveva le sembianze del tofu. A questo punto, compro direttamente il tofu!


Debbo prima controllare che sembianze abbia il tofu.


Al supermercato, nella zona dei prodotti da forno, passo sempre davanti agli scomparti di dolci e salati. Che andrebbero presi con le pinze ma che la gente ama invece rivoltare con le proprie mani, come avevo già raccontato riguardo il pane.

Un giorno, avendo colto che il banco stava per essere rifornito di lì a breve, mi ci sono appostato vicino per intercettare un dolcetto prima che venisse toccato da altre mani. Non avendo tra l’altro idea precisa su cosa fosse, perché i dolci da forno sono tutti dei fagotti o fagottini o rondelle farciti non si sa bene con cosa. Quindi ho deciso di prenderne uno a caso.

Tanto un po’ di pasta con lo zucchero è un po’ di pasta con lo zucchero ovunque, penso.


Non è sempre vero che sia così ovunque.
I dolcetti mediorientali ad esempio hanno le dimensioni di un pacchetto di fazzoletti e il peso specifico di un televisore a tubo catodico. Tale peso è tutto costituito da zucchero e io non so come ciò sia possibile: probabilmente è avvolto su sé stesso in maniera pentadimensionale. I dolci mediorientali sfidano la fisica quantistica, quindi.


Prendo un fagottino oblungo.
Do un morso.
All’interno il ripieno è una pasta cremosa bianca dalle sembianze della philadelpha e dal vago sapore di vaniglia-agrumi e qualcos’altro di non specificato.

A tratti quindi sembra di mangiare un panino al formaggio, a tratti una merendina del discount.

Diciamo che per gli esperimenti alimentari ci sarà da studiare ancora.

Non è che in Ungheria tu possa dire Pest e corna di qualcuno

Coltivavo ancora una speranza che dalla Federazione Autisti Operai potessero farmi sapere qualcosa nelle settimane a venire (puntata precedente). Ma lo stare così parcheggiato come un panchinaro mi gettava un po’ nello sconforto.

Percepivo di nuovo quella sensazione di spegnimento che accuso in alcuni periodi della mia vita e che necessita di un riavvio a spinta. O a calci.

L’anno scorso, in un periodo simile, venni a sapere che una ragazza che conoscevo si era uccisa. Avvenne il giorno della sua laurea o presunta tale: in realtà aveva mentito sugli esami ad amici e parenti fino a quel giorno.

Non la vedevo dalle scuole elementari, ma la cosa mi sconvolse gettandomi in una profonda inquietudine. Continuavo a chiedermi, nei giorni successivi, cosa pensasse, come si sentisse in una vita che probabilmente le era sfuggita di mano.

Qualche giorno dopo andai dalla mia ex (ora ex al quadrato) a dirle che pensavo ancora a lei. Pur sapendo che non ne avrei ricavato niente. Ma ero terrorizzato dall’idea di morire da un momento all’altro senza togliermi un peso.


Non so perché pensassi di morire da un momento all’altro ma lo pensavo.


Settimane dopo, mandai il cv a una ong che cercava qualcuno per un lavoro in Albania. Non era così campato in aria, anzi sarebbe stata la cosa più attinente alla mia laurea che avrei fatto sino a quel momento.

Ovviamente non mi presero, perché ero senza esperienza.

Quando raccontai questa cosa a due ex colleghi di università, loro si scambiarono un’occhiata sorniona e sarcastica come se avessi detto che da quel giorno avrei cominciato a girare in gonna e autoreggenti.

Mi resi conto che gli ignoranti cominciavo a non tollerarli più. Ma non ignoranti nel senso di persone senza cultura o conoscenze: ognuno di noi è ferrato su alcune cose e su altre no, quindi l’ignoranza è sempre relativa. Per la serie “Lei è ignorante nel senso che ignora e lei è imbecille nel senso che imbelle”.

Poi non ho più riprovato questa strada sino a quest’anno: nel frattempo ho fatto un lavoro che mi teneva impegnato 45 ore a settimana sino alle 22 di sera per poche centinaia di euro e che mi ha procurato una gastrite, un incidente stradale e l’avvicinamento all’ignoranza forse assoluta.


Se qualcuno mi scrive “via Leonardo d’Avinci” io comincio a dubitare seriamente del sistema scolastico.


Venendo al sodo o all’occhio di bue, dalla Federazione Autisti Operai non ho ancora saputo nulla e a questo punto credo mai lo saprò: oggi ho sostenuto un colloquio per andare a Budapest. Mi vogliono lì dal 1° dicembre.

Quando venerdì mi hanno detto di quest’opportunità, le prime cose che ho pensato sono state:

  1. Oddio lì non c’è l’euro.
  2. Oddio hanno una lingua non indoeuropea.
  3. Oddio come farò a vedere il nuovo Star Wars al cinema?

Ora sto lentamente cominciando a fregarmene. Della partenza improvvisa, delle difficoltà, di tutto.


Anche se la cosa di Star Wars è difficile da digerire.


Perché sono stanco. Forse lo spiegherò in un altro post.

Mi dispiace lasciare Roma. Mi ha fornito tanti spunti interessanti.

Quest’oggi l’ultimo: mi siedo nell’autobus. Di fronte a me si siede un tale che sembrava Edward Nygma 10 anni più vecchio. Anche gli atteggiamenti ansiogeni sembravano quelli del personaggio.

Mi fa, a un certo punto:
– Scusi, sa…se questo autobus ferma in qualche posto…
– Come?
– Se si ferma in un qualche posto…un deposito…cioè un posto…
– Al capolinea?
– Sì! Al capolinea.
– Certo, arriva sino a xyz.
– Ok, grazie.
– Però non è un deposito di autobus, cioè è uno spiazzale e basta, eh.
– Sì sì, sta comunque fermo 2-3 minuti e poi riparte, vero?
– Sì, certo.
– Grazie.

Giuro sulle mie 7 vite che è tutto vero. E per questo vi prego.
Vi scongiuro.
Spiegatemi il significato di questa conversazione.

Forse ho incontrato davvero l’Enigmista?
Un Enigmista dall’accento barese, tra l’altro.


Poi dopo mi ha detto altre cose, che cerca casa a Roma ma è difficile. Cerca lavoro a Roma, ma è difficile. Io mi son limitato a commentare “Sì, è difficile”.


 

Non è che se dichiari guerra al trasporto pubblico puoi gridare “All’Atac!”

(si intravede dietro delle alte mura una grossa cupola) Ehi, dove siamo qui?
– Questa è S. Pietro, oh.
– Dai dai scendiamo qui, su (scrollandolo per le spalle).
– Oh? (infastidito)
– Sì dai – schioccando la lingua* – qui ci sono i marocchini e io devo contrattare per una borsa.


Perché mai nei libri, quando qualcuno parla, deve sempre schioccare la lingua? Voi schioccate la lingua spesso mentre parlate? A me non succede, sono forse anormale?
La ragazza comunque non ha schioccato la lingua, l’ho scritto per capire che effetto e che tono desse al discorso ma il risultato non è stato come speravo.


Quelle riportate sono le uniche parole che sono riuscito a comprendere. Il resto del tempo loro e altri due ragazzi hanno parlato esprimendosi in pugliese stretto. È una dialetto che economizza sulle vocali: in pratica è come recitare un codice fiscale.


DIDASCALIA LINGUISTICA
Credo sia inesatto da parte mia parlare di un dialetto pugliese, viste le varianti esistenti dal Gargano al Salento: credo che quello che parlavano i 4 fosse foggiano.


Non avevo mai considerato S. Pietro come meta di pellegrinaggio del falso. Si apprendono sempre cose nuove nei momenti inaspettati, come accadutomi alle 14 di un attivo lunedì pomeriggio.

I mezzi dell’Atac non sono stati, a dire il vero, molto attivi. La metro A era interrotta mentre gli autobus procedevano come una canzone di Tullio de Piscopo: ad andamento lento. Persone che inveivano, individui rassegnati, turisti smarriti che pretendono di fare il biglietto a bordo come se stessero a casa loro. Qualcuno mi pesta il piede e mi chiede scusa, io con un cenno della mano e un sorriso do la mia assoluzione: le mie dita sono diventate come le antenne delle lumache, appena percepiscono il pericolo si rattrappiscono all’interno della scarpa piegandosi su sé stesse ed evitando il pestaggio.

L’aumento della densità interna dei mezzi quest’oggi ha portato a un incremento di personaggi interessanti come i foggiani che ho citato sopra.

Una signora cinese si reggeva in piedi aggrappandosi con una mano alla maniglia e con l’altra al pantalone del marito, ad altezza del pene o quantomeno dove avrebbe potuto trovarsi se l’uomo avesse l’abitudine di sistemarlo da quel lato. Al che mi sono chiesto: la signora cercava il pene del marito? Sapeva oppure che quella zona fosse libera e riteneva lecito aggrapparvisi? In ogni caso il signore e i suoi pantaloni non facevano una piega, io intanto ho distolto lo sguardo attirato da un folle che, sceso dal mezzo, ha tirato un calcio contro una paratia non so per quale motivo.

Sull’autobus delle 20 un anziano signore ha cominciato a parlarmi dopo che gli ho ceduto il posto. Ha esordito spiegandomi dei problemi intestinali e circolatori che lo portano a dover camminare molto durante il giorno, per poi raccontarmi – dopo che avevo dato delle indicazioni a due turiste straniere – dell’importanza di conoscere le lingue. Ha concluso infine raccomandandomi di fare attenzione a ciò che scrivono sui libri perché non sempre dicono la verità: lui tutto ciò che sa l’ha invece appreso dalla gente e dalla strada, perché a scuola c’è stato poco. Mi ha spiegato che mentre era in terza elementare il suo istituto fu bombardato durante la guerra e non ci tornò più.

Tra i due autobus ho incrociato una ragazza inglese che su un polpaccio aveva il tatuaggio del Tardis del dr Who.


Se non sapete di cosa sto parlando, correte a farvi una cultura. Meglio Tardis che mai.


Infine, su un altro autobus ancora, il primo della giornata, tra la folla in attesa sulla banchina ho inquadrato una ragazza che ho ipotizzato potesse essere napoletana. Quando l’ho sentita parlare, ho avuto conferma: era napoletana.

Ciò mi porta a stendere (con un gancio destro) un’altra teoria estetica dopo quella delle nanerottole svampite: noi napoletani siamo un gruppo etnico a sé stante e siamo riconoscibili ovunque. Mi è successo in molti luoghi, a Roma, a Bologna, a Milano, a Parigi, a Londra e anche a Nikko (Giappone): quando inquadravo qualcuno ponendo una scommessa con me stesso sul fatto che fosse napoletano, indovinavo sempre.


È una delle poche scommesse che vinco con me stesso, perché per il resto ho accumulato pesanti debiti di gioco e non so come ripagarmi.


Mi chiedo se sono riconoscibile anche io. Ricordo a proposito della riconoscibilità la maestra alle scuole elementari mi diceva “ti fai sempre riconoscere” e io non capivo cosa volesse dire perché mi conoscevano già quindi per cosa avrebbero dovuto riconoscermi? Ma questa è una storia che non riguarda l’Atac quindi non la riconosco.