Non sono un sedile ma a posteriori mi son ribaltato anche io

Vivo a trenta scarsi metri sul livello del male di vivere, dove le correnti raccolgono umidità e contestualizzano bronchiti. Ogni gradino mi fa avvertire le vertigini che non ho, anche se da piccolo avevo paura dei balconi con la ringhiera oltre il secondo piano.

E così, piano piano, mi hai indicato le salite del gigante dove puntare i fanali: gli avrò fatto il solletico a uno stinco e non più oltre anche se a me sembrava d’aver raggiunto la cima del Pamir. Vedevo lì in basso tutte le luci dell’orizzonte degli eventi trascorsi, tra una radice di un pino marittimo e fazzoletti e preservativi usati, perché l’amore non si compra ma il rispetto sì, come recitava lo slogan di una pubblicità progresso su una scheda telefonica.

I progressi si fanno ma non si pubblicizzano, perché poi si ha sempre paura che improvvisamente (e anche improvvidamente) qualcuno corra a smontarceli o che non si rivelino più come progressi una volta rivelati. Scaramanzia. Affinché non ci si ritrovi a essere solo ciò che rimane di un vetro appannato.

La parole rendono vere le cose, le parole creano mondi, ma le parole si distaccano anche da noi una volta dette. E, poi, se ne perde il controllo.

Per questo mi riservo di tenerle strette, onde non rischiare di perderne il controllo e uscir di strada e trovarmi con le ossa rotte. Eppure qualche volta con le parole mi son ribaltato lo stesso, la testa è finita a osservare un’altra prospettiva e a chiedersi Oh cavolo ora come mi raddrizzo?.

Forse la paura delle persone è scoprire di trovarsi bene a testa in giù e volerci restare. Ma è un problema di importanza relativa, perché in fondo viviamo su una sfera e, in qualsiasi modo la si guardi e ci si guardi, pur standocene capovolti non cadiamo nello spazio.


Le composizione nella foto è una creazione di Michael Grab, un “balancer”, cioè uno che impila pietre artisticamente facendole stare in equilibrio, senza usare collanti o altri aiuti esterni.