Ma Harry Potter vestirebbe Dolce & Babbana?

Negli ultimi giorni si è aperto un caso intorno alle frasi di Domenico Dolce, che in un’intervista ha dichiarato “Non abbiamo inventato mica noi la famiglia. L’ha resa icona la sacra famiglia, ma non c’è religione, non c’è stato sociale che tenga: tu nasci e hai un padre e una madre. O almeno dovrebbe essere così, per questo non mi convincono quelli che io chiamo i figli della chimica, i bambini sintetici. Uteri in affitto, semi scelti da un catalogo. E poi vai a spiegare a questi bambini chi è la madre. Ma lei accetterebbe di essere figlia della chimica? Procreare deve essere un atto d’amore, oggi neanche gli psichiatri sono pronti ad affrontare gli effetti di queste sperimentazioni’”.

Tra alcune star, con Elton John in prima fila, si è aperta la gara al boicottaggio del marchio Dolce&Gabbana per le dichiarazioni ritenute irrispettose.

Sinceramente, pur non essendo io d’accordo con le frasi dello stilista, non comprendo reazioni isteriche e garibaldine nei confronti suoi e del marchio che rappresenta. Credo che parlare di fecondazione, adozioni omosessuali e tutto ciò che ruota intorno a questi temi sia così complesso e delicato da non lasciare spazio a superficiali iniziative eclatanti di vip annoiati. Anche se ciò che ha detto Dolce suona sprezzante e non condivisibile, ritengo si possa ancora avere la lucidità mentale di non voler far passare attraverso la censura quella che è e resta pur sempre un’opinione di una persona.

Detto ciò, a me sembra che molti caschino dal pero. Lo stesso stilista ha dichiarato di venire da una realtà molto tradizionale, quindi chi si aspetta un atteggiamento progressista da parte sua credo sia in errore.

Credo, inoltre, che i messaggi veicolati dal marchio oltre a rispecchiare un certo tradizionalismo, a volte sfocino nel machismo e nel sessismo.

Avete mai osservato con attenzione gli spot e le pubblicità Dolce&Gabbana?

Nel 2007, quando fu pubblicata, questa foto destò molte polemiche perché sembrava richiamare l’idea di una violenza (togliamo il “sembrava”: per me è violenza). La Dolce&Gabbana non è nuova a simili campagne: nel 1990 il Giurì dell’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria sanzionò questa pubblicità con Linda Evangelista come modella, in quanto raffigurante un atto di violenza:

Il codice di autodisciplina pubblicitaria prevede per l’appunto che “la comunicazione commerciale non deve contenere affermazioni o rappresentazioni di violenza fisica o morale” (art. 9).

In epoca recente, sempre facendo riferimento a un richiamo a valori tradizionali, la casa di moda ha puntato sulla Sicilia:

Questa seconda fotografia è tratta dalla Collezione 2013 ispirata a scenari che sembrano presi dal Padrino di Coppola. Qui vediamo all’opera dei baldi giuovini che con aria gaudente van dietro una bella donna; lo stesso tema è presente anche nello spot Martini Gold dietro la cui produzione artistica c’erano sempre i due stilisti

Il messaggio che mi arriva in entrambi i casi è quello di una riduzione della figura della donna a semplice oggetto e questa immagine sotto mi sembra esemplificatrice.

In quest’ultima immagine, sempre tratta dalla collezione Sicilia, la donna è in mezzo a questo quadretto generazionale tra le braccia del decano che occupa, ovviamente, il centro della composizione, tra l’invidia di alcuni componenti della famiglia che osservano la scena.

Tradizione, famiglia e un certo tipo di donna sono i valori cui si ispirano Domenico Dolce e Stefano Gabbana: tornando quindi al tema di apertura,  ritengo che, oltre che fuori luogo, indignarsi per un’opinione lo trovo anche abbastanza ipocrita per il non aver tenuto mai presente che la “linea editoriale” di un marchio (come quelle anche di altri, beninteso, non siamo qui a fare un processo contra personam) è improntata verso una definizione dei ruoli ben specifica che sfocia a tratti nel sessismo.

In questo precedente post, quando parlavo delle disuguaglianze di genere riferendomi a costumi sociali e culturali, facevo riferimento anche a questo tipo di stereotipizzazione dei ruoli. E tutti ora parlano di Elton John che non vuole più vestire D&G?

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Il rumore del latte freddo. Pensieri sparsi

Il rumore del latte freddo è una cosa che non si coglie se non ci hai fatto l’abitudine. Sono anni che io la mattina scaldo il latte e ne sbaglio sempre la temperatura: troppo caldo o troppo freddo. Quando è freddo me ne accorgo versandolo: fa un suono diverso nella tazza. Lo so è pazzesco quel che sto dicendo: come si fa a sbagliare la temperatura del latte?

Eppure è così, come capita con le interazioni sociali: si è sempre o troppo caldi o troppo freddi e a volte alcuni hanno i fornelli che funzionano proprio male e neanche si rivolgono a quello che ripara cucine a gasse. E del malfunzionamento te ne accorgi da quel rumore, che a volte sembra più simile a quello di un frigorifero vuoto. Hai proprio la sensazione di essere riuscito a inquadrarlo, quel vuoto che senti proprio lì da qualche parte e di cui vorresti liberarti. E non ha senso, perché se sottrai vuoto sempre vuoto ti resta. Ci provi a darlo via. Vuoto a rendere. Ti porto il mio vuoto e me torno a casa riempito ed è così che sopravvive la razza umana, perché più ci si evolve più si creano nuovi bisogni e dipendenze che ci rendono dei cuccioli di civiltà. Siamo drogati di emotività fino ad assuefarci e non percepire più nulla.

Poi dimentichi tutto ciò e ti concentri su particolari diversi e più prosaici. La cameriera è culona, ad esempio. Ho sempre apprezzato una carnale particolarità di questo tipo, so che non è una elegante considerazione, un po’ come mettersi a dire cose inopportune in una chiesa o almeno credo possa esserlo. Sono 15 anni che in chiesa entro solo per funerali o matrimoni. Più funerali che matrimoni, il che rispecchia l’andamento statistico del Paese, anche se i conti non mi tornano perché qui intorno vedo solo gente che si sposa, ma si sa che siamo dei terroni e qui se non ti sposi vuol dire che non hai la testa a posto. Ma in fondo chi se ne frega, la religione, come dicevano i Fratelli Marx, è l’oppio dei popoli. Sto scherzando. Lo so che è una frase di Eddy Merckx, il cannibale che divorava ciclisti.

Ricordarsi i nomi dei Fratelli Marx è un po’ come dire tutti i nomi dei 7 nani. Te ne dimentichi sempre uno. Il mio preferito, comunque, è Harpo. Groucho è fantastico, ma Harpo vince. È quello che non parlava mai. Il silenzio è spesso sottovalutato. O sopravvalutato, a seconda dei casi. Le persone a volte ne sentono troppo il peso e non riescono a conviverci. Penso avrò profonda venerazione per la donna in grado di non avvertire l’ansia del silenzio. Se non altro, perché avrà le orecchie sensibili e avvertirà anch’essa il rumore del latte freddo.