Wabi-sabi (la caducità è bella a mamma sua)

Guardo mia nonna over 90 dare un bacio alla calamita da frigo che le ho portato da Berlino (forse l’ha scambiata per un’iconcina sacra) e una lacrima sorridente si affaccia al balcone della mia palpebra. Rammento che un momento così oggi c’è e domani, beh, forse. Oltre che molto anziana, è malata, ma va detto che ha una volontà di ferro. Ha visto la guerra. La povertà prima, un pessimo marito che l’ha lasciata a crescere 4 figli ancor più in povertà, poi. Ne ha visti due andarsene manco raggiunti la mezza età. Ha fatto la maestra per anta anni (ditemi voi se non ci voglion gli attributi). Diabete. Due ischemie.  Eppure riesce a dare un bacio a un pezzetto di ferro e, anche se ormai parla pochissimo, si ricorda perfettamente cose che persone più giovani dimenticano. E io mi sento malinconicamente felice.

Wabi-sabi.


Accettazione della transitorietà.
Che poi io sta cosa non l’ho miha ‘apita bene (scusate, in queste situazioni mi viene il fiorentino), anche perché non studio giapponese e poi non posso comprendere pienamente una sensazione che non ha un corrispettivo nel mondo occidentale e che viene spiegata a parole in un’altra lingua.
Io alla fine ne ho carpito un’interpretazione per caso: trovandomi in un periodo hermannhessiano, stavo sfogliando un altro libro  che avevo dello svizzero tedesco, e lì, arrivato a uno dei miei passi preferiti (che avevo anche inserito nelle citazioni di questo blog-che testina!), ci ho riflettuto su. 

Se le cose dovessero perdurare uguali a se stesse per l’eternità, certo, mi farebbe piacere, ma le guarderei con più freddezza, pensando: tanto non cambi, non occorre che sia oggi. Invece tutto ciò che è caduco e non può rimanere uguale a se stesso, lo guardo con gioia mista a compassione (da Knulp).

Wabi-sabi.
Quando sei lì al tramonto, che hai goduto della bellezza del sole ma sta arrivando la sera e ti appoggi al gradino della malinconia sulla scala della serenità.

Ma non è solo un concetto basato sulla caducità. Sennò era troppo facile.
Tale visione del mondo si estende oltre. È anche apprezzare la bellezza delle cose imperfette. Non si riferisce solo all’aspetto esteriore delle cose; il significato, infatti, si estrinseca a un livello più profondo. Certamente, si può tradurre anche nell’apparenza: un tappeto di foglie autunnali (o, ancor meglio, una casetta rustica, mattoni grezzi a vista), ad esempio, può considerarsi espressione di tale concezione di bellezza; ma, come dicevo, il livello nativo risiede più nel concettuale. Parliamo di una visione antitetica al nostro ideale di bellezza, che è caratterizzato da ordine e simmetria e dal bello considerato in quanto manifestazione del divino nella materia (reminiscenze plotiniane?).
Qui invece non abbiamo nessun valore intrinseco nelle cose: wabi-sabi accade, semplicemente. Non risiede dentro qualcosa. Come avevo precisato all’inizio, è sensazione.

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Ho chiesto a Sacchan maggiori delucidazioni, approfittando del fatto che una giapponese non ti fanculizzerebbe mai. Mi immagino la stessa cosa con un amico italiano:
– We, senti, mi spieghi a parole tue il crepuscolarismo (che non è wabi-sabi ma mi piaceva infilarlo nel discorso)?
– Ma comm t ven p cap?? (trad. “come si sono formate nella tua testa tali inusitate curiosità??”)

Comunque, questo è ciò che mi ha detto (chiedendomi poi scusa perché non era una risposta esauriente e chiara: io l’ho rassicurata, spero non abbia posto termine alla sua vita per il disonore):

Wabi-sabi includes the essentials of nature which is the opposite of gorgeous decoration. It’s the Japanese traditional way of beauty and like “simple”. And it also means the beauty of silence.
Wabi-sabi bases on Japanese culture and spirits which has a unique nuance.

Oh, io alla fine non c’ho capito comunque tutto. E mi sembra bello lo stesso.
Sarà wabi-sabi?