Non è che un elettricista diventi portiere di calcio solo perché ha una buona presa

Sono rassegnato all’idea che quando preparo la valigia dimentico sempre qualcosa.
È inutile fare una lista: nel compilarla, anche in quel caso finisco col lasciar fuori delle cose. Ci vorrebbe una lista per scrivere la lista.

Arrivato a Budapest ho realizzato di aver lasciato a casa l’adattatore per il portatile.
La spina ha tre pirulli e qui – come in gran parte del mondo – le prese elettriche han due soli buchi. Ogni volta che viaggio mi ritrovo a doverne comprare uno, che poi dimenticherò per il viaggio successivo. In un cassetto ne ho una collezione da tutto il mondo. Un giorno, quando ne avrò un gran numero, vorrei esporli in una galleria d’arte. Titolo dell’opera: L’inadattabilità del viaggiatore.

Oggi, dopo mezza giornata di cammino, alle sneaker si è spaccata la suola. Il suolo ungherese dev’essere più tosto di quello italiano.

Mi sono fermato al supermercato dove andavo sempre, per comprare alcuni generi di prima necessità come il dentifricio. Ho ritrovato una vecchia amica: la cassiera più lenta del mondo. Prende ogni singolo pezzo con fare ieratico, lo passa sullo scanner, poi, sempre tenendolo tra le due mani lo solleva e lo guarda prima di lasciarlo scorrere via sempre con lenta sacralità.

Ho visto un monolocale che aveva le cose essenziali a posto ma puzzava di muffa. Quando ho chiesto al proprietario se fosse umido l’ambiente lui ha risposto “No, affatto”.


D’altro canto cosa poteva dire? È come la sciura che va dal salumiere e chiede del prosciutto, ma “di quello buono”. Come se il salumiere potesse rispondere “Guardi, io volevo darle questo qui che è proprio una merda, sa?”.


Ho anche delle buone sensazioni, in ogni caso.
Sono stato accolto al mio arrivo da un gradevole autunno. La città sembra avere un aspetto diverso in questo periodo. Ricordo quando sbarcai qui l’anno scorso, scaraventato dall’aereo nel mezzo del nevischio nel gate poveracci.
Anche questa volta ero nel gate poveracci ma almeno senza nevischio.

Questa mattina alla stazione Tiburtina in attesa di andare all’aeroporto ho invece compiuto una buona azione. Ho aiutato un cinese a comprare un biglietto alla macchinetta, perché lui non ci riusciva. Aveva anche tentato con tutti gli apparecchi disponibili, impostandoli in cinese. Forse pensava che cambiassero?
Dopo che ho compiuto per lui l’operazione, voleva darmi una mancetta di due euro, che ho rifiutato imbarazzato.

Mi sono poi pentito quando volevo acquistare una bottiglia d’acqua ma non avevo spiccioli, così ho cambiato un “venti” e sono stato ripagato con tante monete di resto che mi hanno fatto male sotto al culo quando mi ci son seduto sopra. Il cinese forse aveva visto nel futuro.

Non è che un’amministrazione pubblica non possa essere fuori dal Comune

Per la seconda estate consecutiva, il mio Comune è invaso dalle blatte.
L’amministrazione ha però rassicurato la cittadinanza: quelle si vedono aggirarsi tra i marciapiedi, non sono blatte. Sono Pokémon.

Sono visibili anche senza smartphone: effetto della nuova tecnologia a realtà aumentatissima.
La stessa che fa apparire lauree a Renzo Bossi o attici a Bertone.

Nonostante le rassicurazioni, non mi sento molto tranquillo nel mangiare fuori. Ogni volta che sotto i denti scatta un crunch temo di aver masticato qualcosa di vivo finito nel piatto.

Vero è che dicono sia il cibo del futuro. Io però ho sempre preferito altri tempi verbali.

Al limite suggerirei di affrontare l’argomento a Vice News Italia. Vedo già il titolo: Abbiamo provato a mangiare blatte per una settimana. Vi raccontiamo come è andata.


Per chi non è avvezzo: gli articoli di Vice sono quasi tutti così. Leggere per credere.


Oppure potrei contattare quei simpaticoni de Il Post: Abbiamo assaggiato le blatte (No, non è andata benissimo).
Più pragmatici quelli di Libernazione: Le blatte hanno rotto il cazzo, mentre Il Giornale titolerebbe semplicemente INVASIONE.

Ho un gatto a casa che invece cattura scarafaggi e poi ce li lascia trovare, osservandoci con occhi fiduciosi aspettando chissà che.
Una volta ho dovuto fingere di mangiare “la preda”: Mmmh che buono! Chomp Chomp e lui è sembrato contento, prima di vomitare una palla di pelo. Ho dovuto mangiare anche quella.

Il Comune potrebbe quindi addestrare una squadra di gatti acchiappa-insetti (If there’s something strange in your neighborhood: who you gonna call? Nessuno, perché i gatti se li chiami ti guardano e non vengono) e fare economia sulle spese. Del resto non ci sono fondi neanche per sistemare i condizionatori nell’asilo nido comunale.

E dire che una neomamma ha chiesto se in tale asilo adottino il Metodo Montessori e se venga praticato il bilinguismo, perché test clinici dimostrano che se un bambino impara una lingua straniera già da piccolo, da adolescente potrà mandarvi a quel paese in due lingue diverse.

Quando l’ho sentito mi son fatto una risata. È come dormire in tenda e chiedere se ci sono gli annessi e connessi di una suite d’hotel.

Da quel che so, lì dentro praticano il metodo Montenegro (c’è una inserviente che adora i cicchetti) e parlano due lingue. Italiano e napoletano.

Non è che la pasticcera sia una ragazza complicata perché è con-torta

Oggi CR mi ha convocato in sala riunioni.
Definita così può sembrare chissà quale ambiente importante: è una semplice stanza con un tavolo ovale di truciolato e un gagliardetto dell’UE posto a decorazione che viene sempre spostato perché dovunque sta rompe i maglioni. Un po’ la metafora dei rapporti degli Stati con l’Unione oggigiorno.

Entro e trovo i colleghi schierati, un posto libero per me a capotavola e una torta che mi attende.

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Proprio una torta con i baffi, non c’è che dire!

Il disegno coi gatti rappresenta tutta i componenti della compagnia.
È stato poi ultimato con altri ritocchi e io son diventato azzurro in omaggio ai miei interessi partenopei. Ho le zampe sporche per la mia tendenza un po’ pasticciona.

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Sia il disegno che la torta son stati fatti da CR.

Essendo nota la mia golosità di torte al cioccolato, nella propria creazione CR ha aggiunto una massa tale di cacao che la torta aveva la densità di una nana bianca.


Che non è una ragazza caucasica di bassa statura, ma una stella di ridotte – in relazione astronomica, ovviamente – dimensioni e dalla scarsa luminosità ma caratterizzata da una massa molto compatta e una densità incredibile.


Si è raccomandata di non tagliarla giusto a metà altrimenti si sarebbe liberata l’energia di una fissione nucleare come quando si spacca un atomo di uranio-235.

Mi è venuta un po’ di commozione. Cerebrale, perché per sbaglio CR m’ha dato una gomitata in testa mentre si voltava.

Il motivo di questa celebrazione è l’avvicinarsi del mio addio alla compagnia.
La festa di addio – festa perché finalmente tra poco non ci saranno più danni a suppellettili o attrezzature a causa dei miei poteri distruttivi da Deathtouch – è stata anticipata a oggi in quanto CR il 18 va in vacanza e tornerà soltanto quando io sarò già andato via; il 16 è festa in quanto lunedì di Pentecoste e il 17 verrà da Bruxelles il Capo dei Capi. Che non è un boss della mafia anche se da come lo descrivono in me si è figurata questa immagine.


Che non vedrò più CR a breve un po’ non mi dispiace, in quanto dopo il mio sogno erotico ogni tanto mi torna sempre un po’ di imbarazzo. Ho una porzione di cannelloni nel congelatore che consumerò soltanto quando sarà già andata via: non vorrei mai sentirmi dire “Fammi provare il tuo cannellone”.


Tornando a casa riflettevo sul fatto che dovunque ho lavorato mi sono fatto benvolere e ho lasciato un buon ricordo di me.

E ogni volta non riesco a spiegarmelo. Io, così schivo – mi faccio schivo da solo, a volte – e anche così strambo quanto un articolo di Focus.


Focus è la mia rivista preferita. Spesso propone dossier lisergici del tipo “Il mestiere più puzzolente del mondo: annusatore di peti”, oppure “2030: produrremo energia elettrica strofinando scarpe di gomma sulla moquette e accarezzando gatti contropelo”¹.


¹ A scanso di equivoci, questi titoli li ho inventati io ma non sarei così sicuro che un giorno non possano far la loro comparsa sulla rivista.


Ma in fondo i gatti si fanno saper apprezzare.

Mi sembra strano, se ci penso, che siano già passati 6 mesi da quando sono a Budapest e che ora me ne dovrò andare.

Questo posto mi è diventato familiare.
La lingua un po’ meno. In compenso però mi sono dato l’obiettivo di imparare tutte le parole uguali all’italiano che terminano con -kus (leggasi cush):

– automatikus
– elektronikus
– rusztikus
– szimpatikus
– szintetikus
– tipikus


La z dopo la s è muta.


Gli ungheresi non sanno che le parole sono simili in italiano e quindi pronunciandole desterete la loro ammirazione per la vostra conoscenza della lingua. Un ottimo trucco per intrattenere piacevolmente gli astanti per cinque minuti.


Accertatevi prima che non ci siano persone intorno che conoscono l’italiano.


Non è che quel quadro sia diventato sottile perché è di-Magritte

Le persone che frequento in Terra Natìa sono in genere mie coetanee o più giovani: con una statistica a spanne direi che l’età media delle mie conoscenze sia intorno ai 27-28 anni.
Questo potrebbe essere indice di un mio ritardo nell’uscita dai favolosi anni venti: così, per non sentirmi in difetto rispetto all’ordine naturale delle cose, sono uscito con un gruppo di Over 30, cui sono stato introdotto, tutti ammogliati o in-procinto-di. Sicuro che costoro, da buoni adulti, potessero farmi da mentori per il mio ingresso nel mondo della adulteria.

Non ho considerato che, nelle serate in cui son da soli, liberi dai ceppi familiari, gli Over 30 ammogliati o in-procinto-di regrediscono a un tardo adolescenzialismo*, che è più o meno l’epoca in cui andavano in giro a “castigare” (cit.) il resto d’Europa.


Quindi credo di dover ringraziare costoro quando chiedo un accendino perché il mio è scarico e vengo guardato con l’occhiata da “Ah, italiano, certo, certo, accendino, vuole scopare”¹.


¹ Ho cominciato quindi a chiedere di scopare per avere un accendino.


*E alcuni sembrano veramente molto tardi, di mente².


² Sono molto teneri, comunque. Così come degli adolescenti che promettono alla madre di non far tardi, loro controllano spesso l’orologio perché hanno promesso alle compagne di rientrare in orario consono e di molestare soltanto verbalmente le minorenni.


Ho dovuto rinvigorire le mie skills di intellettualismo, messe a dura prova dagli over-adolescenti, passando poi il pomeriggio seguente al Ludwig, il museo di arte contemporanea.

Come molte persone che si intrattengono con quest’arte, non capisco niente. Una volta al MADRE (Museo d’arte contemporanea Donnaregina di Napoli), anni fa, mi fermai a contemplare un estintore poggiato in un angolo finché non mi dissero “Quello è un estintore”. Al che risposi: “Questo è ciò che credi tu. Questo non è un estintore”. Adesso quell’estintore è al Guggenheim grazie alla mia intuizione. Se non ci credete, quando passate al Guggenheim cercate bene e vedrete un estintore.

Il Ludwig è un posto bellissimo. La struttura è essa stessa un’opera d’arte, a mio avviso, e merita una visita solo per questo.

Si sviluppa su tre piani ed essendo io avvezzo ad atti dadaisti ho ovviamente cominciato la visita dal 2°, per poi andare al 3° e poi scendere al 1°.

La mia scelta sulla sequenza della visita non è stata errata: il primo piano è deserto e non frequentato, perché ospitava soltanto un’esibizione di stampe di autori ungheresi.

Ho ritenuto opportuno non andarmene via subito da quel piano, però, per rispetto di coloro che avevano prodotto tali stampe. E perché avevo pagato un biglietto che andava consumato sino in fondo.

Uno dei sorveglianti presenti al primo piano ha preso a seguirmi.
Odio i sorveglianti nei musei che ti pedinano, ma ne esistono tipologie diverse. Ci sono quelli discreti, quelli che ti osservano a distanza, quelli che fanno finta di camminare in modo casuale ma in realtà ti stanno seguendo ma lo mascherano con un’espressione da “Oh! Che combinazione, ci incrociamo di nuovo”.

Costui, invece, paranoico e inospitale come credo questo popolo in fondo intimamente sia, mi pedinava. Ovunque andassi percepivo il tap-tap delle sue scarpe lucide sul parquet.

Inizialmente non credevo mi stesse seguendo, così ho fatto delle prove, o meglio, delle finte come il portiere quando deve parare un calcio di rigore: finge di essere propenso a gettarsi da un lato per indurre il rigorista a tirare dall’altro, poi all’ultimo momento cambia direzione.

Dopo un paio di esperimenti ho capito che non abboccava alle mie finte e continuava a seguirmi.

Allora ho iniziato ad accelerare il passo. Lui ha fatto lo stesso.

Ho deciso quindi, svoltato l’angolo, di approfittare del lasso di tempo in cui non ero visibile ai suoi occhi per correre lungo la stanza contigua e svoltare di nuovo nella stanza precedente dall’altro ingresso per arrivargli alle spalle. Avrei voluto vedere lo stupore nei suoi occhi quando, una volta svoltato nella stanza accanto, non mi ha trovato!

Abbiamo continuato così a rincorrerci.

Adesso scrivo mentre sono ancora intento a scappare nel museo: sono diventato un’installazione contemporanea, performance dinamico-estemporanea della corrente dei correnti.

Non è che per dividere casa serva tener conto del quoziente (d’intelligenza)

Non ho più riportato aggiornamenti sulla mia situazione domestica perché sostanzialmente non ce ne sono.

Io e la nuova coinquilina abbiamo un sano rapporto di completa separazione casalinga. Che è quel che in fin dei conti desideravo. Convenevoli quali buongiorno e buonasera, qualche conversazione oziosa come quando mi ha parlato delle cose che la divertono degli italiani. Le stesse cose che allietano tutto il resto del mondo e ci identificano come popolo folkloristico.

Mi riferisco alla nostra proverbiale teatralità: Che cosa vuoi?! Che cazzo dici?!, accompagnate da ampi gesti delle mani.


Ho sempre trovato questo cartone di un umorismo abbastanza discutibile. Ben si adatta all’epoca odierna in cui tutti si sentono fini umoristi o uomini di satira perché come dei bulli di quartiere pigliano per il culo chiunque.
Myspace -> Tutti musicisti
Blog -> Tutti scrittori
Social Network -> Tutti Bill Hicks?


E poi, con mia sorpresa, mi ha chiesto anche di una bestemmia che diciamo sempre. Non quella suina ma quella canina. Italiano: lo stai imparando bene.

Con la coinquilina cinese la situazione aveva invece preso una piega strana. Troppo intima, se vogliamo.

A volte c’era una familiarità tale che mi sembrava di avere in casa una moglie. Eccezion fatta per l’assenza di qualsiasi tipo di contatto.


Il che quindi è proprio come avere una moglie.


Una moglie poco sveglia che dimenticava sempre di spegnere i riscaldamenti prima di uscir di casa.
Così poi arrivò una bolletta da far saltare le coronarie. Le sue, perché l’avrei impiccata al calorifero in quel momento.


Si scherza.
Io sono per evitare sofferenze. Quindi, una morte più veloce.


Poi era simpaticamente “invadente”. Se guardavo un film nell’area comune veniva a chiedermi cosa stessi guardando, commentando sempre tutto con un Uh, sembra interessante, sia che stessi guardando una minchiata che qualcosa di più serio. Se cucinavo, si piantava vicino a guardare, chiedendomi cosa facessi passo passo.

Il che delle volte mi avrebbe ispirato un commento del tipo Ma una porzione di fatti tuoi te la sai cucinare?, commento che ovviamente tenevo per me, limitandomi ad allontanarla fingendo di avere un disturbo autistico che mi porta ad andare in agitazione se osservato mentre cucino, al suon di Please, don’t watch me.


Potrei dare l’immagine di un tipo forastico (o furestico come diciamo al Sud).
È sbagliato.
Non è un’immagine, io sono proprio così. Posso essere tanto giocoso ed espansivo così come scorbutico quando mi gira male.


La nuova coinquilina invece è praticamente invisibile.
Si comporta come un topo. Esce dalla stanza solo per cibarsi per 5 minuti. Per due settimane non ha fatto altro che nutrirsi di yogurt e cereali, intervallati con qualche uovo o un cetriolo crudo.

Ho pensato che seguisse una qualche corrente alimentare di cui non ero a conoscenza, tipo quella dei breakfastiani, cioè quelli che consumano solo colazioni.
Ormai tutto è possibile. Io un giorno volevo fare una battuta dicendo che prima o poi avremmo avuto quelli che si nutrivano di aria. Dimenticavo l’esistenza invece dei respiriani.
È facile scordarsene perché io non ho mai visto un respiriano vivo.


Perciò, me ne guardo bene dal prendere in giro abitudini alimentari altrui. Che ne sappiamo che non possano esistere, ad esempio, i carboniani? Quelli che, dato che gli esseri viventi sono fondati sul carbonio, ritengono opportuno approvvigionarsi direttamente dalla fonte e che quindi si nutrono di blocchi di grafite? Ha un senso, anzi, da domani mi farò promotore della dieta della matita HB.


Poi mi ha detto che è semplicemente troppo pigra per cucinare e lavare i piatti e io sono rimasto deluso da ciò.

Credo sia molto disordinata. Almeno a giudicare dal fatto che, una volta, stavo per accostare la porta della sua camera prima di mettermi ai fornelli (la stanza dà sulla cucina e non mi sembrava carino impestarla di soffritto dell’arrabbiata) e qualcosa opponeva resistenza. Era una palla di maglioni giusto in mezzo.
Mi sono allontanato prima che mi aggredissero.


Ho un rapporto conflittuale con i maglioni perché da bambino mi costringevano a mettere quelli che pizzicavano e stritolavano. Praticamente era come stare in una Vergine di Norimberga senza neanche il sollievo della morte per porre fine all’agonia.


Quindi novità non ce ne sono.

Non è che se entri per comprare le sigarette sei mogio perché sali e t’abbacchi

Mi sono svegliato questa mattina carico di buone intenzioni e voglia di fare.
Almeno credevo.
Avvertivo infatti la sensazione che un carico mi gravasse dietro al collo. Poi mi sono accorto che il dolore sulla nuca era stato causato dal cuscino che era scivolato via e si era messo di traverso tra spalla e testa facendomi dormire in posizione scomoda e causandomi dolore sulla nuca.

Non so cosa io combini durante il sonno per spostare il cuscino così, non è la prima volta che mi capita.
Ho fatto anche di peggio. Qualche mese fa mi sono svegliato trovandomi nudo dalla vita in giù, con pantaloni e boxer appallottolati ai miei piedi.
Preciso che ero solo in casa.
Credo.

Appurato che non erano buone intenzioni quelle che mi pesavano addosso, ho sistemato il cuscino e sono tornato a dormire.

Alzatomi verso le 11, l’idea di uscire a passeggio come di consueto la domenica mattina è stata rimpiazzata da un programma casalingo.

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Non ho neanche terminato l’ultimo Toscanello che mi restava dall’Italia, perché fuori al balcone si gelava troppo.
Non sono ancora entrato in un tabaccaio locale per controllare se qui ne abbiano. Mi inquietano i tabacchi qui: sembrano locali proibiti. Porte e vetrine sono completamente oscurate e coperte da un pannello bianco su cui campeggia un divieto con su scritto “18”. Le poche persone che a volte vedo entrare si guardano intorno come se entrassero in un sexy shop.


Mi correggo: ho visto persone entrare in un sexy shop in modo disinvolto. Quindi qui per indicare l’atteggiamento furtivo e pieno di vergogna immagino si dica “Ehi! Vai dal tabaccaio?”.


Ho poi fatto il bucato e rassettato la stanza. Mi è tornata in mente la CC che mi diceva di stupirsi sempre nel vedere un uomo fare faccende di casa.

Le mie “faccende di casa” consistono nel
– lavare i piatti che ho utilizzato;
– passare la scopa con una frequenza variabile: pavimento chiaro, più spesso, pavimento scuro, di rado;
– lavarmi i vestiti dopo aver fatto la prova olfattiva.


La prova olfattiva consiste, come si può dedurre, dall’annusare il capo e decidere se può andare bene per essere riutilizzato subito, se può essere riutilizzato dopo averlo lasciato prendere aria una nottata o se necessita di essere lavato.

ATTENZIONE: la prova annusata non si applica mai su mutande, calzini e canottiere, che vanno direttamente in fase lavaggio.


Li ritengo atti basilari di sopravvivenza urbana.

Non contento della mia straordinaria attività di casalingo, mi sono preparato la pasta al forno con la mozzarella comprata ieri. Lo Spar sotto casa ne ha una decente proveniente dalla Campania. Costa un occhio di Polifemo rispetto all’Italia, ma ogni tanto si può fare uno strappo all’economia, purché non si esageri. Già ho rinunciato a comprare i fazzoletti monovelo da 50 cents a pacco passando a quelli da 1 euro perché in pratica mi soffiavo il naso sulle mani. È un attimo poi che queste dispendiose abitudini ti portino a indugiare nel lusso.

Mentre attendevo che il forno facesse il proprio dovere, con mia sorpresa sono arrivati a casa CE e genitori. Da quando tre settimane fa lei ha firmato il contratto d’affitto non ha mai abitato qui. In compenso ogni due-tre giorni passava a portare roba in casa. Montagne di roba. Ho cominciato a temere che si trasferisse qui con tutta la famiglia, poi quando oggi il padre mi ha salutato dicendo che lei e la madre tornavano in Ecuador martedì, mi sono tranquillizzato.

Col padre ogni volta che ci siamo incrociati mi sono sempre sentito un po’ imbelle nell’interagire. Non sapevo mai in che lingua parlargli, tra inglese, spagnolo e italiano, e il cervello mi si bloccava.

E ogni volta lui mi parla sempre con un italiano stile Papa Bergoglio.

Andata via l’allegra famigliola e consumato il mio lussuoso pranzo, ho dato un’occhiata a qualche foto che ho scattato ieri sera. Mi sono reso conto che lo smartphone è una rovina per qualsiasi sana abitudine.

A me piace scattar foto per avere dei ricordi personali.
Pazienza se vengon fuori brutte o storte o storte e brutte insieme: non devo mica esporre in una galleria. E riguardando una foto penserò Ehi, ora ricordo: quella volta ero brutto e storto in quel posto là!

Questo meccanismo, date le possibilità molteplici offerte da uno smartphone, si trasforma in compulsivo. Fotografo molte cose inutili e di cui non ricordo neanche il motivo per cui ho deciso di immortalarle.

La foto seguente è un esempio:

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Ed ero sobrio, ma non ricordo cosa mi avesse colpito. Forse la neve che aveva cominciato a cadere, prima che diventasse sozza e nera.

Non ho cancellato la foto, anzi ho deciso che ne farò un progetto artistico perché vivendo in un’epoca di artisti non posso sentirmi da meno.
Si intitolerà:
Globi luminosi gialli attaccano passanti distratti/Sembra neve ma è forfora e per questo nessuno si siede sulla panchina
Attrezzatura: Samsung S3 vintage (c’ha un paio d’anni ormai, un pezzo da museo) + supporto di due braccia fornite di mani che reggono lo strumento
Esposizione: in genere non mi espongo affatto, poi co’ sto freddo figuriamoci, meglio rimaner coperti
Filtro: biglietto del tram arrotolato, cartine Rizla Silver
Effetti: indesiderati anche gravi.

Prezzo: 1 milione di euro oppure una caramella Goleador gusto cola che qui non si trovano.

Non è che si chiamino rifiuti perché tu non ne vuoi più sapere (il ritorno)

CC oggi è partita.
Come avevo raccontato, non soddisfatta del proprio stage qui a Budapest ne ha trovato un altro in Polonia.

Prima di andarsene ha dovuto cercare qualcuno che le subentrasse nella casa, avendo lei un contratto d’affitto sino a giugno.

Mi ha chiesto se avessi qualche preferenza sulla scelta del coinquilino. Io ho detto possibilmente no italiani, per il semplice fatto che all’estero vorrei parlare inglese. Già parlo italiano in ufficio con CR.
E poi ho aggiunto che avrei preferito una ragazza.

Non per secondi o terzi fini (anche perché ho sempre il mio codice di condotta!), ma perché credo di trovarmici meglio.

E poi in genere hanno un odore migliore dei maschi.

Può sembrare un’assurdità, ma io tra vista (carente), tatto (che non ho), udito (mi fa spesso male l’udito del piede), gusto (molto difficile) e odorato metto in cima alla lista di utilità proprio quest’ultimo. E non mi trovo a mio agio in presenza di odori che non gradisco.

Le candidature sono arrivate quasi subito.

È giunta la richiesta di una ragazza israeliana e CC mi ha chiesto cosa ne pensassi delle persone di quella zona.

Io ho risposto che non penso proprio niente, perché in genere non formulo opinioni sulle persone in base al loro passaporto.


Tranne che riguardo i parigini, ma sono loro stessi che dicono “sono parigino, il resto è provincia, poca cosa”, quindi non sono io che ti sto dando del parigino, sei tu che rimarchi di essere un parigino.


In ogni caso, la ragazza poi non si è più fatta viva.

Hanno poi manifestato interesse due ragazze “di colore”: me le ha descritte proprio così. Ma ha detto che non si sentiva a proprio agio a rispondere loro e farle venire a casa. Io ho chiesto il motivo, ha replicato che secondo lei non si sono poste con gentilezza in quanto hanno scritto lasciando (o chiedendo, non ho capito bene) il numero per poter parlare al telefono.

Non ho approfondito l’argomento, ricordandomi che gli asiatici hanno una sorta di difficoltà congenita nei confronti del diverso. Me ne resi conto quando presi per la prima volta la metropolitana da solo a Tokyo (le altre volte ero in gruppo e tra cazzeggio e chiacchiere non ci fai caso molto*). Lì provai per la prima volta il disagio della sensazione della diversità, oltre che ad avere intorno una sorta di red zone di sicurezza che nessuno osa oltrepassare.


Poi per carità, sono educati e cortesi se hai bisogno di qualcosa e magari sono stato più oggetto di razzismo in un biergarten bavarese dove qualcuno mi avrà osservato pensando Ah, italiano, mafia, spaghetti mandolino e questo non posso saperlo.


* Anche se una volta a Nara non ci fecero salire sull’autobus, perché il conducente disse non accettava comitive. Non l’avevo mai sentita, questa.


E poi, infine, si è fatta viva anche una ragazza spagnola, che è anche venuta a vedere la stanza e ha deciso di prenderla. Avendo io dato il mio nulla osta, a giorni si trasferirà qui.

La cosa buffa è stata che a vedere casa si è presentata con il padre e il fratello.
Mentre CC le mostrava la stanza sono rimasto solo con loro due che mi guardavano.

Secondo me mi fissavano pensando Nu tuccari a picciridda o ti tagghiamu i cugghiuni, lu capisti?


D’ora in poi per scelta stilistica la famiglia spagnola parlerà siciliano.


È un barbaro cliché quello dell’attenzione ossessiva per i valori familiari in Sicilia, ma il siciliano è una lingua così bella e d’effetto per certe cose*. Avrei potuto farli parlare marchigiano, magari per esempio, ma non sarebbe stato lo stesso: Non ge shta niende da fare, shtatti attendo sai, te faccio cashcà li denti!


Un marchigiano che mi sono inventato così a orecchio, giusto per rendermi antipatico anche a qualche lettore della East Coast italiana.


* E poi visti i trascorsi storici, Spagna e Sicilia vanno a braccetto.


Comunque, dopo la mia seconda esperienza di convivenza con una cinese, sto cominciando a pensare che quel popolo abbia un problema nel gestire i rifiuti.

Nel mese trascorso in questa casa, CC si è occupata di differenziare plastica e carta.

Nel senso che lei prendeva la bottiglia e la metteva da parte, questo era il suo concetto di differenziazione.

Io, grattandomi la testa e a tratti una chiappa, osservavo crescere questa montagnetta differenziata.

Fino a quando non è partita lasciandomi questa eredità

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E va be’, Gintoki! Sono soltanto buste!

Errato. Sono buste piene. L’intero scatolo è pieno. Lo scatolo stesso è da buttare. Ho riempito due bustoni giganti di differenziata.

Comunque non voglio essere ingeneroso.
Ricordate la mannaia che tanta preoccupazione destò in me all’esordio di questa convivenza?
Ebbene, visto che CC aveva troppe cose da mettere in valigia, tanto da indurla a disfarsi del superfluo (ha lasciato anche dei vestiti, se la spagnola vuole se li prendesse pure, ha detto. Peccato che tra CC e CS ci siano quattro taglie di differenza), me l’ha lasciata.

Io avevo detto che l’avrei comprata, visto che ne aveva decantato le lodi, pura produzione di alta qualità cinese e bla bla. Ma al momento di darle il danaro ha detto Aò caro me spiace de pijarme i sordi. Famo che t’aa regalo dai, pe’ tutta aaa gentilezza tua, t’aaaa meriti.

Tutto è bene ciò che finisce in lame.

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Se scruti a lungo nella mannaia anche la mannaia guarderà dentro di te

Non è che troppi dolci a dicembre causino il di-abete natalizio

Trovarsi in un Paese di cui ignori totalmente la lingua e dove ti capita di sentire al massimo una volta al giorno una parola che riconosci è come avere un firewall perennemente acceso che blocca l’ascolto delle chiacchiere da strada. Pensateci: niente commenti sul governo, sul calcio, su X Factor…Certo, dopo un po’ il rischio è quello di un estraniamento, cominciando a dissociare i suoni uditi dalle parole articolate.

Praticamente un viaggio al mattino in tram alla fine alle mie orecchie diventa così

Altro lato negativo è che al lavoro possono magari prenderti per il culo senza che te ne accorga.

Sto scherzando. Sembrano tutte brave persone.

Il capo lo vedrei bene come prossimo Doctor Who.
44 anni, smilzo e spilungone, camicie a righine e ciuffo. Con un papillon sarebbe perfetto accanto a un Tardis.

La mia responsabile invece è di padre napoletano e madre ungherese. Gentile e disponibile, caratterialmente ed esteticamente credo abbia preso il meglio di entrambi i popoli, assicuro.

Quel che mi turba dello stare qui è ancora la confidenza col cibo. No, non voglio sembrare il classico italiano che all’estero vuole la pasta e la mozzarella, io sono aperto al nuovo.


Anche perché quella che ho visto definita mozzarella aveva le sembianze del tofu. A questo punto, compro direttamente il tofu!


Debbo prima controllare che sembianze abbia il tofu.


Al supermercato, nella zona dei prodotti da forno, passo sempre davanti agli scomparti di dolci e salati. Che andrebbero presi con le pinze ma che la gente ama invece rivoltare con le proprie mani, come avevo già raccontato riguardo il pane.

Un giorno, avendo colto che il banco stava per essere rifornito di lì a breve, mi ci sono appostato vicino per intercettare un dolcetto prima che venisse toccato da altre mani. Non avendo tra l’altro idea precisa su cosa fosse, perché i dolci da forno sono tutti dei fagotti o fagottini o rondelle farciti non si sa bene con cosa. Quindi ho deciso di prenderne uno a caso.

Tanto un po’ di pasta con lo zucchero è un po’ di pasta con lo zucchero ovunque, penso.


Non è sempre vero che sia così ovunque.
I dolcetti mediorientali ad esempio hanno le dimensioni di un pacchetto di fazzoletti e il peso specifico di un televisore a tubo catodico. Tale peso è tutto costituito da zucchero e io non so come ciò sia possibile: probabilmente è avvolto su sé stesso in maniera pentadimensionale. I dolci mediorientali sfidano la fisica quantistica, quindi.


Prendo un fagottino oblungo.
Do un morso.
All’interno il ripieno è una pasta cremosa bianca dalle sembianze della philadelpha e dal vago sapore di vaniglia-agrumi e qualcos’altro di non specificato.

A tratti quindi sembra di mangiare un panino al formaggio, a tratti una merendina del discount.

Diciamo che per gli esperimenti alimentari ci sarà da studiare ancora.

Non è che un rugbista possa girovagare senza meta

È il mio ultimo mese di permanenza a Roma.
Per adesso.

Un po’ mi mancherà questa casa che tanti spunti per aneddoti interessanti mi ha fornito. Ultimamente però non ho altre curiosità da raccontare. A parte che la cinese ha passato lo scorso week end a Firenze con un “amico”: il fatto che abbia rimorchiato e sia partita per un w/e mi ha sconvolto.

Poi ho capito che si trattava di un altro cinese che va alla scuola di italiano con lei e la cosa mi è sembrata più normale, così come il fatto che in questi mesi il suo italiano sia addirittura peggiorato: se parla solo con connazionali, non fatico a crederlo.

Coinquilino invece in vista della mia partenza mi ha chiesto aiuto nel reperire un altro inquilino, chiedendo se io potessi sondare nel mio ambiente, perché vorrebbe in casa un altro che si occupa di cooperazione.

Una richiesta un po’ strana: è come se uno dicesse “Voglio affittare casa solo a un assicuratore”, oppure “A uno che progetta impianti termoidraulici” e così via.


Gli ho detto che gli avrei fatto sapere, la classica formula evasiva che uso quando in realtà non farò sapere un bel niente.


Perplesso, comunque, sono uscito per una passeggiata. Poco più in là di casa, degli operai stavano ritinteggiando la segnaletica stradale della fermata dell’autobus. La vernice si asciuga in pochi minuti: uno degli operai, per constatare la cosa, con la suola calpestava le strisce. Ho desiderato in quel momento di farlo anche io: l’operaio mi ha rivolto un’occhiataccia come se mi avesse letto nel pensiero e questa cosa mi ha preoccupato perché a volte ho proprio l’impressione che le persone mi leggano nella mente.

Ho girovagato senza meta.

A un certo punto non so perché sono entrato in un outlet non visibile dalla strada, cui si accede scendendo delle scale. Ero convinto di poter fare qualche affare, perché gli affari migliori li ho sempre fatti quando non avevo intenzione di comprare qualcosa.


O forse è una giustificazione per gli acquisti inutili.


Era una boutique per donne. O forse l’abbigliamento maschile era nascosto in un ripostiglio.


Comincia a infastidirmi questa cosa che nei negozi di abbigliamento i vestiti da donna siano all’ingresso e quelli da uomo o in fondo la sala o al piano superiore o, infine, a quello inferiore.


mara-carfagnaUn commesso che somigliava a Domenico Dolce mi ha guardato scrutandomi come fanno i poliziotti all’aeroporto. Una commessa che somigliava a Mara Carfagna – con il medesimo tipo di cranio che sembra si stia rimpicciolendo causando quella inestetica impressione che gli occhi stiano per uscire dalle orbite mentre forse è solo l’abuso di cocaina a renderli così – non mi ha nemmeno guardato.
Sono andato via.

Deciso a dare una seconda possibilità al mio istinto, sono salito su un autobus a caso. Ho assistito con vivo compatimento al tentativo di un paio di turisti tedeschi di obliterare il biglietto, fino a che non mi sono deciso a dirgli che la macchinetta credo fosse andata in tilt.

Sono sceso a Piazza del Popolo e poco più avanti ho trovato un negozio equo-solidale in cui mi sono infilato, per uscirne con paté al peperoncino e un infuso balsamico che non so quando utilizzerò perché le cose balsamiche mi nauseano. Faccio uno sforzo sovraumano per riuscire a sopportare una Halls, quando capita, nonostante la prenda a causa del naso otturato e la gola in fiamme.

Il proprietario equo-solidale mi ha trattenuto mezz’ora a parlare. Nel negozio c’era in diffusione La isla bonita di Madonna. Lui fa: “Qui dentro siamo rimasti agli anni ’80…”. “Vedo”, dico io, ridendo.

Da qui poi è iniziata una conversazione senza né capo né coda che è partita da un’apologia degli anni ’80, culminata con la visione dello spot del primo Macintosh del 1984 che il proprietario ci ha tenuto a farmi vedere su YouTube (lo spot, non il Macintosh), passando poi per lo spot Superga del 1997 con la musica dei Prodigy, attraversando riflessioni sull’arte come forma di comunicazione figlia del proprio tempo, per finire col proprietario che vuole aprire un outlet dove il vero proprietario – secondo lui – deve sentirsi il consumatore. Nel senso che il cliente entra nel negozio e deve sentirsi a proprio agio, si collega con lo smartphone alla rete del negozio e mette in diffusione la musica che vuole; se poi fa pubblicità al negozio sui social network, ottiene il 20% di sconto.


Ha detto anche altre cose sul suo progetto ma non mi dilungo.


Sono andato via contento di una cordiale chiacchierata ma chiedendomi, ancora una volta, perché io, dall’aspetto così taciturno e perennemente sulle mie, ispiri conversazioni agli sconosciuti.


Non è che ti possa bastare un’ascia per accettare il dolore

Come mi vedo

Martedì ho il colloquio con la Serbellons Mazzant Comesfromthesea. È una roba grossa, anche se poi tecnicamente lì dentro sarei rilevante quanto Jar Jar Binks nella seconda (in ordine di produzione)/prima (in ordine cronologico) trilogia di Star Wars.


Se non avete capito il mio esempio da una parte è un bene perché vi posso assicurare che l’idea che uno come George Lucas abbia pensato a un personaggio così ridicolo è difficile da accettare, dall’altra è un male perché vuol dire che non siete cultori di Star Wars e ciò mi spinge a guardarvi con sospetto.


Da sempre (probabilmente già da quando ero nell’utero materno, al pensiero di dover nascere), quando devo affrontare un evento importante (esami/colloqui/appuntamenti) tendo ad attraversare 5 fasi come quelle del dolore, applicate però all’ansia anticipatoria.

1. Sfiducia. La Sindrome di Charlie Brown.

2. Preoccupazione. Questa è la fase ossessivo-compulsiva, in cui la mente prova a pensare-pianificare tutte le cose da sapere/fare per prepararsi all’evento.

3. Ottimismo. A un certo punto, in maniera del tutto improvvisa e immotivata, come se fosse una scarica di endorfine arriva un picco di ottimismo.

4. Terrore. Quando si scarica l’ottimismo, arriva la voglia di fuga. Sarebbe bello se qui ci fosse un errore di vocale, ma purtroppo l’unico bisogno che avverto in questa fase è quello di fuggire e sottrarmi alla prova.

5. Menefreghismo. In un arco di tempo che può variare dalle 24 ore sino al minuto precedente l’evento ansiogeno, subentra il menefreghismo totale. Mi ucciderà questa cosa? No? E allora chi se ne frega.


Realizzare che le cose che facciamo non ci uccideranno né metteranno a repentaglio la nostra incolumità è un grande passo. È probabile che mi uccida un’auto mentre attraverso la strada per andare alla sede del colloquio, ma non certo il colloquio in sé: eppure la mente umana ha uno strano modo per scegliere le proprie priorità e preoccupazioni e sembra che la mia vita invece dipenda da ciò che avverrà mentre sarà seduto su una sedia a farmi valutare da una sconosciuta.


Il tizio (perché il mondo ruota tutto intorno a tizi e tizie) che fa da consulente che è riuscito a trovarmi questa opportunità, non è stato molto utile riguardo i dettagli. Non ha saputo dirmi a) chi fosse la tizia che mi fa il colloquio (una cosa risolvibile per lui con una telefonata o con un minuto su Google, come ho fatto io); b) a quale settore/dipartimento facesse capo; c) che figura nello specifico stesse cercando.

Lui, inoltre, le ha scritto in italiano; io le ho scritto in inglese visto il suo nome e cognome e considerato che è di oltre-oltreoceano (bisogna scavalcare due oceani per raggiungere casa sua, insomma): quando l’ho detto al tizio, lui ha fatto “Ah bravo, hai fatto bene, infatti volevo dirtelo”.
E perché non me l’hai detto? Pare che stai a fare un altro mestiere.

E quindi ho capito che se mai riuscirò a vincere le mie 5 fasi dell’ansia, da grande voglio essere un tizio. Uno che fa qualcosa ma che non si sa che cosa faccia.

How to train your Gintoki


Con la presente dichiaro chiusa la prima serie continua di titoli no-sense introdotti da “Non”.


Dovrei scrivere una bozza di budget e sono indeciso se scriverla durante questa notte e poi dormire in mattinata oppure dormire in mattinata e buttare giù (dal balcone) due sciocchezze nel tempo che mi resterà.

Ho già speso le mie energie mentali per risolvere un importante dilemma. Sulla pista di ballo c’è qualcosa di importante, oggi ne ho avuto conferma via mail. Chi mi ha mandato il messaggio mi ha pregato di scrivere alla Contessa Serbellons Mazzant Comesfromthesea (è anglofona), che leggeva in copia.

Dubbio: la Comesfromthesea è anglofona ma lavora in Italia. La mail che ha letto in copia era in italiano.

Le scrivo in italiano o in inglese? No, perché c’è una bella differenza.

Dopo essere andato agli allenamenti e non averci pensato affatto, tornato a casa ho deciso di scrivere in inglese.

Vedremo se il primo step è andato. Ne restano altri ed è difficile scacciare il demone del fallimento – che nella mia fantasia è impersonato da Charlie Brown – che mi dice Gin, ma tanto non ce la farai.

Charlie Brown e la sua sempiterna gioia di vivere

La cosa divertente è che se va in porto la cosa corro il rischio di trovarmi a essere seguito da un personaggio particolare che è entrato nella mia lista di personaggi particolari.

Tanto per cominciare, ha una certa somiglianza con l’ispettore Clouseau, giusto i baffi più folti. Sono rimasto però molto deluso quando ho fatto notare a tre persone la somiglianza e tutte e tre non avevano idea di chi fosse l’ispettore Clouseau. Ci sono rimasto male ma non perché non avessero compreso la mia battuta, ma per il buon ispettore che non capisco perché non debba essere ricordato.


Se anche voi, lettori, non avete presente chi sia e stavate aspettando una didascalia esplicativa, allora questa didascalia non vi fornirà informazioni didascaliche su di lui perché non le meritate, ecco.


La seconda caratteristica del personaggio è che parla in modo ampolloso e retorico e anche un po’ arcaico. Ad esempio, per dire che leggerà una frase da un libro, dirà che “Ho il piacere di condividere con voi questo passo che trovo pregevole”.

La terza caratteristica è che quando insegna ai corsi, dopo la prima lezione sceglie due volontari (i classici volontari involontari), uomo e donna, per far far loro delle flessioni. Terminata la performance, delizia anche lui il pubblico con delle flessioni.

Ed ha 65 anni, preciso.

La quarta caratteristica è che ha tre figli, uno adulto avuto dalla prima moglie, e due piccoli, di 4 e 8 anni, avuti dalla seconda.

Ed ha 65 anni, preciso.

Sono quindi inquietato e nell’insieme affascinato dall’idea di potermi trovare a gestire un qualsiasi tipo di rapporto professional-tutorale con un simile personaggio.

Ammesso che Charlie Brown sia d’accordo, anche se il fatto che sia un bambino lo costringe alla fine a soccombere. Sarebbe stato più complesso e ingestibile avere come demone del fallimento, non so, Darth Vader, Palpatine o Sauron, solo che loro non li associ al fallimento anche se poi alla fine perdono ma soltanto perché la lobby dei buoni ha deciso che deve essere così. Condividete se avete un lato oscuro!

Però delle volte in altri ambiti Charlie Brown vince lo stesso.

Non è che si chiamano “rifiuti” perché vuol dire che tu non ne vuoi più saperne

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Cosa rappresenta questa foto? Una pattumiera piena?
Errato.
Questo è il “Bentornato Gin-chan” che mi aspetta ogni sera, perché qualcuna, qualcuna che durante la giornata ha mangiato tortellini Rana e tutta un’altra serie di cose che sono l’equivalente in kcal del fabbisogno di tre persone, una volta che il sacchetto è pieno non si prende la briga di gettarlo.

Ho provato con la resistenza passiva la settimana scorsa, lasciando il sacchetto lì come stava, tanto io di rifiuti ne produco pochi: utilizzo molte cose prive di imballaggi. Il cartone vuoto del latte, l’unica cosa che avrei dovuto gettare, l’ho lasciato in frigo di proposito.

Dopo due giorni in cui il sacchetto è rimasto lì, pieno (anche se la roba al suo interno continuava ad aumentare, tanto da far raggiungere alla busta la densità di una nana bianca*), al terzo giorno, come predetto dalle Scritture, ha preso vita ed è andato a gettarsi da solo. O meglio, l’ha gettato Coinquilino, che è presenza sempre più evanescente in casa.


* Una nana bianca non è una donna caucasica bassa: è una stella di ridotte dimensioni (su scala stellare, ovviamente) ma dalla straordinaria compattezza e densità. Insomma è come fare l’amore in una vecchia 500: lì dentro si sta come in una nana bianca.


Ieri, dopo aver invocato la solita divinità egizia a cui mi rivolgo nei momenti d’ira, sono andato da lei sfondando la porta come Walker il Texas Ranger, dicendo: Vieni un po’ qua, vieni. Senti un po’, amante della Muraglia: ma per caso al Paese tuo la spazzatura ve la tenete in casa e la vegliate senza toccarla come fosse un caro defunto? No perché se vuoi ti piazzo un tabernacolo davanti e due candele e abbiamo fatto l’angolo votivo.

Questo è quello che la divinità egizia mi aveva suggerito di fare. Poi il Dalai Lama che è in me mi ha preso per mano, mi ha fatto bussare la porta e mi ha fatto spiegare ad Astro Nascente che la spazzatura, ogni tanto, si porta fuori.


Ho dovuto portarla davanti al bidone e, indicandolo, dire “Questo, se pieno, si porta fuori”. Non mi sono azzardato a dirglielo in inglese perché, seppur lei mi avesse detto che lo capiva meglio dell’italiano, quando arrivò in casa la prima volta e le chiesi “Where do you come from?” lei mi rispose “Grazie!”.


La sua risposta è stata:
– Aaaah, sì sì capito, grazie, grazie mille.

“Capito”? “Grazie mille”?

Avrei voluto rispondere così, ma il Dalai Lama mi stava ancora osservando, così ho ringraziato anche io e l’ho congedata.

La prossima volta ascolto Anubi.