Non è che l’imprenditore si serva di un giardiniere per il proprio ramo d’affari

C’è una nota a piè di pagina de La camicia di ghiaccio di Vollman che inizia così: «Il nostro habitat di questo mondo è il punto di congiunzione tra aria e terra».

L’analisi presenta secondo me un errore: il nostro habitat non è realmente il punto di congiunzione ma insiste dove aria e terra confinano: potrebbe sembrare la stessa cosa ma non è così. Il vero punto di congiunzione tra aria e terra è rappresentato dalle piante.

Forte di questa riflessione, in questi giorni mi sto occupando del verde di casa, giacché qualcuno deve pur prendersi cura della congiunzione. Già vedo troppi scollamenti, il giorno in cui ci strapperemo del tutto sarebbe il caso di almeno far trovare il giardino in ordine.


Senza doppi sensi, anche se l’altro giorno in una conversazione di gruppo ci si domandava se l’isolamento farà tornare di moda gli anni ’70, a livello di stile. Ci sarebbe quindi tutta una serie di riferimenti possibili a canzoni su aiuole o spot pubblicitari sui pratini:  ci ritroveremo tutti/e un po’ hippy, secondo me.


Ho potato la siepe che fa da confine. Pensavo che stesse venendo dritta poi a uno sguardo d’insieme mi sono accorto non era così. Ho sempre avuto un problema a far venire le cose belle diritte.

Ho sfrondato il nocciòlo di tutti i polloni spuntati intorno la base.

Ho tolto un po’ di rami secchi al limone. Fomentato da un documentario sul krautrock che ho visto ieri, l’ho fatto con gli Amon Düül nelle cuffie.

Ho deciso che vorrei far una margotta del limone.

Pollone, margotta: l’uso di questi tecnicismi mi fa stupir di me. Sta a vedere che quando si potrà uscire mi darò al giardinaggio. Se prima non avrò deciso di piantarla.

La camicia di ghiaccio di Vollman mi ha fatto tornare voglia di Islanda e ricordato che il mio prossimo viaggio vorrebbe essere la Groenlandia. Un’idea che mi frullava in testa erano anche le Isole Svalbard: le terre abitate più a Nord del pianeta.

A prescindere dal periodo storico che viviamo, sussistono comunque tutta una serie di ostacoli organizzativi da tener presenti. Chissà quindi quando sarà.

Mi pento un po’ di non essermi goduto forse appieno il mio viaggio islandese. L’Islanda è una terra che respira, letteralmente. La geologia dei suoi luoghi porta a relativizzare i concetti di tempo e spazio. Mò non voglio mettermi a fare il filosofo, penso solo che all’epoca sarà stata l’eccitazione di voler fare, vedere, ma credo di non aver relativizzato molto bene. Ricordo ad esempio quando ho fatto il bagno alle terme di Mývatn: penso una delle cose più rilassanti che esistano nella vita. Ti servono pure la birra direttamente in acqua, di che stiamo parlando.

Ebbene, mentre tutta la gente lì se ne stava a macerare nell’acqua calda come quando fai sciogliere il cioccolato a bagnomaria, io stavo lì che mi tuffavo da una laghetto a un altro (i due specchi sono separati da una strisciolina scavalcabile; per i più pigri c’è il ponticello), cambiavo posizione, mi sedevo tra le rocce, poi andavo a provare altre rocce, avevo insomma l’adrenalina in circolo che penso avrei potuto correre i 100 metri piani come Filippo Tortu.

Direi che adesso modo per relativizzare tempo e spazio ce l’abbiamo un po’ tutti. Purché con le piante in ordine.

Non è che ti serva un’asticella sotto cui passare per trovarti nel limbo

Leggo, guardo serie tv, qualche film.

Non è il menù da isolamento. Questo è quel che faccio di solito. Ne ho solo incrementato le ore dedicate.

Mi sembra di stare in uno strano limbo, e non per le misure di sicurezza.


È ancora di moda il limbo (il ballo, in questo caso)? Ricordo fosse il mio incubo alla festa delle medie.


Un mese fa circa, il 18 febbraio, sono tornato a casa. Non per l’emergenza, anche perché in Italia in quel momento non erano ancora segnalati casi (mancavano 3 giorni prima che in laboratorio venisse scoperta la particella Codogno). Avevo pensato sarebbe stata una sosta ma col passare dei giorni mi è stato sempre più chiaro che si sarebbe tradotta in una permanenza.

Mi ricordo di un tizio che era di fianco a me mentre attendevo il treno e che poi è salito nel mio stesso vagone. Portava con se 3 trolley, più un borsone lungo un metro e mezzo a tracolla. Avevo pensato di dargli una mano per caricare sul treno, poi ho visto che era stato sgarbato con una signora e ho rimesso il mio proposito nell’armadio delle buone azioni da compiere.

Scelgo di compiere i miei gesti altruistici in base a una valutazione meritocratica personale. Credo sia un po’ complesso della divinità.

Milano in questo momento mi sembra così lontana e rarefatta. Mi capita a volte di ripensare a delle esperienze che ho fatto come se fossero cose che ho soltanto immaginato.

Stanotte ho sognato che ero in Islanda. In realtà nel sogno ero in un supermercato islandese in cerca di qualcosa per un pranzo veloce.

Ci sono stato neanche 2 anni fa – in Islanda, dico. Ma anche nei supermercati islandesi – e ora mi sembra tutto così lattiginoso come un banco di nebbia, come se l’avessi soltanto sognato.

A gennaio si era rivista la nebbia a Milano. Uscivo la mattina di casa in bici e tornavo la sera senza vedere nulla intorno a me. Secondo la teoria di una tizia nella piscina dove andavo il ritorno della nebbia era buon segno perché voleva dire che era diminuito l’inquinamento. Io credo che funzioni al contrario ma non ritenni di dover intervenire, per preservare il suo libero arbitrio in materia (sempre la questione del sentirsi divinità).

Venerdì sera ho seguito il tutorial di Zerocalcare (min. 1:14:00) a Propaganda Live su come disegnare l’armadillo. Ieri sera ci ho provato e mi è riuscito abbastanza decente:

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Ho provato a rifarlo e non mi riesce più. Forse ho esaurito il mio bonus di tentativi. O forse li avevo soltanto sognati.

Disco ascoltato oggi: