Non è che l’albergatore abbia un fucile di precisione per fare il checkin

Il bello di passare i 30 è quello di non doversi più giustificare.  Arrivo al sabato sera che sono stanco e a mezzanotte spesso sono a letto. Delle volte me ne sto direttamente a casa perché tanto nei giorni precedenti son già uscito.

Non è che io mi ammazzi di fatica. Anzi, mi sembra di non far niente. Eppure in settimana per impegni vari dormo poco e il mio tempo se ne va via senza neanche salutarmi.

Come se non bastasse, ho preso l’impegno di dare un aiuto a un’amica che gestisce un B&b e che è partita per un mese per il Giappone. Durante il week-end mi occupo dei check-in, che dovrebbero essere a orari fissi come nella maggior parte delle strutture di questo mondo. Ma siccome la mia amica vuol esser il top di gamma, come diceva quel tale, accetta check-in a qualsiasi orario.

Per tal motivo mi ha dato le chiavi della sua stanza personale: se c’è qualcuno che arriva alle 23 è più comodo e umano che io mi fermi lì nel Bed&breakfast.

C’è però un fatto che mi ha lasciato molto deluso. Prima di andarsene, ha chiuso a chiave l’anta dell’armadio dove tiene la biancheria intima! Che malfidente! Dico io, dopo tanti anni che ci conosciamo!

In verità la prima cosa che ho fatto appena entrato in stanza è stato guardare dentro l’armadio. Perché mi fa sentire tranquillo: non riesco a stare in un posto senza sapere cosa c’è dietro delle ante.

Quando vado a vedere una casa in affitto, la prima cosa che faccio è ispezionare dentro i mobili.

Quando dormo in un albergo, per prima cosa della camera guardo l’armadio.

E non certo per cercare dell’intimo!

Recensire mutande e reggiseni non fa di te uno scrittore intimista

Lulu mi ha chiesto di scrivere qualcosa da farle leggere. Non una fiaba o un racconto, la richiesta è stata molto più specifica: “qualcosa che ti viene in mente”.

Ho sempre timore del qualcosa: qualcosa da dire, qualcosa da pensare, qualcosa di personale.

Qualcosa deve venire da dentro, qualcosa è qualcosa che in genere non si mostra. Come una canottiera, non la si fa certo vedere agli altri.


DIDASCALIA ESTETICA
Anche se ricordo qualche tempo fa la moda della canottiera bianca per uscire il sabato sera e io pensavo ogni volta agli americani che hanno in mente lo stereotipo dell’italiano canottiera e baffoni.


Ho sempre problemi a raccontare qualcosa di mio. Sul blog può essere più semplice perché io non conosco chi mi legge e chi mi legge non conosce me, quindi tra non conoscenti ci si può sentire più a proprio agio. E comunque non è detto, perché non scrivo tutto e se per caso lo scrivessi lo camufferei in modo che chi legge non possa avere idea alcuna di cosa io stia parlando.


A volte mi è riuscito così bene che anche io non capivo più di cosa stessi parlando.


Questa stipsi espressiva l’ho sempre avuta. A scuola non amavo le tracce dei temi troppo intimiste: “Parla del valore che ha per te l’amicizia raccontando un episodio in cui un amico è stato per te importante”.

Cosa dovevo dire dell’amicizia? Al massimo, essendo gatto, potevo scrivere della micizia.

Per questo sceglievo sempre il saggio breve, l’articolo o il tema di attualità. Purtroppo, tutti gli insegnanti assegnavano come compiti per casa per le settimane successive le altre tracce. E quando non c’erano compiti in classe in quel periodo, un tema personale come lavoro a casa finiva sempre nell’assegno.

In genere evadevo sempre il tema in maniera molto impersonale e distaccata. Nel caso citato come esempio, dopo qualche frase retorica e ridondante (e anche verbosa e prolissa per riempire la pagina) sull’amicizia, concludevo brevemente con un esempio freddo e materialista: un amico è stato per me importante quando mi ha ceduto la figurina di Roberto Policano.


DIDASCALIA CALCISTICA
Roberto Policano, classe ’64, è un ex calciatore che ha vestito, tra le altre, le maglie di Roma, Torino e Napoli a cavallo di ’80 e ’90. Era detto Rambo per la grinta che metteva in campo. Per dare un’idea del personaggio, consiglio di guardare questo video storico della purtroppo sfortunata finale di Coppa Uefa del 1992 del Toro. Minuto 4:44, lo svedese Pettersson perde tempo vicino la bandierina per far trascorrere i secondi, Rambo irrompe e fa giustizia. Lo svedese tornerà a casa con un braccio rotto…


Il clou lo raggiunsi una volta, alle scuole medie. Compito a casa (non ricordo la traccia per filo e per segno ma il senso era questo): “Parla dell’importanza del ricevere aiuto e di quando tu ne hai avuto bisogno”.

Svolgimento:
Non ho mai chiesto l’aiuto di qualcuno e se l’ho chiesto non me lo ricordo.

La professoressa, che mi aveva chiesto di leggere il mio tema, ascoltando queste parole esclamò: Eccolo! Il solito Gintoki, arrogante e irriverente. Bah, vai avanti, su.

Prof, guardi che è finito qui, dissi.

Scoppio di risa della classe. La professoressa sgranò gli occhi, poi riprese lucidità e mi mise una nota sul registro.

Suonò la campanella in quel momento. Ero stato beffato a pochi minuti dal fischio finale!

Alla luce di queste premesse, come mi si può chiedere di essere intimo? E poi intimo come? Di seta, di cotone, di lycra, di microfibra?

La biancheria intima di Stella

Titolo fuorviante per attirare pruriginose curiosità: adesso che ho la vostra attenzione, siete in trappola, qui si parla di matematica! La biancheria di Stella (nome di fantasia) resta un affare…intimo.

Ho dei vaghi ricordi di matematica e quindi potrei errare e questo post perderebbe poi senso, ma vorrei cimentarmi in un’analisi avvalendomi appunto di un supporto matematico.

Una sommatoria è data da


Se N = nascita ed M = morte e assumiamo k = esperienza, possiamo dire che la vita di un individuo è la sommatoria delle k esperienze comprese tra N ed M.

Siamo ciò che facciamo, di bello, di brutto, di così e così. E ciò vuol dire che non viviamo quando siamo immobili, che in realtà è impossibile essere completamente immobili perché anche stare a fissare il soffitto crea un’esperienza che dopo un tot periodo di tempo ci darà una nuova forma.

Però in senso più ristretto comunemente fare qualcosa vuol dire fare esperienze.

Nelle ultime settimane sto meditando molto sull’opportunità di fare un qualcosa. Un qualcosa che mi crei una forma, perché al momento sento di avere assunto la consistenza di un blob che scivola sul pavimento.

Ho preso una decisione. O meglio, sto riflettendo sull’opportunità di prendere una decisione per il 2015. Mi porto avanti anche se siamo solo a settembre.

Credo non ne farò parola con nessuno, o almeno non fornirò dettagli ma mi terrò sul vago. Ho sempre detestato essere il tipo di individuo che dice che ha in programma di fare questo, codesto e quello e poi non fa nulla. Da questo punto di vista un ottimo esempio (detto in senso ironico) è costituito da una persona che conosco, sempre pronta a giurare che farà qualunque cosa, dall’andare a un concerto a lavorare alla Neue Nationalgalerie di Berlino. Poi non farà né l’una né l’altra. Gli amici hanno smesso di fargli domande e prenderlo sul serio, ormai lo conoscono bene.

Non so se farò bene o male. So che da quando ho iniziato a riflettere su questa cosa, sento come un ticchettio che si è messo in moto dentro di me. Come se si fosse sbloccato qualche ingranaggio. In un altro post ho detto che ultimamente mi sento un po’ perseguitato dagli orologi. Forse la soluzione è diventare io stesso un orologio e fottere il tempo. Potrei essere io stesso a scandire la mia vita.