Non è che devi far riposare gli oli esausti

Ho un problema, sì, uno dei tanti, ma uno di questi non è che proprio mi appartiene. Oppure sì, forse me lo pongo solo io. Il fatto è che noto parecchio esaurimento nelle persone che mi circondano, vedo le loro nevrosi, le loro schermate blu di Windows in cui Razionalità.exe ha smesso di funzionare.

Anche io sono un esaurito. E ho un altro problema, molto probabilmente connesso al primo. Mi destabilizza l’insofferenza altrui. L’insofferenza verso il cameriere che tarda ad arrivare, l’insofferenza verso il semaforo rosso, l’insofferenza verso la pioggia, l’insofferenza verso gli insofferenti.

E seppur io non sia responsabile né parte in causa del fastidio altrui, ciò che gli altri provano ed esternano mi causa malessere. La negatività si spande per l’aria come una fuga di gas ed è contagiosa. Mi consuma le energie e mi rende esausto.

C’è un romanzo di John Kennedy Toole intitolato Una banda di idioti; in questo romanzo il protagonista è Ignatius, un uomo di trent’anni con l’irriverenza di John Belushi – che infatti avrebbe dovuto interpretarlo nel film tratto dal libro – la stupidità di Homer Simpson e l’impeto battagliero di Don Chisciotte. Una sua caratteristica, o frase che ripete spesso, è che in contesti di conflitto lamenta che gli si sta «chiudendo la valvola dello stomaco».

Ecco, nei contesti di malessere e negatività diffusa come una profumazione d’ambiente io sento che mi si sta chiudendo la valvola e vorrei dire basta, smettetela, finitela di svalvolare, ma chi sono per bloccare le valvole altrui?

Sono esausto.

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Non è che se alzi il pollice sull’erba stai facendo OK su prato.

Ho fatto un colloquio di lavoro via Skype, ieri. Non sto pensando di cambiare ma se capitasse qualcosa di migliore perché no.

Non era purtroppo questa l’occasione giusta, per quanto la città da dove veniva la proposta offra molte opportunità.

C’era una cosa in una delle due intervistatrici che mi infastidiva molto. Era una delle classiche persone da “piuttosto che” usato in modo improprio. Non sono un maniaco della corretta grammatica, negli anni mi sono abbastanza ammorbidito. Diciamo che dopo aver rischiato il linciaggio per aver corretto, per l’ennesima volta con conseguente rottura di maglioni, l’uso del pronome maschile per riferirsi a una donna, ho cominciato a mordermi la lingua.

Se non che, dopo aver ignorato i primi 2-3 “piuttosto che” fuori posto, costei ne ha infilata una combo in sequenza che mi ha fatto partire un tic all’occhio.

Non c’è nulla da fare, resto un insofferente viscerale.

Ad esempio una delle cose che mi dà più fastidio è quando, utilizzando i moderni strumenti di rimbambim…comunicazione, tu scrivi o registri un articolato messaggio e ti rispondono con l’emoticon del pollicione alzato.

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E nient’altro.

Attenzione: ci sono due tipi di pollicione. Ho notato che gli amici maschi rispondono in modo genuino col pollicione. Questo perché la comunicazione maschile, retaggio credo del Neolitico, segue schemi essenziali e primitivi. Cibo! Birra? Cazzo proprio stasera che c’è la partita?. In genere così sono le conversazioni con i miei amici. Il pollicione quindi non è indifferenza, è semplicemente un “Non sono in grado di esprimere altro”.

Le donne, invece, ho notato che quando rispondono col pollicione in genere sarebbero in grado di esprimere altro ma semplicemente non vogliono. Perché in quel momento ce l’hanno con te e quindi ti riservano assoluta sufficienza e indifferenza in quanto qualcosa in ciò che hai detto/scritto le ha urtate ma non ti diranno cosa.

In entrambi i casi, a me che mi sono sprecato a intavolare un discorso parte il tic all’occhio e quindi rispondo con un dito medio.

La terza cosa che mi causa insofferenza è quando qualcuno si ostina a entrare in dettagli clinici personali di cui farei a meno. Beninteso, non sono un insensibile e se una persona vuole condividere con me io sono sempre disponibile. Forse anche troppo.

C’è però il mio responsabile, uomo over50, che ogni volta che lo vedo deve aggiornarmi riguardo lo stato della sua prostata e delle sue minzioni. E per fortuna che lo vedo una volta al mese al massimo.

Oggi mi ha detto che c’è un farmaco che non vuole prendere perché ha scoperto gli causa disfunzione erettile. Non che io debba farci qualcosa con quello…, ha tenuto a precisare.

Ecco, tra scoperta e precisazione non so cosa più mi abbia fatto venire un altro tic.

Quasi quasi ricontatto la tizia del “piuttosto che”.

Non è che un gatto si metta a giocare col filo del discorso

Ad agosto farò un viaggio in Islanda e da ora tutte le mie energie mentali – e il mio portafogli, ma in fondo che cos’è il portafogli se non la sede dell’energia? – sono proiettate verso quel momento. Anche durante una riunione quando la fiatella della persona accanto mi arriva mentre espira io penso alla mia meta. Visualizzo dei geyser dall’odore di alito marcio.

Non so mai che che posa tenere quando qualcuno sta tenendo un discorso, anche perché dopo poco tempo mi sento scomodo e debbo raddrizzarmi, muovere le gambe, lisciarmi la barba, grattarmi un orecchio.

È l’insofferenza.

L’insofferenza colpisce una tot percentuale di persone ogni tot persone nel Mondo. Non esiste cura: chi ha provato a porre rimedio all’insofferenza è diventato esso stesso insofferente.

Sarebbe bello poter esibire un certificato, all’occorrenza. Chiedo scusa, oggi non posso presenziare, ho l’insofferenza. Oggi sono di cattivo umore, mi è venuta l’insofferenza. Fa’ quel che ho detto e non discutere: ho l’insofferenza.

Durante il meeting la psicologa mi osserva. Ogni volta che alzo gli occhi vedo che lo fa e non capisco se mi osserva perché io la osservo o mi osserva e basta. Ho paura che essendo psicologa possa leggere i miei pensieri e capire che sono insofferente, quindi mi sforzo di mantenere una postura quanto più composta e controllata possibile, con le mani in grembo e lo sguardo basso serioso che fissa un punto che all’incirca termina verso la mia zona pubica. Dopo mi vien il timore che possa rendersi conto che questa posa è del tutto artificiosa e giudicarmi.

Che sofferenza, l’insofferenza.