Non è che serva il soccorso alpino per una valanga di chiacchiere

Salve, sono Gintoki. Forse vi ricorderete di me per esperienze come Non è che l’albergatore abbia un fucile di precisione per fare il checkin, in cui raccontavo di come mi cimentavo nel gestire un B&b per un’amica in vacanza.

Questo fine settimana le sto dando di nuovo una mano in sua assenza. Oggi mi sono presentato al B&b e dentro vi ho trovato la madre del proprietario – che era lì per aspettare il tecnico della lavatrice – che parlava con un ospite già presente.

“Parlava” non rende l’idea. Diciamo che subiva una valanga di chiacchiere da questo ragazzo. Appena sono arrivato io lei ne ha approfittato per andare al bar dicendo “Sto via solo 2 minuti”.

È tornata dopo mezz’ora.

Mezz’ora in cui il tizio mi ha fatto fumare le orecchie fino a che non sono arrivati gli ospiti che attendevo. Se durante il suo flusso logorroico io lo interrompevo per rispondere al telefono, lui poi riprendeva dallo stesso punto esatto in cui l’avevo lasciato. Forse da piccolo ha ingoiato un registratore e quindi ora riesce a stoppare a comando e riprendere da quel punto.

Invidio un po’ le persone così. Esauriscono gli altri ma loro non se ne curano affatto. Probabilmente è perché non concepiscono l’idea di fare una normale conversazione: loro recitano dei monologhi. L’interlocutore serve solo come spalla.

Il logorroico non so come nasca. Se è stato un trauma infantile a renderli così o meno: forse hanno taciuto o sono stati costretti a farlo per tutta l’infanzia e l’adolescenza e oggi hanno un surplus di parole da spendere.

Oppure sono stati morsi da un politico radioattivo e ora vivono in un comizio costante. Non ho idea.

In tanti anni di vita non ho ancora trovato il modo di spegnerli. Il modo civile, intendo.

Credo che una botta in testa sia passibile di reato.

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Non è che con l’infanzia in un tag ti blogghi la crescita

Prima che internet mi abbandonasse, il buon Giacani e sua Olimpicità Zeus mi avevano invitato in questa catena: l’infanzia in un tag.

Pensavo fosse l’invito a giocare al laser tag, invece bisogna descrivere 5 giochi/giocattoli che hanno segnato la propria infanzia.

La bicicletta mi ha segnato sicuramente molto: ho ancora una cicatrice sull’interno coscia di quando fui investito a 12 anni mentre ero sulla mia mountain bike griffata Marzano (un produttore locale): c’è mancato poco diventassi un San Marzano. Diciamo che andare contromano con le mani dietro la testa non è proprio un’attività salutare. Al massimo vieni salutato come coglione.

Prima di passare alle mountain bike la mia prima bici fu una Graziella. Devo a lei la scoliosi che mi venne gli anni successivi. L’ortopedico disse “Hai una bici? Graziella? Grazie al ca…!”.

C’era una pubblicità su Topolino che diceva “Se lo fissi intensamente…sentirai il vicino bestemmiare”

Il pallone era un’altra attività all’aperto che aveva un posto speciale.
Sull’albero di albicocche di fianco o nel roseto: quello era il posto dove finiva.
Diciamo che non essendo mai stato un fine dicitore del pallone molte sfere sono state sacrificate durante la mia infanzia. E prima ancora dei Super Santos o dei Super Tele ho avuto palloni ancor più scarsi. Mi ricordo quello che vinsi nel 1994 trovando “il biglietto vincente” in una busta delle patatine (patatine che furono gettate in quanto mi interessava solo la sorpresa e/o il premio): un pallone celebrativo USA ’94. Era così leggero che con gli amici dovemmo inventarci una regola: non vale soffiare per spingere il pallone in gol.

A proposito di calcio, ho giocato anche a Subbuteo.
Un’ora per preparare il tutto, 5 minuti di partita. Il campo faceva così tanto le pieghe che ogni volta che si stendeva sul tavolo occorreva tirarlo sempre più per renderlo perfettamente liscio.
Le aree di rigore divennero alla fine lunette di pallacanestro.

Prima degli omini del Subbuteo ci sono stati i soldatini di plastica, venduti in bustoni dall’edicolante a un tanto al kg. Credo di non aver mai impostato una guerra in modo serio, con loro: dopo averli piazzati mi inventavo che una bomba causasse la morte istantanea e totale. Oppure organizzavo tornei di calcetto tra opposti schieramenti, un revival della Tregua del Natale ’14 tra Tedeschi e Francesi in quel delle Fiandre. I soldati col bazooka erano quelli più forti, essendo dei…cannonieri.

Molti soldati hanno riportato traumi da schiacciamento per suole delle scarpe e una lapide nella mia stanza ne ricorda il sacrificio.

Ai soldatini di plastica alternavo ogni tanto i dinosauri di plastica, anch’essi comprati a un tanto la tonnellata in edicola. A volte inventavo scenari post apocalittici con soldati del ’44 impegnati a fronteggiare uno stegosauro.

Il Lego è stato qualcos’altro che mi ha segnato. Le piante dei piedi sono infatti segnate da tutti i mattoncini pestati. Non mi piacevano i Lego normali, io impazzivo per il Lego Technic, con tutti quegli ingranaggi e i pistoncini da far muovere. Una cosa che però ho sempre desiderato e cui ho sempre sbavato dietro senza mai averla avuta era il Lego Technic Control Center.

Con questo pannello a prova di idiota (ha una freccia direzionale, dei tasti play, stop, record e program per registrare i movimenti da eseguire) secondo la pubblicità eri in grado di animare quel che volevi, costruire braccia meccaniche cui far disegnare progetti…

Anni dopo ho visto dei video su YouTube e in genere il massimo che si poteva ottenere era fargli disegnare un quadrato storto in un quarto d’ora. Però, ehi, vuoi mettere la soddisfazione di averlo fatto disegnare a un braccio di mattoncini?

Adesso dovrei taggare qualcuno ma io dico: prendetene e taggatevi tutti.

Manuale del perfetto ambulante di frutta e verdura

Il migliore antidoto alla crisi? Diversificare la produzione industriale? Il taglio dei tassi d’interesse? Iniezioni di investimenti di capitali? Il contrabbando?

Ma no! Un sano ritorno alla vita bucolica e agreste e alla vendita del prodotto direttamente al consumatore. Oggi infatti voglio parlare dell’ambulante che richiama giù in strada le massaie per offrire le proprie primizie. Lo farò prendendo in esame tre esempi che hanno caratterizzato la mia infanzia, due dei quali sono ancora in attività a tutt’oggi: zi’ Pascal (zio Pasquale), Aniello e Rafél ‘re banan (Raffaele delle banane).

Primo step: il settore
Prima di iniziare qualsiasi attività di vendita ambulante, bisogna decidere in che settore investire. Solo verdura, come zi’ Pascal? Frutta & Verdura, come Aniello? Oppure gettarsi in un mercato alternativo, come Rafél? Il nostro, infatti, ha scelto di vendere prodotti come ananas, kiwi, noci e noccioline, cocco…e, ovviamente, banane. E fu così che venne ribattezzato Raffaele delle banane. Sì, abbiamo molta fantasia.

Secondo step: il mezzo
Il mezzo di trasporto per eccellenza è l’Apecar. Facendo proprio il detto “chi va piano va sano e va lontano”, con la propria velocità di punta di 10 km/h un Apecar ha una longevità ineguagliabile, durerà decenni anche ridotto in pessime condizioni. Di zi’ Pascal ricordo l’Apecar arancione tenuta insieme col fil di ferro e iniezioni di silicone sigillante per le giunture. Nonostante i rattoppi che pareva dovessero sfasciarsi alla prima buca, quell’affare macinava chilometri senza problemi.
Rafél invece era stato più alternativo e aveva optato per un vecchio furgoncino anni ’70, una roba quasi stile hippy. Purtroppo, dopo tanti anni di onorato servizio, il furgoncino è venuto a mancare all’improvviso e Rafél ora gira in una semplice Punto grigia. Visto cosa succede a non affidarsi all’Apecar?

Terzo step: l’outfit
Un vero venditore non può prescindere dal curare il proprio look, la propria divisa da lavoro, che deve avere quel tocco caratteristico che lo faccia distinguere dagli altri venditori. Per esempio, zi’ Pascal era noto per la maglietta della salute che indossava estate e inverno. Sotto la maglia? No. Come maglia da lavoro usava proprio una maglietta della salute, di quelle di vecchia fattura composte di lana selvaggia che sulla pelle di un uomo normale farebbero l’effetto Vergine di Norimberga:

Nulla invece poteva sulla pelle temprata da sole, pioggia e vento di un uomo dei campi.
Aniello invece ha optato per un look più sobrio e classico, sempre in camicia e sempre vestito di azzurro, lo stesso colore dell’Apecar che guida. Coincidenza? Io non credo.
Rafél come tratto distintivo ha scelto la coppola, portata sempre calata sugli occhi a visibilità praticamente zero. Quando lo vidi senza copricapo stentai a riconoscerlo, pensavo fosse un’altra persona.

Quarto step: il grido di battaglia
Il grido di battaglia È il venditore. È il proprio segno distintivo, ciò che lo rende riconoscibile alle massaie anche a distanza, quello che lo accompagnerà per tutta la carriera perché il grido, una volta scelto, non si cambia mica. Vi immaginate il Signor Nike che un mattino si sveglia e dice “Ragazzi, da oggi niente più Nike, ci chiameremo Bubulonia Sport”. No, non ci sta proprio. Il grido è marketing, è quello che trascina la gente giù in strada a verificare cosa porti di buono nelle loro case.
Non so come funzioni nel resto d’Italia, ma il grido di battaglia da queste parti deve avere tre caratteristiche precise:
1) essere originale (ogni venditore ha il proprio);
2) urlato con la propria voce, niente nastri registrati stile Arrotino & Ombrellaio e ripariamo cucine a gasse. È concesso l’ausilio di un megafono, anche se i puristi preferiscono utilizzare solo polmoni e corde vocali senza aiuti esterni;
3) essere incomprensibile. Ci ho messo anni a capire cosa dicesse Rafél. Scriverò prima il suono che arrivava alle mie orecchie:

Guahuhaheghell!

Nel corso degli anni ho poi capito che diceva “Guard quant è béll”, guarda quanto è bella (la merce, sottointeso).

Aniello invece utilizza un grido più articolato e in due tempi:

Auecaccioffl…Auanieee

Con la seconda parte che viene ripetuta dopo qualche istante di pausa, a mo’ di eco. Purtroppo non sono riuscito a decifrare molto, ho capito solo “caccioffl”, ossia carciofi mentre il finale della seconda parte, quel -anieee credo stia per Aniello, per l’appunto. Tra parentesi, il perché della scelta di urlare proprio “carciofi” non mi è chiaro. È vero che nelle nostre zone è molto in voga l’usanza del carciofo arrostito la domenica mattina da servire poi a tavola per il pranzo. È una delle cose che andrebbero vietate per legge, dato che produce l’inquinamento atmosferico di una fonderia.

Di zi’ Pascal invece resterà purtroppo sempre un mistero cosa dicesse in realtà:

Aiainieee, ieee tchià tchiàààà

Credo fosse accadico o un dialetto sumero, non c’è altra spiegazione. Magari non diceva semplicemente nulla ma faceva solo dei versi e ci ha fregati tutti, un po’ come la scrittura Lineare A di Creta su cui i filologi da decenni sbattono la testa e che magari non significa proprio niente, sarà stato un alfabeto segreto inventato dai bambini per comunicare senza farsi scoprire dagli adulti o da componenti delle “bande” rivali a scuola.

Bene, spero che queste poche indicazioni che ho dato vi siano utili nel caso decideste di puntare su questa attività per il vostro futuro!

Ghintochioiaaaattt! Ghintochioiaaaatttt! (Gintoki il gatto. È il mio grido, non fregatemelo).

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