Non è che serva un ingegnere per fare il ponte delle festività

Ho l’abitudine di una sgambata giornaliera serale in bici, intorno la città. Una decina di km grossomodo in piano, a parte un paio di saliscendi poco significativi.

Arrivo al confine periferico, svoltando all’altezza di un luogo che è sempre stato identificato come “Giù al ponte”. In realtà lì un ponte non c’è mai stato. È un semplice rialzo della sede stradale. Non mi sento però di escludere che in tempi antichi un ponte possa esserci stato dove ora c’è una rotonda e il nome sia poi rimasto.

Da piccolo capitava mi portassero spesso Giù al ponte, a far visita a delle zie che abitavano lì. Non erano mie zie dirette ma parenti da parte di mio nonno. Per semplificare erano zie.

Vivevo quel momento sempre con stato d’animo combattuto. Da una parte dalle zie si ricevevano caramelle e biscotti. Ed essendo loro sparse in più case, ogni appartamento = 1 distribuzione dolciaria.

Il problema era sottostare al rituale di sbaciucchiamento. Le zie, come tutte le vecchie zie, dovevano darti il bacio sulla guancia da zia, quello che ti sbava di saliva e di rossetto, con l’alito da vecchia zia.

Avevo preso l’abitudine di fuggire baci e abbracci, guadagnandomi l’etichetta di bambino timido.

C’era poi una di queste zie che, al posto dei dolciumi, mi dava delle pannocchie di mais (quando era stagione, s’intende) da arrostire o bollire o per farci i pop corn, direttamente dal campo che coltivava.

Aveva un aspetto da nativa americana. La pelle molto scura, i capelli grigi lunghissimi, gli occhi a fessura. Aveva 4 denti in bocca e i baffi. Nel complesso sembrava una sciamana.

Oltre allo sbaciucchiamento voleva sempre darmi pizzichi sulla guancia. Con le mani terrose e le unghie nere.

Sono passati 25 anni e più. Quando arrivo giù al ponte accelero per paura.

Non è che un tipo bizzarro si trovi in libreria perché è il posto dei bei tomi

Lunedì, in giro per delle commissioni, sono andato anche nella mia libreria di fiducia, che quel giorno aveva riaperto dopo due mesi. Ci sono andato in bici, ma, incerto se fosse attività praticabile in quanto spostamento con mezzo di locomozione o proibita in quanto considerabile attività sportiva o ancora consentita purché senza finalità ludico/ricreative, pedalavo in moviola con una smorfia da pagliaccio triste. A un certo punto ho quasi imparato a stare in surplace.

Un paio d’ore dopo, circa, sono stato contento di rimettere finalmente piede nella libreria. Prima della chiusura era il luogo di ritrovo di vari personaggi stravaganti. Ne cito alcuni:
Il Maestro: che un giorno, senza che gli fosse chiesto, si è messo a dare lezioni di scacchi nella libreria e aveva proseguito nelle settimane successive. Un giorno gli è stato fatto notare che la libreria non è un circolo e lui si è giustificato dicendo che voleva fare proseliti per il club di scacchi. Al che il mio amico gli ha chiesto Allora al club di scacchi io potrei presentarmi coi libri a far proseliti per il gruppo di lettura? Il Maestro non è più tornato.
Il Premio Strega: ce ne sono diversi. È il tipo che afferma che nella libreria non deve assolutamente mancare il suo libro, perché lui è autore, sceneggiatore, regista, artista, fanculoalmondoista, Netflix gli ha già comprato per 20mila euro il soggetto (davvero, c’è chi ha detto così). Poi guardi il libro è vedi che a) è scritto per un editore a pagamento; b) è di 50 pagine scritte in font 18; c) ha evidenti errori di sintassi; d) infine se lui è tanto importante e conteso non si capisce perché abbia bisogno di mettere la bandiera in una piccola libreria di città a tutti i costi.


Nota: La mia idea sugli editori a pagamento (da non confondere col self-publishing), frutto di una valutazione generale – che non toglie ci possano essere casi particolari diversi – è che l’autore per loro sia un semplice cliente cui vendere un prodotto: la pubblicazione. Tolto quello, non c’è alcun interesse a una fase di editing, anzi, spesso non c’è proprio un editing, perché non esiste un piano editoriale concordato, fatto anche di promozione e distribuzione (e questo spiega perché l’artista di cui sopra debba andare porta a porta a elemosinare un posto sullo scaffale). Tutto ciò comporta che, alla fine, molti libri pubblicati con edp siano di qualità infima e non solo per punteggiatura e ortografia (che alcuni edp controllano anche) ma soprattutto per costruzione della trama, stile, coerenza narrativa.


Il negozio è triste e sta sempre qua: Quello che viene, chiacchiera, si lamenta per due ore, conclude dicendo No basta non torno più. E poi il giorno dopo ritorna.

Avendo trovato il mio amico a rassettare, gli ho chiesto come si regolasse con le norme igieniche: insomma, la gente raramente entra e dice “Voglio questo libro”. Chi fa così in genere lo fa per un regalo o per uno specifico evento (es. l’uscita programmata di un’opera di una serie). Nella maggior parte dei casi, le persone girano, guardano, sfogliano e leggono. In poche parole, toccano. Quindi, se decine di mani si posano sui libri, mani che sono state altrove, in giro,  come si fa di questi tempi? La gente non può più sfogliare libri?

– Eh o debbo disinfettarli con la candeggina oppure obbligare la gente a comprare i libri che hanno toccato
– Va be’ ma la candeggina li rovina
– Appunto. Quindi?

Ha detto ammiccando al libro che avevo appena tirato fuori dallo scaffale.

Scherzo, non è andata così.
Però il libro l’ho realmente preso perché dopo averlo sfogliato e maneggiato sul serio mi sentivo un po’ untore.