Non riesco a comprendere le mie tonsille, tanto che son criptiche

Ho riflettuto che in molti casi mi trovo a cominciare un pensiero partendo con “da bambino…”. È strano, come è strano il fatto che a volte veda l’infanzia come un’età così lontana mentre altre volte così vicina, tanto che se allungo la mano mi sembra di toccare la mia manina scura, perché avevo la pelle molto meno bianca di adesso e passavo molte ore della giornata all’aperto a giocare al sole.

Ricordo che alle elementari un giorno io e un altro compagno di classe volemmo dar vita al club degli acchiappafantasmi: c’era un nostro compagno che aveva la faccia da scienziato e lo eleggemmo a Egon Spengler senza dubbio alcuno. Un altro compagno che aveva i capelli arruffati e col ciuffo, tipicamente anni ’80 seppur fossimo nei primi ’90, sarebbe stato Raymond Stantz. Poi il mio socio cofondatore si girò verso di me e fece: “Tu che sei più scuro fai Winston Zeddemore” e io ci rimasi un po’ così, ma non per una questione epidermica ma perché, diciamocelo, Winston era il più insignificante dei quattro. Io preferivo Peter Venkman e ho sempre apprezzato la seriosa ironia di Bill Murray, tanto che quando ho visto questo articolo 7 Steps to Living a Bill Murray Life, by Bill Murray ho pensato che un po’ vorrei essere Bill Murray.

Da bambino quindi ero seriamente convinto che avrei incontrato dei fantasmi, cercando con un po’ di attenzione. Così come ero seriamente convinto che ci fossero dei passaggi obbligati durante la crescita che non si sarebbero potuti evitare. Mi riferisco alla tonsillectomia e all’appendicectomia. Pensavo che entro la prima adolescenza un bambino dovesse giocoforza subire entrambe le cose, come rito di passaggio verso un’età successiva. Non so come avessi maturato questa convinzione, di certo ricordo che nei telefilm per ragazzi qualcuno dei protagonisti, presto o tardi, doveva operarsi alle tonsille e poi mangiar gelato.

Ora, se sulle tonsille ho ben poco da dire, sull’appendice ci sarebbe un po’ di più da scrivere. Si potrebbe fare un romanzo d’appendicite.

Tutto il discorso mirava ad arrivare a questa battuta.
Scherzo.
Forse.

In ogni caso non mi sono operato né per l’una né per l’altra cosa, anche se per la seconda ci sono andato vicino. Per un periodo stetti così male che saltai la scuola per 10 giorni, tanto che mi portarono in ospedale per farmi guardare da un’amica di mia zia medico. Ricordo un carabiniere che non voleva farmi entrare nel reparto perché avevo meno di 12 anni. Fortuna che la dottoressa uscì e mi fece accomodare in una stanzetta dove, steso su un tavolo di ferro, mi tastò un paio di volte e disse che non era proprio il caso di aprirmi. Mi consigliò una cura alimentare e dopo pochi giorni tornai anche a scuola. Chissà che fine avrà fatto. La dottoressa, non la scuola. Quella è ancora là.

Fatto sta che quindi i passaggi obbligati della vita non fossero affatto questi, così come non era obbligato un altro passaggio di cui mi parlò un compagno di classe alle scuole medie, cioè la rottura del frenulo, che a detta del compagno esperto – perché c’è sempre uno che assume il ruolo di più esperto degli altri e ci tiene ad assolvere il compito di divulgatore con aria seria e illuminata, al che mancherebbe solo che chiosasse con un Così parlò Zarathustra – era un momento decisivo e obbligato nella vita di ogni giovane uomo.

Avrei preferito parlasse meno di rotture eventuali e più di rotture certe, come la rottura dei maglioni.

In questo momento, comunque, penso a un’altra cosa: se all’epoca mi fossi fatto asportare le tonsille, oggi non mi sarei svegliato con le suddette gonfie e con delle macchie bianche nei loro buchetti. E so che non ci tenevate a visualizzare quest’immagine, ma io ho delle tonsille esibizioniste, voglion mettersi in mostra, tanto che ho la cattiva abitudine di sbadigliare a bocca aperta credendo di non essere visto. Poi qualcuno mi vede e mi piazza una mano davanti chiamandomi scostumato. Io non sono molto d’accordo, vorrei far presente che mettere la mano non è una questione di educazione ma un’usanza legata a un’antica credenza secondo la quale l’anima se ne sarebbe potuta uscire attraverso il cavo orale: io mi domando, ma proprio durante lo sbadiglio dovrebbe uscire? Apriamo la bocca tante volte durante il giorno, spesso inutilmente, nessuno ci pensa? A volte credo di dire così tante sciocchezze che se avessi un’anima potrebbe decidere di scappar via tra una parola e l’altra per non ascoltarle. Quindi in virtù di questo ipotetico pericolo mi sia consentito lo sbadiglio, seppur ineducato.

Libero sbadiglio in libero Stato.
Chissà che ne pensa Bill Murray.

Annunci

Ritratti in sala d’attesa


Attendo di riprendere fiato prima di suonare il campanello. Vado a correre, gioco a calcetto, ma le scale mi mozzano sempre il fiato. Sarà perché le aggredisco in modo frenetico battendo pesante i piedi su ogni gradino. Se le scale suonassero, produrrei sicuramente EBM.

Mi apre Giovane Uomo, giacca blu e pantaloni sabbia. Ha una vistosa cravatta color salmone. Ringrazio la cortesia, saluto la segretaria che è stata anticipata nell’aprirmi la porta e mi accomodo. Giovane Uomo prende posto accanto a Giovane Donna, che dalla mia posizione non vedo bene perché un passeggino blu e grigio la cela alla mia vista. All’interno, dorme tenera e beata una bambina, con i piedini a ore 10 e 10.

Giovane Donna si rivolge al marito:
– Amore, mamma ha detto che se non ci decidiamo a prendere un nuovo passeggino, lo prende lei e ce lo fa trovare.
– Mamma potrebbe farsi i fatti propri – esclama spazientito Giovane Uomo.

Vado in bagno (grazie a wikiHow ho capito come si usa!) perché mi sembra di introdurmi nella privacy dei discorsi altrui. Quando ne esco, lui è in piedi e la consorte, osservandolo, gli fa:
– Ma guardati! Sistemati la cintura, hai saltato quasi tutti i passanti! È modo, questo? Vai in bagno ad aggiustarti!
Lui alza gli occhi e, con le mani rivolte in alto, impreca senza audio. Poi va in bagno.

Il tavolino di vetro di fronte a me è occupato da vari depliant: un centro estetico promette bellezza e benessere; un viso rassicurante come quello di un assicuratore mi invita a controllare l’udito. Sono indeciso se iniettarmi del botox o scoprire se i NOFX a 17 anni a tutto volume nelle orecchie mi avranno portato dei danni. Mentre sono immerso in tali elevati pensieri, Giovane Donna ridacchia. Mi guardo intorno e non ne comprendo il motivo. Ritorna Giovane Uomo. Spero per lui si sia sistemato come si deve. Guardo ancora una volta la sua cravatta e mi viene voglia di sashimi.

– Papà – esclama lei, indicando la tv. Nel rivolgersi a lui utilizza in modo interscambiabile papà e amore – ti sei perso una battuta troppo forte!

Ah, ecco. In effetti, avevo notato la tv accesa su RAI1 che trasmetteva una fiction con una suora. Se non son carabinieri e poliziotti son preti e suore, capisco. Chissà quale era la grande battuta, ero troppo lontano e il volume era basso e non ho sentito. Oppure sarà colpa dei NOFX.

– Amore, ma stasera non puoi passare da Pellone* a prendere un paio di pizze da portare a casa? Io sono stanca.
Lui dice che non può, non ce la fa, ma non mi applico nell’ascoltare.
– Papà, senti, ma dopo che faccio, me ne devo stare ad aspettare a casa da mamma fino a stasera?
– Non so, mò che usciamo da qua vediamo.
– Amore, sai che pensavo? – lei cambia discorso – Dovrebbero prendere dei cannibali e chiuderli in una gabbia e poi prendere tutti questi…sessuofobi…sessuologi – lui su sessuologi ride -…sessuomani e buttarceli dentro.
– E poi che fanno, non ho capito: se ne stanno tutti insieme?
– Poi si mangiano uno con l’altro, come quando li buttavano dai coccodrilli.

Rifletto su quanto ho udito, quando il campanello suona. Apro la porta ed entra una nuova Giovane Coppia, che va a sedersi di fronte alla precedente. Con loro fa la sua comparsa il silenzio: Giovane Coppia Due deve averli inibiti e Giovane Coppia Uno non parla più. Comprendo. La mia rassicurante camicia a quadretti e il fatto che fossi seduto di lato non influiva invece sui discorsi di GD. Rientra in scena la segretaria, che invita GC1 ad accomodarsi nello studio. In quel preciso istante, la bimba si sveglia e inizia a piangere. GU si slancia verso di lei, ma la moglie gli intima di fermarsi:

– No, papà, lasciala stare!

Accompagna le parole con una spallata, allargando anche il braccio. Per me questo è fallo da rigore, c’era l’intenzione e il braccio staccato dal corpo. Lui non accenna a protestare e si fa da parte. È possibile che stiano educando la piccola a non farsi prendere in braccio al primo pianto: butto lì nella mia mente questo pensiero, per quanto di pedagogia infantile io ne capisca quanto Pitbull di sobrietà ed eleganza. Ma, dopo aver visto che non accenna a smettere, lei la prende in braccio, prima di accomodarsi nello studio del medico. Lui, mesto, spinge il passeggino e la segue.

* nota pizzeria di Napoli