Non è che con l’infanzia in un tag ti blogghi la crescita

Prima che internet mi abbandonasse, il buon Giacani e sua Olimpicità Zeus mi avevano invitato in questa catena: l’infanzia in un tag.

Pensavo fosse l’invito a giocare al laser tag, invece bisogna descrivere 5 giochi/giocattoli che hanno segnato la propria infanzia.

La bicicletta mi ha segnato sicuramente molto: ho ancora una cicatrice sull’interno coscia di quando fui investito a 12 anni mentre ero sulla mia mountain bike griffata Marzano (un produttore locale): c’è mancato poco diventassi un San Marzano. Diciamo che andare contromano con le mani dietro la testa non è proprio un’attività salutare. Al massimo vieni salutato come coglione.

Prima di passare alle mountain bike la mia prima bici fu una Graziella. Devo a lei la scoliosi che mi venne gli anni successivi. L’ortopedico disse “Hai una bici? Graziella? Grazie al ca…!”.

C’era una pubblicità su Topolino che diceva “Se lo fissi intensamente…sentirai il vicino bestemmiare”

Il pallone era un’altra attività all’aperto che aveva un posto speciale.
Sull’albero di albicocche di fianco o nel roseto: quello era il posto dove finiva.
Diciamo che non essendo mai stato un fine dicitore del pallone molte sfere sono state sacrificate durante la mia infanzia. E prima ancora dei Super Santos o dei Super Tele ho avuto palloni ancor più scarsi. Mi ricordo quello che vinsi nel 1994 trovando “il biglietto vincente” in una busta delle patatine (patatine che furono gettate in quanto mi interessava solo la sorpresa e/o il premio): un pallone celebrativo USA ’94. Era così leggero che con gli amici dovemmo inventarci una regola: non vale soffiare per spingere il pallone in gol.

A proposito di calcio, ho giocato anche a Subbuteo.
Un’ora per preparare il tutto, 5 minuti di partita. Il campo faceva così tanto le pieghe che ogni volta che si stendeva sul tavolo occorreva tirarlo sempre più per renderlo perfettamente liscio.
Le aree di rigore divennero alla fine lunette di pallacanestro.

Prima degli omini del Subbuteo ci sono stati i soldatini di plastica, venduti in bustoni dall’edicolante a un tanto al kg. Credo di non aver mai impostato una guerra in modo serio, con loro: dopo averli piazzati mi inventavo che una bomba causasse la morte istantanea e totale. Oppure organizzavo tornei di calcetto tra opposti schieramenti, un revival della Tregua del Natale ’14 tra Tedeschi e Francesi in quel delle Fiandre. I soldati col bazooka erano quelli più forti, essendo dei…cannonieri.

Molti soldati hanno riportato traumi da schiacciamento per suole delle scarpe e una lapide nella mia stanza ne ricorda il sacrificio.

Ai soldatini di plastica alternavo ogni tanto i dinosauri di plastica, anch’essi comprati a un tanto la tonnellata in edicola. A volte inventavo scenari post apocalittici con soldati del ’44 impegnati a fronteggiare uno stegosauro.

Il Lego è stato qualcos’altro che mi ha segnato. Le piante dei piedi sono infatti segnate da tutti i mattoncini pestati. Non mi piacevano i Lego normali, io impazzivo per il Lego Technic, con tutti quegli ingranaggi e i pistoncini da far muovere. Una cosa che però ho sempre desiderato e cui ho sempre sbavato dietro senza mai averla avuta era il Lego Technic Control Center.

Con questo pannello a prova di idiota (ha una freccia direzionale, dei tasti play, stop, record e program per registrare i movimenti da eseguire) secondo la pubblicità eri in grado di animare quel che volevi, costruire braccia meccaniche cui far disegnare progetti…

Anni dopo ho visto dei video su YouTube e in genere il massimo che si poteva ottenere era fargli disegnare un quadrato storto in un quarto d’ora. Però, ehi, vuoi mettere la soddisfazione di averlo fatto disegnare a un braccio di mattoncini?

Adesso dovrei taggare qualcuno ma io dico: prendetene e taggatevi tutti.

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Non è che per il bove un bel giogo duri poco

Ogni tanto lancio uno sguardo distratto alle vetrine dei negozi di giocattoli. Oltre che per ammirare qualche giovane mamma, lo faccio per controllare eventuali cambiamenti nei balocchi rispetto a quelli di quando ero bambino.

Credo sia questo il diventare anziani.


Mi riferisco a fare confronti con la propria infanzia, non il guardare le mamme.


Tra invasioni Marvel e Star Wars – sia maledetto Topolino e la sua industria – vedo che poco è cambiato. Omoni snodabili e pistole attentatrici oftalmiche esistono ancora e continueranno a farlo.

Qualche volta dovrei investigare sull’esistenza di altre tipologie di giochi: le minchiate.

La minchiata non è il robot gigante o l’astronave con le lucine. La minchiata è quella cosa che desiderano tutti ma che non si capisce a cosa serva e perché mai debba esser acquistata.

Quando ero piccolo c’erano molte minchiate.

Il Crystal Ball è secondo me un chiaro esempio.

Con crystal ball ci puoi giocare (crystal ball)
e tante cose da inventare (crystal ball)
ci puoi far cose divertenti (crystal ball)

Tante cose è un po’ pretestuoso, considerato che potevi crear solo delle bolle sgraziate. E le cose divertenti mi sfuggono, a parte calpestare con i piedi le bolle e poi andare in giro per casa con le scarpe appiccicaticce per la gioia di Madre che aveva appena lavato il pavimento.

Il CB puzzava di petrolchimico in modo inverecondo. Mi risulta sia ancora in commercio e con una formula diversa, più profumata e meno appiccicosa.

Ma io son sicuro che venti e passa anni fa inalavamo tanto di quel benzene che manco un ingegnere dell’ENI.

In tema di cose puzzolenti e dalla dubbia composizione chimica, le manine adesive delle patatine erano un altro bell’esemplare di minchiata. Fuffa allo stato puro, dopo averle tolte dalla confezione e lanciate contro il muro il loro effetto adesivo si azzerava. Una scuola di pensiero dell’epoca sosteneva che bastasse lavarle con acqua e sapone per farle tornare come prima.

Falso.

Così quando erano inservibili le appallottolavo e le lanciavo con la fionda.

Le manine, come accennavo, avevano un odore molto strano e sgradevole. Credo fossero comunque meno tossiche delle patatine che le contenevano.


Va detto che spesso io compravo le buste per prendere la sorpresa e gettare il resto.


In tema di tossicità credo che nulla potesse però battere i braccialetti di gomma profumati e dalle sfumature arcobaleno. Una minchiata così minchia che purtroppo non riesco a trovarne traccia nell’internet (che eppure di minchiate ne conosce!).

Apparvero dal nulla, così come nel nulla scomparvero. Si potevano comprare dal tabaccaio e nelle mercerie. Nel periodo in cui ero alle elementari diventarono la moda del momento, fino a che le mamme non cominciarono a boicottarli perché si diffuse la voce che fossero pericolosi.

In effetti col sudore tendevano a scaricare colorante sul polso, lasciando macchie che sembravano ecchimosi di manette. Senza contare che il profumo di cui erano impregnati non credo fosse prodotto con estratti bio di lavanda e jojoba.

Sulla loro tossicità a scuola fiorirono leggende metropolitane, come ad esempio il fatto che causassero addirittura la polmonite!


La correlazione tra colorante e polmonite mi sfuggiva, ma chi ero io per contraddire l’efficiente sistema informativo del passaparola scolastico?


Non ebbi mai un braccialetto colorato, perché il Gazzettino delle Mamme Apprensive arrivò a casa mia prima che potessi acquistarne uno.

Traendo le somme, con tutte le minchiate tossiche con cui siamo venuti a contatto da bambini credo che oggi dovremmo avere tutti dei superpoteri.

In effetti alcuni di noi sono diventati dei superminchioni.

Il dizionario delle cose perdute – Il Subbuteo

Il calcio in punta di dito.
Non vi è nulla di più poetico di una simile frase per descrivere uno dei giochi più creativi che siano stati inventati: il Subbùteo, da me chiamato Subbutéo perché da piccolo una caduta dal seggiolone mi aveva spostato gli accenti.

Spingere col dito delle sagome di plastica per colpire un pallone. All’apparenza semplice, nella pratica molto difficile. Le prime volte nella porta farai finire pallone, omino e anche un pezzo di stoffa del campo.

E non c’era mica una tecnica sola per colpire gli omini. Si potevano dare effetti disparati a seconda dell’angolo di impatto del dito contro la base di plastica del giocatore.

Questo almeno è quanto era descritto nel manuale e quanto i giocatori professionisti presumo siano in grado di fare.

Io ho mandato più volte i giocatori a infrangersi contro il vetro della credenza della cucina. Perché mai giocare in cucina? Perché il tavolo era l’unico abbastanza grande da ospitare il campo di gioco, un telo di cotone verde delle dimensioni di un asciugamano di Giuliano Ferrara.

Dato che il panno veniva conservato piegato, una volta steso faceva tante pieghe da impedire la scorrevolezza del gioco. Così la soluzione era tenerlo teso e fermo con lo scotch.

Di partita in partita occorreva tenderlo sempre di più, col risultato che le linee dell’area di rigore erano curve. Un po’ come accade quando gioca la Juventus, che le aree risultano variabili.


Vorrei dire al popolo juventino che eventualmente legge che mi dispiace per la battuta. Ma in realtà non mi dispiace perché me ne sono compiaciuto, quindi sia apprezzata la mia sincerità!


Dalla gestione del campo comunque si vedeva il mio essere neofita nell’approccio al Subbuteo. I veri giocatori lo fissavano a una tavola, oltre a fare ricorso ad altri tipi di campo dal fondo gommato e arrotolabili.


Altolà sudore!

Gli omini del Subbuteo erano un’altra fonte di dannazione.

Le loro gambette secche e plasticose erano fragilissime e non parliamo di quelli schiacciati per errore sotto i piedi o sotto una mano. A metà campionato non avevi più una squadra, ma una truppa reduce dalla guerra. I più fortunati venivano rimessi in piedi con la colla, tutti gli altri avevano bendaggi di scotch, qualcuno, eroico, giocava invece da amputato con una sola gamba.

Dalla confezione base che acquistai io, nel lontano 1994, uscirono due squadre: i rossi e i blu. Doveva essere un retaggio di Guerra Fredda. Il catalogo illustrava quali squadre (reali) erano associabili agli omini in tuo possesso. Ad esempio, banalmente, se acquistavi la Juventus gli omini potevano rappresentare anche il Cesena, l’Udinese, il Nola e così via per tutte le squadre bianconere di questo mondo. Inutile dire che i rossi e i blu rappresentavano per lo più squadre sfigate, a parte, con molta fantasia, volerli associare a formazioni più blasonate.

Lo acquistai per 60mila lire dell’epoca, un’enormità. Ed ero conscio di essere l’unico ad avercelo, quindi mi sarei dovuto allenare in solitaria.

Almeno così credevo, perché poi scoprii che un mio amico che abitava a 300 metri da casa mia aveva da anni il Subbuteo. Così due-tre volte alla settimana ci vedevamo per giocare, con regole vaghe e astratte e uno stile di gioco molto confusionario che non seguiva la regola dei turni e dei tre tocchi ma era giocato in “real time”, che rendeva la partita molto faticosa perché era un continuo correre intorno al tavolo.


Il regolamento del vecchio Subbuteo prevedeva che ogni omino – ufficialmente e pretenziosamente definito “miniatura” – potesse toccare il pallone al massimo per tre volte consecutive. Poi il possesso era perso a meno che il pallone non toccasse un’altra miniatura della squadra.


Il mio amico era molto affezionato al set del Napoli 89-90 maglia rossa (anche se quella delle miniature era color salmone), quello del secondo scudetto, acquistato non so dove.

I possibili acquisti per espandere il proprio mondo Subbuteo non si limitavano soltanto alle squadre.

C’erano tanti optional, upgrade, aggiunte più o meno utili a disposizione. Il mio sogno era arrivare, pezzo per pezzo, a costruirmi uno stadio, con tanto di riflettori (funzionanti) per sfide in notturna.

Questo era l’impianto più semplice e old style, poi esistevano curve e tribune più moderne

Non mi fu permesso di inseguire questo sogno perché con quello che sarebbe costato potevo costruirmi uno stadio vero. E, inoltre, l’unico rivenditore di materiale per Subbuteo nella mia zona era un ciarlatano. Per mesi continuò a dirmi che i numeri adesivi da attaccare dietro gli omini, che io cercavo con insistenza, sarebbero arrivati, ma non fu mai così.

Gli unici upgrade che mi concessi furono un set di palloni nuovi, griffati Umbro, e gli omini per battere rimesse e calci d’angolo. I palloni si resero necessari perché quelli di serie, oltre che troppo leggeri, erano poco solidi e sul più bello si aprivano a metà come cocomeri. Gli omini delle battute (che non erano comici), funzionavano banalmente a molla o col principio della leva (datemi una leva e vi batterò un calcio d’angolo, diceva il filosofo) ed erano un lusso più che altro.

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Quelli che fanno la ola sono gli omini delle rimesse, quelli che sembrano scivolare su una buccia di banana sono gli omini dei calci d’angolo

Cos’è poi accaduto al Subbuteo come gioco?
È successo che, dopo essere stato popolarissimo tra ’70 e ’80, negli anni ’90, come per tutte le cose cui mi sono avvicinato io, ha iniziato ad andare in crisi.


La sfiga di essere parte di una generazione cronologicamente metà e metà.


La Hasbro rilevò l’azienda produttrice, riducendo però il parco squadre e mandando infine il Subbuteo in pensione nel 2000. La ditta Edilio Parodi di Genova (la stessa che per anni ha distribuito in Italia il Meccano), verso la fine degli anni ’90 intanto aveva iniziato a distribuire lo Zeugo (gioco, in genovese), praticamente lo stesso Subbuteo sotto altro nome. La Hasbro ha tentato di far ricomparire più volte il Subbuteo, con operazioni di mercato discutibili: prima vendendo le squadre come fossero figurine in edicola, poi sostituendo gli omini con degli orribili cartonati che riproducevano i calciatori famosi.

In Italia oggi esiste un movimento di appassionati del Subbuteo old school che organizza anche tornei. Ma sono sempre meno e si tratta di nostalgici che ormai vanno per i quaranta e anche più. I pochi giovani che vi si avvicinano spesso sono figli di questi nostalgici, mentre le nuove generazioni spesso non hanno alcun interesse, oltre ad avere una difficoltà di reperibilità del materiale. Senza contare le dispute tra puristi del tipo di gioco, causa le tante versioni dello stesso ormai presenti, che frammentano ancor di più lo scenario.

Il dizionario delle cose perdute – Il Postalmarket

La generazione di noi nati negli ’80 si sta ammalando della stessa malattia dei nostri genitori e dei genitori dei genitori a loro volta: il nostalgismo. Quello de “una volta c’era”, con un sottinteso giudizio di valore su quanto qualcosa fosse migliore in quell’epoca.

Seguendo la logica, suppongo che, andando a ritroso e accrescendo di volta in volta esponenzialmente il valore di ciò che si è perso, sia quindi esistita un’età aurea dell’umanità che più o meno potremmo far risalire all’epoca di Lucy.

Ma dici a me? Ma dici a me? Eh, con chi sta parlando? Ma dici a me?

Non è detto che qualche ominide precedente non fosse in disaccordo: Eh, quando una volta eravamo quadrumani, mentre ora i giovani tutti su due gambe perché lo dice la moda avrebbe detto l’australopiteco, se avesse saputo parlare.

Eppure, sulla scia del mio precedente post riguardo il perdere degli oggetti, anche io riflettevo su cose ormai perse.

Quindi vorrei creare, post per post – a periodicità casuale – una sorta di elenco personale di cose andate smarrite nel corso degli anni, sull’esempio di un libro di Francesco Guccini (che credo abbia avuto anche un seguito), che si intitola Dizionario delle cose perdute e che tanto tempo addietro ho sfogliato in libreria.

Il mio primo pensiero corre al catalogo del Postalmarket, che, tra l’altro, qualche mese fa è ufficialmente fallito (anche se aveva cessato le attività già da qualche anno) scatenando un’ondata di nostalgia nell’opinione pubblica.

È un segreto di Pulcinella il perché lo ricordino tutti, quantomeno il pubblico maschile.
Il motivo erano le pagine dell’intimo.

L’audacia di quei completi ricordava una commedia scollacciata all’italiana.
Pizzi e trasparenze esercitavano un’attrazione che non si poteva tenere a freno. Il non plus ultra della perversione era riuscire a intravedere della peluria in trasparenza, quando ancora le modelle non si strappavano via ogni singolo bulbo pilifero dal corpo facendolo scomparire come un hobbit che indossa l’Unico Anello: il famoso Bulbo Baggins.

Il fascino dello sfogliare quelle pagine risiedeva proprio in quell’atto immaginifico del poter scorgere. Come spiare dal buco di una serratura.

Oggigiorno grazie a internet è tutto più semplice. Esisterà ancora l’eccitazione connessa all’atto immaginifico? Io ne dubito. Perché un ragazzino dovrebbe “spiare da una serratura” quando può stare in prima fila a godersi un’esame ginecologico approfondito?

Il che credo crei quell’effetto da overdose informativa che affligge la società oggigiorno: avere accesso all’informazione e diventare allo stesso tempo più ignoranti.

Invece io difendo una insana educazione sessuale ottenuta in via graduale.

Non erano solo le modelle coi loro pizzi a farmi sbavare, va detto.
C’era anche la pagina dei giocattoli e quella delle modernità tecnologiche, perché ero nerd già all’epoca.

Il mio sogno proibito si chiamava Amstrad.
Oggi l’Amstrad è pressoché sparita dalla circolazione, ma un tempo era tra le marche di punta dell’elettronica.

Il mio primo televisore, mio nel senso che fosse collocato nella mia cameretta, fu proprio un Amstrad.

A inizio anni ’90 l’Amstrad produceva anche home computer e io ne volevo uno anche se non sapevo bene cosa avrei potuto farci. A parte utilizzarlo per i videogiochi, ovviamente.

Credo che il prezzo, convertendolo in scala ai giorni nostri, fosse pari a quello di un’automobile.

La cosa buffa è che strappavo le pagine contenenti giochi o tecnologia per tenermele da parte. Non potevo farlo con quelle dell’intimo perché si sarebbero accorti che le avevo strappate per ragioni diciamo anatomiche, quindi sostituivo i miei desideri sconci con quelli consumistici.

Il capitalismo ruba l’immaginazione.

L’antenato cartaceo dell’e-commerce odierno era già entrato in crisi quando io avevo cominciato a sfogliarlo. Dopo essere stato rilevato da un gruppo tedesco nel ’93 e aver attraversato una fase di ridimensionamento, negli anni 2000 viene rilevato da un imprenditore italiano che non riesce però a riportarlo ai fasti di un tempo.

Ed è entrato così a far parte delle cose perdute.

Cindy Crawford fiera di contribuire al buco dell’ozono con la propria lacca

Eva Herzigova fiera invece della propria mascella ipertrofica

Non è che se il cuoco non è pratico di salsa allora possa darsi al tango

Dizionario di cineserie e cinismo spicciolo

Chef
Ogni volta che vado in un ristorante un pelo più sofisticato del livello “trattoria di Giggino l’untuoso” rimango perplesso da un’abitudine che hanno gli chef: quella di fare ghirigori o cumshot di salsine intorno alla pietanza. La quantità è così esigua che è inutile per condire e io mi chiedo sempre: posso farci la scarpetta o meno? È solo decorativa? E perché mai avrei bisogno di cibo decorato? Se l’occhio vuole la sua parte, perché non mettere nel piatto un calendario di Playboy, allora?

Gatti
Il suono più rilassante dell’universo: >>>click<<< (si consiglia di alzare il volume).


Si ringrazia l’adolescente Camilla (anni 16 e mezzo) per essersi prestata alla registrazione.


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Camilla a 15 anni e mezzo. Come tutti gli adolescenti, non vuol fare niente e poltrisce

Intelligenza
Nelle principali stazioni italiane da qualche tempo Trenitalia ha iniziato a subordinare l’accesso ai binari al controllo del biglietto per i passeggeri. A Roma alla Stazione Termini sono state costruite delle barriere tipo curva da stadio. Tutto giusto, peccato che entrando in uno qualsiasi dei negozi lungo il lato ovest della stazione sia possibile accedere ai binari senza passare per i varchi.

Jeans
Quelli a vita alta sono uno dei capi che trovo più sensuali in una donna.
La donna coi jeans a vita alta, il cappello da Tom Waits e gli occhiali che negli anni ’80 sarebbero valsi l’esclusione coatta da ogni forma di vita sociale mi creano dei problemi. Ma non per gli occhiali in sé o per Tom Waits o per i cappelli, ma per l’insieme modaiuolo. Questo conflitto di gusti mi manda in crisi e non so come uscirne.

Keywords
Un po’ di parole chiave che conducono a questo blog:


Per chi ancora non lo sapesse, dalla bacheca del vostro blog se andate su Statistiche -> Mostra tutti -> Riassunti, scoprirete come i viandanti del cyberspazio hanno raggiunto il vostro spazio virtuale di scrittura altresì noto come blog.


non porto i vestiti in lavanderia per paura che non li lavino: Pensa che io non porto vestiti addosso per paura che si sporchino!
hipsteria nell’uomo: È una sindrome grave che colpisce molti maschi tra i 25 e i 35 anni. I sintomi più evidenti sono comparsa di camicie a quadri, crescita pilifera sul viso incontrollata, comparsa di Dr Martens ai piedi.
donna esaurita: Cambiare le batterie.
quando buttare i bollettini finanziari: Quando cominciano a puzzare.
che rischi si corrono senza mutande: Tanti. Innanzitutto c’è il raffreddore, cui sono più esposte le donne perché lì è tutto all’aperto quindi sai gli spifferi; ai maschi rischia invece di cascar giù tutto (il famoso modo di dire “far cadere le p+++e” nasce da un fatto vero).
capacità recitative asia argento: Il CERN di Ginevra dopo aver trovato il bosone di Higgs si sta concentrando nel rintracciarle.
e il tempo si ambigua: E lì son volatili amari.
una fica: A pois, l’ha portata un maharaja.
perche quando guardo il signore degli anelli mi viene da piangere: Perché stanno portando gli hobbit a Isengard.

ma quante cazzate dicono su wikihow: Non ne ho idea: hai provato a leggere la guida “Quante cazzate dicono su wikihow, wikihow”?
percoca rossa con lentiggini: La famosa pesca calzelunghe.
figa e lasagna: E il gusto ci guadagna.

L’autunno
In questo periodo di transizione dalla stagione calda a quella fredda in cui ancora si può uscire di casa senza giacconi e cappotti, appaiono ragazze particolari: quelle con la felpa tirata fino all’altezza del palmo della mano.

È risaputo che in molte donne la circolazione sanguigna sia limitata al tronco e alla testa, mentre gli arti superiori e inferiori sono appendici clinicamente morte caratterizzate da una temperatura da cella frigorifera. Alcune ragazze tentano allora di ovviare alla dispersione di calore corporeo stirando le maniche fin giù alle mani. La cosa curiosa è trovare in uno stesso ambiente una ragazza dalle maniche stirate e una ragazza dalle maniche tirate (fin su all’omero) o assenti del tutto; il dubbio è
1) una sente freddo e l’altra no;
2) sentono ambedue freddo ma la seconda preferisce congelare piuttosto che apparire sciatta o poco figa.


Per la cronaca non trovo affatto sciatta o poco figa una ragazza con la felpa stirata fin giù alle mani – anzi mi ispira tenerezza – ma ora che ci penso non ho sentito nessuno accusare di sciatteria una ragazza con la felpa stirata fin giù alle mani quindi a questo punto dichiaro chiusa la polemica tra me e me stesso.


Paure
Sono terrorizzato dalle apparizioni di bambini dai 0 ai 24 mesi in luoghi chiusi: prima o poi quelle creature piangeranno. E quando un bambino inizia a piangere, non smette più.

Non c’è alcuna via di scampo: la fortuna è soltanto quella che l’esplosione di lacrime e urla avvenga il più tardi possibile. A nulla valgono i tentativi dei genitori di ammansire il pargolo con coccole e giochi: i bambini sono più intelligenti degli adulti e non si lasciano fuorviare da distrazioni e blandizie varie; il risultato di tali azioni sarà quello di irritarli ancor di più e farli piangere più forte.


Mi chiedo perché qualcuno non abbia pensato di sfruttare l’energia potenziale insita nel pianto dei bambini. Basterebbe porre sulla bocca dell’infante un imbuto, all’interno del quale sarà presente una sottile membrana di materiale estremamente elastico e resistente. Il pianto farà vibrare la membrana, la cui oscillazione si trasmetterà a un coso (non ho ancora deciso come sarà composto il coso) che poi per un procedimento fisico causerà uno spostamento di elettroni che caricheranno una batteria, immagazzinando energia da sfruttare come più aggrada.


Subito
Sto cercando di disfarmi di un manga su Subito.it ma l’impresa non è facile. Prima mi ha contattato un tizio, prendiamo accordi, tutto a posto, convintissimo. Poi la sera prima della vendita mi contatta – dopo che un paio d’ore prima mi aveva confermato l’appuntamento – per dirmi che non se ne faceva nulla. Passano una decina di giorni, mi contatta un altro tizio, mi dice di venire da Grande Inverno (per tutelare l’anonimato userò nomi di località di Game of Thrones), io dico perfetto, possiamo vederci all’uscita della strada che viene da Grande Inverno.
Lui: non la conosco.
Io: non è possibile, ci sono solo due strade da Grande Inverno.
Lui: conosco la Strada del Re.
Io: ma quella è la strada che viene da Approdo del Re, come è possibile.

Poi dal suo modo di scrivere mi rendo conto che era lo stesso tizio che mi aveva dato buca in precedenza e che mi aveva detto di essere di Roccia del Drago. A quel punto smetto di rispondergli.

Passa una settimana, mi scrive un altro tizio. Gli dico possiamo vederci di sabato perché in settimana sto a Roma. Lui convintissimo, tutto a posto. Gli scrivo venerdì sera per chiedere conferma, non mi risponde. Gli scrivo sabato, lui mi chiede dove possiamo vederci. Gli chiedo informazioni logistiche, sparisce. Gli riscrivo, mi risponde oggi per dirmi che dopo avermi scritto è crollato sul letto in preda alla febbre. E poi mi fa: dove ci vediamo?

Non ho più risposto. E sospetto sia sempre lo stesso tizio.

Telefoni
I cellulari hanno introdotto un pericoloso concetto nella mente delle persone: quello di telefonia mobile. In virtù del fatto di essere mobile si è diffusa l’idea che il telefono sia ormai parte integrante del corpo di una persona che, quindi, non se ne separerà mai. Se il telefono è spento o se la persona non risponde, è colpevole di non voler essere reperibile.

Ho provato a spiegare a Madre, ad esempio, che se non rispondo al telefono o se non sono raggiungibile non è perché sono morto o perché mi ha rapito l’ISIS. Anzi, le ho fatto presente che nel caso morissi, dato che sarebbe quasi certamente di morte violenta (sono in buona salute), qualcuno darebbe notizie.


A meno che l’evento tragico non avvenga in presenza della mia coinquilina cinese: in quel caso penso che il mio corpo sparirebbe incastrato a forza nella pattumiera, occultato da un pacco di tortellini.


Madre ha replicato: potremmo essere noi morti e volerti allora avvertire.
Avrei voluto replicare chiedendo “Come?” ma ho ritenuto opportuno non farlo.

Però mi chiedo: quando non c’erano i cellulari, come si faceva? Sì, certo, si può dire anche quando non c’erano gli antibiotici che si faceva? Si moriva. Ma non credo che la gente morisse per non aver risposto al telefono!

Vocalizzi
Ciò che con la porta chiusa riesco a udire dalla mia stanza quando Astro Nascente si esercita: >>>click<<<.

Se il mago non riesce a usare la bacchetta, è ansia da prestidigitazione

Mi fanno notare che cammino come un robot. Avanzo muovendo le gambe a scatti e calcando il piede sul suolo. Sarà per questo che consumo le suole delle scarpe più di un podista.

Eppure non sono pesante.
Porto in giro 73 kg scarsi di uomo fatti di ossa e pelle e tanti nervi infasciati o intrecciati. Non ho gangli nervosi: soltanti (soltanto tanti) nodi che nel complesso mi rendono rigido come una tavola di legno di abete.

Sembro la scopa animata da Topolino in Fantasia.

Sarà a causa di questa costituzione lignea che ho sempre dei tarli in testa. Il lato positivo di avere dei buchi nel cervello, però, è una mente sempre arieggiata dove poter stagionare pensieri.

Da bambino avevo la scatola gioco de L’Apprendista Stregone.

Passavo più tempo a fingere di giocare con le palline e il foulard e la bacchetta che a imparare i trucchi. Anche perché alcuni erano davvero ingenui, come la scatola magica (quella rossa con la picca nera) col doppio fondo:  quando la giravi il doppio fondo cascava e faceva rumore, svelando il trucco. Anzi, non c’era neanche necessità di svelarlo, lo spettatore lo intuiva da prima. Il brutto di voler mostrare i propri giochi agli adulti: devono rovinare sempre la magia (è il caso di dirlo) di tutto.

Eppure per un breve periodo sono stato convinto che nella vita avrei fatto il mago (tra le altre 1000 cose che avrei voluto fare). Ma non un mago da strapazzo di quelli che leggono le carte (sì…le carte da centomila che si facevano dare dai clienti…), ma un grande illusionista. E sottolineo grande, perché non ha senso immaginare di diventare qualcuno se questo qualcuno non è grande, no?

Comunque delle magie le so fare. Ad esempio:

  • far sparire velocemente del cibo dal piatto come un pitone fa con la preda
  • far morire una discussione e riportarla in vita
  • far calare il gelo
  • cambiare colore dall’imbarazzo
  • parlare con i gatti, infatti quando imito il loro miagolìo loro mi rispondono (magari dicendo Che gatto sfotti, imbecille?)
  • faccio spegnere i lampioni quando ci passo sotto

Mica male, no? E voi che magie fate?

Me lo direte dopo. Adesso sparisco:

Discutere del sesso degli angeli e chiedersi se sia prematrimoniale

Amore e Psiche, Antonio Canova

Ho notato che ovunque tu ti muova, in qualsiasi ambiente, condizione climatica, latitudine, troverai sempre qualcuno disposto a cooptarti. E avviene maggiormente nel caso tu sia un uomo libero.

La Dichiarazione universale dei diritti umani afferma che Tutti gli esseri umani nascono liberi (ONU, 10 dicembre 1948).

Bugia.

Nasci in una famiglia che in qualche modo ti indirizzerà – in buona fede perché non credo una famiglia voglia il male di un figlio (beninteso parliamo di famiglie sane) – o ti fornirà un bagaglio di conoscenze, opinioni, credenze.

È solo in seguito, a mio avviso, che l’individuo si affranca e potrà inseguire la libertà.

Bene, nel momento in cui ti poni come sfera libera che vaga in un modo di tante palline di un colore o di un altro che girano su sé stesse (e quanto girano queste palline!), prima o poi si incontra qualcuno che vorrà portarti nel proprio gruppo di sfere.

Nella vita mi hanno invitato:
– ad andare in una chiesa (più volte)
– a frequentare un gruppo parrocchiale
– a frequentare un circolo politico
– a frequentare la sede di un movimento
– a frequentare un’associazione di cucina etico-bio-vegan-slow-déjeuner sur l’herbe

E tutte le volte mi chiedo perché proprio io e perché si comportino con me come degli assicuratori che vengono a sapere che tu non hai una polizza sulla vita, guardandoti come Wile Coyote guarda Beep Beep.

L’ultima cosa mi è successa ieri, al master: a fine lezione, dopo che il medico di MSF, divagando, ci aveva parlato dell’importanza dell’attività fisica per la salute e la prevenzione di alcune patologie, W. parlando con me mi ha invitato ad andare con lui in palestra. Convintissimo, mi ha detto che può studiarmi un programma d’allenamento su misura.

Va bene che ho il fisico da lanciatore di coriandoli (categoria pesi medi/welter se taglio la barba. Purtroppo il Comitato Olimpico Internazionale non ci ammette ai Giochi), ma non capisco perché avesse tanta voglia di cooptare proprio me.

È simpatico W.
Viene dalla Palestina e mi piace fermarmi a parlare con lui a fine lezione (tranne quando vuol iscrivermi alla palestra). Mi racconta delle differenze culturali esistenti tra i nostri diversi Paesi, come ad esempio la concezione che hanno da lui riguardo le relazioni sentimentali e il sesso. Premesso che in Palestina sono laici, c’è comunque una morale religiosa abbastanza presente. Mi racconta che alle donne lì non interessa stare con tanti uomini, cercano l’uomo della loro vita e uno solo quindi basta loro. E per il sesso c’è il matrimonio.

Che sia condivisibile o meno, è una cultura. E non credo si possa giudicarla stando immersi in un’altra realtà. Chiedersi se alle donne (ma anche agli uomini) interessi realmente una sola persona nella vita per libera scelta personale* o invece per influenza culturale sull’individuo dalla sua nascita sino alla maggiore età, è una discussione oziosa a mio avviso. Come parlare del sesso degli angeli, di cui non si sa niente e infatti sono anni che su youporn cerco “sesso tra angeli” ma non trovo mai nulla di attinente.
*Quando parlo di scelta libera non mi riferisco banalmente alla sola assenza di costrizioni fisiche, ma anche a un pensiero per l’appunto non influenzato da morali, opinioni, credenze esterne. Ma del resto, chi non è influenzato dall’ambiente in cui vive, da ciò che ascolta, legge, impara? Esiste la scelta realmente libera? Se adottiamo un approccio da empiristi radicali, possiamo affermare che tutto il nostro pensiero venga plasmato dall’esperienza sensibile.

Del resto credo che un po’ tutti vorrebbero la persona della loro vita, poi c’è chi la trova e chi ne trova sempre di sbagliate.
Come si fa a sapere quindi quando una persona è quella giusta? Altra domanda inutile.

A proposito di sessi e differenze di impostazioni mentali, vorrei concludere parlando di un fenomeno che sto riscontrando e che mi sembra peculiare tra le donne: il non saper distinguere la destra e la sinistra. Questa mattina ho avuto l’ultima prova, dopo essermi imbattuto in diversi casi simili. Sono tornato giù a Napoli tramite Blablacar (che da quando lo sto utilizzando rappresenta la svolta definitiva) e la conducente, una ragazza simpatica ma un po’ svampita (difatti era una nanerottola, ciò rafforza la tesi che enunciavo qui secondo la quale le nane siano tutte svampite!), aveva difficoltà con la destra e la sinistra e non solo come direzioni: mi ha detto che confonde anche le scarpe quando va a comprarle e deve provarle!

La mia domanda è: il confondere destra e sinistra è una condizione comune tra le donne? Se sì, perché?

Prossimamente su Rieducational Channel.

Noi e quella gran bella troika

Era il 1994 e giocavo a Tetris su una copia cinese del Nintendo 8 bit, di quelle che dichiarano sulla confezione di avere 8000 giochi precaricati. In realtà di titoli ne avranno avuti si e no una 15ina, il resto erano tutti livelli e scenari appartenenti agli stessi giochi.

Per anni troika per ma ha voluto dire questa musica

A quel tempo a scuola le maestre ci facevano scrivere temi sulla guerra in Jugoslavia, le carte geografiche appese ai muri dell’aula riportavano ancora l’Unione Sovietica e le due Germanie, Roberto Baggio era il più forte calciatore del mondo ma per alcuni lo è stato fino al giorno prima di un calcio di rigore a Pasadena, Berlusconi dava inizio al proprio personale ventennio, Ilaria Alpi e don Peppe Diana morivano in due zone di guerra diverse. Moriva anche Kurt Cobain ma io all’epoca non lo conoscevo.

Avevo un quadernone giallo che nella quarta di copertina ricordava che in quell’anno si sarebbero tenute le elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo. Ancora oggi mi domando il perché e il percome di quella pubblicità istituzionale su di un quaderno.

In quell’anno, da marzo fino a fine maggio fummo costretti a frequentare un altro plesso scolastico nel turno pomeridiano, perché la nostra scuola era preda di un’invasione di zecche.

Sotto accusa finirono, nell’ordine: il circo coi suoi animali che stazionava proprio dietro lo stabile; il campo incolto e abbandonato sempre dietro l’area della scuola, terreno ideale per la riproduzione di insetti e acari; la custode che faceva dormire i propri cani nel sottoscala.

La custode si chiamava Italia. Era una signora sulla cinquantina dal volto arcigno e l’aria perennemente infastidita. O forse era il monociglio dell’arcata sopraccigliare a incattivirle il volto. Aveva qualcosa di somigliante a Nixon, ovviamente questo l’avrei realizzato anni dopo. Le mie conoscenze politiche, a quel tempo, si limitavano a Cossiga e Andreotti, di cui io e il mio migliore amico ci eravamo specializzati nell’imitazione.

Sarà stato il mio scarso senso patriottico, ma con Italia non andavo molto d’accordo.

Europa invece era un qualcosa di vago e indefinito, di cui però si parlava molto. Credo di averne letto anche su Topolino, che un tempo era molto attento all’attualità, basti pensare a quando nel 1992 fu pubblicata una storia a puntate intitolata “Ciao Minnotchka” che era una non tanto velata riproposizione della perestrojka in salsa topolinese.

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Io da adulto pensavo che sarei diventato un cittadino europeo, con tanto di documento d’identità blu a stelle dorate.

La maestra una volta durante l’ora di musica (un’ora a periodicità sporadica) ci fece ascoltare la nona sinfonia, o meglio, il quarto movimento con l’Ode alla gioia. Le parole (che non fanno parte dell’inno europeo) le ho imparate anni e anni dopo. A volte mi capita di canticchiarle al mattino mentre sono intento nelle mie abluzioni. O questo o le sigle dei cartoni animati.

“Alle Menschen werden Brüder” recita il testo a un certo punto, tutti gli uomini diventano fratelli. Vallo a spiegare Comune per Comune, dove ancora ci si guarda in cagnesco dal Medioevo e spesso non si è ben capito perché. Dalle mie parti, ma come credo in qualsiasi altra cittadina, si usa dire degli abitanti vicini che “sono diversi da noi”. Diversi in negativo, ovviamente. Perché sono
– ladri
– brutti
– cafoni
– traditori

in generale gente malamént o “brutta razza”, che dir si voglia.

Nel 1994 ricordo mancò poco che i nostri genitori non venissero alle mani con i genitori degli alunni della scuola che ci ospitava durante l’emergenza zecche. Perché “quelli di Fratelli Bandiera” erano “brutta gente”. Vorrei sottolineare che le due scuole erano distanti al massimo 200 metri in linea d’aria, separate da una statale che immagino fungesse quindi da Linea Gotica.

Una frontiera.
De Gasperi, Adenauer, Schuman: i padri fondatori dell’Europa erano uomini originari di terre di frontiera o di zone contese che hanno vissuto in prima linea la guerra. Dal locale al generale, all’internazionale. Come se io e un tale di quella scuola di Fratelli Bandiera stipulassimo un’alleanza sovrascolastica perché non vogliamo che i nostri figli si incontrino per strada e si prendano a sassate.

Oggi la troika non suona più ma le suona. Per gli extraterrestri che stessero in vacanza sulla Terra, per troika si intende il triumvirato finanziario composto da Commissione Europea, Fondo Monetario Internazionale e Banca Centrale Europea. Quest’ultima dirige le zecche nazionali.

Quindi abbiamo scoperto chi c’era dietro all’invasione del 1994 nella mia scuola.

Nessuna Merkel è stata maltrattata se non a parole per questo post.
Per la produzione di queste righe sono stati macellati dei Draghi provenienti da allevamenti certificati delle terre d’Hollande.