Non è che una sirena non possa essere in gamba

Qualche anno fa sono andato da una terapista per risolvere qualche problema di stress e sfoghi di insofferenza, culminati in un episodio in cui mandai a quel paese una collega davanti a tutti facendole gonfiare una vena in fronte e donandole un colorito tra il rosso carminio e il rosso vermiglione che mal si intonava oltretutto con le pareti dell’ufficio.

La terapia consisteva in gran parte di esercizi di rilassamento e respirazione. Avevo appositamente cercato questo tipo di approccio ma, non conoscendo la specialista da contattare, avevo anche fatto delle ricerche online su di lei.

Ho l’abitudine infatti di profilare le persone: ormai su internet si trova traccia di tutti. Lo faccio soprattutto quando devo affrontare un colloquio, per capire chi sia il selezionatore che ho di fronte. Del resto credo a loro volta i selezionatori facciano così coi candidati.

In questo caso, dicevo lo feci con la dottoressa. Una cosa mi colpì: aveva un maltese bianco cui aveva scattato delle foto facendogli indossare un cappottino a coda di sirena. Avete letto bene: il cagnolino era infilato in una coda di sirena di lana.

Nonostante questa aberrazione decisi comunque di affidarmi alle sue terapie perché non sono un tipo superficiale che giudica da questi dettagli.

Andammo avanti qualche mese, poi mi trasferii a Roma e non ebbi modo più di frequentarla. Devo dire comunque che gli esercizi di rilassamento e respirazione mi giovavano.

Qualche giorno fa mi sono ritrovato a pensare a lei; i social a volte forniscono suggerimenti di amicizie e contatti, andando a pescare nel proprio storico di ricerche, sul proprio numero di telefono, insomma in tutti gli ambiti in cui possono ficcare il naso.

Mi è capitato davanti tra i suggerimenti il suo profilo Instagram: l’ho guardato un po’ per vedere come avesse conciato il cane, ho visto che invece ha avuto una bambina. Una bambina in cui, in una foto, aveva infilato una coda da sirena di lana.

Spero non la stessa del cane. Più che altro, perché questa fissazione con la coda delle sirene? Se la Sirenetta voleva un paio di gambe ci sarà un perché.

Si desidera sempre ciò che non si ha e che risulta inusitato nel proprio contesto: l’altro giorno leggevo che in Oriente sono in aumento esponenziale i casi di blefaroplastica per avere gli occhi all’occidentale.

Rimanendo sempre in Oriente e parlando di differenze, è un dato che le donne asiatiche abbiano meno peli rispetto alle Occidentali, soprattutto quelle mediterranee. Laddove da noi ripulire il cespuglio è molto diffuso, in Giappone invece lasciarlo crescere o fingere di averne uno rigoglioso (esistono parrucche pubiche per questo) è invece visto come molto femminile ed eccitante.

Quindi la Sirenetta si fa crescere le gambe perché nel suo contesto è trendy: ma anche al suo pesce-cane da compagnia avrà fatto lo stesso? E la sua terapista che ne pensa? E la Sirenetta essendo danese che tipo di cespuglio avrà?

Domande che non avranno mai risposta.

Annunci

Non è ascolti barzellette durante il prelievo perché il riso fa buon sangue

Negli ultimi giorni mi sono fatto delle analisi perché sospettavano avessi un’appendicite (SPOILER: non ce l’ho). È un po’ inusuale e buffo farsela venire da adulti ma è la conferma di quanto io sia giovane dentro. Il giorno che esteriormente mi vedrò vecchio mi rivolterò il dentro in fuori come con una vecchia giacca.

Durante il prelievo per l’emocromo sono svenuto. Mai successo in vita mia. Né ai prelievi, né quando da ragazzino mi ruppi il braccio e l’ortopedico mi rimise in sede l’osso. C’è sempre una prima volta.

L’infermiere infila l’ago, apre la farfalla, il sangue scorre nel tubicino ma non entra nella provetta. Toglie l’ago, lo rimette, scuote il tubicino. Niente, la provetta resta vuota. Muove. Idem come sopra.

«Fa’ niente, facciamo coi vecchi metodi» e tira fuori la siringa tradizionale.

Infila nell’altro braccio la siringa, comincia a tirare, il sangue fluisce e…e poi mi sveglio a terra con l’infermiere che sta tentando di rubarmi le scarpe. Lo guardo malissimo.

«Non si ricorda…» esclama.

Poi realizzo di esser svenuto e che mi stava tirando su le gambe.

In effetti non ricordo cosa sia successo. Mentre ero privo di sensi, però, ricordo di aver sognato. O forse erano delle visioni, non so. Fatto sta che ho visto delle cose.

Ho guardato un telegiornale del 2030. I titoli erano questi:

– Il Presidente della Repubblica Casaleggio Jr ha firmato il decreto che istituisce la pranoterapia di occupazione: inoccupati e disoccupati troveranno lavoro grazie alla semplice imposizione delle mani nei Centri per l’Impiego Mago Otelma. La leader di Bomberismo e Libertà, Diletta Leotta, critica verso il provvedimento, annuncia per domani uno sciopero Instagram dalle 17 alle 17:10.
– Berlusconi pronto a una nuova discesa in campo a 94 anni «Per il bene del Paese», ha dichiarato dopo una barzelletta spinta. L’ISIS rivendica.
– Dramma della gelosia nel Quadriveneto Indipendente: uomo uccide a pugni e calci la propria amante straniera e la moglie tenta il suicidio per la disperazione. «Una volta picchiava sempre me per prima», ha detto in lacrime prima di gettarsi da un marciapiede. Dura condanna dal Ministro per la Famiglia Jerry Calà. Matteo Salvini ha mostrato la diretta del suo intervento di bendaggio gastrico commentando con «Prima le italiane» e poi ha ingerito il suo ultimo Mac Burger.
– Scoperto un nuovo vaccino contro l’Alzheimer. Sconcerto nel Consiglio Superiore di Sanità: «Pensavamo di aver debellato la piaga dei vaccini». L’ISIS ha rivendicato.
– Arriva dal Giappone la nuova pericolosa tendenza virale che non piace ai genitori: adolescenti si filmano in streaming mentre si amputano il pene. Commenteremo con un esperto dell’ISIS in studio.
– Vasco Rossi annuncia un nuovo tour e prepara delle novità: proverà a utilizzare altre vocali. L’ISIS ha rivendicato.
– In arrivo nei cinema Rocky X-Funerale di un vecchio campione. I critici commentano «Un finale imprevedibile». Non ci sono al momento dichiarazioni dell’ISIS.
– Sport: la Juventus festeggia con 5 mesi di anticipo il 46° scudetto, il 19° consecutivo. L’ISIS giura di non averci a che fare.

Poi non ricordo altro. Non so se il mio fosse solo un delirio onirico, la percezione che ho avuto è che questa visione fosse esterna a me, come se qualcuno volesse comunicarmi qualcosa. Ma non voglio autoconvincermi, quindi lascio ai lettori ogni giudizio.

Non è che il filosofo si dà al bricolage e ragiona sul senso della vite

Erano due operai IKEA che stavano in modo alacre montando delle scaffalature FIJØDENÅMI o KITEMMUÖ (non ricordo) nel negozio.
Erano due volontarie che gestiscono il negozio che osservavano i due operai lavorare in modo alacre.
Ero io che osservavo osservanti e osservati perché ci vuole sempre qualcuno che finge di comandare.


Hasta siempre comandante Che Gattara.

 


Il trucco per essere un buon comandante è sottolineare l’ovvio. Ad esempio uno sposta il mobile e tu esclami “Sì, ecco, esattamente, proprio là avevo pensato”.

Passa l’ausiliare della sosta che nota il furgone degli operati senza il tagliando.

– Scusi, ce ne andiamo via subito
– Eh ho capito ma qua io passo il segnalatore mi dice che la sosta non è stata pagata io non posso far finta di niente
– Ma noi stiamo lavorando
– Anche io sto lavorando
(Accorrono le volontarie) Scusate ma noi qui lavoriamo
– Eh ho capito ma anche io faccio il mio lavoro
(per non sentirmi da meno, intervengo) Anche io sto lavorando. Che facciamo?

Quindi si è creato questo stallo alla messicana che sarebbe continuato a lungo se non fosse scattata l’ora della pausa pranzo dell’ausiliare, perché va bene i rimorsi di coscienza del non fare il proprio lavoro ma i morsi della fame sono un pungolo migliore.

Lo capisco.
Quando ho fame non voglio sentir ragioni. A vedermi, col mio fisico da scioperante della fame in favore dei cormorani esausti, non si direbbe, ma per me il cibo è importante. Quando comincio a entrare in riserva energetica spengo le funzioni accessorie, come il mantenere il contatto visivo con le altre persone e il comunicare con loro articolando frasi di senso compiuto in una lingua comprensibile agli esseri umani.

Mi sono sempre sentito un soggetto strano per questo. Poi ricordo quando ero in Giappone una volta uno dei miei compagni di viaggio – tutte persone che avevo conosciuto in quell’occasione – ci mollò perché aveva fame, bestemmiando in toscano e continuando a farlo guardandoci di traverso mentre si allontanava.

Al che realizzai che puoi sentirti strano quanto vuoi ma alla fine qualcuno di più strano sempre apparirà. Magari anche sotto forma di ausiliare della sosta.

Non è che serva un compositore per una sigla sindacale

Ho un cuscino all’aloe.

Ho un cuscino all’aloe e non lo sapevo. Me ne serviva soltanto uno che mi facesse dormire più comodo.

Ho sempre pensato che a forza di infilare aloe e ginseng ovunque come panacee di qualsiasi problema, della gastrite all’alluce valgo, alla fine ce li saremmo ritrovati anche nel letto. Ecco fatto.

Viviamo in tempi orribili. Ero a Milano e ho visto una paninoteca che serviva sandwich all’avocado e mango. Va contro ogni logica mettere frutta in panino. Ma io sono un conservatore.

Eppure quando parlo con i nostalgici dei tempi andati (che per inciso, questi bei tempi andati non sono altro che gli anni ’80-’90) penso alla fine che oggi tutto sommato non ce la passiamo mica tanto male.

Se siete tra quelli che pensano invece che questi anni per la cultura la musica il disegno tecnico siano il peggio e che tutto fosse meglio una volta, penso che ve la stiate vivendo male.


Detto da uno che i concerti che di recente ha visto sono di gruppi nati negli anni ’90 o ’80.


È ora di finirla con questo nostalgismo drammatico alimentato da vecchie sigle dei cartoni animati e mandato giù con il succo di frutta Mangiaebevi; la maggior parte delle cose che si rimpiangono erano come una cascata di prosciutto su un buffet al matrimonio del cugino Sampirisio: volgarmente kitsch e da vergognarsi di esserci.

26168996_1678378582223227_3004515198527457667_n

L’altra sera parlavo con degli amici e ricordavamo i tempi in cui avevamo un Walkman. Un altro orrore di quegli anni: la stanghetta di ferro delle cuffie ti faceva un male cane, senza contare i capelli che vi si impigliavano dentro e che ti strappava via ogni volta che la rimuovevi. Quell’affare inoltre pesava un accidente ed era scomodissimo da portare in giro: in tasca non entrava, se lo appendevi alla cintura o ti faceva cascare i pantaloni o cascava lui perché il fermaglio era una merda. Ah poi quando riavvolgevi il nastro con la BIC…Eh, che gran divertimento!

Parlando di penne, un altro incubo erano quelle a inchiostro cancellabile con la gommina presente sul tappo. Peccato che cancellassi prima tu il tutto con la mano: la cosa strana era che l’inchiostro veniva via dalla carta ma non dalla pelle, così trascorrevi l’anno scolastico di una bella tonalità blu Puffo perenne sul taglio della mano.

Gli Uniposca. Li odiavo perché non ne ho mai avuto uno, visto che costavano un botto di soldi e per quello che dovevi farci – gli scarabocchi sul banco – per i miei genitori bastava un anonimo pennarello comprato in saldo in stock da 50 all’hard discount.

Una volta, ero alle medie, la ragazzina che mi piaceva mi chiese un pennarello:
– Ma è Uniposca?
– È un pennarello…

Mi guardò perplessa. Deve avermi giudicato un pària.

I cartoni animati sono stati la più grande fonte di rincoglionimento di massa dai tempi dell’invenzione del celibato ecclesiastico. La violenza emotiva della mia generazione passò attraverso:

– Tragedie familiari (Candy Candy)
– Tragedie storiche (Lady Oscar)
– Incubi post atomici (Ken il Guerriero)
– Violenza così de botto senza senso (L’uomo Tigre)

Perché gli anime, in Giappone, sono divisi per il target di riferimento: bambini, adolescenti, adulti, maschi, femmine. Le nostre reti invece buttavano tutto insieme nel pastone pomeridiano/preserale, salvo rimaneggiare le opere con doppiaggi improponibili e censure inopportune per render il tutto fruibile agli under 14.

Non parliamo della tortura musicale delle sigle di Cristina D’Avena: testi scritti da chi il cartone ovviamente non l’aveva mai visto e con una base degna della peggio eurodance italiana riarrangiata in chiave bottiglia di minerale sfiatata perché va bene i traumi emotivi ma che almeno gli spettatori non comincino a impasticcarsi prima del liceo.

FINE PRIMA PARTE

(Il che non vuol dire che ce ne sarà per forza una seconda)

Non è che l’albergatore abbia un fucile di precisione per fare il checkin

Il bello di passare i 30 è quello di non doversi più giustificare.  Arrivo al sabato sera che sono stanco e a mezzanotte spesso sono a letto. Delle volte me ne sto direttamente a casa perché tanto nei giorni precedenti son già uscito.

Non è che io mi ammazzi di fatica. Anzi, mi sembra di non far niente. Eppure in settimana per impegni vari dormo poco e il mio tempo se ne va via senza neanche salutarmi.

Come se non bastasse, ho preso l’impegno di dare un aiuto a un’amica che gestisce un B&b e che è partita per un mese per il Giappone. Durante il week-end mi occupo dei check-in, che dovrebbero essere a orari fissi come nella maggior parte delle strutture di questo mondo. Ma siccome la mia amica vuol esser il top di gamma, come diceva quel tale, accetta check-in a qualsiasi orario.

Per tal motivo mi ha dato le chiavi della sua stanza personale: se c’è qualcuno che arriva alle 23 è più comodo e umano che io mi fermi lì nel Bed&breakfast.

C’è però un fatto che mi ha lasciato molto deluso. Prima di andarsene, ha chiuso a chiave l’anta dell’armadio dove tiene la biancheria intima! Che malfidente! Dico io, dopo tanti anni che ci conosciamo!

In verità la prima cosa che ho fatto appena entrato in stanza è stato guardare dentro l’armadio. Perché mi fa sentire tranquillo: non riesco a stare in un posto senza sapere cosa c’è dietro delle ante.

Quando vado a vedere una casa in affitto, la prima cosa che faccio è ispezionare dentro i mobili.

Quando dormo in un albergo, per prima cosa della camera guardo l’armadio.

E non certo per cercare dell’intimo!

Non è che non puoi perderti nei pregiudizi solo perché sono luoghi comuni

Ci sono una serie di aneddoti o curiosità che tutti ritengono veri ma che in realtà non lo sono. Pochi sanno che nel non-vero c’è in realtà del vero ma non ve l’hanno mai raccontato bene.

Con questo post spero quindi di far luce una volta per tutto su quel che i poteri forti non vogliono sappiate.

– Usiamo soltanto il 10% del nostro cervello perché il restante 90% non serve: è design.

– In Giappone gli insegnanti non si inchinano all’Imperatore perché sono gli unici ad aver capito che lui è un gran burlone e ama fare lo scherzo della saponetta a chi si piega.

– I tori sono innervositi dal rosso perché sono automobilisti indisciplinati e vanno sempre di fretta.

– Non tutti i girasoli seguono il percorso del Sole nel cielo. Alcuni hanno scoperto le lampade abbronzanti.

– Le unghie continuano a crescere dopo morti perché ancora non ci sono estetisti che offrono servizio funebre.

– Svegliare un sonnambulo è pericoloso per la salute. Di chi lo sveglia.

– Il pesce fa bene alla memoria perché con quel che costa è difficile scordarsene.

– La memoria dei pesci rossi dura tre secondi, perciò non prestategli denaro.

– I pipistrelli sono ciechi ma solo per truffare l’INPS.

– Il camaleonte cambia colore per farsi gli autoscatti da mettere su Instagram coi filtri anticati.

– Buddha non era grasso ma un falso magro.

– Lady Godiva girò nuda a cavallo. Il cavallo non ne fu felice perché lei aveva le mestruazioni.

– Che nel Medioevo si indossassero cinture di castità e un’invenzione dei secoli successivi. In realtà si utilizzavano le bretelle di castità.

– Maria Antonietta invitò il popolo a mangiare brioche perché aveva un’industria dolciaria. Questo i politici non lo dicono???????

– D’Annunzio non si fece asportare due costole per praticare l’autofellatio ma per avere più spazio per il pranzo di Natale.

– Einstein andava male in matematica. In particolare quando doveva pagare la sua parte di conto al ristorante.

– La birra fa ingrassare. Le tasche dei birrai.

Non è che devi essere un rapinatore per fare colpo

È arrivato di nuovo quel periodo dell’anno. E io l’ho celebrato come al solito.

È uscito il nuovo film di Star Wars e sono andato a vederlo. Non mi dilungherò in recensioni, sarò anzi breve come Pipino detto il: questo film è merda. Anzi, è merda che caga merda. Merda seduta sul gabinetto che ne produce altra.

Pare che invece a tanta gente sia piaciuto tanto. Può voler dir tutto e niente il giudizio popolare, chiariamo. Rihanna ha venduto più dischi di Bob Dylan, figuriamoci.

Oppure la mia delusione sarà dovuta soltanto alla frustrazione nell’aspettarsi qualcosa che non si ripeterà mai più. Non ci sarà mai più un Impero che colpisce ancora. Il futuro non è altro che un tentativo di rileggere il passato. Il nostalgico cerca una realtà aderente a quella che ormai è solo una idea astratta.

Ho riflettuto sulle idee astratte in questi giorni in seguito a un episodio.

Due settimane fa durante una festa ho conosciuto una persona. Mio malgrado. A dirla tutta credo mi abbia teso un agguato. A inizio serata mi ha fatto:

– Ciao, tu sei?
– Gintoki. E tu saresti?
– Sono Clistera. Sono la sorella della festeggiata. Non mi hai vista ieri pomeriggio?
– No
– C’ero anche io
– Ah. No.

Sono simpatico come un sanpietrino.

Trascorsa un’ora o forse sessanta minuti in cui ho parlato a caso con persone a caso, Clistera, che avevo perso di vista, mi si è parata davanti, visibilmente alticcia:

– Senti però te la posso dire una cosa? Questa cosa della barba ha un po’ scocciato, insomma tutta questa moda e le camicie a quadri…cioè insomma dai…

Figurarsi se io possa aver voglia di conoscere qualcuno che esordisce in questo modo.

Figurarsi se io possa aver voglia di conoscere qualcuno in generale, in questo periodo. Mi trovo in una fase di pessimismo comico – non è un refuso, si tratta di una negatività tutta da ridere – in cui penso Ma tanto alla fine tutto ciò a che serve? Ah ah ah.

Clistera però mi ha trascinato in conversazione per svariate buone altre decine di minuti. Si rivelava una persona tutto sommato interessante e arguta. Poi ci siam salutati e pensavo di non rivederla più dato che ha residenza molto ben oltre la Linea Gotica.

Gli amici nei giorni successivi hanno cominciato a punzecchiarmi sostenendo che, in base a dei segnali che avevano colto, avevo fatto colpo. Io ero dubbioso. Non sono mai stato avvezzo a pensar a me stesso come uno che fa colpo. Mi ritengo certo mediamente nella media degli uomini medi come gradevolezza media, ma se mi dicono che faccio colpo rispondo con Chi, io? No forse ti sbagli, non ero io e poi si trattava solo di cene eleganti.

Ho comunque iniziato a riflettere su questa cosa e pensare che tutto sommato se fosse ricapitata mai l’occasione di interagire con costei avrei cercato di capirne un po’ di più.

Quando rifletto tendo sempre a configurarmi diversi scenari – con tanto di trama ed effetti speciali inclusi – in una scala di opzioni che va da Olocausto Nucleare a “Io sono Iron Man”.

Ieri sera ho rivisto Clistera. Scoprendo che da sobria è una persona non affatto così simpatica e piacevole – e a tratti anche noiosa – come da alticcia (e come nei miei scenari). E ha anche detto Io sono astemia. Bevo solo alle feste*.


* Pensavo fosse una presa in giro ma la sorella mi ha confermato che è astemia. A parte le feste, ovviamente.


È come dire Sono vegano, mangio carne solo alle grigliate. Sono juventino, tifo Napoli solo allo stadio. Non mi piace la figa, ci scopo perché c’è.


Quest’ultimo paragone forse è un po’ inesatto e inappropriato e me ne scuso se ho urtato la sensibilità di qualcuno. In realtà, contrariamente a ciò che si crede, agli uomini la figa non piace. Piace solo perché c’è, ma se non esistesse riuscirebbero a immaginarla? E la immaginerebbero a forma di figa come attualmente è? Io non credo. I giapponesi, che non sono stupidi, pixellano infatti le parti intime nei porno proprio per permettere allo spettatore di immaginare come meglio crede e proiettare su quei pixel la propria personale visione e liberarlo dalla schiavitù della figa.


Infatti il Giappone è il paese dove si fa meno sesso al mondo.


Il punto del mio disappunto è però un altro: in base a cosa questa persona potevo ritenere valesse la pena parlarci? Non la conoscevo affatto. L’immagine che ne avevo era una proiezione di una idea astratta che mi ero fatto nei giorni successivi il primo incontro.

Come mi succede con Star Wars. Al cinema io in realtà non vado a vedere Star Wars. Vado a cercare l’idea di quei tre episodi storici (IV, V e VI), che non rivedrò mai più e che a dirla tutta non erano neanche così perfetti.

Ne Il ritorno dello Jedi c’erano gli Ewok. Palle di pelo pulciose che ridicolizzano dei soldati imperiali. Non ci si rende conto appieno di quanto sia ridicola questa cosa perché si vede solo ciò che si vuol vedere.

Allora forse anche i miei ricordi del passato, di un’estate, di un inverno e di un’estate ancora fa con altre persone non sono altro che un vedere solo ciò che si vuol vedere.

Quindi ho deciso che non vedrò mai più Star Wars.

Tranne quando uscirà un nuovo film o quando in tv lo ritrasmetteranno o quando qualcuno mi inviterà a una maratona casalinga di film di Star Wars.

Non è che il pescivendolo per liberarsi della folla invochi lo sgombro

Vivo un conflitto interiore. Come felino sento di incarnare la perfezione. Come essere umano sono conscio che mi mancano ancora tante cose per realizzarmi.

Una di queste è riuscire a chiudere l’asse da stiro senza schiacciarmi le dita (l’asse da stiro batte dove il dito duole, si suol dire). C’ho rimesso più volte delle falangi. Non avendo più dita da schiacciare, ho iniziato con le arti marziali. Un calcio ben assestato alle gambe dell’asse e queste si piegano che è un piacere.


Può aiutare accompagnare il gesto atletico con qualche frase di intimidazione.


Un’altra cosa che non mi riesce è rifiutare con decisione. Mi dispiace deludere gli altri, quindi oppongo sempre strascicati e cortesi rifiuti: Mmmh no ti ringrazio. I più magari pensano che faccia complimenti o mi tragga indietro per imbarazzo. Quindi insistono. Molti altri semplicemente non ascoltano e insistono perché non sono abituati a sentirsi dire di no.

In Giappone costoro sarebbe considerati delle persone malvagie. Lì dato che non è gentile dir di no e deludere il prossimo, alle richieste non gradite le persone rispondono con un malcelato senso di imbarazzo aspettandosi che sia l’altra persona a comprendere che insistere è molto scortese. Pensate che vita d’inferno quando si incontrano due tizi che non vogliono fare una cosa e si vergognano a dirsi di no per non deludersi a vicenda. Ci sono persone sposate da trent’anni solo perché non sono mai riuscite a dirsi di odiarsi.


Forse questo però accade in tutto il mondo.


inchino

Infine, ciò che vorrei per me stesso è trovare una giusta collocazione.

Non nella vita. Intendo proprio una posizione fisica. Quando mi trovo in un luogo affollato, dovunque io mi piazzi cercando di non esser d’intralcio, spunta sempre qualcuno che deve passare proprio dove sto io. Questa cosa mi fa sentire d’ingombro.

Tranne ai concerti. Ai concerti è una cosa che invece mi caga proprio il cazzo. Domando scusa per la ripetizione della parola concerti. Quando mi trovo a un concerto all’estero, ho cominciato a dire alle persone che devono passare intraducibili espressioni di disprezzo e malaugurio in dialetti vari. Con un sorriso sulle labbra.

Lo so perché accade tutto ciò: essendo io refrattario al contatto fisico, tendo a crearmi bolle di spazio vitale intorno. Dove lo spazio c’è, la gente si vuol incuneare. Il mondo è tutta un’incuneata.

Non è che serva un genetista per controllare gli incroci

Mi hanno chiesto se fosse vero che a Napoli la circolazione stradale fosse un po’ borderline.

Ho risposto con una battuta arcinota, cioè che da noi il semaforo rosso non è un divieto ma un consiglio.

Qualche giorno fa guardavo uno spettacolo di Trevor Noah – comico sudafricano e conduttore del Daily Show -, e l’ho visto utilizzare la medesima battuta. Parlando delle differenze tra Stati Uniti e Africa ha detto “I semafori africani sono più un consiglio che un obbligo. Non dicono Stop!. È più uno Stop?“.


Lo spettacolo da cui è tratto è Afraid of the Dark, disponibile su Netflix.


È stato divertente trovare questa corrispondenza. Mi incuriosiscono sempre certi schemi comuni tra posti e realtà lontane.

In Giappone ad esempio smontano i templi e li rimontano da capo per le operazioni di manutenzione. Tu sei lì il giorno prima che saluti come sempre la volpe sacra fuori al tempio e il giorno dopo è sparita e cerchi invano il grappolo d’uva.

Anche in Italia facciamo così. Siamo però più furbi: lasciamo che terremoti e incuria facciano il lavoro sporco di buttar giù le cose per poterle poi ricostruire meglio.

È probabile che questa cosa che ho scritto non faccia ridere. In verità non deve: è un dato di fatto. Magari un dato estremizzato, perché come diceva l’agente della forestale “Fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce” e quindi una cosa negativa silenzia le altre positive che sono in circolazione.

Resta comunque la realtà.

La cosa dei semafori napoletani mi fa ridere perché non è la realtà.
Non ho mai visto qualcuno passare col rosso, perché saremo anche ladri truffatori bugiardi e sozzi e poco avvezzi alle regole ma non siamo delle pornostar.

Senza contare che attraversare col rosso può esporre a casi di morte e non tutti sono avvezzi ad assumere morte.

Quel che è vero invece è che il giallo invece di un invito a rallentare è un incitamento: Fai presto che sennò scatta il rosso!.

Dovrebbero far più battute sul giallo.

Sul tema di cose che fanno/non fanno/dovrebbero/non dovrebbero far ridere sento spesso molta confusione intorno la satira, anche in virtù di avvenimenti di stretta attualità.

Credo che per definir un qualcosa come satira si debba tener presente una regola fondamentale: deve essere contra potentes. La satira agisce dal basso verso l’alto, non viceversa. Altrimenti è bullismo, è soverchierìa. È quello che fanno decine di pagine facebook ai danni di categorie più deboli credendosi spiritosi.

L’altra connotazione della satira è che non deve necessariamente far ridere. Per farsi due risate spontanee basta l’uomo che entra in un caffè e fa Splash!. La satira dovrebbe invece far dire “Cavolo, è vero” prima che “Ah ah ah” (o “Oh oh oh” se siete Babbo Natale).

Purtroppo trovo che sia un discorso per pochi.

Se da una parte tutti ormai si sentono in diritto di offendersi e indignarsi – ho visto gente alterarsi per delle battute su Trump e Clinton. In Italia. Le persone si offendono, in Italia, per due politici (quindi potentes) d’oltreoceano – dall’altra lato tutti si sentono in diritto di offendere gli altri perché sennò si è accusati di esser tristi e buonisti.

A volte ho degli incubi riguardanti un futuro distopico, tra 20-30 anni, pensando a una generazione che studierà sui libri di Diego Fusaro, avrà fatto tornare in circolazione il tifo e il vaiolo, sceglierà il Presidente del Consiglio con un contest televisivo gestito da Favij e l’ologramma di Maria de Filippi e avrà come obbligo possedere la tessera di Sesso Droga e Pastorizia, pena il pubblico ludibrio.

Non è che con le temperature sottozero reciti aforismi per incrementare “le massime”

Dopo aver passato una settimana con le massime a -8, quando negli ultimi giorni le temperature sono risalite sino a +1/+2 ho iniziato ad avvertire caldo. Sul serio, a un certo punto ho creduto di sudare. In realtà stavo sudando freddo perché la neve caduta si era ghiacciata e camminarci su genera qualche apprensione.

L’inverno crea disagi. Se però parliamo sempre del disagio finiamo col vivere in uno stato di maggior disagio.

Vorrei elencare quindi una serie di motivi per cui vedere l’inverno con una diversa prospettiva:

  • Appena vi sedete apparirà un gatto sulla vostra pancia per tenere caldi i pasti nel vostro stomaco (si sa che il cibo freddo può far male all’intestino, il gatto, quindi, premuroso evita ciò).
  • Non fa caldo. E può sembrare un’ovvietà, ma salire le scale della metro e arrivare al lavoro senza sembrare che ti abbiano fatto un gavettone è una cosa positiva. Anche perché poi desidereresti sul serio un gavettone, ma nessuno te lo concede.
  • Si può bere la cioccolata calda. Nulla vieta di farlo in estate, solo che poi mi sa che si muore. Nel vero senso della parola, controllate sulla bustina di Ciobar e c’è scritto in caratteri minuscoli “Può causare morte se assunto d’estate”.
  • I telegiornali tormenteranno come sempre il pubblico parlando dei disagi causati dal clima, ma quantomeno non diranno di mangiare frutta e verdura come accade in estate.
  • I telegiornali non mostreranno gente coi piedi nelle fontane. Magari c’è chi pattina in una fontana, ma potete sempre sperare che poi cada e si rompa una gamba.
  • Sedersi sulla tazza ghiacciata di primo mattino aiuta a svegliarsi e arrivare scoglionati pimpanti al lavoro.

    A meno che non siate in Giappone e non abbiate la tazza con l’asse autoriscaldante.


  • Si beve volentieri alcool con la scusa di doversi riscaldare.

    In realtà è una leggenda metropolitana, la struttura dei nostri corpi non è adatta a essere riscaldata dall’alcool, ma questo non lo sappiamo e quindi voliamo lo stesso.


  • Il freddo favorisce la socialità e la gente si abbraccia in cerca di calore. Certo c’è poi una controindicazione che è quella dei piedi freddi sotto le lenzuola, ma è un effetto collaterale della socialità: siate grati di avere qualcuno sotto le lenzuola!
  • Nel tragitto dal supermercato a casa i surgelati non si scongelano e il cibo fresco non va a male. Una volta, a luglio, comprai delle banane verdi. Arrivai a casa dopo un quarto d’ora e le trovai nere.
  • Si può svuotare il frigo per pulirlo senza che il suo contenuto marcisca all’esterno.
  • Avendo più indumenti addosso si hanno anche più tasche per riporre le cose. Forse per una donna può essere irrilevante, ma per uomini senza borsa (al massimo uomini col borsello come cantavano gli Elio) è importante. D’estate è un dramma riporre chiavi, telefono e via dicendo. Una volta comprai dei bermuda senza tasche posteriori. Non sapevo dove mettere il portafoglio, se non nei boxer. Un’altra volta invece comprai dei bermuda monotasca: in pratica c’era un unico tascone che univa le due tasche laterali, correndo lungo il posteriore.

    Non so perché li comprai, in negozio sembravano belli: è quell’incantesimo che porta a credere belli i vestiti visti in negozio mentre poi a casa si trasformano in una zucca trainata da ratti.


    Una volta indossati, misi le chiavi in tasca e quando andai a sedermi me le trovai nel didietro e fu lì che persi la verginità. In inverno non sarebbe successo perché avrei avuto altre tasche a disposizione.

Spero questa breve lista possa aiutare a rivalutare l’inverno. Altrimenti potete sempre stamparla e darle fuoco e sarà stata comunque utile per alleviare il disagio.

Un gatto delle nevi mentre compie il proprio lavoro di scavo della neve

Un gatto delle nevi mentre compie il proprio lavoro di scavo della neve

Non è che l’ottico si presenti con un biglietto da vista

Oggi è stato un giorno importante.

Ho ricevuto i miei primi biglietti da visita.

La compagnia sta finanziariamente naufragando, però ora tutti noi dipendenti abbiamo dei biglietti da visita per mostrare che siamo pronti per il mondo del business. È come quando mi dissero – non so se sia vero – che una banca per cui avevo fatto un colloquio teneva ciclicamente sessioni di recruitment senza poi assumere quasi mai nessuno: serviva per mostrare all’esterno che il gruppo fosse in fase di crescita.


Considerando come se la passano oggi alcuni istituti bancari credo che questo trucco non reggerebbe più.


Avere un biglietto da visita personale mi fa sentire finalmente adulto.
Può sembrare una cosa da poco. Oggigiorno ormai chiunque può stampare un biglietto da visita alle macchinette del centro commerciale e scriverci su Hardware Customer Engineer, cioè che in pratica modifica le console dei videogiochi.

Dove è noto che il biglietto da visita sia un qualcosa che rasenta la sacralità, è in Giappone. Esiste infatti un insieme di rituali intorno al pezzetto di carta, che ha un grande valore: difatti si dice in Giappone che senza il pezzetto di carta non vai da nessuna parte.

La cosa non dovrebbe sorprendere, la vita intera di un giapponese è costellata di rituali. Dategli un’azione comune come mondare una cipolla e un giapponese la trasformerà in un rituale, perché magari mondare la cipolla è una metafora sul ripulire l’anima dalle impurità eccetera. In Giappone tale arte si chiama Soffuritto. Il Soffuritto è la base di partenza per il Ra Gu, altro sacro rituale di cui parlerò un’altra volta.

Il biglietto da visita in Giappone va consegnato tenendolo con due mani, rivolto verso il ricevente, in modo che gli sia immediatamente leggibile. Il gesto va accompagnato con un leggero inchino. Anche sugli inchini c’è tutto un galateo di rituali che eviterei di spiegare.


Per cortesia, comunque, non raccontate più in giro la storia che in Giappone gli insegnanti sono gli unici che non devono inchinarsi davanti all’imperatore. È suggestiva, ma è prima di alcun fondamento.


Chi lo riceve lo prenderà con entrambe le mani e lo leggerà con attenzione. Leggere con attenzione vuol dire che non basta notare che sopra c’è scritto Gintoki il Gatto – Esperto felino, ma bisogna soffermarvisi e ponderare la cosa, come a dire “Caspita, costui è Gintoki il Gatto – Esperto felino!”.

Un po’ come quando qualcuno appena conosciuto vi parla con trasporto ed entusiasmo delle sue occupazioni e voi annuite fingendo sorpresa e ammirazione: Ma non mi dire, collezioni statuine di cercopitechi in scala 1:10!.

La prossima volta che, quindi, qualcuno vi darà un biglietto da visita, ricordatevi queste indicazioni. Potrei essere io, magari!

Non è che se fai il corriere ti imbarazzi se ti guardano il pacco

Tutti meritano che qualcuno li attenda con trepidazione come si attende una consegna da Amazon (Pablo Neruda).

Ci sono molte cose che mi infastidiscono.
Sentire sui mezzi pubblici l’alito altrui, in particolare di quelli che, pur tenendo la bocca chiusa, lo emettono dal naso.
Le linguette a strappo per aprire le confezioni alimentari, che ti restano in mano oppure che tirano via solo una striscia.
I sassi che si incastrano nella suola degli anfibi.

Inoltre mi irritano i ficcanaso.

Ogni volta che in ditta qui arriva un pacco per qualcuno, parte il pellegrinaggio in ossequio alla Ingenua Curiosità per vedere cosa l’altro ha acquistato.

Oggi è stato consegnato un pacco per CR, ritirato da me in quanto lei è via per un paio di giorni. Qualcuno si affacciava, ne soppesava con lo sguardo le dimensioni. Poi è arrivato Mitja, ribattezzato Minchia, che, tutto giocoso, ha cominciato a fare “Ma cosa ci sarà qui dentro? Zac zac verrebbe voglia di tagliare via lo scotch e vedere”.

C’è un carico di cazzi tuoi, se vuoi farteli.
È quel che avrei voluto rispondere.

Dopo è arrivato anche un pacco che aspettavo da Amazon.
L’ho ritirato e sono tornato nella mia stanzetta. Dall’altra parte ho sentito Aranka Mekkanica che mi chiedeva “Cos’hai comprato?”. Io ho fatto finta di non aver sentito. Lei allora ha fatto capolino dalla porta per ripetere la domanda: io ero però chino sulla scrivania concentrato sul lavoro e lei ha ritenuto di non dovermi disturbare.

In realtà stavo contemplando la mia lista della spesa, ma lei non poteva vederlo.

Una persona sarà libera di godersi il proprio pacco senza che gli altri vi mettano il naso, spero.
Insomma, se avessi acquistato una vagina portatile autovibrante dal Giappone dovrei invitare tutti in ufficio ad ammirarla?


No, non ho acquistato una vagina portatile autovibrante dal Giappone, ma un semplice telefono. Che è autovibrante, va detto.


A tal proposito tra i rimpianti che ho del mio viaggio in Giappone – ormai tre anni fa – c’è quello di non aver approfondito abbastanza il mondo della perversione in quel Paese. Dal punto di vista di un osservatore curioso di tutto ciò che è folkloristico, lo dico senza ironia o battute.

Immaginate un popolo che, probabilmente più di tutti gli altri nel mondo, diventa sempre più asessuale.
Salvo poi rinchiudersi nelle proprie case a godersi pornografia – un mercato lì sviluppatissimo – e giochi per la solitudine.

Ciò che ricordo che mi colpì fu una sorta di pistolone aspiratutto che una volta vidi in vetrina in un negozio che vendeva di tutto, dall’elettronica (al primo piano) ai manga erotici (al secondo). Il funzionamento credo fosse semplice, il gaudente solitario vi infila all’interno il membro e poi…non lo so, il mio shock alla vista di tale attrezzo è stato tale che per me lo maciulla e lo riduce in una poltiglia liquida e il pistolone dopo si può usare come Super Liquidator.

Perché del proprio pacco si fa ciò che si vuole, e più non dimandare!, come disse Virgilio mentre firmava la ricevuta al corriere.