Non è che nel Signore degli Anelli l’essenziale sia invisibile agli orchi

Oggi il Capo ci ha comunicato che a breve la società cambierà nome. Decisione della nostra consorella di Bruxelles.

Anche se più che sorella maggiore, per potere e dimensioni sembra una suocera.

Dovremmo assumere quindi il nome del gruppo di cui facciamo parte (Pinco Pallino) + Central Europe. A meno di non avere altre proposte di denominazione.

Al che mi sono alzato (metaforicamente perché sono rimasto seduto) e ho detto che, sì, suonerebbe più internazionale ma finirebbe per far smarrire identità alla società. Sarebbe forse meglio un qualcosa come Pinco Pallino Hungary oppure Pinco Pallino Budapest.

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È sempre positivo con gli ungheresi far leva su questioni come l’identità e l’orgoglio, ovviamente esaltandoli. Ad esempio, per guadagnare la loro stima puoi parlare di calcio citando la squadra storica (non è che poi il panorama calcistico nazionale offra altri esempi), l’Aranycsapat (“la Squadra d’Oro), cioè l’Ungheria degli anni ’50 che arrivò a giocarsi un Mondiale con la Germania. Acquisterai punti ai loro occhi.

Da questo punto di vista ci sarà molta attesa per i prossimi Europei di calcio, dove la squadra nazionale si è qualificata dopo anni. Vorrò essere altrove in quei giorni perché ho sempre remore a dire agli altri che non me ne importa nulla del loro entusiasmo e non me ne sento partecipe.


So fingere tante cose (tra cui anche orgasmi ma questa storia la riservo per momenti peggiori) ma l’entusiasmo non rientra tra le cose su cui riesco a recitare.


Come quella volta che arrivai a Londra il giorno della finale di Wimbledon tra Murray (idolo di casa seppur scozzese: gli inglesi storicamente si son sempre presi ciò che gli serviva) e Federer nel 2012.

La tizia che mi mostrò la stanza ci tenne a farmi presente che il televisore era funzionante e riceveva tutti i canali, in particolare quello che avrebbe trasmesso l’incontro.
– Perché, sai, oggi c’è la finale di Wimbledon, alle 16 (orario inventato perché non lo ricordo).
– Ah, sì, certo, la finale. Dissi io.

Il pomeriggio ovviamente me ne sono andato in giro perché non ero affatto interessato alla finale di Wimbledon.


NOTA 1
Non riesco a farmi piacere il tennis.
Ho un problema con uno sport dove è previsto il silenzio. Per me lo sport deve essere rumoroso, perché se non puoi fare rumore non so come ci si possa divertire.


NOTA 2
È lo stesso principio che seguivo per le feste alle scuole elementari. Non vedevo il perché andarci se non per fare casino.


NOTA 3
Poi arrivò la dannata festa delle medie (cit.) e cambiò tutto, ma su questo argomento c’è già una esauriente letteratura.


Insomma, col mio discorso sull’orgoglio identitario del nome li ho colpiti. O almeno ne sono convinto ma non ne sono certo perché non li guardavo in volto mentre parlavo.

Ho l’abitudine, quando dico qualcosa di serio, di fissare un punto a medio-bassa altezza davanti a me e tenerlo lì inquadrato, muovendo anche le mani come Alberto Angela intorno a qualcosa che vedo soltanto io.

È il discorso. È lì, prende forma mentre esce dalla mia bocca. Lo plasmo con le mani. Lo vedete?, penso mentre parlo. Poi alzo gli occhi e mi accorgo che gli altri non hanno visto un bel niente e credo non mi abbiano dato molto retta. Faccio discorsi invisibili seppur – credo – interessanti. È proprio vero che l’essenziale è invisibile agli occhi, come disse Galileo Galilei prima di inventare la fotocamera digitale.

Non parlo comunque sempre in questo modo. Fissando punti inesistenti davanti a me, intendo.

Ad esempio, Ti amo l’ho sempre detto guardando negli occhi.
Non è per quella convinzione che si è sinceri solo se ci si guarda negli occhi e se distogli lo sguardo allora significa che eccetera. Trappole da mentalisti.

Semplicemente, anche in quel caso sto seguendo un discorso. Negli occhi dell’altra persona. Come se ci fosse un “gobbo” che regge il cartello con scritto “Ti amo” celato nell’iride altrui.

Perché secondo me l’amore non è un qualcosa che nasce dal di dentro. Non del tutto, almeno. L’amore è lì fuori, prende corpo nelle altre persone. Lo andiamo semplicemente a cercare per riacquisirne il contatto. Come si spiegherebbe che si possa pensare a persone lontane centinaia e centinaia di chilometri se non con il fatto che hanno un qualcosa di nostro dentro di loro e che noi rivogliamo.

A volte c’è chi poi esagera e trova amori troppo facilmente e di continuo. Secondo me costui/costei o si è spezzettato/a troppo o vede amori altrui come se fossero i propri e allora lì è un problema perché non c’è mai amore per tutti.


È un discorso molto da libro di Moccia, ne convengo. “Amore è abbassare la tavoletta del water”, da venerdì in tutti gli Autogrill in promozione con “50 sfumature di Topo Gigio”.


La questione dei nomi è comunque intrigante.

Ho scoperto che nel nostro stabile al piano interrato prolifica una società hipster.
Prima scoperta è che quindi gli hipster sono qui più diffusi di quanto pensassi e si radunano insieme, seppur nei seminterrati.

La seconda scoperta è che questi hipster sono quelli di BP Shop, linea di abbigliamento marchiato Budapest: loro cavallo di battaglia è lo slogan Buda Fucking Pest.

Geniale, non c’è che dire. Avere successo è trovare il nome giusto e diffonderlo in giro.

La prima impressione che avevo di loro si ricollegava a una battuta di Bart Simpson: Guardatemi, sono un laureato, ho guadagnato 600 dollari l’anno scorso!

Poi ho scoperto che in realtà i loro affari vanno abbastanza alla grande e allora forse Bart Simpson si addice più a me. 

E quindi il tutto sta nel farsi un nome ed essere visibili.

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Non è che esser pignoli sulla barba voglia dire cercare il pelo nell’uomo

Ho forse male giudicato la CC.
Quando ci presentammo, mentre le spiegavo che lavoro io facessi credevo mi guardasse con l’aria da “Aspetta che mo me segno che nun me ne frega un cazzo”.

In realtà credo non comprendesse proprio di cosa stessi parlando.
Non per difficoltà linguistiche, per quanto in inglese io mi esprima come un libro strappato, ma per dei buchi conoscitivi che credo siano presenti in lei.

Zone buie in ambito storico-geografico-geopolitico.

Ne ho avuto la prova ieri, dopo alcuni sentori nei giorni precedenti, quando all’improvviso mi ha chiesto se io fossi mai stato in Polonia.


Mi ha spiegato dopo il motivo: le hanno proposto uno stage lì. Sulle prime pensavo fosse una domanda come convenevole. Quale è il tuo colore preferito? Ti piacciono i cani o i gatti? Sei mai stato in Polonia?


Io le ho risposto che mi piacerebbe andarci. Anche perché con i viaggi precedenti ho quasi esaurito tutta l’Europa occidentale.


Beninteso, non è che basti vedere una capitale per dire di aver visitato un Paese. Però, dato che non si viaggia all’estero spesso, non è che se un anno vado in Germania poi ci ritorno subito l’anno successivo.


E poi vorrei visitare Auschwitz, ho aggiunto.

Al che la sua reazione è stata assumere l’espressione della mucca che osserva passare il treno.

– You know…The concentration camp…
Scuote la testa
– …where the Jews were interned…
Scuote la testa e rifà l’espressione della mucca ecc ecc.

A parte questo, mi ci trovo bene. È una ragazza tranquilla e gentile. Non rompe, non lascia spazzatura in giro. Oggi mi ha chiesto addirittura il permesso per poter ascoltare musica senza le cuffie. Così ho avuto un assaggio di musica cinese, che mi ricordava quella neomelodica napoletana.

Certo, rutta dopo mangiato e tira tutto il giorno su col naso e si gratta le ascelle davanti a te come un orango, ma ognuno ha le proprie abitudini.

Forse comunque è anche troppo calma. Ho già raccontato che vive di aria, a parte qualche frugale merenda. Forse aspetta che qualche volta cucini per lei: mi ha detto più volte “Aò, so che gli uomini italiani sono bravi cuochi”. E ogni volta che accendo una pentola mi fa “Stai a cucinà? Fa’ vede’, me piace guardà la gente che spignatta a li fornelli”.

Dato che non raccolgo queste sottili allusioni, prova forse a prendermi con le buone. Mi fa spesso dei complimenti, se possiamo intenderli come tali.

Un giorno mi ha visto con gli occhiali e mi ha chiesto perché non li portassi sempre. Io ho risposto che preferisco le lenti a contatto, non mi piaccio con gli occhiali. E lei ha detto che invece sto bene, sembro uno scienziato o un professore.


Quindi non solo in Italia conoscono la formula per prenderti per il culo “Gli occhiali ti fanno sembrare più intelligente”.


Poi ieri, sentendomi commentare un capello bianco sulla mia testa che avevo notato, mi dice che è comparso perché penso troppo. Sono molto intelligente e le persone così imbiancano presto.

Non so se fosse una presa per il culo o una gufata.

Poi ha detto che con ‘sta barba ricordo un filosofo. Quello là…Mark?
Karl Marx? Sì, lui, mi dice. L’unica differenza è che fosse grigio mentre io sono scuro.

Infine, proprio parlando di colore di capelli e occhi, mi ha chiesto come fosse l’italiano tipico, esteticamente.

Io in questi casi cerco sempre di spiegare che non siamo tutti come Super Mario, anche se all’estero lo pensano.

Mammamia! Pasta, pizza, mozzarella! Cazzo vuoi, buongiorno!

Le ho spiegato che la nostra penisola nel corso dei secoli ha conosciuto diversi popoli, dai Vichinghi agli Arabi, quindi da noi puoi trovare una certa varietà fenotipica.


Si dirà così, varietà fenotipica? Non ne ho idea. Qualche genetista mi illumini.


Mentre parlavo annuiva ma ho rivisto in lei la mucca.


In fondo però è una visione della storia molto eurocentrica. Insomma, voi vi ricordate quando sono arrivati i Mongoli di Gengis Khan in Cina?


Ho proseguito, quindi, sottolineando che è errato pensare che siamo tutti scuri e barbuti e pelosi.

“Come te! Sembri proprio il tipico italiano!” ha esclamato.

Al che ho realizzato, con mia frustrazione, che non sono la persona ideale per fare questo tipo di discorso sulla varietà estetica italiana. Sono credibile come Pannella che parla di proibizionismo.

A proposito di villosità facciale: sto notando che qui non va per la maggiore. In più, sembra che questa città sia de-hipsterizzata. Fatico ad avvistarne esemplari dopo 3 settimane che sono qui.

L’unico che potrei definire hipster che ho incrociato sinora è un tale che ogni tanto prende il tram al mio stesso orario.

Sto pensando di segnalarlo al WWF locale affinché gli piazzi un braccialetto identificativo per tenerlo sotto controllo e preservarlo dai bracconieri di hipster.


Post-Postilla (postilla al post)
Dopo aver scritto questo post la CC mi ha detto che domani voleva che pranzassimo assieme e voleva preparare qualcosa di cinese per me.

Quindi tutto l’impianto del mio post viene a cadere, solo che avendolo già scritto non intendo cancellarlo: non sapete lo spreco di energie mentali per buttare giù tutto questo. Poi dicono che mi vengono i capelli bianchi!


Frau Merkel causa l’orticaria

Onde evitare equivoci, questo non è un post a tema politico. È solo che qualcuno è arrivato su questo blog scrivendo su un motore di ricerca una cosa simile:

shock anafilattico germania
Ora, io capisco che qualcuno in questo periodo storico possa avere invidie, rancori e idiosincrasie verso ciò che viene dalla Germania, ma addirittura farsi venire uno shock anafilattico mi sembra esagerato.

Ma andiamo a vedere altre ricerche astruse che hanno condotto a questo blog:

frasi per gente invidiosa
“La tua invidia è la mia forza!” Se poi il vostro interlocutore è un tecnico informatico, ditegli “La tua NVIDIA è la mia GEFORCE!”

film con capelli lunghi donne
Uh, semplicissimo. Quanti film con donne dai capelli lunghi ci saranno?! Oppure esiste un film dedicato alle lunghe chiome? Tipo “Una donna chiamata coda di cavallo”?

siamo figli del consumismo
Mi sembra normale! Siam qui perché i nostri genitori hanno “consumato”, no?!

milano statua culo
Chiedo a qualche lettore meneghino: c’è una statua rappresentante un culo a Milano? Scommetto che è di Cattelan.

scultura schiena
Vai a Milano, pare siano specializzati in parti del corpo.

desidero il lato b
Basta girare la cassetta e infilare una bic nel buco per riavvolgere il nastro

miei piedi scattate sulla spiggia
Tralasciando l’ortografia, questo qui ha perso i piedi in spiaggia e li cerca su Google?

palingenetica obliterazione dizionario di filosofia
Ehm, cosa?

fica di donna
Meglio specificare, c’è gente che si confonde con la fica di uomo.

il giuramento degli orazi su fb
Veramente sarebbe un quadro e no, David non aveva un profilo Facebook quando lo dipinse.

video porno di cinesi che vomitano
Mi raccomando, che siano cinesi. Volete degli ungheresi che vomitano? Bleeee! Only made in China!

ragazzi avete mai visto una ragazza in costume che escono peli dalla figa
Sì li ho visti uscire però poi per mezzanotte dovevano rientrare a casa sennò i genitori si preoccupavano.

sesso visto dall’interno della vaggina
È come quelli che “Sì, il calcio in tv…però dentro lo stadio è tutta un’altra cosa”

cose strane nella figa
Eh capita, non si sa mai cosa ci si può trovare lì dentro. Una volta degli archeologi vi hanno rinvenuto le legioni di Quintilio Varo che si credevano disperse nella selva di Teutoburgo. Io invece vi ho trovato degli spettatori che volevano seguire l’incontro dall’interno. Me ne sono accorto perché a un certo punto sentivo dei fischi.

selfie bocelli
Questa è cattiva. Siete pessime persone e non dico altro.

Se sei in Germania non farti vedere senza birra

L’altro giorno ripensavo ad una cosa ridicola capitatami mentre ero a Monaco. Era l’ultimo giorno del mio breve giretto nella città dell’Oktoberfest ed avevo voglia di pranzare in un classico Biergarten, facendo una mangiata di birra e salsicce come gli dei pagani comandano.

Volendo evitare le trappole per turisti, scartai i posti dove seduti c’erano inglesi, giapponesi, francesi, italiani e neanche un tedesco. Non so se i bavaresi evitassero questi posti per la qualità del cibo o per non mescolarsi con il turistame. Il dubbio se fosse per la seconda ipotesi mi è venuto dopo: entrai in un locale a Rotkreuzplatz (zona dove alloggiavo, tra l’altro) davanti al quale passavo tutti i giorni e dove non c’erano turisti. Il menù all’esterno era in tedesco e non in inglese/spagnolo/altre lingue, buon segno. Prima di sedermi domando alla fräulein che pareva la padrona (una donnina delle dimensioni di un armadio) se ci fosse anche il menù in inglese, lei mi risponde Yes. Sit (indicando anche con l’indice il tavolo). Obbedisco al comando e mi siedo.

Così io credevo che fossero le cameriere nei Biergarten

Rimango seduto ad aspettare, passano minuti e minuti e non arriva nessuno, mi guardo attorno nel frattempo: noto gli sguardi degli autoctoni seduti nei tavoli vicino che mi fanno sentire come Rosa Parks seduta nell’autobus per i bianchi.

Finalmente passa quello che presumo fosse il marito della padrona e mi domanda Bier?. Io dico che stavo aspettando il menù, allora quello visibilmente scocciato se ne va (credo che non ordinando una birra appena entrato io abbia commesso un gesto offensivo, tipo entrare in chiesa e non farsi la croce). Non l’ho più rivisto tornare. Mi giro e c’è un tipo con la barba da Gimli all’altro tavolo che mi scruta con aria interrogativa.

Davo che il Sig. Otto non si è rifatto vivo, mi sono alzato e sono andato via stufo: forse ho capito perché turisti lì non ce ne erano. Ecco, probabilmente esistono Biergarten che sono oasi teutoniche riservate e non lo sapevo. Vabè, a parte questo non vorrei alimentare luoghi comuni sui tedeschi: non so come si comportino nel resto della Germania, ma in Baviera sono gentili e ospitali. A parte quando ti vedono senza birra.

Ecco, ripensavo a questa storia perché poi le stesse dinamiche si ripresentano anche nella vita di tutti i giorni, in territori che dovrebbero essere familiari ma dove invece succede di sentirsi fuori posto. È una sensazione spiacevole e frequente. Non ci sono oasi per i disadattati.