Non è che il barbiere che ti rade male faccia una figura barbina

Tra gli accorgimenti e le attenzioni che metto in atto per contrastare la gastrite c’è quello di dire no al caffè. Non è un gran problema perché non ne sono mai stato un gran bevitore, inoltre non ne sento il bisogno per svegliarmi. Come surrogato sono passato all’orzo. E devo dire che il caffè d’orzo fa proprio schifo. A parte in qualche bar dove invece è più che accettabile. Così sto facendo un censimento mentale dei posti dove posso berlo senza disgusto: potrei magari sviluppare un’app alla fine, un Orzoadvisor.

Ieri ero al bancone di un bar, attendendo la mia tazzina. Prendo una bustina di zucchero, la agito con aria altera e…questa mi vola via dalle dita. Con circospezione mi guardo intorno fischiettando sperando che nessuno mi abbia visto e ne pesco un’altra.

Purtroppo non riesco ad avere la nonchalance di chi compie ogni gesto in maniera precisa, efficace, deciso e senza sbavature. Ad esempio come l’uomo d’affari in questo video


Il video è tratto da Playtime – Tempo di divertimento di Jacques Tati. Un film che caldamente consiglio di vedere.


Io inciampo, urto, faccio cadere, divelgo, perdo.

Questo però mi ha permesso di sviluppare quella che chiamerei “disinvoltura di ritorno”. Constatato che mi è impossibile fare le cose senza compiere qualche atto goffo, ho consolidato in me la noncuranza del lasciar scorrere via.

Esempio. Una volta passeggiavo, di sera, con un gruppo di persone. Il marciapiede era delimitato da una linea di paletti di ghisa, sormontati da una graziosa sfera del medesimo materiale dalle dimensioni di una palla da baseball, posizionata giusto ad altezza ginocchio umano.

Caso ha voluto che il mio di ginocchio incontrasse la suddetta sfera in maniera alquanto violenta.

Invece però di contorcermi a terra in preda al dolore, con le mani in faccia come un calciatore cui hanno tirato la maglia – non fatelo mai a casa, tirare la maglia può causare danni gravissimi al corpo umano, loro sono atleti e per questo riescono a reggere il trauma – al momento dell’impatto ho finto di fermarmi, con l’aria concentrata e lo sguardo rivolto in alto, come se mi fossi all’improvviso ricordato di un mio commilitone in Cappadocia.

Dentro di me stavo morendo e desideravo una fiala di morfina, ma all’esterno ho ostentato tutta la disinvoltura di questo mondo.

Il disinvolto di ritorno ha un potere che il disinvolto generico non ha: questi come reagirebbe a un evento tanto imprevisto da mettere in crisi la sua nonchalance? Non saprebbe cosa fare! Il disinvolto di ritorno sa sempre come rimediare a una figuraccia, invece. Anche a costo di fingere che stava di proposito affondando con l’intera scarpa in una pozzanghera: voleva testare l’idrorepellenza della calzatura.

Rivelo comunque un segreto. Nell’intimo di quattro mura mi lascio anche io andare e metto da parte la mia disinvoltura di ritorno.

Ad esempio, l’altro giorno ero a casa. Ho estratto dalla tasca un fazzoletto di carta, senza neanche tirare fuori il pacchetto. Un gesto ampio, secco, la mano che sale in alto e, poi, con un colpo di polso si abbassa per spiegare il fazzoletto in un gesto continuo, morbido ma deciso. Il fazzoletto si spiega e mi finisce con un angolo in un occhio.

Mi sono messo le mani in faccia rotolandomi per terra chiedendo un calcio di rigore.

Non è che uno sceneggiatore si consulti con un sarto su come imbastire una trama

Il mio stomaco non vuole saperne di rimettersi in sesto. E neanche in settimo.

La chiave è: inibitori di pompa protonica.
Io conoscevo lo zaino protonico dei Ghostbusters. E sapevo che non andavano mai incrociati i flussi.

Inibitore di pompa protonica.
Sembra il nome di un’attrezzatura da fantascienza. Trama: i nostri eroi devono fermare un pericoloso criminale dotato anche di superpoteri. L’arma per batterlo è costruire un fucile speciale che lancia raggi che bloccano i poteri del cattivo. Però serve trovare un oggetto particolare, senza il quale il fucile non funziona: l’inibitore di pompa protonica…

Le sceneggiature, fateci caso, sono fatte di standard e di cliché. Lo schema tipico di un film, in genere, è il seguente:

– Viene presentata una situazione iniziale. Vediamo dei personaggi, uno scenario, eccetera
– Tra i 10 e i 20 minuti dall’inizio c’è un colpo di scena (es. il protagonista scopre di avere un figlio e deve improvvisamente prendersene cura; i buoni incontrano il cattivo per la prima volta; muore qualcuno di inutile; la protagonista mentre si rade il perineo si taglia un’emorroide*…)


* Accade nel film Wetlands


– A quel punto tutto il film non è altro che una rincorsa della trama verso una nuova situazione di equilibrio, come se esistesse una entropia universale da rispettare. Ci saranno lungo la strada tutti gli ostacoli del caso (la mappa era sbagliata; le azioni in borsa sono in caduta libera; manca l’inibitore di pompa protonica…)
– A 15-10 minuti dalla fine c’è un contro-colpo di scena risolutivo (riappare un personaggio che si credeva morto; un membro del gruppo si rivela un impostore/nemico; un oggetto apparso all’inizio del film e di cui non si capiva la funzione si scopre necessario…)
– Fine

Vale per tutti i film. Per lo meno quelli della grande distribuzione. Pur cambiando genere, attori, regia, sono fatti tutti con la medesima ricetta preconfezionata. È quello che il pubblico vuole vedere. Tutto ciò è rassicurante: ci piace il prodotto, perché sappiamo cosa aspettarci. Abbiamo bisogno di sapere che tutto andrà secondo quello che sarebbe secondo noi l’ordine naturale delle cose.

Da quando mi sono reso conto che il cinema non fa altro che servire dei polpettoni triti e ritriti*, non riesco più a seguirlo come una volta.


Una di quelle grandi illuminazioni che ti colgono mentre ti togli il lattughino dai denti, del tipo “Ehi, ma nel logo del Carrefour c’è una C nascosta!”


D’altro canto, lungi da sembrare uno snobbone di quelli che “Sotto le 4 ore e a colori non è vero cinema”, dico che mi capita anche di annoiarmi con il cinema d’arte, che ha eppure il vantaggio e il merito di uscire dagli standard di scrittura descritti sopra.

Mi trovo così in un limbo in cui passo serate a chiedermi cosa minchia guardare e alla fine si fa troppo tardi e finisco per non guardare niente, perché non mi vanno i polpettoni triti e ritriti e non mi va neanche un cinghiale seduto sullo stomaco (rappresentato da un film estone in camera fissa con due dialoghi).

Le serie tv sono una buona via di fuga: un episodio dura meno di un film, tengono sempre alta la tensione narrativa (chi più chi meno). Ma anche su quelle negli ultimi tempi fatico a trovare qualcosa di valido.

E poi dicono che mi viene la gastrite!