Non è che lo smartphone faccia tutto quello che vuoi perché chi touch acconsente

Chiedo a una di indicarmi il suo domicilio – essendo diverso dalla residenza – per inviarle via posta il contratto. Lei mi risponde: “Sì, aspe’ che lo cerco su Google Maps”.

In che senso, scusa?

Poi ho capito. Costei è già proiettata nel futuro. Un futuro dove non servirà più sapere dove viviamo, perché sarà Google a dirci dove e cosa è casa. Già adesso Google sa dove abitiamo e dove lavoriamo anche se non glielo diciamo, ricavando l’informazione dai nostri tragitti abituali. Un domani gli daremo le chiavi di casa direttamente.

L’altro ieri ho sentito la notizia secondo la quale Google ha presentato un servizio per la digitalizzazione dei documenti (carta d’identità, patente, ecc.), grazie al quale potremmo dire addio al cartaceo o alle tessere di plastica. Sarà lo smartphone a essere ufficialmente il nostro sistema certificato di identificazione e accreditamento.

Con la batteria scarica cesseremmo di esistere.

Non è lontano il tempo in cui trasferiremo l’intera nostra esistenza in un dispositivo, senza il quale non saremo più niente. Gli daremo la delega per svolgere funzioni al posto nostro.

Mi sono accorto della mia inutilità da umano quando sono passato dai guanti senza dita a quelli integrali. Con mio sommo rammarico, avendo perso un guanto, ho dovuto comprarne un altro paio. Ho deciso per quelli integrali perché andando in bici di questi tempi più freddi avevo difficoltà a staccare le falangi scoperte dal manubrio.

Ebbene, è sorto il problema di usare il telefono con quei guanti: è un tal fastidio che per non metterlo e toglierlo rinuncio delle volte a prendere il dispositivo. Una liberazione ma un intoppo quando sei costretto per lavoro a essere reperibile.

È vero che esistono pure guanti con la punta dell’indice sottile e di materiale leggero appositamente pensati per toccare lo schermo, che, si sa, necessita di un contatto delicato, manco fosse un clitoride o una clitoride (non ho mai imparato la pronuncia). È buffo che esistano guanti da smartphone ma credo non guanti da clitoride. Metti che una gelida sera d’inverno ci si voglia ritagliare un intimo momento digitale, per non togliersi i guanti potrebbe far comodo un guanto con l’indice appositamente pensato per.

Ma con la delocalizzazione di qualsiasi attività e materiale umano a un unico dispositivo forse non sarà più nemmeno necessario. Avremo semplicemente clitoridi e peni contactless, basterà avvicinare lo smartphone come quando si vuol pagare alla cassa per attivarli. Andremo in roaming oltre che per avere il 4G, anche per il puntoG e basta.

In attesa del futuro, comunque, io attendo di sapere dalla tizia se Google Maps le ha trovato la sua dimora o se ora è sotto un ponte.

Quando arrivo al terzo movimento, mi sento presto agitato

Ci sono sempre dei momenti in cui si sbaglia tempistica.

Io, ad esempio, mi sento spesso l’uomo del momento sbagliato. È un momento sbagliato per dire questo, hai atteso troppo. È un momento sbagliato per fare questo errore, perché già siamo oberati di lavoro. È un momento sbagliato per rompere la macchina. È un momento sbagliato per farsi avanti con quella donna, è un momento sbagliato per dire delle cose che forse non hanno mai un momento giusto, come delle situazioni che non hanno in realtà un proprio vero momento mai.

Ci ripensavo guidando mentre tornavo a casa. Mi si erano un po’ inumiditi gli occhi, ma va bene, almeno le lenti a contatto si mantengono ben idratate. Mi pento sempre di aver cominciato tardi a indossarle, si sta una meraviglia. Sapete come ho imparato a metterle? Toccando col dito (pulito e lavato, ovviamente) la parte bianca dell’occhio. No, non fa male, non sente niente. Una volta presa confidenza, una lente appiccicata sulla cornea non mi faceva effetto, perché non avevo più un blocco ad avvicinare qualcosa all’occhio.

Era una questione di sclera, quindi.

Altre volte è questione di scleri, invece.

Sì, ho raccontato delle lenti a contatto solo per arrivare a questo gioco di parole, ma è vero che avevo gli occhi lucidi.

Alla domanda: ma ti sentiresti male ad allontanarti perché non sarebbe carino o…io interrompo prima che finisca la frase.

Perché vorrei dire: scema. Scema scema scema scema scema scema e ancora scema. Scema se pensi che sia una forma di cortesia, un doverismo. Se sono triste non è perché abbandono una persona che attraversa un grave momento di difficoltà, ma perché abbandono una persona, punto. So cosa ho detto, ero presente ai miei scleri, ma non era il momento neanche quello.

Purtroppo succede sempre così. Si conosce qualcuno, prima, ci si prende, poi. Infine arriva la terza parte, quella del redde rationem.
E io vado in agitazione.

Vado a toccarmi la sclera per verificare se sente qualcosa. E a riflettere su questa cosa della tempistica: è una gran sciocchezza, il tempo è una puttanata, si sappia. Noi umani abbiamo questa concezione di passato, presente e futuro come parte di una freccia che va avanti verso l’infinito e oltre. Non è vero niente, non esistono passato, presente e futuro ma solo delle istantanee di ogni singolo momento, come se fossero tanti “presenti” sovrapposti.

E allora perché non siamo mai sempre e comunque presenti a noi stessi? Siamo umani, dunque. E, come tali, sbagliamo istantanea. Giusto?