Non è che in Argentina si scansino perché “Evita” per loro è importante

Ho un amico che ultimamente sembra non parlarmi più.


“Sembra” è un modo per dire che non mi parla ma non so se non mi parli per caso o per desiderio.


 

Non mi scrive, non mi cerca, se ne va ai concerti da solo. Potrei aver fatto qualcosa e in effetti sto facendo qualcosa in questo periodo, ma non capisco in che modo questo qualcosa possa influire su di lui e sul suo comportamento.

Potrei chiedere chiarimenti. Purtroppo chiarire è una delle cose che mi mette più a disagio in questo mondo. Seconda solo a quando busso alla porta di un bagno e nessuno risponde e poi entro e dentro c’è qualcuno intento a mingere.


Tra parentesi dovrebbe sentirsi lui a disagio ma chissà perché il disagio lo provo io. Il che mi induce a pensare che ci siano persone che non rispondono alla bussata proprio per mettere a disagio il prossimo.


Non sono bravo in questi frangenti.


Chiedere chiarimenti, intendo.


Allora taccio, mi eclisso, mi raccolgo nella mia propria intimità perché penso che se qualcuno vuol evitarmi io poco posso farci.

È la soluzione più comoda assumere un comportamento simile ed evitare il confronto. Io evito. Sempre.

Evito le persone per strada. Mi scanso assumendo pose matrixiane. Anche perché molti ormai non sanno più come si passeggia. Fissano il cellulare, parlano con qualcuno senza guardare avanti, guidano i passeggini come se fossero dei panzer tedeschi che invadono la Francia. Oggi una signora mi è passata sul piede col passeggino, mi ha chiesto scusa ritraendolo indietro e ripassandomi sul piede. Così, perché non aveva altro da fare.

Evito il traffico stradale introducendomi in vie laterali e infilandomi in giri tortuosi che mi fanno allungare il percorso. Vuoi mettere però l’aver evitato lo star fermo imbottigliato?

Evito autostrade e superstrade se posso percorrere una via piacevole da guidare. Ultimamente però il navigatore mi ha una volta portato in una zona che neanche i peggiori bar di Caracas e in un’altra mi ha condotto in una selva oscura. C’erano anche tre bestie ad aspettarmi. O forse erano degli abitanti autoctoni.

Evito di telefonare se posso scrivere.

Evito i farmaci se posso risolvere con un tè+miele+propoli+goccio di alcool. Evito questa brodaglia se posso riempirmi di paracetamolo.

Evito di toccare qualsiasi cosa una volta tornato a casa se prima non ho lavato le mani.

Evito di proseguire questo post.

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E comunque, al diavolo i francesi

Era a Parigi. Anno 2011.
Non ricordo in che zona fosse il locale. Arriviamo lì per una celebrazione tra amiche russe e c’è anche questo francese frutto di un incrocio tra Chris Martin e un impiegato dell’ufficio anagrafe. Con tanto di pancetta prominente e calvizie incipiente. Pensavo fosse un loro amico, invece era uno sconosciuto accomodatosi al tavolo per tentare una campagna di Russia. Povero illuso. Chiedere a Napoleone e a Hitler.

Il francese mi rivolge la parola. Gli dico, con le uniche parole di francese che conoscevo, che non parlo la sua lingua. Sembra ci rimanga male. A fine serata mi saluterà con disprezzo.
Bevo un litro e mezzo di Guinness e mangio anelli di cipolla, prima che la compagnia si trasferisca altrove. Potrei imitare Grisù[1] incendiandomi l’alito.

Andiamo nel Marais.
Due lesbiche si baciano appoggiate a una saracinesca. Sono più virili di me. Una c’ha i bicipiti più grandi della mia coscia.
Dobbiamo pisciare. Entriamo in un altro locale. C’è coda al bagno. Un tizio davanti a me mi fa un cenno come per dire “Sì. Devi aspettare”. Bel ragazzo.
Non mi rendo conto che è un locale gay fino a che non passa una giovane cameriera. Sono l’unico a voltarmi a guardarle il culo.
Un uomo pelato esce dal bagno e bacia il tizio davanti a me. Potevi trovare di meglio, amico mio.

Un paio di anni prima avevo avuto altri occasionali contatti con gli abitanti d’Oltralpe. Era in Umbria. Ricordi, Cassandra? Ti portai da lì un portachiavi di legno di ulivo per fartene dono al nostro primo, vero, appuntamento in quella pizzeria del Vomero[2]. Chissà se ce l’hai ancora. Ricordo ancora quando mi toccasti il gomito perché volevi prendermi sottobraccio ma poi, per timidezza, ti ritraesti, camuffando il gesto in un incitamento al suon di un “su, cosa mi racconti?”
Pardon. Sto divagando.
A casa di amici arrivano in visita dei loro amici dalla Francia. Un’allegra famigliola. Il capofamiglia mi rivolge la parola chiedendomi chissà cosa con una frase lunghissima. Hanno tutti questa pretesa che il mondo li capisca quando parlano. Ascolta, amico mio, non siete inglesi. Fatevene una ragione.
Questo è ciò che avrei voluto dirgli.

Il terzo contatto, in mezzo ai due, è stato all’Università. Ho fatto due esami di francese senza sapere nulla di tale lingua. L’unica cosa che ho imparato a dire è Le Ministere des Affaire Étrangères. Ah, e anche  Les Chevaliers du Zodiaque, ma solo perché avevo la versione francese di un videogioco per PS2.
Ah, no, un momento: so anche dire Je voudrais un verre de Sauvignon.

Per questo sul curriculum ho scritto: Francese – conoscenza sufficiente.

[1] Anche se degli anni ’70, ricordo che anche quand’ero piccolo tra fine ’80 e inizio ’90 in tv andavano in onda gli episodi di questo piccolo draghetto

[2] No, ma seriamente. Chi diavolo regala portachiavi di legno d’ulivo a un appuntamento??