Non è che il medico ti consigli di dire sempre ciao perché è salutare

Mi sveglio. Accedo a YouTube. Metto qualcosa di vario. A un certo punto parte una canzone di un vecchio gruppo ska/punk. Faccio su e giù con la testa. Mi si incricca un nervo 15 centimetri sotto la nuca. Ora sto piegato come Andreotti.

Bisogna capire che certe cose non ce le si può più permettere.

Far tardi la sera è una di queste. Arrivata mezzanotte, comincio a desiderare solo il letto. E inizio a odiare tutti quelli che ho intorno, che si frappongono tra me e il riposo.

Beninteso, dipende anche dal tipo di attività che si sta svolgendo in quella serata. Ma se, ad esempio, mi sono già concesso un paio d’ore di socialità, compagnia e chiacchiericcio, ritengo esaurita la mia funzione sociale e consumate le mie batterie.

Il periodo delle festività è molto logorante da questo punto di vista. Capita di uscire molto e vedere molta gente.

Una delle cose che mi mette in difficoltà sempre è come salutare, nel congedarsi, persone nuove che hai conosciuto in quell’occasione.

Se sono uomini, una stretta di mano va bene. Ma le donne? Una stretta di mano fa un po’ strano anche se non ne ho mai capito il motivo: chi ha deciso che stringere la mano non è adatto a salutare una donna?
Salutarsi col bacio sulle guance mi sembra però eccessivo tra persone appena incontrate, soprattutto se non ci si è mai scambiati una parola nel corso della serata.

Per risolvere il problema allora mi congedo da tutti quanti, vecchi amici e nuovi conoscenti, con un “ciao” accompagnato da un gesto ecumenico della mano, come il Papa che saluta i fedeli.

 E poi passo il tempo a chiedermi se sarò sembrato strano.

Ma mi sono anche reso conto che non me lo posso più permettere. Non di essere strano, ma di pensare di essermi comportato in tal modo.

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Non è che il boscaiolo sia un tipo depresso perché ha dei momenti di abbattimento

Approfittando della festività e della bella giornata, mercoledì sono tornato a passeggiare nel bosco dopo la disavventura con la cacciatora che avevo incontrato proprio da queste parti e che, molto scortese, se ne era andata da casa mia senza assaggiare la mia ricetta.

Mentre cercavo del muschio angioino per decorare il mio presepe napoletano, mi sono imbattuto in una boscaiola intenta ad affettare alberi.

Stavo per girare i tacchi e andarmene ma mentre retrocedevo ho pestato un rametto che ha fatto “crack”. E ho urtato un cacciatore bergamasco – non so cosa facesse da quelle parti – che ha sparato un colpo a vuoto che con suo sommo disappunto ha fatto scappare uno stormo di cinghiali starnazzanti cui stava puntando (si veda foto allegata); se ne è quindi andato via urlando cose indecifrabili ma di sicuro poco carine verso i miei antenati. Anche il suo cane credo mi stesse latrando contro qualche bestemmia.

Nonostante tutto questo casino, l’udito sensibile della boscaiola ha avvertito il suono del rametto spezzato, accorgendosi della mia presenza. Formidabile.

– Salve!
ha esclamato cordiale la boscaiola dopo avermi visto.
– Salve!
ho risposto cordiale dopo averla vista.

Come ogni boscaiola che si rispetti, indossava una camicia a quadri. Ho riconosciuto dei Monet e dei Renoir. Impressionante.

Era di fisico esile ma con invece due braccia enormi che sembravano le cosce di un rugbista. E su un braccio infatti aveva tatuata la bandiera neozelandese e la scritta GO ALL BLACKS mentre sull’altro c’era una vistosa impronta dei tacchetti di uno scarpino da gioco. Non ho fatto domande.

L’altra cosa che mi ha colpito in lei era il suo evidente zoccolo di cammello. Notando che lo fissavo, lei ha detto:

– È il mio portafortuna. C’è chi porta una zampa di coniglio, io ho uno zoccolo di cammello.

Mi è parso sensato. Ho fatto un po’ conversazione con lei, che mi ha raccontato di essere una terrapiattista e di abbattere alberi per liberare l’orizzonte in modo che così si possa vedere in modo evidente che la Terra è piatta. Inoltre, senza alberi non c’è niente da incendiare, con somma delusione per i criminali che appiccano incendi e notevole risparmio di risorse per combatterli. Una lodevole iniziativa, senza dubbio.

Me ne sarei andato via per conto mio ma lei si è autoinvitata a casa. Me l’ha chiesto in modo così gentile, avvicinando con delicatezza la sua ascia alla mia testa, che non ho potuto dir di no.


È assurdo che uno passi tutta la vita cercando di farsi accettare e poi alla fine si tira indietro al momento dell’accettazione.


Dato che le mie possibilità manducatorie sono sempre limitate, come al solito mi sono trovato a dover improvvisare un piatto con un po’ di fantasia. Ecco quindi la ricetta delle penne che ho servito alla boscaiola.

Ricetta penne alla boscaiola
Ingredienti: 
1 boscaiola, 1 penne (biro o a sfera a piacere), vari funghi porcili, vari chiodini non arrugginiti (se graditi), 1 trattoria lercia, 1 burro sensibile, 1 cipolla, 1 scalogna, 1 sfiga,  1 sale, 1 qualcosa di sadomaso, 1 acqua che bolle, 1 paura, 1 formaggio, 1 vino sfumato

1) Innanzitutto servirebbero dei funghi, freschi e puliti. Ma nella mia versione rivisitata ho usato quelli che avevo, sozzi e puzzolenti: erano dei funghi porcili. Prima che finiscano di andare a male, tagliuzzateli con rapidità: affrettateli. Per rendere la ricetta più gustosa, ho aggiunto anche dei chiodini che avevo in casa. È bastato pulire lo strato di ruggine superficiale e scartare quelli storti.

2) Preparate un trito di cipolla e scalogna. Io ho usato una punta di sfiga per insaporire meglio con quel suo retrogusto un po’ amaro.

3) In un tegame, fate sciogliere il burro con qualche parolina dolce. Non esagerate sennò si monta a neve.

4) Versate nel burro il trito.

5) Anche per questa ricetta per renderla più saporita servirebbe un po’ di pancetta. Ho cenato quindi per una settimana tutte le sere nella trattoria di Giggino l’Untone e ne ho messa su un bel po’.

6) Unite i funghi affrettati e i chiodini.

7) Salate. Aggiungete anche un po’ di pepe al tutto con qualche giochino erotico.

8) Servirebbe aggiungere del vino agli ingredienti nel tegame: io pensavo di averlo in casa ma non era così. L’effetto finale comunque l’ho raggiunto: il vino infatti è sfumato.

9) A parte preparate le penne calandole in una acqua che bolle quanto basta. Prima di calarle, assicuratevi di togliere dalle penne l’inchiostro. Potrete conservarlo e utilizzarlo la prossima volta per uno squisito risotto al nero di seppia fatto con nero di penna.

10) Quando la penna è ardente potete scolare. Versate le penne scolate nel tegame con il resto. Fate saltare dalla paura il tutto.

11) Impiattate fino a che non vi dicono “stop”: la quantità giusta è infatti Quando “basta”. Se volete, grattate il formaggio: se fa le fusa è ok.

Come vino di accompagnamento – per chi ce l’ha – suggerirei del bianco timido: con un complimento diventa rosso, per chi lo preferisce così.

Purtroppo anche la boscaiola si è stufata di attendere ed è andata via prima di gustare il mio piatto. Le donne di oggi veramente non sanno proprio più cosa sia la pazienza. Dopo avermi mostrato da vicino il suo zoccolo di cammello, anche costei ha preteso del sesso fatto in casa da me per poi congedarsi.

Un bellissimo zoccolo, va detto


Nessun cammello è stato realmente utilizzato per le finalità sessuali descritte in questo post.

Non è che puoi obbligare una foca monaca a essere laica

Ogni volta che il Natale si avvicina io lo guardo con diffidenza, chiedendomi quest’anno cosa voglia da me.

Ricordo sempre le parole che mi rivolse una mia compagna di classe, una simpatica st…upidina.

Era periodo di festività, si stava quindi discutendo degli ultimi giorni di scuola prima della meritata (si sa che i liceali si ammazzano di fatica! Quelli di oggi ancor di più, studenti indefessi, molto fessi e poco inde) quando lei si rivolse a me, facendo:
– Gintò ma tu non credi, che membrovirile festeggi a fare allora?
Io risposi, con un accenno di ditino sentenzioso, che il Natale può assumere anche altri valori.
Lei ribatté, con la boria e l’indifferenza di chi ha il cerume nelle orecchie e non sente gli altri: Sì sì, ti mangi il panettone, ià abbiamo capito.

Son cambiati i modi e le modalità, ma simili, sterili, obiezioni le ho sentite altre volte nei successivi 15 anni, tanto da farmi pensare a volte di vivere come un appestato.

Non ho mai compreso l’ostilità altrui su certi argomenti. E il perché di essere costretti a porsi il problema di rivelare o meno di non essere credenti o tenerselo per sé come se fosse una pratica sconcia.
– Ehi, sai, quando sono da solo mi trastullo con dei dildo da uomo!
– Bleah, vergognati! Tienitelo per te, fai proprio schifo.

Ecco, più o meno è questo l’atteggiamento di molte persone.


Altri, online – si sa che varcati i Gates del virtuale le tastiere trasformano anche le anime più pavide in invincibili guerrieri senza Mac e senza paura – mi hanno invitato gentilmente a trasferirmi in Iran e a farmi impiccare.
Perché mai? Se proprio debbo andarmene via in quanto non gradito, mi si conceda la scelta del Paese! Sono indeciso tra un atollo del Pacifico, con tutti i rischi dell’innalzamento dei mari, o il Giappone, con tutti i rischi dell’insanità mentale che quella società può creare. Comunque vada potrei finir male insieme alla mia blasfemia, che ne si gioisca, allora!


In secondo luogo, non capisco perché una persona dovrebbe porsi il problema di come sia o non sia l’altrui Natale.

Premettiamo che il 90% delle abitudini e usanze di questo periodo, le luci, lo shopping, Una poltrona per due, i pranzi, la neve, la neve assente ma desiderata, la neve presente e scassacazzo, le mutande di pizzo rosse, il parente insopportabile che devi invitare perché sennò succede un ’48, non ha nulla a che fare col cristianesimo. Sono degli artefatti.

Anche la data e l’anno di nascita di Gesù Cristo (che neanche si chiamava Gesù Cristo, per inciso) sono fittizie, ma questa è una considerazione strumentale. Non approvo chi ne fa un vessillo di contestazione religiosa, perché la datazione va considerata per ciò che è: un simbolo. Mi si perdonerà l’esempio profano, ma è come, poniamo, stabilire una giornata mondiale per i suonatori di cornamusa colti da enfisema fulminante, scegliendo una data che corrisponde al giorno in cui il primo suonatore di cornamusa colto da enfisema fulminante sarebbe spirato. Fa niente che magari morì di indigestione e che magari non è neanche esistito: è un simbolo. Persino un nichilista come me riconosce che le persone hanno bisogno di stringersi attorno a Esso. E anche all’Agip o alla Q8.


Il problema sorge nel momento in cui si comincia a pensare che il proprio simbolo sia l’unico dotato di legittimità e/o che sia più forte dei simboli altrui.


Quindi, ammesso e non concesso che non si tratti del 25 dicembre dell’anno zero, chi se ne frega?

Chi crede, commemora la nascita del Cristo. Va in chiesa, prega, ricorda, eccetera. Tutte cose che io non faccio, perché sarebbe ipocrita e falso da parte mia. Se lo facessi, a quel punto potrei sì essere oggetto di critiche.

Ma se mi piacciono le luci o stare seduto a tavola con la famiglia, non vedo cosa io stia facendo di ipocrita o immorale. E, in ogni caso, un credente si sente infastidito o minacciato da ciò? E perché mai: il mio pranzo a tavola sta togliendo qualcosa al suo pranzo Natale? Non ho mai rubato pranzi altrui, si sappia.

Capisco che la festività santa sia stata svilita da una serie di pratiche consumistiche, ma non sono stato certo io o quelli come me a crearle – e ho premesso che la maggior parte delle cose che la gente fa a Natale, credenti compresi, ha ben poco di religioso, a mio avviso – né cerco di alimentarle in maniera compulsiva.

L’unica cosa che magari rubo o di cui magari godo sono le ferie natalizie, ne son conscio. Se un Cristo c’è spero che chiuda un occhio per aver approfittato del suo compleanno per starmene a casa.
Altrimenti chiuderò io un occhio al prossimo suo fedele che mi investirà di disprezzo.

Ma lo farò con tanto amore, perché, in fondo, a Natale siamo tutti più buoni.

Per chiudere, visto che non voglio che mi si dica che sono cinico e negativo, voglio condividere qualcosa di gioioso e carino.

Notate la grazia e la beltà di questo Babbo Natale strabico, senza mani, con le gambe ingessate e con anche probabilmente una orchite in stadio avanzato, che accoglie i clienti all’ingresso di uno SPAR, che sarebbe il nostro DESPAR ma non capisco perché da noi abbia un nome diverso, un po’ come il Mediaworld che in tutto il mondo è in realtà Media Markt.

2015-11-30 14.32.29

Oh oh…ohio.

Don’t take offence at my diludendo

Su ispirazione datami dal funambolico ysingrinus, che vuole apprendere l’arte di deludere, sto pensando di aprire una scuola deludente. Non nel senso di una scuola che non sia granché (o forse sì: che credibilità avrebbe se non fosse una struttura deludente, sennò?), ma di un posto, costruito sullo stile di un dojo, dove gli allievi apprendano l’arte e la filosofia di deludere gli altri.

“Vien…vien a piglià ‘a delusione”

Conto che vi iscriviate in molti: se non lo farete, resterò molto deluso da voi. E quindi ne sarò compiaciuto, perché vorrà dire che non avete nulla da apprendere.

La prima lezione da imparare è che la via della delusione passa attraverso il sacrificio e, quindi, l’esser stati delusi a propria volta. Solo così si può avere la motivazione necessaria per poter deludere gli altri.

La formula matematica della delusione è la seguente:

Δ = A – R

dove Δ è delusione uguale ad Aspettative meno Realtà. In base al risultato algebrico della differenza avremo che
Δ<0 la persona non è delusa ma probabilmente è pessimista o sfiduciata
Δ=0 la persona è in uno stato di tranquillità
Δ>0 delusione

Quindi per deludere qualcuno bisogna intervenire nel creargli grande attesa in qualcosa di positivo. Non sono necessari grandi sforzi, a volte infatti le persone si creano aspettative da sole.

Ad esempio quella volta che mi fu proposto uno stage all’estero, alla mia domanda riguardo rimborsi spese, fu categoricamente precisato che sarebbe stato tutto a carico mio: viaggio, vitto, alloggio. O meglio, non tutto: l’assicurazione, qual magnifica elargizione, era a carico dell’ente promotore. Io ne fui deluso, eppure a pensarci su nessuno mi aveva lasciato intendere mai che il lavoro fosse una cosa retribuita sempre e comunque. Ecco quindi il segreto: le persone si costruiscono castelli in aria di ottimismo. Sfruttate tale punto debole.

L’altra debolezza degli esseri umani è che tendono a essere poco concreti e a credere alle favole. Ricordo un Natale di tanti anni fa, avrò avuto 7-8 anni circa, in cui ricevetti come regalo un’imitazione del Power Ranger verde (non aveva né l’aerografia della testa di dinosauro sul casco né il coprispalla dorato) su una motocicletta a molla. Avrebbero almeno potuto costruire l’omino in modo da poterlo utilizzare anche senza moto, invece anche se era staccabile dal volante aveva comunque le braccia rigide coi pugni chiusi che gli conferivano una posa da Superman. Tra l’altro, io non son motociclista ma non credo che guidare con le braccia tese e rigide sia indicato! Tanti pessimi guidatori odierni avranno avuto giocattoli diseducativi. Io non ne fui molto entusiasta e non capii il perché di cotanto pessimo gusto da parte di Babbo Natale: vai a far capire a un bambino il valore del denaro e l’esigenza di economizzare in una famiglia che aveva avuto molte spese in quel periodo. Il secondo suggerimento quindi è che le festività aumentano i desideri delle persone.

Infine, non dimenticate mai i sentimenti. Il sentimento è ciò che rende una persona più predisposta a una delusione. La prossima volta che qualcuno vi delude sentimentalmente, prendete appunti! Quella persona sarà la più preziosa fonte di insegnamenti che avrete.

Io per ora mi fermo qui, però debbo dare un’avvertenza: try this at home! Sì, avete capito bene. Il luogo in cui si concentrano più delusioni sono le mura domestiche: ripensate a quando il vostro compagno vi aveva promesso di accompagnarvi all’ikea per prendere quel delizioso mobile componibile di 12345 pezzi e poi il giorno prima ha detto che bisogna rimandare, a vostro figlio che vi ha raccontato una bugia dicendo che andava a casa di Gigetto invece è andato da Pierino che a voi non piace perché gli insegna le parole brutte, a vostro zio Piercarolambo che vi ha regalato una cravatta verde pur sapendo che è il colore che odiate. Non siete invidiosi di come esercitano l’arte del diludendo?

Che aspettate? Iscrivetevi chiamando il numero che vi comparirà in sovraimpressione sul monitor. Per i primi 50 iscritti…una sorpresa deludente!