Non è che il botanico sia uno al passo con la tecnologia perché si intende di Digitale

Da piccolo, quando sentivo che qualcuno si stava preparando per un concorso pensavo fosse impegnato anima e corpo nella raccolta dei bollini del Mulino Bianco o della Parmalat.

Poi crescendo ho capito che si trattasse di altro. Ho capito anche che fosse più facile vincere l’estrazione della Porsche della Melegatti che un posto messo a concorso pubblico.

Siccome a tutti capita, prima o poi nella vita, di prendere parte a un concorso, ne sto preparando uno anche io. Non si sa mai, metti che.

Tra le cose più insidiose nella preparazione c’è il riuscire ad allenare la lucidità mentale nel rispondere ai quiz. Ci sono delle volte in cui si gira e rigira intorno a un quesito che appare – errando – complesso, non riuscendo a vedere una risposta che è invece è immediata, chiara, lampante.

Questa storia mi fa venire in mente un episodio, accaduto a un mio amico. Un mio cugino. Al cugino del mio amico, che è anche un mio cugino.

Lui stava uscendo con questa ragazza. Si era agli inizi, ci si stava conoscendo. Quella sera si era creata l’atmosfera per conoscersi un po’ di più, nel senso biblico del termine.

Iniziò quindi una fase di approcci e sondaggi digitali. Dopo un po’, sempre il mio amico (o suo cugino) le chiese se le andasse di. Lei fece cenno di sì. Lui tirò su la mano e, mentre gliela passava intorno al viso, definendo con l’indice prima la appena accennata prominenza del suo zigomo destro e, poi, le vette del labbro superiore fin nella vallata dell’arco di Cupido sdraiata sotto il naso, si sistemava col corpo un po’ meglio (la comodità delle utilitarie!).

Lei in quel momento ebbe un sussulto e disse no. Poi si scostò e, risistemandosi, anche un po’ infastidita, chiese di tornare a casa. Il cugino (o il suo amico) rimase un attimo perplesso. Lei si scusò. Lui le disse che non aveva nulla di cui scusarsi. La riaccompagnò.

Prima di andare, lei si scusò ancora ma lui fermamente ribadì che non c’era nulla di cui scusarsi e che inoltre non era uscito con lei giusto solo per approfondire la conoscenza della Bibbia. Si congedarono sereni.

Sulla via solitaria del ritorno, però, il cugino di mio cugino si interrogava su cosa fosse successo. Beninteso, ci sta tutto che si possa cambiare idea o non ci si senta convinti di andar fino in fondo. La sua preoccupazione, essendo una persona molto autogiudicante, era però che avesse fatto qualcosa di sbagliato o qualche gesto inopportuno tal da impressionarla.

Mentre rifletteva e guidava, con la mano destra sulle 12 del volante, si passò la sinistra sul viso, corrucciato.

E proprio dalle dita di quella mano salì un afrore non particolarmente gradevole. Lì realizzò, facendo un rewind-stop del filmato di tutto l’accaduto, che la ragazza si era resa conto, nel momento in cui lui le aveva passato sotto il naso proprio quella mano, esploratrice digitale, di non sentirsi particolarmente a posto nella propria intimità e di aver dovuto quindi, per imbarazzo, fermarsi.

Ci sta, succede. Siamo esseri umani e capita, molte volte neanche per negligenza nostra, che non spargiamo sempre aroma di mughetto. O di mugatto, nel caso dei felini.

Questo aneddoto aiuta a comprendere che, molto spesso, la soluzione più semplice e immediata è proprio a portata di dita, sotto il nostro naso!


Visto che era citata nel titolo e, per alzare il livello del post, lascio qui la Digitale Purpurea del Pascoli

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Non è che chi fabbrica imballaggi non veda l’ora di togliersi dalle scatole

Non ho scelto io di essere un gatto. Ma ricordo quando è stato il momento in cui lo sono diventato.

Fin da piccolo sono stato circondato dai felini. I miei genitori mi avevano insegnato che ci si lava le mani dopo aver toccato un gatto e io avevo sviluppato una sorta di fobia igienista. Dopo aver toccato un micio non accostavo le mani a nient’altro prima di averle lavate, pensando che ci fosse un qualche effetto collaterale legato al pelo.

Una sera, dopo aver giocato con un gatto, feci merenda senza lavarmi le mani. Il mio spuntino consisteva in un paio di fette di pane col pomodoro. Ancora oggi considero del pane col pomodoro, un po’ d’aglio, origano e olio, il miglior spezzafame di questo mondo. Con buona pace dei mulini non colorati.

Mi resi conto a metà del pasto che non mi ero lavato le mani. Ormai il danno era fatto, così continuai a mangiare. Mi aspettai però, in seguito, terribili conseguenze per aver maneggiato del cibo seppur io fossi contaminato dal contatto con l’animale.

E, difatti, mi sono in breve tempo trasformato in un felino anche io.

Una delle cose che condivido con loro è l’esigenza di sentirsi contenuti. Al gatto piace stare nelle scatole. Perché è un animale predatore e un contenitore è un ottimo posto dove acquattarsi in vista di un agguato. Ma è anche perché le scatole offrono un rifugio sicuro e riparato dove sentirsi tranquilli. Il gatto è un animale che soffre molto lo stress e ha bisogno di zone comfort (si veda anche: Perché ai gatti piacciono tanto le scatole? ).

Anche a me piace ritagliarmi bolle di sicurezza così rigide da essere solide come degli scatoloni.

L’altra sera cercavo un posto dove guardare la partita di calcio. Sono andato in una pizzeria di Király utca dove ero già stato, in cui il capo/pizzaiolo è un algerino che ha imparato il mestiere a Napoli. Se gli dici “sasicce e friarielli” lui capisce al volo e ti batte il cinque.

Ho chiesto a una delle cameriere se ci fosse un posto libero per quella sera. Ho spiegato che avevo provato a contattarli tramite il sito ma non sapevo se avessero mai ricevuto la richiesta.

– Per quante persone?
– Solo io
– Oh

L’ho accennato in passato. Una delle particolarità degli ungheresi è quella del Oh, accompagnato da un’espressione del viso mista tra stupore e apprensione. Come se tu dicessi “Oddio mi sento male e sto per vomitare”. Oh.

Chiedi di spiegarti in inglese quel che ti hanno detto. Oh.

Chiedi di poter restituire un oggetto. Oh.

Chiedi di poter vedere la partita. Oh.

Dopo aver oheggiato, la cameriera mi ha risposto dicendo di dover chiedere al capo conferma sulla partita. Piccolo particolare: ogni santissima partita del Napoli viene trasmessa in quel locale, dato che il capo è un Azzurro convinto e le pareti sono decorate da bandieroni e sciarpe. E la cameriera non può non saperlo, visto che è un anno almeno che lavora lì.

Ma un’altra particolarità degli ungheresi è quella di rendere tutto sempre farraginoso e schematico, come se fosse una richiesta di visura catastale.

Alla fine la partita comunque l’ho vista, seduto a un tavolino laterale attaccato al bancone, che mi sovrastava in altezza. Mi sentivo protetto e a mio agio e fuori dalla vista altrui. Di solito sono abituato a far cose da solo ma non mi sono mai abituato all’idea di essere osservato. Non mi piace, anche se magari nessuno mi sta osservando, in realtà. È il cosiddetto “effetto riflettore”,  che già avevo accennato qui. Ho bisogno quindi di una mia “scatola” da dove poter guardare il mondo.

Ho poi scambiato qualche commento con un distinto signore bolognese, seduto al tavolo di fianco. Senza che io gli avessi chiesto nulla, dal calcio è passato a raccontarmi di sua figlia 13enne nata qui a Budapest che, da buona nativa digitale, lo sovrasta nella tecnologia, anche se poi ha un nipote che è laureato in informatica e fa assistenza IT per le Poste, ci ha messo poco a laurearsi non come un altro suo figlio che a trent’anni se la prende comoda anche se sta studiando Economia che è difficile.

Oh.
Ho fatto io.

Devo aver toccato un ungherese che mi ha trasmesso l’Ohite.


E comunque ai vostri figli fate toccare liberamente i gatti.


Non è che il volatile ficcanaso sia un im-piccione

Quando tornerò in Italia so più o meno quale sarà il tenore, e anche il baritono con tutta l’orchestra, delle domande che mi saranno rivolte:

– Ora che farai?
Che è una delle domande che mi dà più fastidio ma che ho imparato a svicolare con delle supercazzole, del tipo “Vado a fare volontariato per una associazione che raccoglie fondi di caffè per comprare scarpe agli ordini monastici scalzi”. Tanto chi ti pone la domanda in genere smette di ascoltare nel momento stesso in cui te la sta ponendo, un po’ lo stesso principio del “Come stai?” di circostanza.

e

– Quindi son bone le ungheresi?
Per dare l’idea del livello intellettuale che, in taluni casi, può raggiungere una conversazione.

Delle volte io vorrei parlare di altro.
Della mia infelicità.

Vorrei ma non lo farei.
Ovunque mi giri vedo il male. Vedo difficoltà, problemi. Chiunque conosca ha un fardello pesante da portare. Non mi sembra il caso di presentargli il mio.

Inoltre, uno dei problemi della società odierna è che tutti parlano e nessuno ascolta più. Siamo invasi da chiacchiericcio e blablabla, siamo portatori virulenti di egocentrismi.

Una delle prove è secondo me il fatto che quest’epoca è inflazionata da artisti. L’arte è comunicazione e oggi tutti sentono la necessità di comunicare. Molti però comunicano di merda.

Io preferisco ascoltare.

Va anche detto che non saprei da dove iniziare, se volessi parlare: sono infelice per il lavoro? Confesso che, di tanto in tanto, mi sale lo sconforto più che altro a pensare che probabilmente morirò prima di andare in pensione e quindi poter vedere i cantieri con le mani dietro la schiena commentando caustico e cercando l’assenso di altri anziani miei pari.

Ma non è questo.

Sono infelice perché le mie relazioni durano meno di una promessa elettorale? Guardiamo il lato positivo: posso mangiare tutto l’aglio e la cipolla che voglio senza preoccuparmene.

Non c’è un motivo concreto per cui io debba sentirmi giù di toner, come direbbe una fotocopiatrice.

Essendo io incline al leopardismo – tra felini ci si intende – delle volte rifletto su questa frase che da anni mi dà da pensare:

Quando l’uomo non ha sentimento di alcun bene o male particolare, sente in generale l’infelicità nativa dell’uomo, e questo è quel sentimento che si chiama noia [Zibaldone di pensieri]

Tendo a diventar inquieto dopo poco appena mi fermo.

Non è che io sia sempre così, beninteso.

Mi rallegro e godo di tante cose. Mi affascinano soprattutto i piccoli momenti che regalano un sorriso.

Un messaggio inaspettato in cui ti chiedono Come stai?, che, a differenza dell’incontro casuale e del Come stai? di circostanza, implica che in quel momento alla persona tu sia venuto in mente.

Aprire il frigo pur sapendo di non avere nulla dentro ma poi ricordarsi che nel congelatore avevi messo da parte una porzione di qualcosa di buono per ogni evenienza.

Leggere un libro sotto un albero.

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La minzione liberatoria quando stai scoppiando, dopo un litro di birra.

Un complimento ricevuto.

Un complimento fatto e vedere il piacevole apprezzamento negli occhi altrui, di chi comprende che non è una affermazione buttata lì per riempire un vuoto.

I momenti strani quotidiani, come quando l’altroieri ho alzato la testa perché mi sentivo osservato e mi son trovato un piccione che mi scrutava dal fondo del corridoio.

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Ho aperto la porta e l’ho seguito finché non è uscito. Tanto è noto che i piccioni, se inseguiti, camminano invece di svolazzare.

Quando è arrivato sullo zerbino, si è girato a guardarmi. Allora mi è venuto spontaneo, mentre chiudevo la porta, dirgli per educazione: “Ciao, eh! Stia attento, mi raccomando”

Dopo ho riso di me pensando al fatto che parlo agli uccelli.

E poi mi son chiesto: e se un giorno non traessi più piacere da nulla? Se non ridessi più?

E un po’ mi son incupito.

The Gintoki Show: un’intervista da dio

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Il fulmine di Zeus nella sigla è interpretato da uno stuntman professionista, quindi don’t try this at home

Siamo giunti alla terza puntata – ebbene sì, qualcuno ha pagato per far proseguire questo show – del Gintoki Show. Potete rivedere le puntate precedenti qui e qui, ma guardatele dopo aver visto questa, perché sennò se andate subito poi rischiate di perdervi questa qui e non trovarla più.

Questa sera, dopo aver ospitato in precedenza un venerabile Faraone e una Venere del calcio, come potevamo far di meglio? Ma ospitando direttamente il Re degli Dei, è ovvio! Gente, ecco Zeus!

G: Per rompere il ghiaccio comincio così: innanzitutto ti ringrazio per aver concesso questa intervista. Immagino che essendo divinità tu sia molto oberato di impegni. Come riesci a conciliare con l’attività sul blog?
Z: Ti ringrazio a te per l’ospitalità e, vista la cortesia, uso un po’ del ghiaccio rotto per l’ambrosia. Hai ambrosia? Se no va bene anche una birra calda.
Per tornare alla tua domanda: ho la fortuna di essere un manager oculato. Truccando le pagliuzze ho sbolognato le rotture più grandi, acqua e inferi, a Poseidone e Ade. A me rimane solo il cielo e il tuono, non proprio un lavoro a tempo pieno.
Rendo breve ciò che è lungo: scrivo sul blog per noia.

G: Ho una Tuborg lasciata al sole, anche se credo tu non intenda ciò per birra calda…
Sono curioso: la noia incrementa la produttività scrittoria, quindi mi dici?…È molto leopardiano. E so quel che dico: di felini me ne intendo!
Z: Io intendevo una Ceres… ah ah ah *matte risate*. Questa mette KO tutto l’Olimpo ogni volta che la dico. Ridono se no li fulmino, ma tant’è.
La noia è uno stimolo potente, anche se non sembra. L’ispirazione è passeggera: che scrive vive del lampo di genio, sfruttando il momento buono fino allo stremo. E si finisce senza parole o idee.
Io no. Scrivo per noia e perciò con la costanza tipica dei Testimoni di Kingu, quelli che bussano al tempio alle 7 di mattina.

G: Questi Testimoni di Kingu mi ricordano qualcuno con la stessa abitudine.
Restando sulla scrittura (un gentile dono agli umani da parte di Prometeo, a proposito, l’hai perdonato per quella storia di averti fregato l’accendino?), ti sei concentrato spesso proprio sull’analisi del modo con cui il blogger vi si approccia. Sono spunti per una semplici riflessione o vogliono anche essere dei semi lanciati affinché germoglino in un qualche cambiamento in ciò che leggi?
Z: Guarda, so con certezza che,a Prometeo, il rimorso sta rodendo il fegato. Spero stia bene, veramente, certe situazioni ti mangiano vivo.
Sì, quando non sparo minchiate o anestetizzo il mondo con la mia musica, cerco di guardare il comportamento dei blogger. Sono una razza strana, interessante. Nuova, se vogliamo. Diversi dal popolo di facebook e, proprio grazie ad internet, possono ambire a più notorietà e influenza… che ne carbura l’ego.
Ecco il perché delle mie sono riflessioni, spesso scoordinate: vorrei è un cambiamento di rotta, un po’ di qualità&contenuti, e anche un pizzico di autoironia, in più.

G: Eppure, nonostante la diversità dal popolo di facebook, come hai fatto notare anche tu in un tuo post, sembra che il blogging a volte assuma connotati molto da social network. La stessa nuova impostazione grafica di WP sembra ricalcare tale dimensione 3.0. Per carità, io poi non me ne intendo, non sono un grafico (infatti in spiaggia non mi capita mai che una ragazza mi veda e si giri esclamando “Però, che grafico quello lì”). Mi piace però lo spirito che hai: sii il cambiamento che vuoi vedere nel blogging.
Z: Sto cercando di portare, nel mio piccolo, un cambiamento… e non vorrei essere scambiato per arrogante per il mio essere il Capo degli Dei. Sono ancora l’umile dio che ha sconfitto i Titani.
Le collaborazioni con il Faraone nei Grandi Antichi e con Cineclan sono la mia idea di nuovo blog/blogger: personale E comunitario. Le idee fluiscono.

G: Le iniziative “open source” sono molto interessanti: oltre a quella col faraone (qua il progetto Grandi Antichi) e quella con cineclan (qui l’inizio della serie), ne hai qualche altra in cantiere o che vorresti realizzare? Mi compiaccio comunque che la battaglia coi Titani non ti abbia dato alla testa. Ma c’è stata invece un’occasione in cui qualcosa invece ti ha dato alla testa (non vale l’alcool)? Quella volta magari che hai saputo che i Tool suonavano vicino e non ci hai capito più nulla dall’esaltazione, per dire?
Z: Al momento, oltre a questi progetti, sto portando avanti alcune iniziative personali (di cui mantengo il riserbo). Altre iniziative da realizzare? Ho già accennato una mia idea a qualcuno (no spoiler adesso), ma per il resto: chi ha idee è libero di contattarmi. Senza andare indietro fino a Ercole (il Chuck Norris dell’epoca), direi che il traguardo è il 13 giugno 2016 all’Arena di Verona: tour di addio dei Black Sabbath. Una cosa da far tremare le vene dei polsi.

G: Parlando di musica e concerti, il più bello cui hai assistito o quello che è stato proprio come un’esperienza mistica (anche se per la presenza di una divinità come te sono tutti mistici! )?
Z: Mi stai chiedendo di scegliere fra i miei figli con i concerti eheh. I concerti di Heaven & Hell e Ozzy Osbourne (o i Rotting Christ) sono stati grandiosi, intensi, li attendevo da anni.
Fra tutti i concerti dei Down che ho visto sceglierei quello del 2008: è stato liberatorio. Mi hanno stupito gli Anaal Nathrakh, un concerto così brutale e così cattivo da essere un calcio nei denti. Incredibile. Un grandissimo concerto, non metal, è stato quello di Bruce Springsteen: 3 ore di esaltazione e rock.

G: Mi rendo conto fosse una scelta molto difficile, ma ne sei uscito alla grande. A proposito proprio invece di calci nei denti e di Chuck Norris, visto che hai trattato a volte l’argomento, se dovessi fare una classifica di film “muscoli e sangue” (categoria che mi sono inventato ora), quale sarebbe la tua lista di preferenza?
Z: Diciamo che sull’Olimpo sono rinomato per dare un colpo alla botte ed uno alla ninfa ahaha. ‘Ste battute fanno tremare quei bifolchi perdenti dei Troiani.
“Lacrime e sangue”? Sarò scontato, ma un Terminator (il primo) mi da sempre gioia, come anche un film di guerra. Se voglio la poesia assoluta dell’ignoranza (detto con rispetto assoluto) i vecchi film anni ’80 di Bruce Willis o Kurt Russell o L’Armata delle Tenebre… o Machete… Troppi da elencare tutti.

G: Sapevo non mi avresti deluso, infatti mi hai piazzato lì un John McClane (il personaggio di Willis) taaac! Beninteso, dimenticherei l’ultimo Die Hard, se sei d’accordo.  A parte Machete, comunque, noto che non sono film recenti. Colgo l’occasione per farti allora questa domanda: ritieni che un certo tipo di cinema, così come anche per un certo tipo di musica, abbia perso qualcosa rispetto al passato? E, connessa a questa domanda butto lì quest’altra: sei  un rocker nostalgico, della serie “Era meglio un tempo” oppure rispetto al nuovo ti poni con interesse e curiosità?
Z: La delusione è un fattore fondamentale sul mio blog (Ysingrinus docet). L’ultimo Die Hard è scarso, perde il confronto con la poesia bolsa e dopata di Voltaren di The Expendables.
Il cinema sta producendo cose buone anche adesso (è innegabile), ma quell’ignoranza degli eighties (con le buone storie connesse) non è replicabile. Il troppo politically-correct sta distruggendo il cinema bruto e d’azione. Adesso, in un film, sentire “vaffanculo John” (detto al capo di Polizia) o altre volgarità assortite è impensabile in un film che non sia comico/demenziale di seconda fascia. Stessa cosa per la musica. Si è persa l’innocenza già negli anni 60/70… ma almeno negli anni passati c’era tanta qualità quanta merdazza fetida. Il rapporto, adesso, pende più per la seconda.
Sono sempre curioso delle nuove uscite, ma se voglio “andare sul sicuro” o l’album “vincente”, prendo un disco del passato.

G: E se dovessi mettere su una super band, chi sceglieresti come componenti tra i musicisti che stimi?…Altra domanda “scomoda”, qualche figlio subirà un torto!
Z: Mi stai chiedendo l’impossibile… fortunatamente sono un Dio.
Provo a fare una formazione standard:
– BATTERIA: Carter Beauford (Dave Matthews Band) / backup: Richard Christy (Death)
– BASSO: Geezer Butler (Black Sabbath) / backup: Steve DiGiorgio (Death To All / Testament / Sadus)
– CHITARRA: Tony Iommi (Black Sabbath) & Dimebag Darrell (ex-Pantera) / Ritchie Blackmore
– VOCE: Phil Anselmo (Down / ex-Pantera)

G: Mondogatta! Che supergruppo. Ancora una volta, impossible is nothing per te.
Ne verrebbe fuori un concerto da sogno…o da incubo per chi non apprezza il genere (blasfemi!) ehehe.
Com’è il tuo rapporto con gli incubi? Ricordo ne hai anche raccontato sul tuo blog…
Z: A parte il defunto Dimebag, sarebbe una lineup atomica. Secondo me molto più da incubo (blasfemissimi). Ma, a noi, l’incubo piace.
Non so se definire i miei sogni sei veri incubi o solo dei sogni inquietanti. C’è un particolare però: me li ricordo spesso e le trame, oh le trame!, sono incredibili. Devo ancora capire come ho fatto a sognare un gerarca nazista morto che veniva giù da una collina su una sedia a rotelle.
In ogni caso, gli incubi che do agli umani sono ben peggio! *ahahaha*

G: Sì ma gli umani in fondo se li meritano. Cioè prendi Poseidone, fu provocato da Ulisse e il minimo che potesse fare è farlo poi vagare 20 anni (che secondo il codice olimpico è la pena minima mi risulta) nel Mediterraneo.
Nei tuoi racconti trasferisci un po’ il contenuto di queste sequenze oniriche notturne? Oppure, quanto ci metti di “vissuto” nella tua fase creativa?
Z: Io avrei fatto venire gli incubi ad Enea… quel codardo è scappato facendo finire presto il mio epic-movie preferito. Speravo in più battaglie ma niente. E, comunque, Poseidone ha il senso dell’umorismo un po’ annacquato.
Nei racconti lunghi non ci metto molto dei sogni/incubi: il masterpiece Capra Diddio è al 90% opera creativa di Lord Baffon II… io mi limito ad aggiungere il 10% e lo scritto, mentre nei Grandi Antichi l’opera è un delirio condiviso fra il sottoscritto e Ysingrinus.
Dove metto qualcosa di “vissuto” – anche se talmente mascherato e distorto da non capirsi – è nei racconti brevi.

G: Enea era proprio un figlio della sua città!
E con questa direi proprio che siamo alle battute finali.
Comunque, vorrei che oltre a quanto già detto in questa intervista ci raccontassi chi è Zeus per chiudere il cerchio (o il quadrato, fai tu). E, visto che l’hanno affrontato anche i tuoi predecessori, tocca anche a te il giochino che vanta il peggior numero di imitazioni. Descriviti inserendo nel testo questi tre elementi: brodo di pollo, Babbo Natale, puritanesimo. Ci sarebbe anche un’altra cosa: ci vorrebbe un bel consiglio musicale non richiesto per i lettori, come la tua famosa rubrica. Il problema è che questa sarebbe una richiesta, quindi ne invaliderebbe il senso! Quindi facciamo che io te lo chiedo, poi dalla regia questa la tagliamo e tu allora dai il consiglio e io dico ma che bella idea!

Z: Enea era proprio un figlio della sua città. Anche se non riconosciuto, vista la tendenza della città ad aprire le porte ad un mirmidone qualunque.
Chi è Zeus? Zeus è IL dio dell’Olimpo, colui che regna e che, al contrario di Babbo Natale, non vi porterà doni o simpatia. Zeus guarda, ghigna (ma non ride) e si incattivisce di fronte alle cose più inutili. Quali? Rinunciare a grigliare il pollo e farne una gustosa mangiata per creare un brodo di pollo sciapo e inconsistente. La peggior bestemmia che si potrebbe immaginare in queste lande antiche; anche se, a dirla tutta, gli antichi greci non erano sostenitori del puritanesimo del New England, quindi la bestemmia non può essere annoverata come tale.
Visto che siamo alle battute finali, mi permetto di far scendere il già magro share che ho in questa intervista e, inoltre, di farti perdere adoranti lettori e seriosi follower: ecco perché un consiglio musicale ci sta sempre bene. Soprattutto se viene ascoltato da cima a fondo.
Voglio andare sul classico e non cercare qualcosa di estemporaneo, perciò ecco a voi… i ROTTING CHRIST – ZE NIGMAR (a quanto si dice è una parola aramaica e potrebbe significare “è finita”. La canzone fa riferimento ad una delle ultime parole di Cristo in croce).

Ma che bella idea…Ach! Mi ero scordato che eravamo in diretta! Ehm, grazie comunque! Signore e Signori, il grande Zeus!

Non è che i complimenti costino molto perché sono degli “apprezzamenti”

La mia CR, oltre che fonte di racconti sulla sua vita privata (ovviamente in questi giorni ci sono stati aggiornamenti), ispira anche delle riflessioni.

Oggi si parlava di complimenti.
Ho confessato di non essere molto avvezzo a elargirli e lei, scherzando, mi ha detto “Ah, sei un po’ orso eh”.

Il che è vero, anche se non capisco perché si debba usare un orso come metafora. Insomma, anche una scolopendra non credo sia tanto affabile eppure nessuno dice “Sei proprio una scolopendra!”.

La mia scarsa abitudine agli elogi divenne proverbiale al liceo.
Ricordo che, una volta, espressi un commento positivo sulla nuova tinta di capelli di una compagna di classe e lei a quel punto esclamò “Ooh! Fermi tutti! Gintoki ha fatto un complimento!”.

Va bene il mio essere una scolopendra, ma mi parve eccessiva la reazione. Oltretutto, non era neanche una gran tinta: sembrava che si fosse lavata nel concentrato di pomodoro.
O forse sto solo denigrando reagendo a posteriori al suo scherno (tra l’altro doveva essere uno scherno LCD, perché lo trovai alquanto piatto e freddo).

Il mio problema con i complimenti è che sembra che realmente mi costino molto perché non so come formularli. Quando mi cimento in un apprezzamento sono sempre sconnesso, impacciato e alla fine contorto, col risultato che ciò che doveva essere un complimento lascia interdetto il destinatario.

Il fatto è che odio le frasi banali, che sanno di retorico o di tantoper.

Mi chiedo sempre, inoltre, con riferimento alle donne, la credibilità che possa assumere un commento nei loro confronti, disinteressato, su materie su cui sono del tutto ignorante.

Il vestiario, ad esempio. Per me un jeans è bello o brutto e basta. E spesso confondo i due aggettivi perché non me ne intendo di abbigliamento. Indosso camicie a quadri, quindi di cosa stiamo parlando?

Insomma, va come va per i colori: laddove per un uomo esiste il rosso, il blu e il giallo, per una donna dall’occhio esperto esisterà il rosso cremisi, il rosso carminio, il rosso pompeiano e via dicendo.


DIDASCALIA STORICO-CROMATICA
Tra parentesi, il rosso pompeiano nemmeno esiste. È stato il Vesuvio a creare una simile variante cromatica.


DIDASCALIA FELINO-CROMATICA
È come la storia della pantera nera: non esiste e basta.
Chiariamo: Pantera è il sostantivo che identifica tutto il genere di grandi felini. La specie è quella che poi varia: Pantera Leo (leone), Pantera tigris (tigre), Pantera Pardus (leopardo) e così via. Non esiste la singola specie “Pantera Nera”: è soltanto un leopardo o un giaguaro nato nero. È come la tigre bianca: nessuno dirà “Pantera bianca”, è una tigre e basta con una variante cromatica. Quindi la definizione più corretta sarebbe quella di “Leopardo/Giaguaro melanico”.

Ecco, con i complimenti sull’abbigliamento funziona allo stesso modo: sono uno che dice “Che bella pantera nera”, confondendo quindi stili, tagli e dress codes.


Per la cronaca, io sono invece di genere Felis. Sono cugino dei Panteri, veniamo dalla stessa famiglia, ma non parlo molto coi parenti e quindi a Natale sto per i gatti miei.


Delle volte ho timore che il complimento sia fraintendibile.

Ad esempio “Mi piaci con questi jeans” potrebbe essere inteso come “Toglitelo un attimo che vorrei guardarlo da vicino…sì ecco proprio così, uh interessante la tua biancheria, fammi vedere da vicino pure quella…sì ecco scusa stenditi un attimo che vorrei parlarti…no no tranquilla i tuoi vestiti stanno lì da parte, non vorrei che capi così belli si sporcassero, anzi facciamo così, ci metto pure i miei così i tuoi non si sentono soli, che ne dici?…Uh che freddo all’improvviso, fammi stendere un po’ di fianco a te…No forse sopra si sta più caldi, che dici?


In certi casi in realtà avviene così.


Che il pensiero sia quello, intendo. Che poi ci si tolga i jeans è un altro discorso.


Che poi nel momento in cui si tolgono ci si rende conto che alla fine non era quindi vero che “Mi piaci con questi jeans”, perché sennò glieli avresti fatti tenere. Ma a quel punto saresti giusto un attimo feticista. Quindi se ti piace di più senza, sei stato invece uno sporco bugiardo con quel complimento. E torniamo al punto di partenza.


In realtà il modo migliore di fare un complimento è essere spontanei: nel momento in cui ci si riflette su è come se l’apprezzamento perdesse fragranza. Come dei biscotti la cui scatola non è stata richiusa bene.

Se invece è immediato, anche un semplice “mi piace” non è banale.
Con o senza jeans.

Manifesto del Partito Gattocratico

Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro della gattocrazia.
È ormai tempo che i felini espongano apertamente in faccia a tutto il mondo il loro modo di graffiare, le loro fusa, le loro code, e che contrappongano alla favola dello spettro della gattocrazia un manifesto del partito stesso.
Cat Marx

Come avevo preannunciato qualche post fa, ritengo che attualmente l’unica via possibile e percorribile nello scenario politico odierno sia l’instaurazione di una Gattocrazia. Credo che i tempi siano maturi per questo processo e sto quindi cominciando a costruire il progetto per il Partito Gattocratico, per uno Stato felino e ronfante e che abbia come religione di Stato il Gattolicesimo.

Queste sono delle bozze dei manifesti che nei prossimi mesi verranno affissi in giro per l’Italia:

gattonare

gattogobba

tasse

A breve comunicherò tempi e modalità per la campagna di tesseramento. Diffondete il verbo (cioè il “meow”).