Non è che quando sei stanco chiami la Celere per avere un po’ di carica

Oggi un tale, cui non avevo risposto a una mail del 3 marzo, mi ha scritto con tono vagamente polemico.

Ha esordito con:

Caro Gintoki,
forse sei giovane e inesperto, ma sarebbe professionale replicare a una mail scrivendo “Chiedo scusa, al momento non posso rispondere perché…”.

Oppure è un tipo di linguaggio (eh?) o forse un atteggiamento culturale dell’Est Europa, […]

Ha ragione, senza dubbio.
A parte quando l’ha buttata sulla “cultura dell’Est Europa”.

Ho commesso una mancanza su un aspetto cui tengo molto quando mi trovo nella posizione di attesa di una risposta. È fastidioso e disdicevole vedere una mail cadere nel vuoto.

Il fatto è che a volte le ciance altrui mi stancano.

Mi stanco di molte cose.
Sarò sincero.

A volte mi stanco di esser sincero.

Mi stanco di dover contraddire qualcuno. Mi stanco a essere contraddetto.

Mi stanco di quelli che credi ti stiano ascoltando e poi rispondono in base a una loro idea precostituita in testa, che prescinde da ciò che tu stai dicendo.

Mi stanco di dovermi giustificare per conto terzi, come se la cosa mi riguardasse.

Mi stanco del calzino che cade dal bucato tolto dalla lavatrice. Poi debbo tornare indietro a cercarlo e mi sembra che, finendo a terra, appena lavato, si sia contaminato.

Mi stanco delle cose che cadono dopo tanto tempo.

Mi stanco di trovare un buco nei boxer.

Mi stanco dell’obsolescenza programmata. Porto con me un notebook del 2009 e mi stanco se dicono di cambiarlo.

Mi stanco di chi pensa abbia speso troppo. Mi stanco di chi pensa sia avaro. Mi stanco di chi fa i conti in tasca agli altri.

Mi stanco di non avere abbastanza tasche per chiavi, telefono, tessera dei mezzi, scaldacollo, cappello, libro, fazzoletti, cose acquistate.

Mi stanco di uscire e preferisco rimanere sul divano.
Mi stanco di star da solo e preferisco uscire.

Mi stanco di quelli che ai controlli all’aeroporto dimenticano di togliere qualcosa e rallentano la fila. Mi stanco di concentrarmi su quello che fanno gli altri e come un fesso dimenticare io qualcosa.

Mi stanco che in aeroporto un panino dalla consistenza del cartone con una fetta di prosciutto trasparente del LIDL costi quanto un piatto di penne al tartufo a Norcia.

Mi stanco dei veleni che sono contenuti nei cibi. Mi stanco di passare oltre alcuni scaffali senza prendere niente pensando di guadagnare un mese di salute in più. Mi stanco di cucinare e allora prendo una cosa a caso senza leggere l’etichetta sul retro.

Mi stanco di quelli che mangiano al cinema. Mi stanco di quelli che guardano il cellulare durante la proiezione e mi illuminano la sala come a un concerto di Tiziano Ferro.

Mi stanco degli attacchi usb, delle canottiere, dei preservativi, di tutte le cose che hanno due lati quasi uguali e che puntualmente nella fretta prendo dal verso sbagliato.

Mi stanco di correre e di fare sempre le cose di fretta. Mi stanco di avere qualcuno che mi mette fretta se me la prendo con calma.

Mi stanco di ascoltare quelli che credono alle ricette magiche trovate su internet, la dieta dei peli del pube, la cura a base di sperma di lumaca e tutte le altre pozioni magiche degli stregoni 3.0. Mi stanco che non se le tengano per sé talune minchiate.

Mi stanco di quelli “ma perché non fai…?”. Mi stanco di non poter rispondere “ma perché non ti fai i cazzi tuoi?” perché poi si diventa cattivi.

Mi stanco di chi non afferra l’ironia e necessita spiegazioni. Mi stanco di dare spiegazioni. Mi stanco di spiegare la tovaglia e allora preferisco cenare su una tovaglietta di PVC.

Mi stanco a non poter dire che mi stanco perché mi sembra offensivo per tutti gli altri che si stancano. Mi stanco che gli altri mi offendano senza lo stesso riguardo.

Mi stanco di riguardarmi allo specchio.

Mi stanco e quindi vado a dormire.
Per stancarmi anche l’indomani.

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Dimmi chi sei e ti dirò se la tua è un’opinione pubblica, pubica o pudica

Mi punge vaghezza (o forse non è vaghezza ma una zanzara) di vedere che ne pensano. Un esperimento antropologico. Poso il bicchiere.

“Comunque mi sarebbe piaciuto partire per il vicino Est Europa con una Ong”.

Lui mi osserva e il viso si contrae in una malcelata risata come se avessi detto “mi son comprato un naso da pagliaccio e andrò in giro indossandolo”. Socchiude gli occhi guardando il mio vicino di posto, cercando complicità nel riso trattenuto per educazione.

Concludo allora il discorso in modo frettoloso restando molto sul vago, fino a far morire le ultime parole in un sorso di birra. I bicchieri pieni sono il miglior antidoto all’imbarazzo e un ottimo metodo di evasione.

I feedback degli individui sono filtrati dalle loro esperienze. Ogni essere umano ha il proprio bagaglio di trascorsi che influenza le relative opinioni.

Il che pone un interrogativo: un parere quanto potrà essere oggettivo?

Poniamo che voglia cambiare lavoro, perché non mi soddisfa. Anzi, voglia cambiare vita. Compio allora un sondaggio su un campione molto ristretto:

A) 27 anni, disoccupato ancora in cerca di primo impiego a 3 anni dalla laurea che forse adesso ha un’opportunità. Per 400 euro al mese.
B) 31 anni, disoccupata dopo aver lasciato impiego da baby sitter con lavoretto part-time in corso per conto di un amico (ovviamente in nero).
C) 23 anni, universitaria con alle spalle erasmus/viaggi studio all’estero/stage all’estero in corso.
D) 29 anni, lavoratore in nero non soddisfatto e che non vede prospettive di crescita nell’ambiente lavorativo che frequenta.

I pareri ottenuti sono i seguenti (in ordine sparso):

1) Vai, cambia, se non ti soddisfa. Hai un’età in cui puoi permetterti ancora di scegliere, fa’ quel che ti piace.
2) Parliamoci chiaro, se dessero 1200 euro al mese sarebbe diverso (Premio G.A.C.!).
3) Però di questi tempi un lavoro è pur sempre un lavoro, se non hai di meglio…
4) Io avrei abbandonato già da tempo.

Il gioco è abbinare le risposte alle persone che le hanno rilasciate.