Scene da un manicomio

Una diapositiva del posto dove lavoro

Diario di Gintoki,
Venerdì qui sono andate in onda scene di ordinaria follia. L’ex fidanzato di un’operatrice del piano di sotto è entrato negli uffici come una furia con l’intenzione di metterle le mani addosso.

Antefatto: lui e lei tre mesi fa si sono lasciati, dopo essere stati insieme per 5 anni. Ora lei sta con un altro e pare che sia stato proprio quest’ultimo individuo il motivo della fine della storia. Lui, il cervo, ha saputo solo questo fatale venerdì del tradimento e dell’esistenza di tal terzo incomodo, o meglio, ne ha scoperto l’identità (ed era uno che conosceva bene).

Allontanato dalla sede (senza l’intervento della vigilanza: “tanto se la chiamo arriva tra mezz’ora” ha detto Capo-dalle-camicie-a-quadretti-e-dal-ciuffo-cotonato), si è diretto sotto casa di lei per aspettarla quando sarebbe tornata. La ragazza, avvisata della cosa dai genitori, ha cominciato ad avere paura e non voleva tornare. I genitori di lei poi hanno parlato col cervo e tutti insieme si sono diretti di nuovo qui sotto, per continuare a parlare.

Ora allacciate le cinture perché ho paura che vi ribaltiate, stiamo per attraversare una turbolenza di stronzate.

I genitori di lei hanno convinto lui a tornare sotto l’edificio per evitare sceneggiate sotto casa: sennò i vicini chissà che avrebbero detto!

Per la serie, se devi menare mia figlia, fallo almeno dove non vedono gli altri.

Così per una buona mezz’ora almeno sono rimasti giù nel parcheggio a parlottare tutti insieme allegramente. Non so come sia andata avanti perché avevo altro da fare che mettermi a spiare la scena come una vecchia comare.
Anche perché la vetrata a specchio che ricopre la facciata rende impossibile vedere all’interno solo quando c’è la luce solare. Di sera, con l’illuminazione artificiale all’interno accesa, si nota invece benissimo chi c’è dall’altra parte del vetro.

Avete ancora le cinture allacciate? Bene, perché si continuerà a ballare.

Quando ho realizzato di essere in un manicomio e di dover fuggire è stato dopo che Collega Onicofago Seriale ha detto la sua:
– “Certo che però pure lei…cioè lui non sta bene con la testa ma lei se la va a cercare”.

Ho avuto l’impulso di correre verso la vetrata, sfondarla e volare giù. Tanto siamo al terzo piano, si può anche sopravvivere.

Per carità, io non sono un bonzo e se mi capitasse una situazione del genere penso darei di matto anch’io. L’orgoglio è una brutta bestia. Brutta e stupida. Penso mi verrebbe voglia di andare a decorarle la fiancata dell’auto con un graffito artistico dai vaghi richiami pompeiani, in onore al dio Priapo. Sì sì ok non si fa, don’t try this at home.

Però che quello vada sul posto di lavoro di lei a metterle le mani addosso, perché tanto “Se le è andata a cercare” siamo alla follia pura. Io rabbrividisco.

Quante volte avrete sentito questa frase? Ogni volta che una donna viene malmenata, stuprata o uccisa, di sicuro ci sarà qualcuno che, dal suo personale balcone della verità, si affaccerà per sentenziare “sì, però pure lei che se le è andata a cercare”.

I don’t want to live on this planet anymore.

Ricapitolando, in 4 mesi che sono qui abbiamo:
Un Lupin tra noi non ancora identificato;
la collega “sposati e sii sottomessa”;
il collega che non si sa se abbia sposato suocera o figlia;
– e ora abbiamo trovato anche il compagno ideale per “sposati e sii sottomessa”.

ps: non so come sia andata a finire poi la storia. Spero che il cervo si sia messo l’anima in pace.

Alle prossime cronache dal manicomio.

Il vostro amichevole Gintoki di quartiere
timthumb

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