Non è che all’estero sei un donnaiolo solo perché ci sai fare con la lingua

Ore 8:49 di questa mattina:

Sono in attesa del modulo e del documento di riconoscimento, ti ricordo che il termine di presentazione è l’8 ottobre.

Ormai dovrebbe essere chiaro di chi sia questa formale e autorevole mail – cui starebbe stato bene in oggetto un bel “SOLLECITO” – dopo la puntata precedente. Ma certo! È di Padre!

Ieri sera gli avevo chiesto se potevo inviare a lui il modulo per votare dall’estero.


Ora è possibile anche per i non iscritti in AIRE e il modulo può essere inviato via posta, via mail, via fax o consegnato a mano anche da terzi.


Dato che non mi fido della ricezione dei documenti da parte del mio Comune, ho chiesto a Padre se potesse pensarci lui, dato che lavora lì.

Ha preso il compito in maniera molto ufficiale.

Mi chiedo se il postino ungherese riuscirà poi a leggere bene il mio nome.

Quando al lavoro mi trovo a scrivere a consulenti del resto del mondo, ce ne fosse uno che riscrivesse il mio nome, cioè Gintoki, in maniera corretta. Alcuni poi pensano che io sia donna e mi rispondono “Dear Ms. Gintoki”.


E non mi chiamo né Andrea né Rosario, che altrove generano equivoci.


D’altro canto il lato interessante è proprio entrare in contatto con persone di tutto il mondo. Anche se il mio feticismo professionale risiede tutto nel parlare al telefono con gli Albionici sudditi di Sua Maestà, ascoltando il loro inglese compìto e formale.

Il che mi fa sentire tanto in imbarazzo per come parlo io. Non ho un cattivo accento, credo. In realtà non ne ho nessuno. Dico Doctah per dire Doctor come fossi nella BBC – troppe puntate del Doctor Who – e poi dico Torono in luogo di Toronto, come un Canadese. Mi chiedo se suoni buffo.

Dove ho invece difficoltà è nelle parole con troppi salti di consonante e di suoni che danno ai mie discorsi un che di sputacchioso. Aggiungiamo anche che ho la esse come Sir Bisss, quindi credo all’interlocutore sembri di ascoltare Donald Duck.

C’è chi poi la lingua la usa troppo.

Oggi in sede è arrivato il Capo de’ Capis, quello da Bruxelles. L’uomo con l’alito di sala d’attesa fumatori e borsa della palestra.

Ha tenuto in riunione me e CR per un’ora per parlare di aria fritta. Quella che usciva dalla sua bocca.

– Che progetto avete in corso?
– Beh ci sarebbe il Laboratorio ACME in Malawi con lo studio sui silos del grano…
– Ah noi abbiamo fatto in Saudi Arabia il progetto per le warehouse bla bla bla…

Ho già problemi di mio con chi parte per la tangente a raccontare i fatti propri, ma ho ancor più problemi con chi intervalla i discorsi con parole in inglese assolutamente inutili: “Abbiamo fatto questo workshop sulla self employability per incentivare la pratica di threesome gangbang interracial…”


Dopo un po’ smetto di ascoltare e sostituisco le parole con terminologie porno.


Questa sera invece mi è capitato per la seconda volta in pochi giorni che una commessa mi dicesse qualcosa in ungherese e, dopo aver spiegato la mia barriera linguistica, questa sbuffasse. L’ho trovato abbastanza maleducato e, col sorriso sulle labbra, ho risposto A soreta.

Perché in fondo ognuno usa la lingua come vuole.

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Detesto il provvisorio

Le mani nelle tasche del cappotto e il collo sprofondato nel bavero, stringo intorno a me calore da non lasciar fuggire via. Il clima in questi giorni s’è fatto mite ma quando il Sole tramonta l’umidità prova sempre a intimidirti.
Passeggio. Poi mi fermo, mi appoggio al muro. Riprendo a camminare. Credo che i passanti mi osservino. Forse notano che son forestiero. Ho l’impressione che noi napoletani per fisionomia ci distinguiamo dagli altri. Che poi a mia volta essendo io provinciale penso di distinguermi dai cittadini di Napoli veri e propri.

40 chilometri da fare due volte, andata e ritorno. Ho le scarpe pulite e la camicia fresca di bucato, come Nicola Arigliano. Ma l’ho battuto, ho fatto 4 volte la sua strada.

Mi fa male lo stomaco. Sarà il caffè di stamattina. Io non devo strafare, ne bevo un paio al mese, adesso invece siamo già al terzo in poco più di due settimane.
Saranno le farfalle in decomposizione. La putresceina starà fermentando dentro di me. Ecco, per darmi il colpo di grazia andiamo al bar e prendo un altro caffè. Due in un giorno, giornata di follie.

Prima di salire in auto e andar via vuoto il sacco.
Sono qui perché devo parlare. Parlare. Che strana parola. In latino era parabolare. Rende l’idea di un qualcosa costruito per immagini, artifici creativi e metaforici. I Latini, pragmatici, credo infatti usassero loquor per riferirsi al chiacchierare comune. Noi invece dobbiamo adornarci di allegorie per dare forma e sostanza al nostro Io.

Quando durante l’attesa pensavo a ciò che avrei detto mi percepivo molto figo. Carismatico, deciso, il fascino enigmatico dell’uomo che non chiede mai ma dice solo Hey baby con lo sguardo. Ero Humphrey Bogart.
Adesso mentre parlo mi sento più come Donald Duck. Biascico e farfuglio con tono querulo e patetico.

Ma non faccio promesse da marinaio, son sincero e convinto. Espongo le mie considerazioni. Su vita, morte, vita di rimpianti e morte di speranze. Ho deciso di riprendere un filo che avevo perso in questi mesi. Quello della comunicazione. Sarà egoista, ma preferisco liberarmi di ciò che ho da dire.

Non basta.
Che ore sono a New York? Ah, cosa? No no lascia perdere. È ora che io me ne vada. Getto le carte e abbandono il tavolo. Questa partita mi vede perdente.

Volevo provare un’uscita di scena da film, voltarmi e lasciare la mia sagoma rimpicciolirsi sempre più, con le mie spalle a lasciar trapelare sentimenti al posto mio.
Peccato io abbia l’auto proprio qui. Allora ti allontani tu lasciandoti inghiottire dall’ombra.

Ma salta su, porco boia, ti do un passaggio.

Dopo torno a casa affrontando tornanti di montagna bui e umidi.
Non ho lo stereo in auto. Canto da solo.