Non è che all’estero sei un donnaiolo solo perché ci sai fare con la lingua

Ore 8:49 di questa mattina:

Sono in attesa del modulo e del documento di riconoscimento, ti ricordo che il termine di presentazione è l’8 ottobre.

Ormai dovrebbe essere chiaro di chi sia questa formale e autorevole mail – cui starebbe stato bene in oggetto un bel “SOLLECITO” – dopo la puntata precedente. Ma certo! È di Padre!

Ieri sera gli avevo chiesto se potevo inviare a lui il modulo per votare dall’estero.


Ora è possibile anche per i non iscritti in AIRE e il modulo può essere inviato via posta, via mail, via fax o consegnato a mano anche da terzi.


Dato che non mi fido della ricezione dei documenti da parte del mio Comune, ho chiesto a Padre se potesse pensarci lui, dato che lavora lì.

Ha preso il compito in maniera molto ufficiale.

Mi chiedo se il postino ungherese riuscirà poi a leggere bene il mio nome.

Quando al lavoro mi trovo a scrivere a consulenti del resto del mondo, ce ne fosse uno che riscrivesse il mio nome, cioè Gintoki, in maniera corretta. Alcuni poi pensano che io sia donna e mi rispondono “Dear Ms. Gintoki”.


E non mi chiamo né Andrea né Rosario, che altrove generano equivoci.


D’altro canto il lato interessante è proprio entrare in contatto con persone di tutto il mondo. Anche se il mio feticismo professionale risiede tutto nel parlare al telefono con gli Albionici sudditi di Sua Maestà, ascoltando il loro inglese compìto e formale.

Il che mi fa sentire tanto in imbarazzo per come parlo io. Non ho un cattivo accento, credo. In realtà non ne ho nessuno. Dico Doctah per dire Doctor come fossi nella BBC – troppe puntate del Doctor Who – e poi dico Torono in luogo di Toronto, come un Canadese. Mi chiedo se suoni buffo.

Dove ho invece difficoltà è nelle parole con troppi salti di consonante e di suoni che danno ai mie discorsi un che di sputacchioso. Aggiungiamo anche che ho la esse come Sir Bisss, quindi credo all’interlocutore sembri di ascoltare Donald Duck.

C’è chi poi la lingua la usa troppo.

Oggi in sede è arrivato il Capo de’ Capis, quello da Bruxelles. L’uomo con l’alito di sala d’attesa fumatori e borsa della palestra.

Ha tenuto in riunione me e CR per un’ora per parlare di aria fritta. Quella che usciva dalla sua bocca.

– Che progetto avete in corso?
– Beh ci sarebbe il Laboratorio ACME in Malawi con lo studio sui silos del grano…
– Ah noi abbiamo fatto in Saudi Arabia il progetto per le warehouse bla bla bla…

Ho già problemi di mio con chi parte per la tangente a raccontare i fatti propri, ma ho ancor più problemi con chi intervalla i discorsi con parole in inglese assolutamente inutili: “Abbiamo fatto questo workshop sulla self employability per incentivare la pratica di threesome gangbang interracial…”


Dopo un po’ smetto di ascoltare e sostituisco le parole con terminologie porno.


Questa sera invece mi è capitato per la seconda volta in pochi giorni che una commessa mi dicesse qualcosa in ungherese e, dopo aver spiegato la mia barriera linguistica, questa sbuffasse. L’ho trovato abbastanza maleducato e, col sorriso sulle labbra, ho risposto A soreta.

Perché in fondo ognuno usa la lingua come vuole.

Annunci

Non è che un’uniforme la prendi in due pezzi perché è una divisa

Il vantaggio di riprendere un lavoro che già si è svolto è il non aver a che fare con il trauma dell’apprendimento.

Nulla qui è cambiato nel Laboratorio ACME di Budapest.


Sì è lo stesso che produce marchingegni per Wile E. Coyote.


A parte che non c’è più il precedente amministratore, il Doctor Who. Ora, c’è un duopolio formato da un tacchino e una castora.


A volte ho l’abitudine di immaginare le persone sotto forma di animali antropomorfi. Non riesco con tutti, solo con le persone che fisicamente sembrano ben adattarsi a un loro alter ego bestiale.


Il vero capo sarebbe il Tacchino, ma la Castora è diventata la sua ombra.

Il Tacchino, che all’epoca della mia prima esperienza girava sempre con un maglioncino a righe verde e nero tutti i giorni – come se fosse la propria divisa ufficiale – da adesso che è il capo mette i maglioncini da Steve Jobs.


Io son sempre dell’idea che la buonanima di Steve Jobs abbia fatto molti danni nelle menti altrui.


La Castora pretende riunioni per qualsiasi cosa.

Ma è così che si fa in una grande azienda!

Giusto.
In una grande azienda.

Mi chiedo se sia necessario in una compagnia di 7-8 unità dove io per dire cosa tengo aperto sul pc al momento mi basta farlo davanti la macchinetta del caffè.

Sembra sia diventato indispensabile.

Quindi invece di dire davanti alla macchinetta del caffè cosa ho aperto sul pc, si programma una riunione, ci si siede attorno al tavolo, la Castora porta il proprio notebook col quale apre la stessa cosa che vedrebbe guardando il mio pc, io dichiaro cosa tengo aperto sul pc, quindi grazie a tutti e arrivederci.

Oggi al mio secondo giorno mi sono beccato il raffreddore.

Mi soffio il naso di nascosto in bagno perché ho paura che si possa invocare una riunione per stabilire gravità del malanno, numero di fazzoletti utilizzati e quantità di secrezioni nasali prodotte.

Non è che in bagno tu sia libero di far tutto perché hai carta bianca

L’insospettabile virtù dell’ingannare mentalmente il tempo mentre non te ne cale né tanto né poco di ciò che ti circonda. Un’arte che è sempre bene affinare.

Oggi c’è stato un altro torta-day, per un compleanno di una collega.
Al termine del diabetico lavoro di mascelle, il Doctor Who (il capo) ne ha approfittato per illustrarci le proposte per il nuovo logo della compagnia e la nuova versione del sito internet.

Trattandosi di una novità prevista per un futuro in cui io non sarò più con loro, The Doctah mi ha chiesto di avere comprensione per il fatto che ne avrebbero parlato in ungherese.

Così, da partecipante attivo della concione o brainstorming come dicono tutti quelli che vogliono sembrare al passo coi tempi, sono diventato un semplice figurante, per non dire una sagoma di cartone.

Con in sottofondo un blablagyok e blablakush (ad orecchie estranee così suona l’ungherese) continuo, sorgeva il problema della posa da assumere. Ho preso sottomano il foglio delle proposte di loghi e, con una mano sotto al mento, fingevo di esaminarli con occhio critico.

Trascorsi 10 minuti stavo per assopirmi.
La noia è uno dei miei più grandi nemici e mi attacca con la sua carta più potente: il sonno.

Per tenermi sveglio ho provato ad attivare il cervello tenendolo impegnato. In questi frangenti tendo sempre a pensare a comporre delle liste. Ad esempio, i Presidenti della Repubblica italiani dal 1946 a oggi. Oppure le province italiane, da Nord a Sud. Esercizio più che mai complicato perché le cose sono cambiate molto rispetto a quando 20 anni fa le ho studiate alle elementari. La proliferazione di capoluoghi in Italia è stata tale che oggigiorno è facile ritrovarsi posti che non avresti mai detto, come Vergate sul Membro o Cunnilinguo sul Clito, come provincia.

Purtroppo, queste liste non combattevano l’abbiocco.

Poi mi è caduto l’occhio sul vecchio logo della compagnia. E mi sono reso conto che, stilizzata, al suo interno sia presente una vulva. O forse gli zuccheri della torta Oreush (torta Oreo) mi avevano obnubilato il cervello.


Se fosse qui tra noi, Freud avrebbe sicuramente concordato con me nel vedere una vulva. Anzi, una vulva assediata da un branco di lupi che assistono a un coito a tergo tra un centauro e una silfide, allegoria di un non risolto conflitto familiare presente nell’inconscio.


A quel punto ho iniziato quindi a pensare ai tipi di vulva esistenti. Perché non ne esiste solo una tipologia, anatomicamente parlando, e ogni vulva è bella a donna sua. Ed è un delitto, a mio avviso, che ai ragazzini inesperti come fu per me all’epoca l’industria del porno tenda a presentare invece un tipo di vulva standardizzato. Le attrici ricorrono anche alla chirurgia per avere un “prodotto” conforme a una linea dominante.


È chiaro che il porno stia al sesso come il wrestling alla lotta greco-romana, tutto è costruito secondo dei canoni che enfatizzano o esasperano ogni aspetto degli atti sessuali. È un mondo che deve presentare degli aspetti alienanti; una volta lessi un’intervista su RS di una pornostar – credo si trattasse di Tera Patrick – che raccontava che durante i “ciak” pensava spesso alla spesa da fare o alla cesta di bucato da svuotare.
Se volete leggere qualcosa che mostra con occhio ironico ma attento il mondo che ruota intorno all’industria pornografica, consiglio un saggio di David Foster Wallace contenuto in Considera l’aragosta: Il figlio grosso e rosso, racconto di quando DFW fu presente, come inviato, agli Adult Video News Award, una sorta di Oscar del porno.


Mentre ero intento in queste profonde (quanto un esame con lo speculum) elucubrazioni, CR dice, in inglese, rivolta a me: “L’ha fotografata Gintoki, vero?”

E io sono sobbalzato come se avesse visto nei miei pensieri. E, balbettando, ho chiesto di cosa stesse parlando. Si riferiva alle foto del nostro stabile, che avevo fatto io per una presentazione aziendale.

Interrotto il filo dei pensieri e tornati i colleghi a blablagyokkare, io sono andato in bagno, che è attaccato alla saletta riunioni e separato da essa da una parete sottile quanto un Fassino.

Le tazze dell’Europa centro-orientale hanno una caratteristica: non convergono direttamente verso lo scarico ma hanno una conchetta dove si raccoglie il depositato prima di tirare lo sciacquone.

Non ne capisco il motivo. Forse è per poter dare un occhio alla produzione prima di salutarla definitivamente. Un rimando ai tempi dell’infanzia e del vasino quando il “distacco” è psicologicamente difficile.


Oppure è utile per recuperare gli ovuli di cocaina ingeriti.


Di certo riduce il rumoroso effetto fontanella durante la minzione, anche se vale soltanto per gli uomini. E non per me, perché, essendo io affetto da una sindrome compulsiva che mi porta a voler incastrare ogni cosa al proprio posto, tendo sempre a cercare di centrare il buco di scarico anche al costo di inevitabili contorsionismi urinari.

Proprio mentre mi esibivo in questi esercizi, dall’altra parte hanno cessato di parlare tutti quanti, e nel silenzio generale hanno udito una lunga (effetto del tè verde mattutino) e rumorosa fontana.

Al mio ritorno in sala sono stato osservato. Avrei voluto dire: “Beh? Voi il bagno lo usate solo per pettinarvi?”.

Poi mi sono accorto di aver lasciato la cerniera aperta.

Non è che in Austria per le camicie usino l’asse da Stiria

Il 15 marzo qui in Ungheria è festa nazionale per la Rivoluzione del 1848.


Il 15 marzo 1848 con la lettura di un proclama pubblico di 12 punti cominciò la rivoluzione che portò alla guerra di indipendenza dell’Ungheria contro l’Impero Asburgico, guerra che si concluse con la capitolazione – in un bagno di sangue – degli ungheresi, che dovranno attendere il 1867 (anno dell’Ausgleich, il compromesso) per vedere riconosciuta autonomia: in quell’anno, infatti, nacque l’Impero Austro-Ungarico, la Duplice Monarchia.


Già da oggi ho cominciato ad avvistare persone in giro con coccarde tricolore (è tradizione infatti apporne una sul petto per questa occasione) e bandierine, mentre suonatori ambulanti fuori la stazione Nyugati intonano canti patriottici.


O magari erano invece romanze neomelodiche che parlavano di tradimenti e amori impossibili e le coccarde mi han fuorviato.


Dato che le celebrazioni mi mettono sempre a disagio, me ne andrò via tre giorni. La società ha infatti deciso di far ponte il 14.


Che poi non è vero, rientrerò il 15 mattina in tempo per vedere qualunque cosa facciano gli ungheresi in questa giornata.


Se lo avessi saputo con largo anticipo mi sarei organizzato. Una prima idea sarebbe stata cercare un volo per tornare in patria, anche se comunque ho già in programma di rientrare a Pasqua.

La seconda idea sarebbe stata prendere un volo low cost per il Nord Europa. È stato sorprendente sapere quanti voli diretti ci siano da qui alla Scandinavia. Avrei potuto approfittare di quei fantastici biglietti a 30-40 euro per la Svezia.


La storia che i biglietti aerei conviene comprarli 8 settimane prima sembra essere purtroppo vera¹.


¹ Anche se, se tutti si convincono di questo modello matematico e iniziano ad acquistare biglietti 8 settimane prima, non c’è il rischio che il boom di click online intorno quel periodo faccia lievitare i prezzi?


Sento un bisogno di estremo Nord.

“Vieni, vieni, il Nord ti aspetta”

Non potendo soddisfare questo nordismo e vedere bionde pure prima che si estinguano,


Il biondismo sembra infatti destinato a scomparire.


Anche se in realtà poco mi interessa: sono per il nero scuro. Temo purtroppo però che i miei geni non siano total black: ogni tanto nella barba mi spunta un pelo chiaro o rossiccio.


ho deciso di prendere un treno per l’Austria, direzione Graz (preg!), capolouogo della Stiria, regione verde.


Ma esistono regioni non verdi in Austria?


Oltre a quello specifico di Nord, sento un generale bisogno di viaggiare spesso.
Non compro dischi e vivo di YouTube e Spotify, risparmio su altri intrattenimenti, ma a un viaggio, se posso e le mie possibilità manducatorie mensili me lo permettono, non riesco a rinunciare.

Ho il bisogno di vedere e di conoscere, anche perché non so se un giorno dovrò smettere o limitarmi.

Conosco anche molte persone sparse in giro, il che può essere rassicurante perché è piacevole pensare che se rimani a piedi con l’auto in un punto puoi ricordarti di qualcuno che potrebbe dare una mano lì nei dintorni.


Ammesso che si ricordi di me: sono così schivo nei rapporti umani che non li approfondisco, non li coltivo. A volte mi faccio proprio schivo da solo. Non è che non mi piacciano le persone: al contrario, più ne incontro e più trovo rassicurante sapere che ci sia vita nel mondo. Eppure di queste vite non riesco a spingermi a farne parte in misura più ampia. A volte penso sia inabilità sociale, a volte credo che quella della inabilità sia solo una giustificazione di comodo.

Quanti Fatti sentire ho ricevuto.
Oppure quanti Potevi avvisarmi che eri lì.


¹ Ma l’uso della giustificazione di comodo non è esso stesso una prova di una inabilità sociale?


Dopo tanti viaggi in treno, ancora mi affascina che dall’esterno sembri un proiettile ma quando ci sei dentro invece il paesaggio sembri scorrere più lento. Che è un po’ il contrario che accade quando si è pensierosi: la tua mente vaga a pensare mille cose in poco tempo, chi ti guarda invece pensa che tu ti sia pietrificato.

Provai a raccontare a lei, una volta, di questi miei momenti di raccoglimento. Della malinconia che mi prendeva quando dovevo specchiarmi nel finestrino perché non c’era nessuno a potermi dire che mi ero rasato male.


Uno dei motivi per cui alla fine ho lasciato crescere la barba è stata la mia presa di coscienza di essere incapace a farmi un pizzetto dritto o regolare.


Ma non mi espressi bene. Urtai la sua sensibilità. Non poteva viaggiare e lo prese come un tentativo di colpevolizzarla per il fatto di lasciarmi da solo.

Io come mio solito reagii alterandomi, perché la diplomazia per me è solo una sorella di un genitore con un titolo di studio.

Tanta voglia di vedere il resto del mondo da non riuscire poi a scorgere oltre il mio naso chi mi è più vicino.

Un giorno vorrei andare nello Spazio e, come il Doctor Who, tenderti la mano dicendo Vieni con me.

Andiamo a fare una passeggiata sul lungoMarte.

Non è che.


Questo post non ha un titolo umoristico con i soliti giochi di parole perché mi sento malinconico. Quindi è da intendersi Non è che ci sia un errore, il titolo è proprio così.


Sono tornato a Kerepesi questa volta volontariamente, deciso a scattare delle brutte foto dall’andamento sbilenco.


Il Kerepesi è un vecchio cimitero di Budapest, risalente a metà dell’800.


Ho questa brutta piega che mi porta a rendere storta qualunque cosa, una linea tracciata a mano libera – o anche ammanettata, una foto, una curva disegnata con l’auto e cancellata dalle gomme, una scritta su un quaderno senza margini di miglioramento.

Mi manca artisticamente il senso della profondità e qualche volta infatti sarò stato invero superficiale.

Superficiale come quella volta che non capii che mi stavi comunicando un disagio e io da 2000 km mi feci piccolo piccolo agli occhi tuoi credendo di ergermi a grande.


È facile rendersi uomini piccoli in maniera inversamente proporzionale all’apparenza di grandiosità che ci si vuol dare, come una puntata di Tom & Jerry in cui Tom beve una pozione per diventare mostruosamente grosso ma più voleva esser grosso più lui diventa microscopico.


Ho sempre odiato Tom & Jerry e mi sono sempre chiesto perché nell’iconografia del fumetto e dell’animazione i topi debbano essere invece simpatici ed eroici. Sono giunto alla conclusione che deve esistere una lobby del roditore che vuole inculcare l’idea che un topo possa risultare gradevole.


Di nuovo mentre passeggio senza uno scopo e senza una scopa per spazzarmi via i pensieri mi arrivano dei flashback. E allora per distrarmi ho cercato il gatto che avevo visto l’altra volta, ma non c’era, perché i gatti sono così, spariscono quando li cerchi e non sai dove vadano.

Ho incrociato un paio di persone durante il mio girovagare: uno che sembrava un tedesco e l’altro che pareva un allevatore di pecore e dall’incrocio è venuto fuori Rex. Oppure Ratzinger.

Ho osservato le lapidi e i monumenti funebri fino a che qualcosa non mi ha chiamato a sé. Era l’uomo di questa statua, parte di un monumento, minaccioso e pronto ad assestarmi una crociata sulla testa per i miei peccati.


Una crociata è un colpo di croce.


Fotor_145485574385570

Ho atteso il colpo per lungo tempo, forse un minuto o anche un minuto e una pannocchia, ma non è accaduto nulla. Deluso, mi sono messo alla ricerca degli angeli. Ne ho volevo qualcuno inquietante che mi ricordasse una puntata del Doctor Who:

Fotor_145485459172287

Fotor_145485453222429


Nell’universo del Dottore, gli angeli di pietra sono alieni che hanno l’apparenza di statue fin tanto che li si osserva. Appena si distoglie lo sguardo prendono vita.


Nel cimitero ci sono delle tombe perse tra gli alberi, completamente avvolte dall’edera. Sono lì da chissà quanti anni e discendenti che le visitano non ce ne saranno più.

Non so se sia giusto che giacciano così abbandonate, senza manutenzione e pulizia.

Ma questa è una città spartana.


L’uso dell’aggettivo spartano per indicare qualcosa di rozzo, privo di eleganza e fronzoli, è in realtà errato. A Sparta erano colti e raffinati, ma l’immagine austera e severa è frutto della propaganda della lobby ateniese.


Eppur mi chiedo, se qualcuno un giorno vorrà cercare quei resti in che modo potrà identificarli? Forse tu, tra plebei tumuli, guardi vagolando ecc ecc?

Sono andato via mentre il cielo si rendeva cupo, facendosi Foscolo.

Non è che il macellaio, per imprecare, urli “Mannaia la miseria”

Ho finalmente internet in CdB (casa di Budapest). Posso smettere quindi di andare da Starbucks o di approfittare a volte della connessione al lavoro. E posso quindi ritornare finalmente a leggere altri blog.

A proposito del lavoro, credo sia il momento di dire qualcosa in più. Ecco, in sostanza io faccio altro. Non qualcos’altro, attenzione: quello è il lavoro del sommo ysingrinus. Io faccio altro. Semplice, no?

Ho parlato del capo che sembra un Doctor Who. Altro dettaglio, calza Dr. Martens. Avete mai visto un boss con le Dr. Martens? Io no.

La mia collega-responsabile, ama condividere ciarle con me. Oggi mi ha mostrato le foto su fb della nuova fiamma del suo ex fidanzato, chiedendomi uno spassionato parere estetico. Io ho provato a essere diplomatico, ma non per evitare leccaculismi, ma perché non amo dare della “brutta” a una donna. La responsabile insisteva, chiedendomi più volte “È o non è un sanitario da bagno?”. Sembrava la famosa scena del film 32 dicembre: “È o non è un imbecille?”.


Se non avete presente, allego la scena

Se non l’avete mai visto, vi prego di correre a recuperare. È questa la vera comicità napoletana, non i saltimbanco odierni che scimmiottano pulcinellate per strappare risate con rutti e petardi.


Degli altri colleghi ancora non ho individuato caratteristiche peculiari. Colpa anche della mia riservatezza che mi spinge poco a fare conoscenza.

C’è comunque una collega che si chiama Aranka.

Da quando l’ho saputo non faccio altro che immaginarla in un film intitolato “Aranka Mekkanica”.

Il che è ironico perché contrasta con la sua immagine, pacata e sorridente, di ragazza che condivide su Instagram coniglietti pupazzo e fiori.

Ma la gente non sa che di notte va in giro a spaccare suppellettili nelle case altrui con dei pupazzi giganti.

A casa direi che le cose vanno bene. La CC sembra tranquilla, anche troppo.
Non mangia.
Mi lamentavo di una coinquilina cinese a Roma che impuzzolentiva la cucina alle 8 di mattina con curry e peperoni, questa qui invece pare nutrirsi di aria. Stasera mi ha detto “Ah bravo te che cucini, io in ‘sti giorni sto scojonata e nun me va”.


Come ho anticipato, per scelta stilistica la nuova coinquilina cinese parlerà romanesco.


La mia “cucina” consisteva in 5 bastoncini della Findus (che qui si chiama “Igloo”) riscaldati e delle bruschette non tostate al pomodoro.


Sembra meno diffidente nei miei confronti. Conversiamo amabilmente.
Anche se l’esordio ieri è stato un po’ inquietante: mentre sta tirando fuori da una busta alcuni attrezzi da cucina, si gira di scatto verso di me brandendo una mannaia da macellaio e, mostrandomela sotto il naso, mi dice “Aò questa mò dove aaa metto?”.
Dove vuoi, le ho detto.

E la piazza giusto sul marmo (finto) color falena esausta della cucina tra lavabo e forno, dicendo “Che teee pare qua, così sta a portata de mano. È utile”.

E se la mettessimo qui, dico mentre apro un’anta del mobiletto e indico un ripiano.
“Sì dai, quanno serve poi se vede”.

Secondo voi era un modo per dirmi “Occhio a quello che fai che sono armata?”.

Non è che troppi dolci a dicembre causino il di-abete natalizio

Trovarsi in un Paese di cui ignori totalmente la lingua e dove ti capita di sentire al massimo una volta al giorno una parola che riconosci è come avere un firewall perennemente acceso che blocca l’ascolto delle chiacchiere da strada. Pensateci: niente commenti sul governo, sul calcio, su X Factor…Certo, dopo un po’ il rischio è quello di un estraniamento, cominciando a dissociare i suoni uditi dalle parole articolate.

Praticamente un viaggio al mattino in tram alla fine alle mie orecchie diventa così

Altro lato negativo è che al lavoro possono magari prenderti per il culo senza che te ne accorga.

Sto scherzando. Sembrano tutte brave persone.

Il capo lo vedrei bene come prossimo Doctor Who.
44 anni, smilzo e spilungone, camicie a righine e ciuffo. Con un papillon sarebbe perfetto accanto a un Tardis.

La mia responsabile invece è di padre napoletano e madre ungherese. Gentile e disponibile, caratterialmente ed esteticamente credo abbia preso il meglio di entrambi i popoli, assicuro.

Quel che mi turba dello stare qui è ancora la confidenza col cibo. No, non voglio sembrare il classico italiano che all’estero vuole la pasta e la mozzarella, io sono aperto al nuovo.


Anche perché quella che ho visto definita mozzarella aveva le sembianze del tofu. A questo punto, compro direttamente il tofu!


Debbo prima controllare che sembianze abbia il tofu.


Al supermercato, nella zona dei prodotti da forno, passo sempre davanti agli scomparti di dolci e salati. Che andrebbero presi con le pinze ma che la gente ama invece rivoltare con le proprie mani, come avevo già raccontato riguardo il pane.

Un giorno, avendo colto che il banco stava per essere rifornito di lì a breve, mi ci sono appostato vicino per intercettare un dolcetto prima che venisse toccato da altre mani. Non avendo tra l’altro idea precisa su cosa fosse, perché i dolci da forno sono tutti dei fagotti o fagottini o rondelle farciti non si sa bene con cosa. Quindi ho deciso di prenderne uno a caso.

Tanto un po’ di pasta con lo zucchero è un po’ di pasta con lo zucchero ovunque, penso.


Non è sempre vero che sia così ovunque.
I dolcetti mediorientali ad esempio hanno le dimensioni di un pacchetto di fazzoletti e il peso specifico di un televisore a tubo catodico. Tale peso è tutto costituito da zucchero e io non so come ciò sia possibile: probabilmente è avvolto su sé stesso in maniera pentadimensionale. I dolci mediorientali sfidano la fisica quantistica, quindi.


Prendo un fagottino oblungo.
Do un morso.
All’interno il ripieno è una pasta cremosa bianca dalle sembianze della philadelpha e dal vago sapore di vaniglia-agrumi e qualcos’altro di non specificato.

A tratti quindi sembra di mangiare un panino al formaggio, a tratti una merendina del discount.

Diciamo che per gli esperimenti alimentari ci sarà da studiare ancora.

Insalata mista di nulla

Oggi è stata una giornata in cui non mi è successo nulla di particolare ma in cui ho raccolto tante piccole cose che messe insieme possono costituire il tipico miscuglio che realizzi quando non hai l’occorrente per un vero pasto e allora sbatti un uovo e ci butti dentro degli avanzi vegetali o animali per una frittata, oppure hai mezza salsiccia nel congelatore e mezza cipolla sul tavolo e le metti insieme coi borlotti per un leggero e fresco piatto estivo.

Gli ingredienti di oggi sono:

  • L’autobus in cui sono tornato puzzava di alito a fine giornata. Avrete presente l’alito da fine giornata di lavoro, ebbene, l’autobus aveva quell’afrore lì. Ed era vuoto. Il che, considerando che era fine giornata, potrebbe significare che anche gli autobus sviluppino l’alito da fine giornata. Oppure che in precedenza un gruppo di persone con l’alito da fine giornata era salito respirando a bocca aperta.

  • Il karma può colpire non solo vendicandosi ma anche facendoti venire i sensi di colpa. Al supermercato mentre ero in coda alla cassa ho finto di ignorare una signora, con in mano soltanto una bottiglia di latte, posizionata quasi di fianco a me, come a farsi vedere sperando di passare avanti. Dato che in precedenza ero stato vittima di un torto (una signora mi aveva spinto senza manco chiedere scusa) volevo vendicarmi dell’universo non usando cortesia. Se non che nel posare il carrellino vicino la cassa stavo per far cadere gli altri carrellini perché non riuscivo a incastrare il mio e la signora che non avevo fatto passare avanti mi ha aiutato. E mi sono sentito in colpa.
  • Ho visto una ragazza con in mano una rosa che aveva strappato da un’aiuola e ho provato disprezzo per lei.
  • Ho visto una signora vestita stile loli.

    DIDASCALIA D’ABBIGLIAMENTO
    Lo stile lolita è una moda nata in Giappone e che trae spunto dall’abbigliamento vittoriano: gonne ampie e lunghe, calze, sottovesti, corsetti, cappellini. Nel tempo poi sono nati vari stili e quindi dal lolita classico si possono trovare poi varie interpretazioni. La signora che ho visto non so a che corrente appartenesse, dalle scarpe al cappellino era tutta in bianco quindi forse sarà stata – invento – una white loli.


  • Non riesco più a seguire W. e il suo inglese. Ho il terrore di trovarmi da solo con lui perché attacca a parlare col suo americano Yo man ‘cuz I don’t give a fuck of this shit it was totally crazy e io vado in difficoltà perché invece comprendo uno se mi parla come il Doctor Who o come Ian McKellen o come la Regina Elisabetta (in ordine di importanza). Sono vittima di un equivoco che io stesso ho contribuito a creare perché in 4 mesi ho sempre dato l’impressione di capirlo perfettamente, del resto mi basta afferrare una parola e io mi attacco a quella per dare una risposta pertinente col discorso in una percentuale tra il 50 e il 75% (perché piuttosto che scendere sotto il 50% di pertinenza preferisco tacere).
  • Guardando su fb delle immagini riguardanti l’ennesima fiera del fumetto in corso in non so che posto d’Italia ho riflettuto sul fatto che le fiere del fumetto negli ultimi due anni mi stanno venendo molto a noia. Ma non per il fumetto in sé né per l’animazione, anzi lunga vita, ma per tutto il carrozzone che di solito le accompagna. A cominciare dai videogiochi, che poco c’entrano col fumetto anche se possiamo dire che ci sono videogiochi tratti da fumetti: devono però spiegarmi perché poi al Comicon trovo uno stand su FIFA o su PES che attira uno stuolo di tamarri vogliosi di farsi una partita gratis? Ma posso anche comprendere che rientri tutto nell’insieme del nerdismo, quindi lunga vita anche ai videogiochi. Sono quelli che fanno i video su youtube e che la gente chiama youtuber che mi stanno proprio sui coglioni e che non ne posso più di sentire nominare, figuriamoci di vederli a una fiera del fumetto.