Non è che se lanciano un prodotto sul mercato tu debba scansarti

Sono stato al Nagycsarnok, il Grande Mercato Coperto di Budapest, per comprare della paccottiglia dei souvenir per il parentame. Tutta produzione cinese, com’è ovvio. Del resto il vero artigianato locale delle volte è confinato in botteghe che ospitano brutture inusitate e dai costi inauditi, come un po’ succede in tutto il mondo con tutti i vari esempi di artigianato locale, oggetti che poi vengono strappati dal luogo di origine per finire a svolgere la funzione di raccoglipolvere in case altrui.


Ricordo la bomboniera del matrimonio di mio zio, un orrendo orologio grossolanamente intagliato in una corteccia d’albero, direttamente dalla Romania, da dove era originaria la moglie.


Avevo il dilemma etico sul contribuire o meno al parassitario mercato della paccottiglia cinese con i miei acquisti. Ho poi pensato che, da qualche parte in uno scantinato, un caporeparto cinese stava battendo con un bastone di bambù le schiene degli operai in quanto avevano venduto meno prodotti in quest’annata. Non volendomi accollare tale rimorso, ho deciso di supportare l’economia cinese per il bene delle schiene dei suoi operai.


Avrò sempre modo di salvare l’Occidente per altre vie, magari con qualche barricata o una manifestazione anti gender o una campagna contro l’olio di palma, che oggi se non caghi il cazzo inutilmente non adotti una causa stai veramente sprecando la tua vita.


Ho chiesto al proprietario di uno dei chioschetti del mercato, mentre rigiravo tra le dita un oggettino, se accettasse carta di credito. Lui ha risposto:

– Eh ma costa 900 fiorini (circa 3 euro), non mi sembra il caso di usare la carta…
– No ma io ne volevo prendere 2 insieme a quell’altra cosa lì…
– Sì ma sai cos’è qui la connessione è lenta, aspetti 5 minuti per pagare 10 euro…

E poi si è fiondato addosso a due clienti cinesi lasciandomi lì.

Trovo anche io ridicoli quelli che vogliono pagare con la carta un pacchetto di gomme, ma la neghittosità e l’indolenza con cui il tale mi si è rivolto mi ha fatto passare la voglia di qualsiasi acquisto. Mi dispiace per le schiene dei cinesi, ma non per i profitti di costui.

A proposito di profitti, l’altro giorno si è svolta questa conversazione in ufficio:

– Gintokiiii…com’è che con sto progetto abbiamo un margine così basso?
– Eh, il consulente costava caro, d’altro canto è grazie a lui che siamo andati avanti nella selezione, quindi ho pensato che basso margine fosse meglio di zero margine…E poi, suvvia, è pur sempre per un progetto di cooperazione internazionale!
– Sì, va bene, ma noi non siamo un ente no profit
– È mia intenzione farvici diventare. Come diceva Gandhi? Sii il cambiamento che vuoi vedere nella tua azienda
– Bene. Allora potresti cominciare a lavorare gratis, che dici?
– E mica sono Gandhi, io?

Non è che il deejay parcheggi solo in zona disco

Divido le persone in due categorie: quelli per i quali il giorno solare si conclude solo quando vanno a dormire, pur essendo trascorsa la mezzanotte, e quelli per cui a mezzanotte scatta inesorabilmente il nuovo giorno.

Io non appartengo a nessuna delle due scuole di pensiero: se sono sveglio dopo mezzanotte e dovrò rivedere una persona nella giornata appena cominciata, continuerò a dire “Ci vediamo domani”. Ciò però vale fino alle 3 del mattino: passata quest’ora, dirò “Ci vediamo più tardi”.

In tema di attività notturne, ultimamente ho ripreso a fare sogni strani, articolati, lisergici. Alcuni poi svaniscono al risveglio e non riesco ad afferrarli più, altri mi restano impressi.

Ho sognato ad esempio di desiderare un giradischi nell’auto.

In questo sogno, infatti. ero al volante della mia auto e mi rammaricavo del fatto che essa non avesse un impianto stereo. In effetti, è una cosa di cui mi lamento anche nella realtà. A volte cerco di ovviare con la musica dal cellulare, ma l’altoparlante non è tanto potente e la connessione in viaggio è instabile. Altre volte canticchio.

Nel sogno mi viene un’idea: piazzare un giradischi in auto.
Così sistemo l’impianto – un Pioneer anni ottanta – sul sedile posteriore e lo collego alla presa accendisigari. Il giradischi è intelligente: basta porre una scorta di vinili in una busta ai piedi del sedile e, acceso l’impianto, il braccino prenderà un disco a caso e se lo piazzerà sul piatto.

In una dormita pomeridiana, che doveva essere costituita da 10 minuti di riposo tramutatisi in una sonora ronfata di un’ora, ho invece sognato di aspettare un infermiere a casa per un prelievo di sangue. Per risparmiare tempo, nell’attesa sono quindi andato in bagno e mi sono ficcato un ago nel braccio per farmi trovare già pronto.
Mi sono svegliato con l’incavo del gomito che mi prudeva.

Non è un sogno ma un incubo, invece, il mio rapporto con le Poste.

Devo chiudere un Bancopostaclick che non uso da anni e sul quale è depositata la considerevole somma di euro trentotto e settanta. Il fatto di aver ricordato di disporre di questi soldi mi ha fatto pensare a quale sarebbe il modo migliore per sprecarli.


Laddove migliore equivale a massimizzare la soddisfazione che può dare ciò che verrebbe acquistato con tale denaro.


Chiedo sulla pagina facebook di Poste Italiane se debbo necessariamente recarmi all’ufficio postale dove il conto è stato aperto oppure posso andare ovunque. Avendo un ufficio a 50 metri da casa, preferirei l’ultima ipotesi. Loro mi confermano di sì:

Ciao, per la chiusura del conto corrente Bancoposta Click puoi recarti in un qualsiasi ufficio postale

All’ufficio postale non c’è fila ma l’impiegato allo sportello mi respinge sostenendo che per questa operazione debbo recarmi lì quando c’è il direttore o il consulente. Mi dà appuntamento al lunedì successivo (ieri).

Chiedo di nuovo delucidazioni alla pagina della Poste e mi rispondono:

Per la chiusura del Conto Corrente puoi recarti in qualsiasi Ufficio postale, previo appuntamento con la sala Consulenza

Ah. Non mi era stato specificato.

Lunedì (sempre ieri), torno all’ufficio postale. Un’altra impiegata questa volta mi respinge sostenendo che o invio una raccomandata alle Poste (a Torino) o mi reco all’ufficio dove ho aperto il conto. Io dico che non è così che funziona, ma l’addetta si giustifica al suon di Eh sa qua le normative cambiano da un giorno all’altro.

Sto per sbattergli il cellulare sul vetro mostrandole cosa dice l’informativa ma mi accorgo che non c’è campo e che dietro di me è comparsa come per magia una fila di anziani nervosi e impazienti in attesa del proprio turno.

Non capisco l’impazienza. Io pensavo gli anziani facessero la fila solo per trovare un posto in cui sedersi e passare il tempo lamentandosi.

Tornato a casa ho segnalato con un reclamo la cosa alle Poste, che mi hanno telefonato un’ora dopo invitandomi a tornare all’ufficio postale in questione, da loro sollecitato ad esaudire la mia richiesta.

Non ci sono ancora andato, un po’ perché a questo punto desidero prenderla comoda, un po’ perché ho paura di ritrovare gli anziani.

Non è che se ti perdi in un romanzo russo sei in un vicolo Čechov

Delle volte mi ritrovo, cogitabondo, allegro come un dipinto nero di Goya.


Las pinturas negras (le pitture nere), sono una serie di dipinti che Francisco Goya realizzò, tra il 1819 e il 1823, nella sua abitazione, da lui denominata Quinta del sordo. I dipinti, realizzati direttamente sull’intonaco delle mura della casa, sono caratterizzati da temi macabri e angoscianti, oltre che dalla predominanza di colori quali il marrone e il nero.


Rivango il passato. Sono un mezzadro di pensieri.

Rivedo cose che ho perso. Cose che non ho fatto. Cose che ho fatto e potevo non fare. E il tempo non si può riavvolgere: ci vorrebbe una penna BIC enorme.


Una cosa che i nativi dei ’90 non hanno conosciuto:


Va da sé che era una gran rottura. Il romanticismo nostalgico per alcune cose del passato è delle volte ingiustificato. Per non parlare della improvvida smagnetizzazione della musicassetta o del walkman che, quando le pile stavano per esaurirsi, cominciava a girare a velocità ridotta trasformando Jon Bon Jovi in un canto gregoriano.


A volte mi sento perso come un personaggio di un romanzo russo.


Sì, L’Idiota.


Irrequieto, turbato, incline a un esaurimento per una forte emozione. E con la voglia di scaldare acqua in un samovar.


Che fine ha fatto la letteratura russa, oggi? Credo dopo Arcipelago gulag di Solženicyn non sia salito più nulla alla ribalta letteraria. Che non ci siano più autori di qualità (considerando ciò che si vede pubblicato, mi sembra difficile pensare che in un Paese esista un livello così scadente da non varcare i confini nazionali)? Che non vengano tradotti?


Tanto per cambiare, il giorno seguente questi rivolgimenti cerebrali – che già andavano avanti da qualche giorno – mi sono poi svegliato con la colite. Testa e corpo sono collegati e il malessere dell’una si riflette sull’altro. Dicono che abbiamo un secondo cervello nell’intestino.


Anche se credo alcune persone abbiano un secondo intestino nel cervello.


Quando ero bambino il dolore era tale che mi costringeva a stare piegato in due tutto il giorno. A volte mi piegavo anche in quattro. Ero un bimbo cubista.

Ora da adulto provo sollievo se tengo le mani premute sull’addome. Solo che se mi affaccio al balcone pensano che voglia spezzare le reni alla Grecia.

Non sono andato al lavoro. Tanto siamo inattivi, in questi giorni, mancando richieste.


E poi avrò tutto il tempo di questo mondo per andarci ancora. Almeno sino a 75 anni, dicono, ma io ambisco ad arrivare oltre. Non mi avranno mai come pensionato: a costo di vivere 90 anni, lavorerò sino all’ultimo respiro. Devo solo trovare il modo di farmi fare Papa.


Al mio ritorno quest’oggi in ufficio, ho trovato CR preda anch’essa di turbe mentali. Ha litigato con l’Ingrugnito e quindi ho ascoltato per un’ora le sue paturnie sentimentali.

Sono sempre disponibile per fornire un supporto. Soprattutto quando non ho vie di fuga.

Ho deciso che nel prossimo post condividerò quelli che sono stati i pareri che le ho fornito: chissà che non possano venir utili anche a chi dovesse trovarsi a vivere la stessa situazione. La situazione di chi ascolta, intendo.

Non è che nella Pianura Padana gli scolari studino tra i banchi di nebbia


Il luogocomunismo sulla fenomenologia meteorologica del Settentrione è a uso e consumo del gioco di parole contenuto nel titolo. L’autore declina (in tutte e 5 le declinazioni latine) ogni tipo di responsabilità derivante da conflitti su campanilismi climatici Nord-Sud.


Ho sognato di trovarmi al liceo.
Ero nervoso perché mi sentivo costretto in quel luogo. Ero io, il me stesso di oggi e mi chiedevo perché mai dovessi ancora stare tra i banchi.

Infastidito, esco nel corridoio. Me ne importa poco se posso o non posso starmene a bighellonare. Penso che, per quel che mi riguarda, può anche andare tutto in malora.

Una bambina di un anno di età o poco più mi passa davanti. Ha da poco imparato a camminare e in pratica avanza correndo come se andasse a molla, come tutti i bambini che fanno pratica di deambulazione. Una bidella anzianotta tenta di starle dietro, in ansia che la piccola possa cadere. Tende le braccia per cercare di afferrarla dicendole Piano! Piano!.

Sorrido e penso che, in fondo, la vita è divertente.

Una persona mi ha detto che questo sogno rappresenta la mia condizione. Io mi sento bloccato e, pertanto, in ritardo. Attendo qualcosa di nuovo, di positivo.
Devo, però, smetterla di pensare agli altri. Perché ci sarà sempre chi avrà fatto 100, o 50, o avrà avuto un altro percorso di vita.

A volte basta poco per fare la differenza.

Stamattina ho saputo di aver perso una gara.
Serviva un consulente da inviare in Cercaguay, esperto in sviluppo sociale e gender. Il gender, quella cosa terribile che minaccia i nostro bambini e che vuol insegnare loro che la mattina ci si sveglia e si può scegliere se indossare un pisello o una patata.


Io la patata la indosserei rigorosamente dopo essere già andato in bagno col pisello, però. Vogliamo mettere il poter farla in piedi, questo meraviglioso dono dell’evoluzione?


Forse è superfluo da specificare, ma è bene ricordare che non esiste alcuna “teoria gender” che mira ad annientare le differenze biologiche tra uomo e donna. Il problema è che, vivendo in un’epoca dominata dalla “Montagna di merda”¹, la puzza di tale cumulo di stronzate sul gender sovrasta qualsiasi altro discorso.


¹ Secondo la teoria della montagna di merda, centinaia di migliaia di scimmie che battono a caso su una tastiera per un tempo lunghissimo prima o poi potrebbero, per caso, mettere insieme un capolavoro. Ma, contemporaneamente, avranno prodotto anche tantissima merda. E riuscire a ripulire il capolavoro da tutta quella merda ti costerà tempo e fatica. A loro invece non costa nulla. Stanno lì e battono volontariamente e gratis. Tu, invece, per smontare un tizio che ti lancia della merda, dovrai prendere un esperto. E poi un altro e un altro ancora, perché la caratteristica della merda è che è facilmente ricreabile, quindi il tizio, cioè la scimmia, avrà a disposizione tantissimo materiale da lanciarti addosso. Dato che tu non puoi controbattere con la merda ma necessiti di cose più articolate che richiedono più tempo, non puoi stargli dietro. E la merda cresce.


Avevo trovato una consulente proveniente dalla Colonbia. Mi sembrava molto valida.
La nostra consorella più grande, quella di Brumxelles, fino a ieri alle 17 non aveva di meglio.

Stamattina invece ho saputo che abbiamo perso il confronto perché in extremis loro hanno trovato una consulente proprio dal Cercaguay, nota e apprezzata attivista LGBT, inoltre. Mancava solo che accompagnasse i vecchietti a vedere i cantieri o desse da mangiare ai cercopitechi sbeffeggiati, ma tanto aveva già raggiunto il massimo punteggio.

La mia candidata l’ha presa con filosofia. Era già contenta di essere stata contattata e mi ringraziava per questo. Andrà meglio la prossima volta, diceva.
Pensavo di doverla consolare, invece era lei a dirmi di non preoccuparmi.

A volte questo è ciò che basta. Un po’ di spirito sportivo e ottimismo. Siamo così concentrati nel fare paragoni e sentirci in competizione o sotto giudizio altrui da perdere di vista anche un lato positivo.

Mi guardo allo specchio e me ne cerco uno di lato positivo. Da far venire bene in foto.

Questa stessa notte ho fatto un altro sogno.

Mi toglievo i pantaloni davanti a una donna. La situazione lo esigeva, non è che ho l’abitudine nei miei sogni di togliermi i pantaloni davanti alle donne come fossi un maniaco onirico. Quindi, donne, continuate a sognare tranquille che non costituisco un pericolo per i vostri sogni.

Sotto avevo dei boxer di pelle che lasciavano il deretano scoperto, di quelli che praticamente hanno solo degli elastici che passano sopra e sotto le chiappe.

Mi sveglio.

Come al solito, ero semi-nudo: il pantalone del pigiama l’avevo gettato contro il muro. E avevo i boxer calati dietro, giusto sotto le chiappe.

Mi domando se il sogno abbia influenzato la realtà o se sia stato il contrario.

Che forse non debba cercarmi in faccia il mio lato positivo?

Del resto, nella vita poi ci vuole anche un po’ di quell’altro lato. Come chi si è trovato in extremis il CV dell’attivista del Cercaguay.

Non è che alle persone esaurite tu debba dar la carica #2

Ci eravamo lasciati ieri in attesa del podio delle persone strambe/esaurite del 2015.

3 – Beautiful Mind
Chi c’è al terzo gradino del podio? Ma la tizia cui ho fatto da consulente per la tesi, ovviamente! Mi dispiace che forse non gradirà il posizionamento, essendo una che è invece abituata a primeggiare.

Lei ha capito tutto della vita.
La tesi della triennale gliel’ha scritta il papi, così come il discorso per la seduta della magistrale. La mia consulenza è stata pagata dal suo fidanzato. Il materiale per la tesi l’ha raccolto sua madre. Compreso un documento diplomatico riservato che avrebbe dovuto leggere solo lei ma che ha pensato bene di girare anche a me.


Sono nato onesto, purtroppo. Avrei dovuto presentarmi dalla madre e chiedere qualcosa in cambio per il mio silenzio. Niente cose torbide, soltanto un posto in un ministero, 1200 euro al mese, umile e tranquillo.


Ma ciò che ha fatto breccia nel mio cuore è la sua mente.

Come dimenticare quando mi disse che aveva cancellato tutte le mail che ci eravamo scambiati, per paura che qualcuno ci intercettasse.


Io me la immagino la SWAT che irrompe a casa mia per consulenza illecita di tesi.


O come quando mi chiamò dicendomi che avevamo un problema.


“Abbiamo un problema”? Perché mai dovrebbe essere un problema anche mio? O hai forse la sindrome della Regina di Cuori di Alice: NOI abbiamo un problema! NOI vogliamo che lo risolviate!.


E io pensai: che problema può mai esserci? Al docente relatore non piace il testo?
– No no, lui non l’ha manco guardata.
– E allora cosa?
– È a mio padre che non piace.
– Ah.


Nella mia testa partì questa musichetta:


E poi quando mi rivelò i suoi timori di non farcela per il 110 e lode. Poveraccia, partiva soltanto da 109 ed era iscritta a una Università dove basta la retta…via per assicurarsi un felice epilogo.

Più che altro è stato un 110 e frode.

2 – La CCB
La Coinquilina Cinese (di Budapest), di cui ho parlato molto in queste settimane.
Una che dopo cena fa esercizi ginnici: saltella, fa stretching e poi marcia a tempo come un soldato. Siamo d’accordo che stravaccarsi sul divano a digerire come un pitone non sia salutare, ma voi immaginate di entrare nella stanza e trovarvi davanti una che invece fa le marcette.

È sempre un piacere farsi ruttare in faccia mentre le state parlando, inoltre.
Il non plus ultra fu quella volta che si fece un pediluvio in cucina, condito da rutti. Si giustificò dicendo che in bagno non c’era la sedia.


Volevo farle notare che la sedia è trasportabile, non è inchiodata al pavimento. Ma non ritenni il caso di metterla in imbarazzo.


Il top della grazia lo raggiunge al mattino, quando la sveglio. Dall’altra parte a giudicare dalla voce direi che mi risponde Chewbecca.

1 – End de uinner isssss…
Al primo posto non ci può essere che lei, l’unica, l’immarcescibile, l’ineguagliabile, l’incommensurabile PdCR (Padrona di Casa Romana)!

Maestra della conversazione ampollosa e retorica, che appartiene a quella categoria di persone che non si annoia ma si tedia, che non odia il rumore ma è turbata dal trambusto, che non esclama Eccheccazzo! ma Oh cielo!.

Ebbi l’onore e il piacere una volta di essere accolto all’ingresso di casa sua (penso che io non avessi il pedrigree necessario per entrare nella poco umile dimora). Quel giorno, un giardiniere lavorava alacremente col tosaerba nella villa di fianco. Quando smise, lei esclamò: “Oh, finalmente (poggiandosi una mano alla testa in modo teatrale): sa, qui siamo abituati a svegliarci al canto degli uccellini e allora il minimo disturbo uno dice oddio ma che succede qui”.


E di nuovo partì la musichetta:


La caratteristica che più mi ha colpito di PdCR è la sua propensione alla corsa.

Un giorno venne a casa per parlarmi del contratto d’affitto. Chiacchierammo, ci salutammo in modo affabile e poi lei voltò le spalle e fuggì correndo nel corridoio. Io rimasi basito. Pensai di aver fatto qualche gesto inopportuno.

Venne a casa in altre due occasioni e il copione si ripeté: conversazione tranquilla, saluti cordiali e poi lei che si gira di scatto e se ne va correndo.

Da quel punto in poi nella mia immaginazione è diventata una che, con la lunga chioma argentata al vento, si fa delle lunghe sgroppate sui tacchi dentro casa.

Appuntamento al 2016 per nuove e ancor più strambe creature!

Non è che il sommozzatore consapevole sia il subconscio

L’ultimo giorno di lavoro prima delle vacanze non poteva trascorrere senza le consulenze sentimentali offerte a CR.

Ieri è arrivata in ufficio con l’aria infastidita e triste di chi si è recato all’ultimo momento a comprare un regalo di Natale e quel che cercava è andato esaurito e il commesso ha detto “Posso farglielo arrivare, ma se ne parla dopo il 1° gennaio”.

Con vigliaccheria, pur avendo colto il suo stato d’animo, non le ho chiesto cosa avesse per timore che mi coinvolgesse in una conversazione che sfociasse in una richiesta di consigli. Quindi ho immerso la testa nello schermo del computer.

Lei ha resistito un’ora.
Poi, mentre io ero intento a scuoiare un mandarino, mi ha colto di sorpresa dicendo
– Tu credi che il nostro inconscio conosca le risposte giuste anche se noi non ce ne rendiamo conto?

Il cervello è una macchina prodigiosa.
Il mio in una frazione di secondo è andato a ripescare negli archivi qualcosa da utilizzare per risponderle:

Una citazione di Fabio Volo.


Ebbene sì. Una quindicina d’anni fa ho letto un libro di Fabio Volo.
Mi è servito.
Per dirottarmi su altre letture.


Uno spezzone di un film di Hugh Grant degli anni ’90.
Una battuta di Woody Allen. Idea scartata perché non credo avrebbe apprezzato il sarcasmo.
Il testo di una canzone a caso.

Poi mi sono ricordato di aver visto Inside Out della Pixar.

E quindi le ho detto:
“Credo che il nostro inconscio registri tutto ciò che ci accade, anche se non ce ne rendiamo conto. Ed è in grado di prendere decisioni in maniera più distaccata rispetto a noi che siamo distratti dall’esperienza concreta. Qualsiasi turbamento che viene a galla, è indice di qualcosa di più profondo che già è stato interiorizzato ed è maturato dentro di noi. Quindi, per tornare alla tua domanda, le risposte le abbiamo, basta solo porci le domande giuste”.

Applausi a scena aperta da un pubblico immaginario. Una spia di Fabio Volo appesa alla finestra ha suggerito allo scrittore (o al suo ghostwriter, probabilmente) di inserirla nel suo prossimo libro.

Non so bene dove io volessi arrivare e se io abbia detto qualcosa di giusto, ma l’importante in ogni caso è dirlo con tono leggermente saccente e autorevole, prendendo delle fittizie pause prima di rispondere, come se si stesse soppesando bene le parole (che con la pausa fittizia acquistano appunto un peso specifico maggiore, perché sembrano ben ponderate), ma in realtà magari stai pensando: “Ma senza la goal line technology, il pallone calciato da Marek Hamsik su calcio di rigore sarebbe stato visto entrare dall’arbitro di porta?”.


Per i non addetti ai calcioni: lasciate perdere, non ci pensate.


Per tagliare corto, visto che CR mi parlava di tutte le problematiche di questo periodo, le ho poi detto che tutto si riduce a una semplice domanda. “Sono felice?”. Se la risposta è affermativa, le incomprensioni, gli intoppi, i turbamenti del quotidiano passano via. Se la risposta è negativa o tentennante, allora c’è da farsi un esame.

Non ha risposto.

Potrei sembrare un po’ cinico in questo resoconto, ma le persone oscillanti mi destabilizzano e infastidiscono. Il copione di CR segue quello di una soap opera. Un giorno arriva in ufficio con l’espressione più triste di un Piero Fassino*, e si lagna perché ha litigato con il ragazzo, perché magari le ha detto che è ciotta (rotondina), o perché lui si aspetta sempre che sia l’altra persona a cucinare o a fare i piatti e via dicendo o perché lui dice che la persona giusta non esiste e quindi ci si deve accontentare, il giorno dopo dormono assieme e lei arriva in ufficio allegra e pimpante e la vita è meravigliosa.


Beh se non rendesse allegri e pimpanti l’umanità si sarebbe già estinta, forse.


Insomma, deciditi. Ne va della mia sanità mentale, non della tua. Anche perché non so per quanto tempo ancora io possa fingere di essere persona in grado di dare pareri saccenti e autorevoli. E sul mio cv questo non c’era scritto e non era previsto che io lavorassi per questa mansione di consulente.

E c’è un di più, inoltre.
Per ciò che riguarda sentimenti, vita, razionalità e scelte, io predico bene, ma Ruzzle male.

Quindi, non chiedetemi consigli.
Al massimo, opere di bene ma non in orario pasti.


*Oh Oh Oh…buon?…Natale a tutti!


Non è che all’ortolano puoi dar dell’hipster perché ha la barbabietola

Per la rubrica “acquisti incauti”, ho comprato l’altro giorno su Amazon una spazzola da barba. Io neanche sapevo esistesse una spazzola da barba, ma se in fondo ci sono spazzole per capelli, scarpe, cani e gatti non vedo perché non debba esisterne una anche per quello. Anche se non ne noto la differenza estetica. Darò un resoconto dopo la prova pilifera.

Il fatto è che il pettine mi stava dando problemi, ultimamente. Arriccia o strappa il pelo.

In preda a questi raptus di hipsteria, oggi ho girovagato in cerca dei famosi pantaloni a quadri che mancano al mio guardaroba, dopo la dipartita del precedente paio. Mentre ero in perlustrazione di negozi di moda giuovine, che per sembrare ancor più giovani diffondono musica ad alto volume o spruzzano profumi nell’ambiente (alcuni negozi puzzano di Alcott, infatti), mi ha telefonato la tizia per la quale ho fatto da “consulente” per la tesi (Puntata precedente qui).

Quando ho visto il nome sul display mi è venuto in mente un verso di una canzone che Valentino Rossi deve aver scritto per Marquez: sembra non sia possibile dimenticarsi di te.


Sì, la canzone diceva “sè” e non “te” ma io le canzoni le storpio come più mi aggrada e si adatta alla circostanza.


Dopo, alla fermata dell’autobus, mentre ero da solo mi sono ritrovato a canticchiare questo verso, però intonandolo come se fosse una canzone di De Andrè.


ATTO DI PENTIMENTO
Domando scusa agli estimatori di Faber.


PRECISAZIONE ALL’ATTO DI PENTIMENTO
Domando scusa agli estimatori e non al cantautore perché lui da persona intelligente non se la sarebbe presa, mentre gli estimatori, in generale di cantanti, attori, scrittori, politici ecc., si offendono come se stessero subendo un torto personale.


Comunque la cosa grave è che per strada quando son da solo ultimamente canticchio. Sintomi di incipiente follia evidenti?


La tizia, con la quale pensavo di aver concluso i rapporti dopo aver completato il lavoro, mi ha telefonato per dirmi che era alle prese col discorso per la seduta ed era in difficoltà.

Precisiamo: suo padre era alle prese con la scrittura del discorso.

Questa qui praticamente non vuole fare proprio nulla, perché ha capito come possono funzionare le cose nel mondo: basta trovare qualcuno che le faccia per te. Anche la mia consulenza non è stata pagata da lei, ma dal ragazzo.

A questo punto non voglio sembrare sessista, ma immagino che in cambio lui ne riceva prestazioni sessuali non indifferenti, almeno!

La cosa ironica è che comunque la tizia sia preoccupata per il discorso, per fare buona impressione sulla commissione: la capisco, parte soltanto da un misero 109. In pratica le basta sedersi ed è già 110. Se si siede e dice “buongiorno”, arriva anche la lode. Nella sua università abbondano le lodi, ma non credo perché siano tutti dei gran geni (anche perché la mia tizia non mi sembra una cima). Credo basti la retta…via.

Comunque ha detto che vuole fare le cose per bene. Proietterà anche un breve video prima del discorso. Un video fatto da qualcun altro, ovviamente, che ha già reclutato.

E io che mi ci pago spazzole da barba con le consulenze.

Non è che a una nave vuota brontoli la plancia

Oggi (ormai ieri per voi che leggete) è stato il giorno del colloquio con la Dr. Comesfromethesea (puntata precedente).

Mi sento alquanto stranito per come sono andate le cose.

Per cominciare, sono stato lì dentro un’ora (comprensive anche di un’interruzione causa visita urgente del responsabile di un Paese africano) e la per maggior parte del tempo ha parlato lei, mentre io prendevo appunti. Era come stessi facendo io il colloquio a lei.


Potrebbe essere una nuova tecnica di selezione. L’intervistato intervista l’intervistatore.


Tutto è partito quando lei mi ha rivelato che pur lavorando in quell’ufficio (che chiameremo CC) lei in realtà è parte di un ufficio di un’altra sezione (che chiameremo CD). Ho chiesto maggiori informazioni, perché pensavo che la ricerca riguardasse un candidato per l’ufficio CC* e lei ha iniziato a parlare e mostrarmi organigrammi e darmi opuscoli e sventolarmi brochure.


* Questo potrebbe essere stato un autogol da parte mia, purtroppo mi è sfuggito perché sono rimasto spiazzato quando mi ha rivelato la cosa.


Al che io ho iniziato a prendere appunti, per mostrarmi interessato.

L’equivoco si sarebbe potuto evitare se il consulente che mi ha trovato l’opportunità si fosse preso la briga e anche il gusto di chiedere informazioni (avendo un contatto interno, mentre io dalla pagina Linkedin di lei potevo apprendere ben poco) su chi mi avrebbe incontrato. Ma si sa che lui di mestiere fa il Tizio, uno che dà tutto per scontato come un negozio in svendita fallimentare.

È stato nel momento in cui lei stava spiegando nel dettaglio i ruoli e le attività degli uffici che ho iniziato a non capire più cosa dicesse. Quello che ho sentito era: oh kivici up, ghettint ciù off nighidi wapidi bliblidoblidi dalek dalek klingon.

Questo mi succede quando cado nella trappola di voler capire il discorso a livello sintattico perdendo di vista il semantico. Ogni volta che il mio cervello switcha nella modalità parola-per-parola mi perdo.

Tutto ciò è stato il male minore.

A un certo punto dal mio stomaco sono cominciati a partire dei brontolii, inquietanti come quelli di un temporale in rapido avvicinamento quando avevi appena fatto il bucato di una settimana.

Ho utilizzato l’arte del colpo di tosse o dello schiarimento della gola sincronizzati per celare i gorgogliosi rimbombi. Va bene che era mezzogiorno, va bene che Steve Jobs aveva detto “stay hungry”, ma qui si esagerava: perché proprio durante il colloquio doveva accadere?

Comunque il lato positivo del fatto che abbia parlato sempre lei è il fatto che io abbia potuto massimizzare i miei sforzi linguistici. Ero preoccupato dal dover fare lunghi discorsi in inglese – ho già problemi a fare brevi discorsi in italiano -, invece l’andamento della conversazione è stato tale da permettermi di intervenire con argute osservazioni e sagaci phrasal verbs.


Ciò che contraddistingue il p.v. sagace è che è inaspettato. È facile mescolare un get in, un take off, un keep on, un Bon Jovi. Meno è gettare nel minestrone un “knuckle down”.


Ancora una volta ho messo in pratica l’arte della ignoranza non rivelata, e in un’altra lingua, per giunta!

Il prossimo passo deve essere l’apprendimento dello scoglionamento non celato: quando non vuoi/sai dire qualcosa, non esiti a mostrare il tuo fastidio nel dover rispondere.

Un esempio è stato l’arbitro che oggi ha tenuto una lezione sui referti di fine partita. Non spettava a lui, ma il collega che avrebbe dovuto esserci aveva avuto un contrattempo. Dopo essersi arrabattato nello sforzarsi di spiegare alcune cose, nel lasciare poi in sospeso un altro argomento ha detto “Questo, sì, potrei…beh spiegarlo anche io…però non so perché doveva spiegarvelo PincoPallino…io non so spiegare, non parlo con la gente, sono un arbitro”.

Ha detto proprio così: io non parlo con la gente, sono un arbitro.

In quel momento la mia ammirazione per lui è schizzata alle stelle. Da domani la frase di esternazione dello scoglionamento sarà “Io non parlo con la gente. Sono un arbitro”.

A meno che non sia poi il mio stomaco a voler parlare per me.

Non è che ti possa bastare un’ascia per accettare il dolore

Come mi vedo

Martedì ho il colloquio con la Serbellons Mazzant Comesfromthesea. È una roba grossa, anche se poi tecnicamente lì dentro sarei rilevante quanto Jar Jar Binks nella seconda (in ordine di produzione)/prima (in ordine cronologico) trilogia di Star Wars.


Se non avete capito il mio esempio da una parte è un bene perché vi posso assicurare che l’idea che uno come George Lucas abbia pensato a un personaggio così ridicolo è difficile da accettare, dall’altra è un male perché vuol dire che non siete cultori di Star Wars e ciò mi spinge a guardarvi con sospetto.


Da sempre (probabilmente già da quando ero nell’utero materno, al pensiero di dover nascere), quando devo affrontare un evento importante (esami/colloqui/appuntamenti) tendo ad attraversare 5 fasi come quelle del dolore, applicate però all’ansia anticipatoria.

1. Sfiducia. La Sindrome di Charlie Brown.

2. Preoccupazione. Questa è la fase ossessivo-compulsiva, in cui la mente prova a pensare-pianificare tutte le cose da sapere/fare per prepararsi all’evento.

3. Ottimismo. A un certo punto, in maniera del tutto improvvisa e immotivata, come se fosse una scarica di endorfine arriva un picco di ottimismo.

4. Terrore. Quando si scarica l’ottimismo, arriva la voglia di fuga. Sarebbe bello se qui ci fosse un errore di vocale, ma purtroppo l’unico bisogno che avverto in questa fase è quello di fuggire e sottrarmi alla prova.

5. Menefreghismo. In un arco di tempo che può variare dalle 24 ore sino al minuto precedente l’evento ansiogeno, subentra il menefreghismo totale. Mi ucciderà questa cosa? No? E allora chi se ne frega.


Realizzare che le cose che facciamo non ci uccideranno né metteranno a repentaglio la nostra incolumità è un grande passo. È probabile che mi uccida un’auto mentre attraverso la strada per andare alla sede del colloquio, ma non certo il colloquio in sé: eppure la mente umana ha uno strano modo per scegliere le proprie priorità e preoccupazioni e sembra che la mia vita invece dipenda da ciò che avverrà mentre sarà seduto su una sedia a farmi valutare da una sconosciuta.


Il tizio (perché il mondo ruota tutto intorno a tizi e tizie) che fa da consulente che è riuscito a trovarmi questa opportunità, non è stato molto utile riguardo i dettagli. Non ha saputo dirmi a) chi fosse la tizia che mi fa il colloquio (una cosa risolvibile per lui con una telefonata o con un minuto su Google, come ho fatto io); b) a quale settore/dipartimento facesse capo; c) che figura nello specifico stesse cercando.

Lui, inoltre, le ha scritto in italiano; io le ho scritto in inglese visto il suo nome e cognome e considerato che è di oltre-oltreoceano (bisogna scavalcare due oceani per raggiungere casa sua, insomma): quando l’ho detto al tizio, lui ha fatto “Ah bravo, hai fatto bene, infatti volevo dirtelo”.
E perché non me l’hai detto? Pare che stai a fare un altro mestiere.

E quindi ho capito che se mai riuscirò a vincere le mie 5 fasi dell’ansia, da grande voglio essere un tizio. Uno che fa qualcosa ma che non si sa che cosa faccia.