Il dizionario delle cose perdute – La carta telefonica


Le precedenti voci sono disponibili qui.
Ricordo sempre che il dizionario è  aperto a suggerimenti su cose nostalgiche o proposte di articoli su questo tema :).


Tra le cose inerenti al tempo che passa che più mi inquietano, dopo i calciatori con cui sei cresciuto che oggi vedi fare gli allenatori (come una volta in un post ricordò Zeus), c’è il fatto che esistono giovani in giro che non hanno mai utilizzato una cabina telefonica. Se oggi Superman nascesse, dove andrebbe a cambiarsi?

Io ricordo anche quando si usava il gettone. Quel dischetto bronzeo (ma che dopo averlo utilizzato un paio di volte diventava nero perché i telefoni pubblici erano sempre sudici come una officina meccanica) rigato che Madre mi faceva inserire dopo avermi preso in braccio.


Faceva la stessa cosa per la 10 lire dell’ascensore. Io ero l’addetto all’inserimento gettoni, un compito di grande responsabilità.


Ciò che ricordo meglio sono comunque le schede telefoniche. Il motivo è legato al collezionismo.

Da piccolo ho sempre avuto il pallino di voler iniziare una collezione di un qualcosa. Iniziai con i tappi di sughero, per poi passare a quelli di alluminio. Una collezione priva di valore che finiva dopo poco tempo nella spazzatura a causa delle frequenti operazioni di pulizia etica (secondo lei era moralmente disdicevole raccogliere tappi) di Madre.

Altre collezioni furono da me abbandonate perché non avevo costanza di seguirle.

Poi un giorno mi capitò tra le mani una scheda telefonica.
Ero in seconda media. Un compagno per disfarsi del doppione mi regalò una scheda raffigurante sulla facciata una pubblicità progresso che invitava all’uso del preservativo.

scheda_progresso

Questa pubblicità era molto nota in classe e generava sempre qualche battutina, qualche sorrisino, qualche stupida gomitatina di malizioso umorismo. C’è da capirlo. Non era prevista educazione sessuale a scuola.


Forse è un bene non fare educazione sessuale nelle scuole. Poi si sa che bambini e ragazzini vanno a casa a raccontare ciò che hanno ascoltato e i genitori si allarmano. Dio sa quanto siano vulnerabili e impressionabili gli adulti, abbiamo il dovere di proteggerli da tutto ciò che può turbarli.


Decisi quindi che avrei collezionato schede telefoniche e mi chiesi come mai non ci avessi pensato prima.

Divenni in breve tempo una piaga. Mi appostavo come un’arpia vicino chiunque utilizzava un telefono pubblico per chiedergli se la scheda fosse esaurita e se fosse così gentile da donarmela. Io ero un cacciatore solitario di carte. Esisteva poi chi andava a caccia in branchi per poter controllare più telefoni. Troppo facile in questo modo. La natura di un uomo si vede quando è da solo alla prese con la propria preda.

Quale era il mio disappunto quando mi sentivo rispondere “Le colleziono anche io/Le colleziona mio figlio”. Tuo figlio è così pigro da aspettare a casa comodo la scheda esaurita invece di stressarti per averla? Non merita niente.

La mia raccolta non aveva comunque molto valore. La maggior parte delle mie carte superava le centinaia di migliaia di copie come tiratura. Giusto un paio erano le più rare, ma andiamo sempre nell’ordine del migliaio di esemplari.

Il rituale del ce l’ho ce l’ho mi manca, territorio assoluto del mondo delle figurine, invase anche queste schedine di plastica.

Con i doppioni delle schede ci si poteva poi creare un giochino interessante. Non so come si chiamasse ufficialmente, se mai avesse avuto un nome: era, in modo onomatopeico, un clic-clac. In pratica la scheda veniva ripiegata su sé stessa fino a creare una scatolina con una protuberanza che, se pigiata, faceva clic-clac. Utilità: nessuna. A parte quella di rompere le palle agli altri.

Non so chi l’avesse inventato e mi ha dato da pensare il fatto che, in un periodo in cui il termine virale era ancora quasi esclusivo appannaggio delle malattie e non della condivisione di minchiate social, fosse un giochino diffuso da Nord a Sud del Paese. Mi sono sempre chiesto se, spontaneamente, l’idea del clic-clac fosse venuta indipendentemente a ragazzi sparsi lungo la penisola o se qualcuno avesse avuto l’idea e l’avesse poi diffusa proprio come un virus.

Il boom – Ben presto il collezionismo divenne un vero e proprio affare. In vendita in cartoleria arrivarono raccoglitori ad anelli fatti apposta per conservare le schede, con i fogli trasparenti con le taschine apposite. La De Agostini nel 1999 produsse una raccolta intitolata “Carte telefoniche”, con schede provenienti da tutto il mondo. Mentre le nostre avevano la banda magnetica, altre funzionavano col chip, altre ancora, come quelle giapponesi della NTT (Nippon Telegraph and Telephone), non avevano nulla di tutto ciò perché loro (i giapponesi) devono essere sempre un passo avanti.

Ovviamente io acquistai tale raccolta. Dovrei ancora averla conservata da qualche parte.

I negozi di filatelia si specializzarono anche in schede. Il mio spacciatore di fiducia era il proprietario di un negozio di monete e francobolli. Si chiamava Filippo, un uomo dall’aria placida e tranquilla con un paio di folti baffoni che gli donavano un aspetto ancor più placido e tranquillo. Era molto amico di mia zia perché anni addietro lei gli aveva salvato moglie e figlio durante il parto. Così, quando andavo nel suo negozio lui mi dava delle schede per pochi spiccioli o niente. Tanto prendevo sempre pezzi poco rari, come avevo accennato: quando mi resi conto che fosse impossibile mettere su una collezione di valore, scelsi infatti di puntare sull’estetica. Mi limitavo a raccogliere schede graficamente attraenti.

Mi ha detto mio cugino – Sulle schede fiorirono anche delle vere e proprie leggende metropolitane, legate alla possibilità di poterle riutilizzare anche una volta che il credito fosse esaurito. C’era chi diceva bastasse mettere del nastro adesivo sulla banda magnetica (tentativo che feci anche io dietro consiglio di un amico), chi le lasciava una notte nel congelatore. La tecnica più nota era quella di strusciarla contro lo schermo di un televisore che era stato spento da poco.

Percentuali di funzionamento: 0%. Ma c’era chi giurava di aver sentito dire che un tale gli aveva detto che aveva visto che funzionava.

Con il boom dei telefoni cellulari le schede telefoniche a inizio anno 2000 diventarono via via sempre meno utili. Contemporaneamente, la Telecom iniziò la sostituzione dei tradizionali telefoni pubblici Rotor (in funzione dalla seconda metà degli anni ’80), gli scatoloni arancioni con la cassettina di fianco con il lettore di schede.

Dal 2002 entrarono in funzione i Digito, ancora oggi in circolazione. Furono predisposti per l’utilizzo dell’euro e con nuovi optionals quali l’invio di sms, fax ed email.

Inutile dire che fossero meglio i primi. A partire dal nome: Rotor rende l’idea di lavoro, movimento, operosità. Digito sa invece di bimbominchia. Ehi ciao da dv dgt?. Per non parlare della forma da suppostone racchiuso in un blister di alluminio.

Con il declino del loro uso, le carte oggigiorno sono più affare da collezionisti. Ne esistono molti che vanno in cerca di introvabili pezzi degli anni ’90, ricerca difficile in quanto trovare esemplari in buone condizioni e con magari la banda magnetica non smagnetizzata (un handicap per il loro valore) è sempre più raro.

In rete c’è un catalogo consultabile online con le quotazioni.

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Se le tue credenze non son popolari, cambia falegname

Mi sono scottato sul dorso della mano con il forno. Inconveniente domestico banale e frequente. Dopo che la pelle ha continuato a scottare e bruciare per un paio di giorni, si è formata una crosta (avrò lasciato attiva la funzione grill) che ha poi lasciato spazio alla pelle riformatasi sotto.

Ecco, da bambino mi incuriosiva sempre il fenomeno per il quale dopo essersi feriti la pelle rispuntava di nuovo. E, acciderba (mi sono iscritto a un club da me fondato per il recupero di esclamazioni desuete), quanti graffi e abrasioni mi procuravo da piccolo. Credo di aver visto la pelle delle mie ginocchia solo verso l’adolescenza. Prima era sempre stata tutta croste.

Un mio compagno di classe mi spiegò il processo per cui la pelle rispuntava di nuovo: sotto la pelle, noi abbiamo un’altra pelle! Semplice, no? Cioè praticamente è come se indossassimo un abito, l’Edgar-abito di pelle. Se non ricordate questa citazione, vi prego di abbandonare questo blog perché siete al di sotto della soglia minima di nerdismo necessaria per bazzicare da queste parti.

Non è l’unica credenza che circolava in classe. Credo di averne sentite parecchie di leggende metropolitane in quell’epoca.

Come quando G. disse che all’interno del Vesuvio c’era un enorme e antico diamante che faceva da tappo e che quando il vulcano si sarebbe risvegliato sarebbe stato sparato fuori. Una cosa molto da film archeo-catastrofista, già mi vedo Indiana Jones alle prese con il recupero del reperto, con Harrison Ford a 90 anni che agita ancora la frusta come un giovincello.

Alcune leggende avevano un’utilità pratica. Tipo A. in prima elementare disse che non bisogna mettersi le dita del naso perché si potrebbe danneggiare una vena invisibile che se si rompe poi muori. Da bambini la chiusura di ogni discorso è che poi alla fine si muore. Come mio cuggino che sa un colpo segreto che dopo 3 giorni muori.

Elementi preferiti delle leggende erano ubriaconi, tossici e maniaci vari

La morte è in agguato ovunque, anche tra le cose all’apparenza più innocue. G. (non il G. del diamante, un altro), quando mi vide con un quaderno di carta riciclata disse che la carta riciclata era tossica e che se la mangiavi morivi. Per quale motivo uno dovrebbe mangiar la carta non lo capivo bene. Però una volta convinsi R. a farlo, facendogli vedere che io ero benissimo in grado e sfidandolo a ripeter l’impresa (con carta normale e non riciclata, perché sennò poi muori!). In realtà io imbrogliavo: masticavo, nascondevo sotto la lingua e poi sputavo. Lui invece inghiottì veramente: onore al merito, R. sei stato più bravo di me, perché hai anche resistito ai conati di vomito che ti son venuti dopo.

Sono brutto e polemico, chiamatemi Vittorio Sgorbio

La scuola elementare (a proposito: Sherlock Holmes non ha mai detto “elementare Watson”, che si sappia: sono stanco di sentirlo dire!) è territorio di nascita e proliferazione di leggende metropolitane.

Agli inizi degli anni ’90 ne ricordo alcune. I braccialetti gommosi profumati che causavano intossicazioni (qualcuno diceva che se sudavi con quel braccialetto addosso ti veniva la polmonite!), le figurine con la colla tossica (o la droga nascosta sul retro!), i braccialetti auto-arrotolanti (delle strisce che tu picchiavi sul braccio e si arrotolavano) che potevano causare lividi, il bere acqua dopo aver sudato che poteva causare ogni genere di danno all’organismo, sino a portare alla morte (perché poi la sintesi di ogni discorso era che si moriva, come ha detto mio cuggino).

C’erano oggettivamente delle cose che facevano proprio schifo. Gli Sgorbions ad esempio. Se qualcuno non li ha presenti (povero lui!), ecco un esempio di questa serie di figurine

Ovviamente, piacevano ai maschi. Ma ho sorpreso anche qualche bambina intenta a scambiarsele. Io le bramavo ma a casa non me le compravano.

Un giorno un compagno di classe me ne regalò una. Evento più unico che raro, perché i bambini non regalano mai niente. C’è una sorta di sadica perfidia nel bambino che sa di avere qualcosa che un altro non ha, fosse anche una gomma da masticare.

Ecco, parliamo delle gomme da masticare: c’era la gomma a nastro, che io non ho mai avuto perché a casa dicevano che pure quella fosse tossica. Mi chiedo come sia possibile che io da adulto, per una sorta di ripicca, non sia diventato dipendente dal metadone.

Comunque, dicevo che un mio amico mi regalò una cartolina Sgorbions, questa:

La conservavo gelosamente come fosse il mio tesssoro, finché poi credo di averla persa. I ladri. I ladri. Quegli sporchi piccoli ladri. Dov’è? Dov’è? Ce l’hanno tolto, rubato. Il mio tesoro. Maledetti! Noi li odiamo! È nostro e lo vogliamo. Gollum! Gollum!

Oppure sarà finito nel buco nero delle cose dimenticate. Ci sono cose che possediamo che sembrano sparire nel momento in cui non sono più oggetto della nostra attenzione, come se dicessero Ok, ho fatto il mio tempo, mi ritiro.

Probabilmente finiscono tutte su una gigantesca isola deserta, abitata dai personaggi famosi che dicono che sono morti ma in realtà si sono tutti ritirati in un posto segreto che sa solo mio cugino ma che non lo dice a nessuno perché poi lo fanno sparire pure a lui.

Dal Medioevo a oggi, per sopravvivere bisogna prendere i voti

Attenzione: il post contiene un breve pippone di sociologia politica spicciola, evidenziato da apposita segnaletica.

Camminare per strada di giorno può essere pericoloso, perché si può più facilmente essere riconosciuti e avvicinati da persone non gradite.

No, non sono un v.i.p., non ancora, almeno.

A maggio qui ci saranno le elezioni comunali. Iniziano, quindi, le operazioni di caccia all’elettore e qualcuno già si sta muovendo.

Per strada ho rischiato di incrociare un mio compagno di classe delle scuole medie, col quale capitava di uscire a volte la sera insieme fino ai 17-18 anni. Costui, di cui ricordo un’appartenenza politica fortemente polarizzata tanto da cambiare partito due-tre volte cercando sempre quello più estremo, mi ha scritto su Fb la settimana scorsa chiedendomi di partecipare a un’incontro con un candidato sindaco, tra l’altro mio ex compagno di liceo. La mia sorpresa è stata constatare che “il polarizzato” si sia anche lui riciclato nel nuovo che avanza (in frigo), impiegandosi anche come galoppino elettorale.

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C’è una cosa che fatico ogni volta a comprendere: perché durante le elezioni comunali ci sono persone che si impegnano tanto a pubblicizzare questo o quel candidato? Io parto dal presupposto che sia inutile, perché
– se ho deciso di votare ciò che hai in mente, è inutile quindi che tu mi faccia pubblicità;
– se ho deciso di non votare ciò che hai in mente, non cambierò idea per la bella faccia tua.

Attenzione: qui comincia il pippone.
Ovviamente questo discorso non tiene conto dei fattori legati al comportamento elettorale e delle varie tipologie di voto che esistono. Se il mio discorso può valere per un voto d’appartenenza, esistono invece il voto d’opinione e il voto di scambio che sono suscettibili di influenza.

Al giorno d’oggi si ritiene che le persone possano agire su base più pragmatica, orientandosi verso questo o quel partito in grado di poter offrir loro i maggiori benefici. L’elettore, alla stregua di un consumatore che esamina i prodotti, si informa sui programmi dei candidati e, sulla base di ciò, effettua una scelta razionale. Questo dovrebbe essere, in sintesi, il voto che dovrebbe caratterizzare il periodo politico odierno.

In realtà non mi sento di concordare. Continuo a ravvisare una forte componente radicale nel comportamento dell’elettore. Oggi, 2015, non ha senso più parlare di grandi ideologie – intese come insieme di credenze condivise che orientano le masse – di tipo tradizionale, ma esiste contemporaneamente la tendenza ad assumere atteggiamenti fortemente radicali e difficili da controllare, proprio perché connotati da una base ideologica. Il motivo a mio avviso è molto semplice: semplificando, l’uomo è ragione e sentimento, come direbbe la Austen. Dato che l’ideologia non risponde alla ragione, finché l’uomo avrà emozioni e sentimenti continuerà a esprimere comportamenti ideologici.
Fine del pippone.

In questo senso il mio amico polarizzato riciclato non costituisce più una sorpresa: anzi, rappresenta un’evoluzione darwiniano-politica lineare. Le sue pulsioni ideologiche, per sopravvivere, non han fatto altro che spingerlo a trovare un’altra via di espressione.

Sono contento di essere riuscito ad evitarlo, perché io ho un problema nel dire no alle persone. Mi spiace deludere gli altri. Mi rallegro della mia prontezza di riflessi che mi porta a cambiare strada o a celare il volto con un colpo di tosse, il tutto non visto, approfittando di una distrazione del nemico. I miei sensi di gatto funzionano alla perfezione.

E sarò contento di riuscire a fare lo stesso nei prossimi mesi, fortuna che 5 giorni la settimana vivrò lontano da qui e il compito mi sarà più agevole. Non ho alcuna voglia di incontrare, comunque, miei coetanei ed ex compagni di scuola (e ce ne sono vari) che si sono riversati in politica perché non sapevano che altro fare nella vita. Come nel Medioevo quando chi non sapeva far nulla si avviava alla carriera ecclesiastica.

Non è invidia, quanto un attestato di stima: apprezzo chi sa valorizzare le proprie capacità. A me, confesso, piacerebbe ricoprire ruoli politici – per arrivare un giorno a instaurare una Gattocrazia -, ma mi manca la necessaria credibilità. Avete presente? Quando si guarda qualcuno in faccia e si rimane convinti a pelle.

Qualcuno dice che è faccia da culo.

Ecco, io ho tante facce, da schiaffi, da pirla, da annoiato, da incazzato, da tediato (che è una forma più nobile di noia), ma quella da culo non mi riesce.

gattocrazia

Non riesco a comprendere le mie tonsille, tanto che son criptiche

Ho riflettuto che in molti casi mi trovo a cominciare un pensiero partendo con “da bambino…”. È strano, come è strano il fatto che a volte veda l’infanzia come un’età così lontana mentre altre volte così vicina, tanto che se allungo la mano mi sembra di toccare la mia manina scura, perché avevo la pelle molto meno bianca di adesso e passavo molte ore della giornata all’aperto a giocare al sole.

Ricordo che alle elementari un giorno io e un altro compagno di classe volemmo dar vita al club degli acchiappafantasmi: c’era un nostro compagno che aveva la faccia da scienziato e lo eleggemmo a Egon Spengler senza dubbio alcuno. Un altro compagno che aveva i capelli arruffati e col ciuffo, tipicamente anni ’80 seppur fossimo nei primi ’90, sarebbe stato Raymond Stantz. Poi il mio socio cofondatore si girò verso di me e fece: “Tu che sei più scuro fai Winston Zeddemore” e io ci rimasi un po’ così, ma non per una questione epidermica ma perché, diciamocelo, Winston era il più insignificante dei quattro. Io preferivo Peter Venkman e ho sempre apprezzato la seriosa ironia di Bill Murray, tanto che quando ho visto questo articolo 7 Steps to Living a Bill Murray Life, by Bill Murray ho pensato che un po’ vorrei essere Bill Murray.

Da bambino quindi ero seriamente convinto che avrei incontrato dei fantasmi, cercando con un po’ di attenzione. Così come ero seriamente convinto che ci fossero dei passaggi obbligati durante la crescita che non si sarebbero potuti evitare. Mi riferisco alla tonsillectomia e all’appendicectomia. Pensavo che entro la prima adolescenza un bambino dovesse giocoforza subire entrambe le cose, come rito di passaggio verso un’età successiva. Non so come avessi maturato questa convinzione, di certo ricordo che nei telefilm per ragazzi qualcuno dei protagonisti, presto o tardi, doveva operarsi alle tonsille e poi mangiar gelato.

Ora, se sulle tonsille ho ben poco da dire, sull’appendice ci sarebbe un po’ di più da scrivere. Si potrebbe fare un romanzo d’appendicite.

Tutto il discorso mirava ad arrivare a questa battuta.
Scherzo.
Forse.

In ogni caso non mi sono operato né per l’una né per l’altra cosa, anche se per la seconda ci sono andato vicino. Per un periodo stetti così male che saltai la scuola per 10 giorni, tanto che mi portarono in ospedale per farmi guardare da un’amica di mia zia medico. Ricordo un carabiniere che non voleva farmi entrare nel reparto perché avevo meno di 12 anni. Fortuna che la dottoressa uscì e mi fece accomodare in una stanzetta dove, steso su un tavolo di ferro, mi tastò un paio di volte e disse che non era proprio il caso di aprirmi. Mi consigliò una cura alimentare e dopo pochi giorni tornai anche a scuola. Chissà che fine avrà fatto. La dottoressa, non la scuola. Quella è ancora là.

Fatto sta che quindi i passaggi obbligati della vita non fossero affatto questi, così come non era obbligato un altro passaggio di cui mi parlò un compagno di classe alle scuole medie, cioè la rottura del frenulo, che a detta del compagno esperto – perché c’è sempre uno che assume il ruolo di più esperto degli altri e ci tiene ad assolvere il compito di divulgatore con aria seria e illuminata, al che mancherebbe solo che chiosasse con un Così parlò Zarathustra – era un momento decisivo e obbligato nella vita di ogni giovane uomo.

Avrei preferito parlasse meno di rotture eventuali e più di rotture certe, come la rottura dei maglioni.

In questo momento, comunque, penso a un’altra cosa: se all’epoca mi fossi fatto asportare le tonsille, oggi non mi sarei svegliato con le suddette gonfie e con delle macchie bianche nei loro buchetti. E so che non ci tenevate a visualizzare quest’immagine, ma io ho delle tonsille esibizioniste, voglion mettersi in mostra, tanto che ho la cattiva abitudine di sbadigliare a bocca aperta credendo di non essere visto. Poi qualcuno mi vede e mi piazza una mano davanti chiamandomi scostumato. Io non sono molto d’accordo, vorrei far presente che mettere la mano non è una questione di educazione ma un’usanza legata a un’antica credenza secondo la quale l’anima se ne sarebbe potuta uscire attraverso il cavo orale: io mi domando, ma proprio durante lo sbadiglio dovrebbe uscire? Apriamo la bocca tante volte durante il giorno, spesso inutilmente, nessuno ci pensa? A volte credo di dire così tante sciocchezze che se avessi un’anima potrebbe decidere di scappar via tra una parola e l’altra per non ascoltarle. Quindi in virtù di questo ipotetico pericolo mi sia consentito lo sbadiglio, seppur ineducato.

Libero sbadiglio in libero Stato.
Chissà che ne pensa Bill Murray.

Se Baudelaire avesse fatto il tappezziere, di stampe di fiori e gatti riempirei le mura

Sul corpo ho due piccole cicatrici.

Sull’interno coscia, una ferita che mi sono procurato all’età di 12 anni, quando sono stato investito da una Panda rossa guidata da una ragazza molto carina mentre ero in bicicletta. La poverina andò in paranoia totale, tre giorni dopo passò anche a trovarmi. Per la cronaca, era colpa mia: andavo contromano con le mani dietro la testa.

Sulla testa, il segno di una caduta all’età di 17 anni e 364 giorni, quando per inseguire un mio compagno di classe cademmo entrambi e io andai a sbattere la testa sul cemento (ah, ecco perché ora sei ridotto così! Tutto si spiega, Gintoki! Spiacente, ero così anche prima!).

Due episodi molto coglioni.

Una ragazza una volta mi chiese se poteva toccarmi le cicatrici. Disse le piacevano i segni sulle persone. Ok detta così suona male e sembrerebbe pronunciata da una discendente di de Sade, ma in realtà era detta in modo molto leggero e goliardico. O alla fine forse era solo una scusa. Alla fine diventammo intimi ma non gliele feci toccare.

I segni sul corpo sono come dei punti di contatto dei nostri ricordi. Ora, i miei son ricordi di cazzate o cazzate di ricordi, ma mi aprono collegamenti sul chi ero e cosa facevo in quei periodi.

Forse è per questo che non potrei farmele toccare.

Ho pensato a quante cose tengo nascoste sotto pelle evitando il contatto perché mi arreca fastidio.

Una persona in questi giorni mi ha fatto riflettere su una cosa. Scrivere su un blog, essere dentro quella che può definirsi una comunità seppur dai confini eterei e mobili, aiuta a sentire intorno a sé un’atmosfera di comprensione; nasce, spontaneo, un senso di riconoscimento a vista. Se io scrivo che compro solo calzini a righe arriverà sicuramente qualcuno, per statistica, a dire ehi, ma sai che anche io impazzisco per i calzini a righe?.

E io mi sentirò un po’ compreso, Ma tu guarda, un altro che ama i calzini a righe!.

Tra parentesi questa cosa è molto strana: io compro solo camicie a quadri. Però i calzini li preferisco a righe, quelli coi quadretti mi fanno orrore. Non è buffo?
Invece alle pareti, al posto di una vernice a tinta unita o di righe o quadri, preferirei avere dei disegni. Gatti, ovviamente, silhouette di questo tipo

Ecco, su un blog io ci scrivo proprio per il motivo di cui parlavo. Posso decidere come, dove e quando far sentire qualcosa sotto pelle. E vedere se c’è qualcuno che risponde Ehi, sì! Anche io sono fan dei calzini a righe!.

All’esterno ciò non sempre è realizzabile con facilità e non è detto che vogliamo far venire fuori qualcosa che abbiamo sotto pelle. Magari i miei amici pensano che io invece abbia un cassetto di calzini a quadri. E non voglio parlar loro del contrario. Non sempre, almeno.

Qui funziona in modo diverso.
Spengo quando voglio.

Il gatto

Nel mio cervello passeggia come se fosse in casa sua un bel gatto: forte, dolce e grazioso. Se miagola lo si sente appena, tanto il suo timbro è tenero e discreto; ma se la sua voce si allarga o incupisce essa diviene ricca e profonda. Sta in questo il suo incanto e il suo segreto.
La voce, che stilla e sgoccia nel mio intimo più tenebroso, mi riempie come verso un ritmato e mi rallegra come un filtro.
Addorme i miei mali più crudeli, contiene tutte le estasi; per dire le più lunghe frasi non ha bisogno di parole.
Non v’è archetto che morda sul mio cuore, strumento perfetto, o faccia più regalmente cantare la sua corda più vibrante, della tua voce, gatto misterioso, gatto strano e serafico, in cui tutto, come in un angelo, è sottile e armonioso.

Dal suo pelame biondo e bruno esce un profumo così dolce che una sera, per averlo carezzato una volta, una sola, ne fui tutto impregnato.
È il genio familiare del luogo: giudica, presiede e ispira ogni cosa nel suo regno. È forse una fata, forse un dio?
Quando i miei occhi, tirati come da una calamita, si volgono docilmente verso questo gatto che amo (e guardo dentro me stesso), con stupore vedo il fuoco delle sue pupille pallide, chiare lanterne, opali viventi, che mi contemplano fissamente.

(scommetto che queste rivelazioni sulle righe hanno scioccato un po’ tutti. Chi si aspettava un mondo di Gintoki a quadretti, sbagliava. Se una donna vuol farmi morire, deve presentarsi con un paio di parigine a righe. Eh sì, ognuno ha i propri feticismi, lo so)