Non è che chi produce grappa si trovi dall’altro lato della barriccata

In questo periodo mi trovo a fare selezione di CV e colloqui, per una piccola posizione temporanea aperta dove lavoro. Più che colloqui veri e propri, quindi, sono conversazioni conoscitive. Una volta tanto, comunque, trovarsi dall’altra parte della barricata non è male. Inoltre, l’esperienza mi offre uno spaccato di umanità davvero interessante.

Innanzitutto ho scoperto che proporre colloqui porta sfortuna: molte persone che ho contattato per fissare l’incontro, infatti, spariscono poi nel nulla e non danno più notizie di sé. Se provi a cercarli, sono irrintracciabili. Spero stiano bene. Ovunque si trovino.

Poi c’è chi semplicemente decide di darti buca senza tanti complimenti. Ad esempio, attendevo il contatto Skype di una tizia con cui avevo fissato data e ora del colloquio. La chiamo oggi non avendolo ricevuto e lei mi risponde:

– Sì…veda…poi non si è più scritto perché non sono più interessata, quindi…

Giustamente dovevo arrivarci da solo.

Stessa cosa accaduta con un altro tizio con cui avevo fissato il colloquio giusto ieri per il giorno di oggi e lui mi aveva risposto che appena tornato a casa mi avrebbe inviato il contatto. Mai ricevuto. Lo chiamo oggi 5 minuti prima del colloquio e lui:

– Ah…sì…il tempo che accendo il computer…chiamo io o chiamate voi?

Trascorsi 5 minuti sono passato ad altri candidati perché tanto sapevo non si sarebbe più rifatto vivo. Ed infatti è andata così.

La migliore resta una tizia che avevo contattato per fissare un colloquio. Lei si era registrata sul sito, candidata, con tanto di inserimento CV. Quindi aveva compiuto ben 3 step distinti e, credevo, consapevoli.

Al telefono lei mi fa:

– Ah…Ma la verità è che…non volevo candidarmi solo che non sapevo come annullare.

Immagino che un demone si sia impossessato di lei e l’abbia costretta a registrarsi e candidarsi contro la sua volontà.

A una mia collega invece un tale ha detto che “Non sapeva di essere candidato”. Credo che girerò un docu-reality per DMAX o Real Time con questo titolo.

Uno durante il colloquio mi ha detto che in un precedente lavoro il suo compito era “circonciso”. Volevo chiedergli se mi raccontava qualcosa anche del Bar Mitzvah.

Poi c’è stata una candidata che evidentemente stava scomoda sul divano e continuava a cambiare posizione muovendo il cellulare da un lato all’altro. Le ho chiesto di smetterla perché mi stava facendo provare il mal di mare tramite videochiamata.

Costoro sono quelli che hanno superato la fase di valutazione dei CV: perché infatti i curriculum che arrivano sono anche molto più intriganti.

  • Uno ha apertamente scritto che ha lavorato in nero per lo zio.
  • Uno sul cv ha fatto un elenco di tutte le cose che ha fatto in questi anni, compreso l’aver partecipato a un concorso (superato solo lo scritto), aver donato il sangue (lodevole ma non credo sia un’esperienza professionale), essersi iscritto a un partito politico (con tanto di data precisa come fosse un anniversario da ricordare). Ma la chicca è l’aver scritto che non aveva un titolo che certificava la sua qualifica professionale però aveva l’esperienza.
  • Una sotto la mansione e il nome del datore di lavoro nel campo descrizione ha scritto “Tutto ok”. Ne sono lieto, avrei voluto replicare.
  • Un tale ha scaricato da internet il template del CV Europass e l’ha compilato tutto a mano in stampatello.
  • Una candidata aveva un entusiasmo a mio avviso un po’ eccessivo. La descrizione delle sue esperienze era piena di punti esclamativi: “Il mio primo lavoro!”; “Un lavoro faticoso però guadagnavo bene!”; “Facevo tutto da sola!”.
  • La foto di una era ritagliata da un giornale ed era quella di una rappresentante di prodotti ginnico-aerobici nelle televendite.
  • La foto di un altro tizio era la foto scattata alla sua fototessera appoggiata su un tavolo.

Infine, la vincitrice: quella che nell’intestazione del curriculum, come presentazione, esordisce con “Il lavoro rende liberi”.

Sì. Giuro che ha scritto proprio così.

Poi proseguiva contestualizzando la citazione, sostenendo che questo concetto l’aveva imparato nel corso delle sue esperienze che l’hanno formata eccetera eccetera.

Suppongo che il suo datore di lavoro fosse Goebbels.

Non è che serva essere matematici per dividere gli spazi

Dove lavoro io ci sono in maggioranza di donne. Divido poi l’ufficio con due colleghe. Il primo giorno che sono arrivato abbiamo fatto un giro di presentazione: c’è questa imbarazzante usanza di dover fare il giro di tutta la sede per presentarsi, creando imbarazzo nei nuovi ma anche nei “vecchi”, che si sentono obbligati a dover dire qualcosa di brillante ai nuovi arrivati. Infatti uno mi ha fatto “Ah! Condividere lo spazio con tutte queste donne sarà un bell’allenamento per una futura vita matrimoniale!”.

Anche una collega mi ha fatto “Povero te!” alludendo al mio rappresentare una minoranza. Oggi le due colleghe mi hanno detto la stessa cosa, parlando del fatto che nell’ufficio potrebbe arrivare una quarta persona, anch’essa donna.

Mi è capitato in passato, a dei colloqui, quando si passava a delle chiacchiere più o meno informali (dopo un’ora che ti tengono sulla sedia succede), parlando dell’ambiente di lavoro mi dicessero “Eh, siamo tutte donne!” con un tono misto tra “Non hai idea di cosa ti aspetterebbe” e “Qua è un casino”. Come se la cosa dovesse darmi poi da pensare, mentre invece pensavo solo che questa è una non-risposta perché non mi state dando l’informazione che cerco (beninteso, nessuno potrebbe spingersi a dire a un colloquio “Scappa da qui perché c’è un ambiente pessimo” anche se fosse così).

A me non è mai fregato nulla di dover condividere spazi lavorativi con uomini o con donne.

Mi frega e molto il non essere costretto a dividere spazi invece con gente che dà fastidio. E i fastidi possono esseri di varia natura: comportamentale, verbale, ascellare.

Credo quindi che la cosa fondamentale di cui preoccuparsi sia non rompere i testicoli o le ovaie al prossimo, sia esso dotato di testicoli o di ovaie o entrambi e indipendentemente da ciò. E purtroppo – in pochi casi per fortuna – quelli che mi hanno dato fastidio sono stati sia uomini che donne.

Quindi, sì, povero me che devo dividere spazi con gli esseri umani.

Non è che sei maldestro perché ti cadono sempre la braccia

È da una decina d’anni circa che mi trovo nel mondo del lavoro e della ricerca di esso e ho un po’ di esperienza di colloqui. Invidio chi non ha mai avuto bisogno di farne uno e non sa manco come si scriva un CV; non mi riferisco a casi di spinte istituzionali o che altro, ma semplicemente a opportunità che a qualcuno sono arrivatre tramite un semplice passaparola o un intreccio di rapporti.

In quest’ottica secondo me non sbagliava l’ex Ministro Poletti quando parlava di inviare meno CV e partecipare a più partite di calcetto.

Io a calcetto sono sempre stato una pippa, forse è stato questo il mio problema.

Ho avuto e sto avendo più soddisfazioni dal nuoto, però ancora nessuno mi ha offerto un lavoro, sarà che in acqua non puoi parlare ché se apri la bocca poi bevi e non è molto simpatico.

Un’altra cosa che un po’ rimpiango è il non avere aneddoti interessanti di colloqui di lavoro particolari; ciò non toglie di aver spesso provato seccatura&fastidio di fronte a domande che fanno cadere le braccia.

Le più comuni di queste, capitatemi tutte fuori territorio d’origine, sono (con tra parentesi le risposte che avrei voluto fornire):

«Quindi lei è di Napoli?»
(Sì, c’è anche scritto sul CV, non sa leggere? Sul serio lei è pagato per perdere tempo con queste domande?).

A volte questa domanda è seguita da quest’altra:

«Non sembra di Napoli/Non si sente che è di Napoli»
(Shpara Gennà, shpara! Ora l’ho convinta? Le grido anche un FOZZA NAPOLI con tanto di imitazione di enfisema vulgaris tipico di chi è appena tornato dallo stadio, se vuole).

La più bella forse è questa:

«Quindi lei si trasferirebbe qui?»
(Trasferirsi? E perché? Io pensavo di fare il pendolare tutti i giorni, tanto cosa vuole che siano 600 km tra Vergate sul Membro e casa mia? Ho un cannone da circo a casa, mi faccio sparare qui al mattino, per il ritorno, invece, avete dotazione di una catapulta medioevale in ufficio?).

Una volta, invece, da Bologna andai a Parma in un’agenzia che aveva una ricerca aperta.

«Mmhh…Bologna…che ci fa qui a Parma?»
(Sa, mi hanno detto si mangia bene in questa zona e volevo provare. Sono entrato qui infatti solo per chiedere se potesse indicarmi una trattoria).

E per non essere troppo autoreferenziale con questo post e aiutare chi mai si trovasse in situazioni simili, ho fatto un piccoli elenco di:

Possibili risposte troppo sincere per domande troppo tedianti

«Lei pratica sport?»
Mi sono dedicato con successo all’onanismo, non a livello agonistico però.

«Parla altre lingue oltre a quelle indicate sul CV?»
Da ubriaco, sì, parecchie.

«Come mai è qui?»
Mi ci avete chiamato voi.

«Per lei cosa rappresentano team working, brefing, brainstorming?»
Un modo per darsi un tono sparando termini inglesi a cazzo.

«Vorrebbe dei figli?»
Da lei sicuro di no.

«Mi può dire un suo difetto?»
Tendo a innervosirmi e picchiare chi mi fa troppe domande.

Non è che ti serva ago e filo per ricamare su un discorso

Mi sono fermato in un bar con punto ristoro lungo una statale di ritorno da una trasferta di lavoro. C’erano alcuni camion parcheggiati fuori. La cosa faceva pensare che si sarebbe mangiato bene e a poco


Dannato Chef Rubio e il tuo programma sulle trattorie per camionisti, ormai cerco solo quelle.


Entro e vedo una lavagna con alcuni piatti del giorno: Cortecce di bosco, Millefoglie di vitello…sono entrato in un posto gourmet, ho pensato?

Poi sono andato a verificare: le “cortecce di bosco” erano pasta coi funghi. La “millefoglie di vitello” era una fettina di carne con speck prosciutto e formaggio fuso.

Ormai la presentazione descrittiva è tutto. Bisogna esaltare pure il bidone dell’umido, trasformandolo in “Stoccaggio materiale organico da re-impiego in campo agricolo”, magari.

Ne so qualcosa io che ai colloqui piaccio sempre per l’eloquio. Non che io inventi, ricami sulle cose o millanti competenze: ma diciamo che, volendo, potrei benissimo vendere fuffa presentandola come capacità di imbastire trame verbali di tessuto lanuginoso di risulta (la “fuffa”, appunto).

In un recente colloquio sono stato apprezzato per la mia fuffa, pardon, per la mia esposizione. Mi hanno dato modo di continuare nella selezione. Che consta, in totale, di 4 colloqui! Uno conoscitivo, uno relazionale, uno tecnico, uno non ho capito di cosa si tratti ma credo manchi solo l’ispezione rettale. Tra l’altro, il quarto, dovrebbe concludersi con la firma del contratto: io me lo immagino che, mentre sei con la penna in mano, pongono una domanda a tradimento e ti strappano via il foglio.

Mi chiedo per quanto tempo ancora potrò continuare a fare colloqui e vivere fasi di selezione. È vero che il mondo del lavoro ormai è fluido e che, soprattutto nel mio campo – anche se forse l’unico campo cui avrei dovuto pensare seriamente era un campo di ortaggi – si cambia molto e spesso.

Purtroppo io vivo sempre con tantissimo stress queste situazioni. Poi, durante l’esame, riesco invece a dare sempre il meglio e trasformare la tensione in una carica positiva. È il prima, i giorni precedenti, che mi logorano molto. Sto a disagio fisicamente e mentalmente. Ho provato ascoltando musica per relax e distrazione, di qualsiasi tipo: ho cominciato con Vivaldi e sono finito ai Cannibal Corpse. Ho anche preso la valeriana, sia in compresse che in infuso. L’infuso mi ha irritato ancora di più perché la valeriana puzza di vecchia credenza della nonna in cui hai lasciato del cibo ad ammuffire, che ha attirato degli scarafaggi che sono morti asfissiati lì dentro e sono ammuffiti anche loro.

Nuotare è l’unica cosa che mi fa star meglio ma l’effetto dura un paio d’ore. Non posso certo passare una giornata intera in vasca o presentarmi a un colloquio puzzando di cloro.


A meno che non sia un colloquio da istruttore di nuoto, potrebbero apprezzare la dedizione.

 


Certo, meglio questo di un pugno in un occhio.

Però mi riservo l’opzione campo di ortaggi, per un futuro lavorativo.

Non è che serva Alan Turing per identificare un codice di condotta

Oggi la mia CR era assente dal lavoro, causa una brutta tonsillite.

Speravo di godermi la giornata, ma Aranka, detta da me Mekkanica, ha zampettato per un po’ avanti e indietro perché doveva impacchettare dei regali nella sala briefing. L’ufficio dove mi trovo è giusto in mezzo tra il suo e la suddetta sala, quindi era un tramestìo continuo.
Ha approfittato dell’assenza di CR per mostrare la sua natura malevola, disturbandomi alquanto.

No, non ha disturbato il mio lavoro: ha disturbato il mio piano di nullafacenza.

A proposito di disturbo, ieri sera (o forse l’altroieri: col fatto che pubblico i post dopo mezzanotte come un giornale non so più a quale tempo riferirmi) verso mezzanotte mentre mi preparavo la colazione per la mattina seguente* all’improvviso sguscia dall’uscio della propria camera la CC.


* Mi piace trovare tutto già bello e apparecchiato e il mattino dopo dover solo versare il latte – alla soia al cacao, info per diamanta – e spalmare la marmellata.


Era in sottoveste.


Tranquilli, non è l’inizio di un resoconto erotico. Quindi potete mettere a nanna gli adulti.


Una sottoveste bianco perla, serica, che terminava di poco sotto l’inguine, con due bretelline invisibili sulle spalle e dei ricamini floreali all’altezza del petto.

“Ah! L’hai guardata bene, eh?” ha detto il mio pubblico immaginario, tra risatine e gomitate d’intesa.


Il mio pubblico immaginario in questo frangente era costituito da Joey Tribbiani di Friends, Barney Stinson di HIMYM e Howard Wolowitz di TBBT, che si sono materializzati appena hanno sentito di una donna in déshabillé

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In realtà l’avrò osservata per un secondo e basta. Poi ho distolto lo sguardo cercando qualcosa da contemplare e non ho trovato di meglio che rimirare la caldaia. Una gran bella caldaia, a essere onesto. Però non ricordo come sia fatta pur avendola fissata 5 minuti. È colpa di Einstein: nel momento in cui inventò la relatività il tempo prese a non scorrere più allo stesso modo. Una volta Trenitalia ritardava puntuale.


Se pensate che un secondo sia poco per cogliere tanti dettagli, sbagliate. Tornando alla relatività, pensate a quante centinaia di migliaia di chilometri fa la luce in un secondo. I nostri occhi in un simile lasso di tempo vengono quindi bombardati da miriadi di informazioni e noi nemmeno ce ne accorgiamo.


Comunque, era uscita dalla stanza per chiedermi, se non fosse di disturbo, se non mi disturbassi a svegliarla l’indomani perché la sua sveglia era fuori uso. Sempre che non mi avesse disturbato interrompendomi in quel momento.

Certo che era un disturbo.
Donne che appaiono in sottoveste a mezzanotte è una cosa veramente fastidiosa. Il governo dovrebbe fare qualcosa!

A scanso di equivoci, non ho comunque pensieri impuri sulla CC in sottoveste.

Ho una regola che mi sono dato e che quando non ho seguito ne sono sempre stato punito: mai fare il provolone con donne facenti parte di una cerchia o un luogo che frequento abitualmente: scuola/università/lavoro/centri di recupero per indossatori di abbigliamento discutibile e così via. Figuriamoci con una persona con cui divido casa.

Credo molto nell’avere un codice di condotta.
Penso che ognuno dovrebbe avere una regola da scolpire sulla roccia: mai criticare a voce alta qualcosa perché arriverà sempre qualcuno che avrà da ridire sentendosi offeso, pure se tu stavi parlando dei suonatori di didgeridoo della Tasmania; mai aglio e cipolla prima di colloqui/appuntamenti; mai dire “Te l’avevo detto” a chi è innervosito perché qualcosa è andato male; mai cibo/acqua dopo mezzanotte (vale per i Gremlins).

Dovrebbero avercelo anche i disturbatori di professione un codice.
Perché esistono individui che realmente mettono a rischio l’integrità strutturale del sacco scrotale.

La cosa buffa è che chi non disturba si preoccupa sempre di non farlo e chiede conferma (l’ultimo esempio che mi ha dato spunto per riflettere è appunto la richiesta di CC), chi realmente disturba, non se ne cura per niente.

La cosa meno buffa è che mi sento spesso chiedere se qualcosa mi sia di disturbo o meno, sempre da parte delle persone innocue: a volte mi sento un po’ abbattuto perché ho come il timore di dare l’impressione di essere perennemente scazzato o pronto a mordere.

Ed è ironico che, ammesso e non concesso che io sia così, io non lo sia evidentemente abbastanza per tenere a bada i veri disturbatori.
Cioè quelli che ti impediscono di indugiare nell’ozio!

Non è che ti possa bastare un’ascia per accettare il dolore

Come mi vedo

Martedì ho il colloquio con la Serbellons Mazzant Comesfromthesea. È una roba grossa, anche se poi tecnicamente lì dentro sarei rilevante quanto Jar Jar Binks nella seconda (in ordine di produzione)/prima (in ordine cronologico) trilogia di Star Wars.


Se non avete capito il mio esempio da una parte è un bene perché vi posso assicurare che l’idea che uno come George Lucas abbia pensato a un personaggio così ridicolo è difficile da accettare, dall’altra è un male perché vuol dire che non siete cultori di Star Wars e ciò mi spinge a guardarvi con sospetto.


Da sempre (probabilmente già da quando ero nell’utero materno, al pensiero di dover nascere), quando devo affrontare un evento importante (esami/colloqui/appuntamenti) tendo ad attraversare 5 fasi come quelle del dolore, applicate però all’ansia anticipatoria.

1. Sfiducia. La Sindrome di Charlie Brown.

2. Preoccupazione. Questa è la fase ossessivo-compulsiva, in cui la mente prova a pensare-pianificare tutte le cose da sapere/fare per prepararsi all’evento.

3. Ottimismo. A un certo punto, in maniera del tutto improvvisa e immotivata, come se fosse una scarica di endorfine arriva un picco di ottimismo.

4. Terrore. Quando si scarica l’ottimismo, arriva la voglia di fuga. Sarebbe bello se qui ci fosse un errore di vocale, ma purtroppo l’unico bisogno che avverto in questa fase è quello di fuggire e sottrarmi alla prova.

5. Menefreghismo. In un arco di tempo che può variare dalle 24 ore sino al minuto precedente l’evento ansiogeno, subentra il menefreghismo totale. Mi ucciderà questa cosa? No? E allora chi se ne frega.


Realizzare che le cose che facciamo non ci uccideranno né metteranno a repentaglio la nostra incolumità è un grande passo. È probabile che mi uccida un’auto mentre attraverso la strada per andare alla sede del colloquio, ma non certo il colloquio in sé: eppure la mente umana ha uno strano modo per scegliere le proprie priorità e preoccupazioni e sembra che la mia vita invece dipenda da ciò che avverrà mentre sarà seduto su una sedia a farmi valutare da una sconosciuta.


Il tizio (perché il mondo ruota tutto intorno a tizi e tizie) che fa da consulente che è riuscito a trovarmi questa opportunità, non è stato molto utile riguardo i dettagli. Non ha saputo dirmi a) chi fosse la tizia che mi fa il colloquio (una cosa risolvibile per lui con una telefonata o con un minuto su Google, come ho fatto io); b) a quale settore/dipartimento facesse capo; c) che figura nello specifico stesse cercando.

Lui, inoltre, le ha scritto in italiano; io le ho scritto in inglese visto il suo nome e cognome e considerato che è di oltre-oltreoceano (bisogna scavalcare due oceani per raggiungere casa sua, insomma): quando l’ho detto al tizio, lui ha fatto “Ah bravo, hai fatto bene, infatti volevo dirtelo”.
E perché non me l’hai detto? Pare che stai a fare un altro mestiere.

E quindi ho capito che se mai riuscirò a vincere le mie 5 fasi dell’ansia, da grande voglio essere un tizio. Uno che fa qualcosa ma che non si sa che cosa faccia.