Non è che il naturopata soffra di attacchi di pranico

Conoscevo questa donna che, in situazioni di reciproche nudità orizzontali, le mutande dopo essersele sfilate le teneva strette nella mano. A volte le avvicinava al petto e le teneva lì.

Io pensavo fosse una qualche forma di feticismo. Non dicevo niente: in fondo ognuno ha le proprie piccole preferenze. Ad esempio a me piacciono tutte le luci accese come se fosse un set cinematografico.

Altre volte pensavo che il suo fosse invece un qualche atto new age, una forma di recupero energetico attraverso il contatto con la soggettivizzazione del capo intimo…insomma, un giorno ero curioso e glielo chiesi:

– Ma scusa, perché tieni le mutande in mano?
– E dove devo metterle? Non c’è spazio sul divano e non le butto mica per terra, che poi le devo rimettere e mi fa schifo.

Non c’è niente da fare: come dice il proverbio, la risposta più semplice è sempre quella più semplice.

Viviamo in una società che a mio modo di vedere sta perdendo di vista la semplicità.

Ricordo la mia ex coinquilina di Budapest, non la cinese ma la studentessa dell’Ecuador, che mi diede da riflettere su ciò.

Lei ha 10 anni meno di me ma ha già visto mezzo mondo, dato che la madre lavora all’ambasciata. Dopo aver tanto viaggiato – mi diceva – ancora si stupiva del modo di vivere occidentale.

Non capiva perché noi buttiamo via tutto. Facendoci caso, è vero: ormai non ripariamo più quasi nulla, quando qualcosa si rompe lo sostituiamo perché è più conveniente.


“Obsolescenza programmata” e si dice tutto.


L’altra cosa che secondo lei non aveva senso è che per acquistare 3 cose bisogna andare in 3 negozi diversi perché il commercio al dettaglio è iperspecializzato.

In Ecuador, mi diceva, in ogni via, isolato o quartiere c’è un negozio, chiamiamolo un emporio, che vende un po’ di tutto e ripara un po’ di tutto.


Volendo anche io conosco qui gente che con un cacciavite in mano fa miracoli.


Secondo lei così è molto più semplice.

Il mio primo pensiero – anche un po’ supponente devo ammettere – è stato che, in contesti di benessere economico poco diffuso, l’attività da lei descritta sia quella più immediata e congeniale per quel tipo di contesto. È difficile che un Apple Store apra nella periferia di Ibarra. È più facile che qualcuno lì per arrotondare si metta anche a riparar telefoni anche perché forse non possono permettersi di cambiarne uno a ogni minchiata idea di Tim Cook.

Ma io alla fine che diavolo ne so? Non ci sono stato lì e, in fondo, basta che funzioni come diceva il film.

Siamo sicuri che da noi il “sistema” funzioni sempre? Che renda davvero sempre e comunque le cose più semplici?

Se è così, perché allora non esiste un reggimutande da divano?

Non è che l’intercalare sia la parabola discendente di una squadra di Milano

Se hai la fortuna di trovare qualcuno che riesci a tollerare stringilo forte e non mollarlo [Antoine de Saint-Exupéry]

Conosco una persona che, mentre le stai raccontando qualcosa, per annuire ha come intercalare quello di ripetere “Eh”. Con tono secco, rapido, incalzante. Trasmette ansia, perché sembra che comunichi “E quindi? E allora? Muoviti, che mi annoia”.

Parlare ogni giorno con una persona così penso mi inibirebbe. O mi darebbe ai nervi.

Ho pensato che nella vita per andare d’accordo non contino soltanto le grandi cose. Anche particolari e abitudini possono pesare nella gestione di un rapporto.

Mi immagino la vita quotidiana:

– Cara, sai oggi al lavoro che è successo?
– Eh
– Ti ricordi quel collega
– Eh
– che è andato in viaggio di nozze
– Eh
– in Thailandia…
– Eh
– …e quando è tornato
– Eh
– …va be’, niente, vado a guardarmi Eroi del ghiaccio su DMAX
– Eh

Oppure, non potrei vivere con una persona che lascia posate e stoviglie sporche nel lavello dopo averle utilizzate.

La mia ultima coinquilina a Budapest era così. Era arrivata al punto di aver tutto il suo corredo di pentole, posate e piatti, impilato sbilenco e sudicio in una delle due vasche del lavello. E così per una settimana è andata avanti a cibarsi di cetrioli crudi e yogurt e cereali per la pigrizia di non lavare ciò che le sarebbe servito per un pasto decente.

Io le ho dissi più volte di prendere dalla cucina ciò di cui aveva bisogno: era roba già presente lì e non ne avevo certo utilizzo esclusivo. Ma non l’ha mai fatto, non so se per germofobia (ma considerate le colonie di batteri che lasciava crescere nel lavello, ne dubito), l’obbligo di dover poi pulire perché anche io in quel caso avevo necessità di usarle o perché, essendo vegetariana, era di quelle oltranziste che non vogliono utilizzare posate e pentole che hanno toccato carne.

La gestione di una casa è un’attività complicata e ci ci sono tante piccole cose che possono dare fastidio. C’è chi lascia gli aloni dei bicchieri sul tavolo. Chi non svuota la pattumiera. Chi lascia marcire le cose in frigo.

Poi ci sono quelli che non spengono mai le luci.
Madre è così.
Lascia la luce accesa in una stanza perché tanto poi dopo deve tornarci. Poi se ne dimentica o cambia idea ma la luce intanto rimane accesa finché non passa qualcuno. Abbiamo i consumi elettrici di una discoteca.

Mi chiedo in una scala di valori quali siano le abitudini che rendono le persone più intolleranti verso gli altri e siano fonte di conflitto.


La citazione iniziale è un falso. È tratta da Bojack the Horseman.


Non è che un’arma spedita per posta sia un’e-pistola

I più assidui lettori tra voi ricorderanno la mia precedente coinquilina cinese. Io e lei siamo rimasti in contatto e, tempo fa, è stata così gentile da inviarmi una cartolina che mi è arrivata giusto in tempo quando sono tornato giù a casa per le vacanze di Pasqua.

Ho deciso di condividere con voi la mail che le ho inviato in risposta.
Chissà che non sia l’inizio di uno scambio epistolare.

Cara A.,

ho ricevuto la tua cartolina.
È stato un pensiero gentile, ma forse la scelta di una foto del Papa con dei candelotti di dinamite ACME sotto la sedia e la scritta “Salta con noi Francé, salta con noi” non è piaciuta alle Forze dell’Ordine. Mi hanno tenuto un’intera notte in Questura e non riuscivano a convincersi che non fossi parte di una cellula terroristica.

Per stemperare la tensione ho detto loro Ehi, ma per individuare le cellule perché non assumete un biologo? Ah Ah Ah ma non hanno riso. 

C’è un po’ di paranoia in giro. E io non ho neanche dei mafiosi in Paradiso a tutelarmi. Mi hanno interrogato, poi mi hanno fatto spogliare. Quando hanno visto il mio pene circonciso sono diventati ancor più sospettosi. Gli ho spiegato che mi avevi tagliuzzato tu nel sonno per avere un ingrediente di una delle tue ricette cinesi e mi hanno creduto perché nessuno può inventarsi una scusa così imbarazzante. E alla fine mi hanno lasciato andare dopo che gli ho detto che ero il nipote di una sguattera del Guatemala.


Non so se ti interessi alle vicende italiane – non credo – ma qui abbiamo un ministro che fa la sguattera in Guatemala per conto del compagno, detto Er Trivella dagli amici.


Comunque un po’ ho avuto paura. È vero che se hai la coscienza a posto non ti succede nulla, però a volte si sentono delle brutte storie…

Poi ho pensato che in fondo almeno eravamo in Italia. All’estero entri vivo in custodia delle FdO e ne esci morto e irriconoscibile. Da noi muori soltanto se sei drogato e anoressico. Sulla prima ci sto lavorando (per ora ho smesso di farmi le canne: le faccio preparare a un altro), ma per la seconda cosa il pericolo è stato sventato dai pranzi di mia nonna.

A proposito di spogliarsi, la tua abitudine di denudarmi nel sonno per giocarmi degli scherzi – a parte lo sfregio penale, sto ancora rimuovendo della paprika ungherese dal mio colon – ha lasciato degli strascichi anche ora che non ci sei. Adesso mi calo da solo i pantaloni nel sonno. L’altro giorno mi sono addormentato nel tram e mi sono svegliato con la polizia intorno e dei giapponesi che si scattavano i selfie con il bastoncino.
Il mio.

Parlando di vestiti, volevo dirti che durante il trasloco hai lasciato degli indumenti in uno degli armadi. Volevo darli a dei senzatetto (qui come ricorderai ce ne sono molti), ma non sono riuscito ad avvicinarmici perché puzzavano di alcool, piscio e vomito. I tuoi vestiti, intendo.

Un po’ mi dispiace che te ne sia andata. Con te la casa aveva tutto un altro calore. Con la nuova coinquilina è invece un po’ fredda.

Poi quando è arrivata la bolletta del gas ho capito il perché: tenevi il riscaldamento a 25° tutto il giorno. Spero che le bestemmie che allego alla presente ti arrivino intatte.

Mi mancano le nostre serate a guardare la televisione. Qualche volta avremmo dovuto accenderla.

Oppure quelle piccole attività domestiche che riempivano il quotidiano. Come quando a inizio gennaio nevicò e tu stesti tutto il giorno a liberare la bicicletta dalla neve. Ci vollero ore. Forse avresti dovuto aspettare che smettesse di nevicare, prima.

Al lavoro le cose non vanno benissimo. Mi hanno detto che non mi rinnoveranno il contratto. Ho rotto troppe cose e il capo dice che sto diventando troppo oneroso per le casse della società. Io ho tentato di giustificarmi dicendo che non era colpa mia, che le cose si rompono senza che neanche le tocchi. Lui ha detto È proprio vero. M’hai rotto i coglioni senza toccarmeli.

La mia collega dice che le mancherò. Ha già sofferto molto quando la collega che occupava prima il posto dove sono si è trasferita a Bruxelles. 8 ore chiusa in ufficio da sola, senza poter fare due chiacchiere, sono pesanti. Con me invece aveva di nuovo qualcuno con cui confidarsi, come con un’amica, un ruolo in cui mi sento portato. Soltanto che quando mi ha chiesto che assorbenti usassi per il flusso abbondante mi sono sentito un po’ a disagio.
Il mio flusso non è abbondante.

A te in Polonia va tutto bene?


Allora vuol dire che le bestemmie non sono arrivate.


Sinceramente (era meglio se non ti conoscevo),

Gintoki

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P.S. Qui è scoppiata la Primavera. Il cielo però in questi giorni è grigio, per non dire una merda. Quindi mi pareva giusto condividerlo. Spero ti incupisca abbastanza.

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Non è che serva un divano per fare salotto

Anche in Magiaria è arrivata la primavera.
Improvvida per gli armadi e imbarazzante per le ascelle, inaugura la stagione dell’incertezza del vestiario. Il periodo della giacca da mezz’ora.


Si tratta infatti di quel capo utile da un quarto d’ora prima che il sole tramonti a un quarto d’ora dopo. Prima, porterà troppo caldo, dopo, sarà troppo leggero.


Con il caldo si sono svegliate le formiche. Ne ho trovate alcune nella stanza, l’altro ieri.

L’unico cibo che introduco nella mia zona notte è quello presente nel mio stomaco.
L’ambiente è pulito e tenuto in ordine con regolarità.

La mia coinquilina invece fa colazione, pranzo, merenda e cena nella sua stanza. Ha un cestino dei rifiuti personale. Per terra sparge qualsiasi cosa, insieme ai vestiti avvinghiati in un cumulo orgiastico. Credo che qualche maglione abbia figliato dei calzini.

Quando le ho chiesto se avesse formiche in camera, ha detto di no.

Capisco. Forse la sua stanza è troppo ostile, mentre con il mio ordine ho creato un ambiente confortevole.


La mia ironia è comunque fallace: la formica domestica può avere il nido da una parte ma approvvigionarsi molto lontano da esso. Come un meridionale fuori sede con i suoi pacchi di cibo spediti da giù.


Ovviamente ho subito pensando di sbarazzarmi del problema¹ con dell’esca avvelenata sull’ingresso del balcone, dopo aver constatato che rimedi naturali quali pepe, sale, limone, le rendevano adatte a un’insalatina ma non le inducevano ad allontanarsi². Ho dovuto agire prima che Salveeny venisse a scattarsi delle foto in casa mia al grido di “Fermiamo l’invasione”.


¹ Le formiche, intendo, non la coinquilina.


² Di sicuro ci sono altri rimedi naturali adatti che non ho utilizzato (come l’aceto, il cui odore mi dà fastidio), ma a me, da giacobino, interessa arrivare a far fuori la monarca.


Ammiro e invidio chi riesce a crearsi zone comfort molto estese in ambienti estranei, nuovi, con altre persone.

Non è necessario esser un gran conversatore e intrattenitore. Basta trovarsi a proprio agio nella propria pelle quando si è con gli altri e non subire il costo psicologico della relazione sociale.

Ci ripenso mentre mi trovo qui,


Non qui mentre scrivo, ma un qui di un flashback mentale.


in mezzo a delle persone sconosciute o semi-conosciute.

La mia zona comfort arriva sino alla punta del Toscanello che ho nella mano sinistra (ahimè ogni tiro manda in fumo tale area) e al fondo del bicchiere pieno di birra che stringo con la destra.


Potrei quindi confermare la tesi secondo la quale i vizi sono alimentati dal disagio.
È un’osservazione invece parziale, in quanto indugio nel vizio molto di più quando mi sento totalmente a mio agio¹.


¹ Il motivo è che se sono a mio agio non devo preoccuparmi di ciò che pensano gli altri. Anche perché probabilmente saranno troppo devastati per poter far caso a me.


Sono il genere di persona che deve avere sempre almeno una mano impegnata. Ho lasciato allungare i baffi solo per avere qualcosa da rigirare tra le dita a piacimento, in assenza di altro.

Magari improvvisando contemporaneamente un ballo country

Intanto, osservo gli altri.
Che osservano me, che osservo loro che osservano me. È come quel racconto di Paul Auster dove un investigatore sorveglia un sospettato che sta sorvegliando lui.


Fantasmi, in Trilogia di New York. Una storia che sembra un racconto hard boiled¹ ma che si trasforma in breve in una sorta di allucinazione a-temporale dove entrambi i personaggi coinvolti perdono sempre più i caratteri di protagonisti per divenire pupazzi di un inganno.


¹ Cioè il genere poliziesco impermeabile, whiskey e un detective scorbutico e sciupafemmine.


Abbandono il mio essere umano per divenire un elemento grammaticale: il complemento d’arredo.

E penso alle formiche a casa, cui la dipendenza reciproca sarà la loro rovina perché se anche una dovesse sfuggire al veleno poi morirebbe in quanto rimasta da sola.

Mentre ci rifletto, una tizia accanto a me annusa l’aria. Poi si volta.
Oh, are you fuming…eh, “fuming”, si va be’ dai  agita la mano come a dire “ma come mi viene”.
Io, imperturbabile: Yes, I’m fuming. Why are you chiedending me?
Rido.

Non è che per dividere casa serva tener conto del quoziente (d’intelligenza)

Non ho più riportato aggiornamenti sulla mia situazione domestica perché sostanzialmente non ce ne sono.

Io e la nuova coinquilina abbiamo un sano rapporto di completa separazione casalinga. Che è quel che in fin dei conti desideravo. Convenevoli quali buongiorno e buonasera, qualche conversazione oziosa come quando mi ha parlato delle cose che la divertono degli italiani. Le stesse cose che allietano tutto il resto del mondo e ci identificano come popolo folkloristico.

Mi riferisco alla nostra proverbiale teatralità: Che cosa vuoi?! Che cazzo dici?!, accompagnate da ampi gesti delle mani.


Ho sempre trovato questo cartone di un umorismo abbastanza discutibile. Ben si adatta all’epoca odierna in cui tutti si sentono fini umoristi o uomini di satira perché come dei bulli di quartiere pigliano per il culo chiunque.
Myspace -> Tutti musicisti
Blog -> Tutti scrittori
Social Network -> Tutti Bill Hicks?


E poi, con mia sorpresa, mi ha chiesto anche di una bestemmia che diciamo sempre. Non quella suina ma quella canina. Italiano: lo stai imparando bene.

Con la coinquilina cinese la situazione aveva invece preso una piega strana. Troppo intima, se vogliamo.

A volte c’era una familiarità tale che mi sembrava di avere in casa una moglie. Eccezion fatta per l’assenza di qualsiasi tipo di contatto.


Il che quindi è proprio come avere una moglie.


Una moglie poco sveglia che dimenticava sempre di spegnere i riscaldamenti prima di uscir di casa.
Così poi arrivò una bolletta da far saltare le coronarie. Le sue, perché l’avrei impiccata al calorifero in quel momento.


Si scherza.
Io sono per evitare sofferenze. Quindi, una morte più veloce.


Poi era simpaticamente “invadente”. Se guardavo un film nell’area comune veniva a chiedermi cosa stessi guardando, commentando sempre tutto con un Uh, sembra interessante, sia che stessi guardando una minchiata che qualcosa di più serio. Se cucinavo, si piantava vicino a guardare, chiedendomi cosa facessi passo passo.

Il che delle volte mi avrebbe ispirato un commento del tipo Ma una porzione di fatti tuoi te la sai cucinare?, commento che ovviamente tenevo per me, limitandomi ad allontanarla fingendo di avere un disturbo autistico che mi porta ad andare in agitazione se osservato mentre cucino, al suon di Please, don’t watch me.


Potrei dare l’immagine di un tipo forastico (o furestico come diciamo al Sud).
È sbagliato.
Non è un’immagine, io sono proprio così. Posso essere tanto giocoso ed espansivo così come scorbutico quando mi gira male.


La nuova coinquilina invece è praticamente invisibile.
Si comporta come un topo. Esce dalla stanza solo per cibarsi per 5 minuti. Per due settimane non ha fatto altro che nutrirsi di yogurt e cereali, intervallati con qualche uovo o un cetriolo crudo.

Ho pensato che seguisse una qualche corrente alimentare di cui non ero a conoscenza, tipo quella dei breakfastiani, cioè quelli che consumano solo colazioni.
Ormai tutto è possibile. Io un giorno volevo fare una battuta dicendo che prima o poi avremmo avuto quelli che si nutrivano di aria. Dimenticavo l’esistenza invece dei respiriani.
È facile scordarsene perché io non ho mai visto un respiriano vivo.


Perciò, me ne guardo bene dal prendere in giro abitudini alimentari altrui. Che ne sappiamo che non possano esistere, ad esempio, i carboniani? Quelli che, dato che gli esseri viventi sono fondati sul carbonio, ritengono opportuno approvvigionarsi direttamente dalla fonte e che quindi si nutrono di blocchi di grafite? Ha un senso, anzi, da domani mi farò promotore della dieta della matita HB.


Poi mi ha detto che è semplicemente troppo pigra per cucinare e lavare i piatti e io sono rimasto deluso da ciò.

Credo sia molto disordinata. Almeno a giudicare dal fatto che, una volta, stavo per accostare la porta della sua camera prima di mettermi ai fornelli (la stanza dà sulla cucina e non mi sembrava carino impestarla di soffritto dell’arrabbiata) e qualcosa opponeva resistenza. Era una palla di maglioni giusto in mezzo.
Mi sono allontanato prima che mi aggredissero.


Ho un rapporto conflittuale con i maglioni perché da bambino mi costringevano a mettere quelli che pizzicavano e stritolavano. Praticamente era come stare in una Vergine di Norimberga senza neanche il sollievo della morte per porre fine all’agonia.


Quindi novità non ce ne sono.

Non è che il macellaio, per imprecare, urli “Mannaia la miseria”

Ho finalmente internet in CdB (casa di Budapest). Posso smettere quindi di andare da Starbucks o di approfittare a volte della connessione al lavoro. E posso quindi ritornare finalmente a leggere altri blog.

A proposito del lavoro, credo sia il momento di dire qualcosa in più. Ecco, in sostanza io faccio altro. Non qualcos’altro, attenzione: quello è il lavoro del sommo ysingrinus. Io faccio altro. Semplice, no?

Ho parlato del capo che sembra un Doctor Who. Altro dettaglio, calza Dr. Martens. Avete mai visto un boss con le Dr. Martens? Io no.

La mia collega-responsabile, ama condividere ciarle con me. Oggi mi ha mostrato le foto su fb della nuova fiamma del suo ex fidanzato, chiedendomi uno spassionato parere estetico. Io ho provato a essere diplomatico, ma non per evitare leccaculismi, ma perché non amo dare della “brutta” a una donna. La responsabile insisteva, chiedendomi più volte “È o non è un sanitario da bagno?”. Sembrava la famosa scena del film 32 dicembre: “È o non è un imbecille?”.


Se non avete presente, allego la scena

Se non l’avete mai visto, vi prego di correre a recuperare. È questa la vera comicità napoletana, non i saltimbanco odierni che scimmiottano pulcinellate per strappare risate con rutti e petardi.


Degli altri colleghi ancora non ho individuato caratteristiche peculiari. Colpa anche della mia riservatezza che mi spinge poco a fare conoscenza.

C’è comunque una collega che si chiama Aranka.

Da quando l’ho saputo non faccio altro che immaginarla in un film intitolato “Aranka Mekkanica”.

Il che è ironico perché contrasta con la sua immagine, pacata e sorridente, di ragazza che condivide su Instagram coniglietti pupazzo e fiori.

Ma la gente non sa che di notte va in giro a spaccare suppellettili nelle case altrui con dei pupazzi giganti.

A casa direi che le cose vanno bene. La CC sembra tranquilla, anche troppo.
Non mangia.
Mi lamentavo di una coinquilina cinese a Roma che impuzzolentiva la cucina alle 8 di mattina con curry e peperoni, questa qui invece pare nutrirsi di aria. Stasera mi ha detto “Ah bravo te che cucini, io in ‘sti giorni sto scojonata e nun me va”.


Come ho anticipato, per scelta stilistica la nuova coinquilina cinese parlerà romanesco.


La mia “cucina” consisteva in 5 bastoncini della Findus (che qui si chiama “Igloo”) riscaldati e delle bruschette non tostate al pomodoro.


Sembra meno diffidente nei miei confronti. Conversiamo amabilmente.
Anche se l’esordio ieri è stato un po’ inquietante: mentre sta tirando fuori da una busta alcuni attrezzi da cucina, si gira di scatto verso di me brandendo una mannaia da macellaio e, mostrandomela sotto il naso, mi dice “Aò questa mò dove aaa metto?”.
Dove vuoi, le ho detto.

E la piazza giusto sul marmo (finto) color falena esausta della cucina tra lavabo e forno, dicendo “Che teee pare qua, così sta a portata de mano. È utile”.

E se la mettessimo qui, dico mentre apro un’anta del mobiletto e indico un ripiano.
“Sì dai, quanno serve poi se vede”.

Secondo voi era un modo per dirmi “Occhio a quello che fai che sono armata?”.

Non è che per un focolare domestico serva legna da ardere

Buone nuove.
Non sono più un homeless. Mi sono insediato nella mia nuova stanza, di cui allego qualche testimonianza fotografica.

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Il simbolo della conquista di una nuova stanza è la camicia a quadri gettata sulla sedia.

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E così ampia che potrei montare un canestro da basket su una parete e organizzare tornei 3 vs 3. C’è pure il parquet.

Mi accompagna sempre il caro Jesus, perché, si sa, ci vuole un Jesus personale come dicevano i Depeche Mode.

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Notare la asettica semplicità di un arredamento IKEA.

Ho notato che qui a Budapest sembra essere tutto IKEA.

Ho notato anche altro. Che, ad esempio, in tutte le case che ho visto e compresa la cucina dell’ufficio, il mobiletto sopra il lavandino non ha lo scolapiatti.

Non esiste lo scolapasta.
Ho notato però in più case, compresa quella in cui ora vivo, la presenza di un oggetto cilindrico e bucherellato, che pensavo fosse appunto usato per quello scopo.

Ho scoperto poi che serve per metterci le posate ad asciugare.

Come avevo anticipato, avrò una coinquilina cinese.
Non è un soprano e credo abbia abitudini alimentari sobrie e parche. È già un buon punto di partenza.

Non ho ancora capito che opinione abbia di me.

La prima volta che ci siamo incrociati, mi ha guardato con un misto di preoccupazione e perplessità.

Quando ci incontrammo la seconda volta, per un caffè organizzato dalla proprietaria per darci modo di conoscerci, mi ascoltava rispondere alle sue domande con un’espressione del tipo “Non ce sto a capi’ un cazzo di quel che dici” o anche “Sì aspetta che mo me segno che nun me ne frega un cazzo”.


Per scelta stilistica, i pensieri di CC (coinquilina cinese) saranno espressi in romanesco.


Forse mi odia perché voleva la stanza grande, ma, dato che sono stato il primo a rispondere all’annuncio, la proprietaria ha dato precedenza a me.

La sua stanza è più piccolina e col letto su un soppalco.

Ieri, quando mi sono trasferito, lei mi ha chiesto se potesse dare un’occhiata alla mia stanza, esclamando poi “Aò, stanotte dormi come er Papa”.

Sapete, per un attimo ho pensato di proporle di scambiarci le stanze. Tanto il contratto non era stato ancora firmato e il suo andava anche modificato a causa di un errore.

A me in fondo non costava niente, anzi, avrei risparmiato 30 € di affitto mensili investibili poi in bagordi e trastulli.

Poi forse fa più per me una stanza piccolina. Sono un gatto, noi amiamo infilarci nei posti piccoli.

Per un attimo ci ho pensato.
Poi l’ho guardata e mi son detto “Nah, non ne vale la pena”.

Secondo me questo doveva essere uno di quegli eventi Sliding Doors che mettono la vita su due binari differenti. Se le avessi proposto di scambiare le stanze la nostra convivenza avrebbe preso un’altra strada, forse.
Adesso invece è possibile che tenti di uccidermi nel sonno.

Comunque sono contento. Ho trovato un posto che è in ottima posizione. A 30 mt ho tram, metro, taxi. Anche se credo mi asterrò dal prendere un tram con le lucine.

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Ho il supermercato sotto casa. C’è un sushettaro (da verificare), un greco e due kebabbari che ho visto frequentati da arabi, quindi presumo debbano essere buoni. C’è una farmacia a 50 mt e un H&M a 40.

Mi manca internet al momento, infatti adesso sto scroccando il wifi di uno Starbucks e credo farò lo stesso domani per seguire le partite del campionato.


Ma come, Gintoki, fai tanto l’anticonformista e poi vai da Starbucks?!
In assenza di meglio, perché no. Non ho problemi con Starbucks, ho problemi con gli starbucksminchia.


A proposito di H&M, ho già fatto i primi incauti acquisti. Volevo un pigiama e ho optato per questo abbinamento.


La maglietta di Topolino credo comunque non sia un pigiama ma venga venduta come t-shirt da esterno.


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Insomma, qualsiasi tipo di emergenza, alimentare, sanitaria, trasporti, camicie a quadri, può essere soddisfatta immantinente.

Il tutto spendendo un niente rispetto ai prezzi romani.

Eppur mi manca Roma.