Non è che un chimico sia in viaggio lisergico perché cala tanti acidi

Non sono uno dedito a necrologi pubblici per la morte di personaggi della musica e/o dello spettacolo, ma la scomparsa di Elisabetta dei Prozac + (e anche dei Sick Tamburo ma per me resta quella dei Prozac) m’ha colpito molto. È una di quelle cose che ti mette di fronte al passare degli anni.

Il tempo. Il cazzo di fottuto tempo. Riesci a ignorarlo quando sei da solo con te stesso, ma quando accade qualcosa di esterno a te ma che è ricollegabile alla tua vita o a una parte di essa, alzi la testa ed esclami Cazzo.

Mi sono appena reso conto che sono più distante dal 2000 di quanto lo fosse il 2000 dalla mia nascita. Negli anni ’90 il XXI secolo mi sembrava davvero lontano. Su un Topolino del 1994 leggevo che tra il 2004 e il 2011 saremmo andati su Marte. Sto ancora aspettando la partenza della navicella.

Non voglio entrare nella polemica retorica di quelli che nel 2000 aspettavano le macchine volanti e invece ora c’è gente che mette in piedi le scope. Per quanto mi riguarda le persone possono impegnarsi in tutte le minchiate che vogliono e infilarsi le scope dove gli pare. Quello che vorrei è che il futuro man mano che diventa presente vada avanti solo per addizione di eventi e non per sottrazione di fatti e persone.

I ricordi, certo, restano.

Queste canzoni – che tecnicamente oggi definirei abbastanza mediocri ma per fortuna all’epoca non ero così snob e acido (acido?)- all’epoca dei miei teen mi causavano parecchio devastamento emotivo e cose da adolescenza complessata:

 

Con il disco della seconda canzone siamo già negli anni 00. Ricordo invece quando uscì Acida io ero alle scuole medie. Per i test di Educazione Tecnica il professore ci dava da trasformare, con cartoncino e colla – rigorosamente Uhu – le proiezioni ortogonali su carta in solidi veri e propri di cartoncino, da decorare.

Un mio compagno di classe decorò il suo cubo con il disegno di un murale con la scritta Acido. Un lavoro ben fatto, le lettere si scioglievano condensandosi in colori da evidenziatori fluo. Il professore disapprovò duramente, asserendo che una che va in giro a fare apologia lisergica non sia un buon segno dei tempi e un buon esempio da citare per un compito in classe.

Io per aggirare la censura nei miei graffiti scrivevo allora Acido Muriatico. Ero l’apologeta dello spurgo.

C’è sempre un aggancio temporale che fa da ponte tra l’universale (una canzone, un personaggio, un film, eccetera) e il personale: quando scompare qualcuno che ha creato quell’àncora cronologica poi alla fine ti resta solo da dire Cazzo.

Ma Harry Potter vestirebbe Dolce & Babbana?

Negli ultimi giorni si è aperto un caso intorno alle frasi di Domenico Dolce, che in un’intervista ha dichiarato “Non abbiamo inventato mica noi la famiglia. L’ha resa icona la sacra famiglia, ma non c’è religione, non c’è stato sociale che tenga: tu nasci e hai un padre e una madre. O almeno dovrebbe essere così, per questo non mi convincono quelli che io chiamo i figli della chimica, i bambini sintetici. Uteri in affitto, semi scelti da un catalogo. E poi vai a spiegare a questi bambini chi è la madre. Ma lei accetterebbe di essere figlia della chimica? Procreare deve essere un atto d’amore, oggi neanche gli psichiatri sono pronti ad affrontare gli effetti di queste sperimentazioni’”.

Tra alcune star, con Elton John in prima fila, si è aperta la gara al boicottaggio del marchio Dolce&Gabbana per le dichiarazioni ritenute irrispettose.

Sinceramente, pur non essendo io d’accordo con le frasi dello stilista, non comprendo reazioni isteriche e garibaldine nei confronti suoi e del marchio che rappresenta. Credo che parlare di fecondazione, adozioni omosessuali e tutto ciò che ruota intorno a questi temi sia così complesso e delicato da non lasciare spazio a superficiali iniziative eclatanti di vip annoiati. Anche se ciò che ha detto Dolce suona sprezzante e non condivisibile, ritengo si possa ancora avere la lucidità mentale di non voler far passare attraverso la censura quella che è e resta pur sempre un’opinione di una persona.

Detto ciò, a me sembra che molti caschino dal pero. Lo stesso stilista ha dichiarato di venire da una realtà molto tradizionale, quindi chi si aspetta un atteggiamento progressista da parte sua credo sia in errore.

Credo, inoltre, che i messaggi veicolati dal marchio oltre a rispecchiare un certo tradizionalismo, a volte sfocino nel machismo e nel sessismo.

Avete mai osservato con attenzione gli spot e le pubblicità Dolce&Gabbana?

Nel 2007, quando fu pubblicata, questa foto destò molte polemiche perché sembrava richiamare l’idea di una violenza (togliamo il “sembrava”: per me è violenza). La Dolce&Gabbana non è nuova a simili campagne: nel 1990 il Giurì dell’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria sanzionò questa pubblicità con Linda Evangelista come modella, in quanto raffigurante un atto di violenza:

Il codice di autodisciplina pubblicitaria prevede per l’appunto che “la comunicazione commerciale non deve contenere affermazioni o rappresentazioni di violenza fisica o morale” (art. 9).

In epoca recente, sempre facendo riferimento a un richiamo a valori tradizionali, la casa di moda ha puntato sulla Sicilia:

Questa seconda fotografia è tratta dalla Collezione 2013 ispirata a scenari che sembrano presi dal Padrino di Coppola. Qui vediamo all’opera dei baldi giuovini che con aria gaudente van dietro una bella donna; lo stesso tema è presente anche nello spot Martini Gold dietro la cui produzione artistica c’erano sempre i due stilisti

Il messaggio che mi arriva in entrambi i casi è quello di una riduzione della figura della donna a semplice oggetto e questa immagine sotto mi sembra esemplificatrice.

In quest’ultima immagine, sempre tratta dalla collezione Sicilia, la donna è in mezzo a questo quadretto generazionale tra le braccia del decano che occupa, ovviamente, il centro della composizione, tra l’invidia di alcuni componenti della famiglia che osservano la scena.

Tradizione, famiglia e un certo tipo di donna sono i valori cui si ispirano Domenico Dolce e Stefano Gabbana: tornando quindi al tema di apertura,  ritengo che, oltre che fuori luogo, indignarsi per un’opinione lo trovo anche abbastanza ipocrita per il non aver tenuto mai presente che la “linea editoriale” di un marchio (come quelle anche di altri, beninteso, non siamo qui a fare un processo contra personam) è improntata verso una definizione dei ruoli ben specifica che sfocia a tratti nel sessismo.

In questo precedente post, quando parlavo delle disuguaglianze di genere riferendomi a costumi sociali e culturali, facevo riferimento anche a questo tipo di stereotipizzazione dei ruoli. E tutti ora parlano di Elton John che non vuole più vestire D&G?