Non è che per ottimizzare la concentrazione serva un chimico

Oggi sono stato in una scuola dove le maestre lamentavano che i bambini avessero deficit di attenzione. E anche una certa “lentezza” nell’afferrare i concetti. “Non sono abituati a pensare”, dicevano. In effetti debbo dire che ho trovato più ricettivi i bambini di prima elementare della scuola delle suore (vedasi post) di un paesino dimenticato dall’igiene orale che quelli di V di oggi di un’altra scuola di un’altra città. Forse è l’educazione delle suore: la presa di coscienza imposta a 6 anni di meritarsi una vita di sofferenze e sacrifici (parole loro: mi ricordo la mia insegnante di religione che a 8 anni ci disse che Gesù era già arrabbiato con noi per tutte le cose che avremmo fatto nel resto della nostra vita) forse apre la mente. O forse sono le punizioni corporali. Saranno degli attentissimi serial killer, da adulti. Scherzo.

Io li capisco i bambini distratti. Io stesso quando uno mi parla vago con la mente. Però col tempo mi sono abituato. Riesco ad ascoltare il mio interlocutore e contemporaneamente a seguire un altro discorso nella mia testa. È solo questione di allenamento: io la chiamo attenzione simultanea in parallelo.

Ho iniziato a dare una definizione a tutti quelli che sono atteggiamenti o azioni che si potrebbero considerare da correggere o censurare per ridurne la percezione negativa.

Quand’ero più giovane “un mio amico” modificava le proprie console per giocare con materiale pirata. Ma quella non era pirateria. Era ingegneria software per nuove fruibilità nell’intrattenimento videoludico.

A proposito di fruizione: vi è mai capitato, a tavola durante una cena fuori, che ordiniate delle patatine fritte e che nessun altro le volesse, salvo poi, a porzione arrivata, vedervele portar via da mani golose? Bene, quella improvvida sottrazione è in realtà un atto di prevenzione dei rischi del colesterolo attuato nei vostri confronti. Ringraziate.

Imprecare quanto qualcosa gira male o quando urtate il famoso mignolo sul famoso spigolo o il famoso gomito sul famoso schienale della sedia ecc (tutte quelle cose che fa la vostra casa per picchiarvi) per sentirsi meglio è una catarsi interiore attraverso la forza delle parole.

Adesso vado a incrementare il mio apporto giornaliero di cereali. Cioè a bere una birra.

Annunci

Non è che il professore di matematica non possa soffrire i calcoli

È da qualche mese che la signora che assisteva mio nonno se ne è tornata nel suo Paese d’origine. Confesso un po’ mi manca: non so perché m’avesse preso molto in simpatia, quando mi vedeva mi abbracciava sempre soffocandomi nel suo prominente petto e mi chiedeva un sacco di cose su di me. La nuova signora che ha preso il suo posto invece a stento mi saluta e mi guarda con sospetto.

Gli entusiasmi e la cortesia sono sempre o eccessivi o scarsi.

Ho avuto un esempio di entusiasmo eccessivo l’altro giorno.

Ho una ex che da 3/4 anni a questa parte, cioè da quando è entrata nel cimitero (allegorico) delle ex, mi scrive a puntuale cadenza semestrale per chiedermi Come va?. In genere la conversazione si conclude – o la lascio cadere io – dopo qualche breve scambio di frasi. L’altro giorno invece in occasione del suo contatto ormai calendarizzato mi son trovato a chiederle se conoscesse una buona piscina – una volta lei gareggiava – , visto che quella dove vado ha chiuso in anticipo per lavori.

– Io ne conosco solo una, che fa gli ingressi liberi, di fronte a dove mi sono trasferita, dove vado in palestra
– Ah
– Se vuoi t’accompagno a vedere
– …Ok

Ci troviamo lì, dopo un paio di saluti formali mi presenta alla tizia delle reception, la quale sul foglio con il programma dei corsi mi scrive un problema di trigonometria che sto ancora cercando di risolvere:

share_temporary-4-e1531681501793.jpg

Non ho capito nulla delle opzioni che mi ha descritto, anche perché non mi interessavano: volevo soltanto sapere se potessi avere 6 ingressi da qui a fine mese.

Espletata questa pratica, Ex poi mi fa:

– Ci pigliamo un caffè, aperitivo, qualcosa?
– Beh se
– Sennò anzi il caffè ce lo pigliamo sopra tanto io abito qua, ti faccio vedere casa

Non mi aveva dato tempo di rispondere. Comunque salgo da lei, mi fa fare il giro turistico della casa e a ogni cosa che mi mostra io fingo meraviglia e ammirazione anche se guardare case altrui mi annoia.

Poi mi fa accomodare, mi offre da bere, chiacchieriamo. Ogni tanto guardo l’orologio ma sembra non cogliere questi miei segnali non verbali. Così a un certo punto dico:

– Dai, ora ti tolgo l’ingombro

Che è la formula che uso sempre per dire che me ne voglio andare via ma per non sembrare maleducato nel desiderare di andare via allora mostro che sono molto educato nel non voler essere d’impiccio.

– Ma no dai figurati, non ti preoccupare, anzi possiamo pure andare a cena al pub qua vicino, oppure puoi cenare qua andiamo al supermercato a fare la spesa oppure guardiamo in frigo e vediamo cosa c’è

Il passaggio ceniamo fuori->usciamo a comprare da mangiare->non usciamo proprio e restiamo chiusi qui mi ha fatto colare delle gocce di sudore dalla nuca, dove finiscono i capelli, al collo, raccoltesi sul cordino del ciondolo e colate poi sul davanti seguendo il medesimo cordino fino a confluire verso lo sterno dove mi si è formata una pozzetta di disagio liquido.

Mi sono ricordato di essere arrivato lì con l’auto del lavoro e ho pensato di usarla come scusa.

– Eh sai com’è sto con l’auto aziendale…non voglio tenerla in giro la sera…poi se la vedono…oppure magari succede qualcosa…sai com’è
– Se vuoi puoi andare a posarla e poi tornare qua con la tua ti aspetto
– Devo scappare mi dispiace comunque l’invito lo ritengo valido per un’altra volta ciao.

Così sono fuggito perché francamente quella sorta di frenesia che avvertivo in lei nell’avermi a casa sua mi procurava una vaga sensazione di soffocamento, oltre che di trappola.

E poi avevo un problema di trigonometria da risolvere che mi aspettava!

Non è che la sarta ubriacona alzi il gomitolo

La maggior parte delle persone che frequento con regolarità potrei definirle conoscenti. Gli amici, dando a questa parola una connotazione restrittiva e profonda, sono in realtà pochissimi. Quanti ce ne starebbero sulle dita di una mano che ha tenuto troppo un petardo.

Quando però mi trovo a parlar a terzi delle persone con cui ho dei rapporti, tendo a semplificare dicendo sempre un mio amico, una mia amica. Pur sempre con un vago disagio perché mi sembra di abusare di una qualifica che non avrei diritto a prendermi in quanto io non faccio niente per espandere e coltivare amicizie.

Uno di questi amici che in realtà sono conoscenti ha un serio problema di alcolismo.

Da che io lo conosco è sempre stato eccessivo nel bere in alcune serate, ma credo ora abbia imboccato la via di un problema cronico da almeno due-tre anni. Ricordo che prima di partire per l’Ungheria lo incontrai una sera e mi offrì da bere del whisky che aveva in una fiaschetta d’argento dentro la giacca. Sul momento non vi diedi molto peso. Anzi rimasi ammirato dalla fiaschetta. Simile oggettistica d’antan incontra sempre la mia attenzione. Per un periodo sono andato in giro con un orologio a cipolla con tanto di catenella.

Soltanto che un orologio a cipolla non è proprio la stessa cosa di una scorta di alcool disponibile sempre e comunque con sé.

Ora non gira più con la fiaschetta. Però arriva agli appuntamenti che ha già bevuto mezzo litro di birra o di vino. Se non ha bevuto invece è taciturno e ombroso come un cavallo finché non beve.

Ha la capacità, se di capacità si può parlare, di non risentire degli effetti dell’ubriachezza. La quantità di alcool che stenderebbe sul pavimento in uno pseudo-coma un maschio adulto di 70 kg come me, su uno di 60 kg come lui ha l’effetto di una leggera euforia. Credo sia in quella fase in cui trae sazietà calorica giornaliera dall’alcool che manda giù. È in grado di non cibarsi per due giorni interi. Almeno 5 giorni a settimana esce per bere, tanto conosce molte persone quindi qualcuno di disponibile a turno lo trova.

C’è chi lo invita a cena a casa almeno una volta a settimana per assicurarsi che faccia un pasto decente. È poco utile se però lui si presenta con il vino e dopo porta via ciò che ne resta.

Ricordo quando presi la patente l’istruttore di scuola guida durante la mia prima pratica su strada mi disse una cosa.

Io ero salito in auto senza mai aver fatto una pratica seria. Pensavo che saper come funziona una macchina, come giocare con la frizione senza farla spegnere, sapere come funziona un controsterzo e avendo vinto fior di campionati di Formula 1 sulla PlayStation fosse sufficiente.


A 18 anni ero ancor più testardo e superbo e presuntuoso di adesso. Il metodo educativo nella mia famiglia in questi casi era Fa’ pure come credi e sbattici contro la testa.


Mi accorsi che non era proprio così, soprattutto con altre auto che ti vengono addosso. L’istruttore mi disse:

– Ora che prendi la patente, per i primi giorni non girare in macchina con gli amici. Sali con qualcuno che ci tiene veramente a te. Gli amici ti fanno fare stronzate, senti a me. Non ti fidare degli amici.

Tornando al mio conoscente, agli amici, i suoi intendo, che poi sarebbero anche i miei ma li chiamo conoscenti a parte una, non ho mai visto togliergli la bottiglia di mano. Né rifiutarsi di bere in sua compagnia, salvo poi fermarsi anzitempo perché ovviamente nessuno regge il confronto con lui, che continuerà fino a portarsi come al solito gli avanzi a casa.

Io, che amico suo non posso definirmi, questo tipo di affetto e attenzione non so dimostrarglielo. Quindi posso solo augurargli che una sera una volante lo colga in flagranza e gli faccia il culo a tocchi.

Sperando che gli sia d’aiuto.

Non è che per descrivere il Cenacolo parti con “Cena una volta…”

Prima di scrivere questo post ho riflettuto a lungo, per capire se realmente me la sentissi fino in fondo di condividere l’esperienza traumatica che ho vissuto.

Sono giunto alla conclusione che, forse, aprirmi e raccontare potrebbe aiutare altre persone a farsi coraggio e portare all’attenzione dell’opinione pubblica un tema così delicato.

La cena di Natale aziendale.

Ieri sera ho avuto la mia seconda cena natalizia con la Società di qui a Budapest.

L’anno scorso mi tediava un po’ l’idea di parteciparvi. Più che altro era dovuto alla mia avversione per i contesti sociali nuovi. Un po’ come portare un gatto in vacanza: la vivrà come un trauma.


Il primo giorno.
Dal secondo comincerà a farsi le unghie su ogni superficie raggiungibile dalle sue zampe.


Alla fine fu però una cena squisita – ancora sogno quel carpaccio di pescespada – e molto elegante. Non elegante come quelle di Berlusconi, s’intende.

Quest’anno, con la nuova direzione Tacchino&Castora, l’organizzazione era tutta a sorpresa.

Ci hanno portato, ignari della destinazione, camminando al freddo e al gelo, verso un edificio malmesso e chiuso da un immenso portone di ferro arrugginito.

Una ragazza ha aperto e ci ha condotti verso un seminterrato gelido e umido. Lì è stato chiaro che prima della cena ci sarebbe stato un gioco come aperitivo: il luogo trattavasi infatti di una escape room.

Il gioco sarebbe stato anche divertente, se non fosse che mi ritrovavo con la Castora in squadra. In quanto persona assetata di potere e protagonismo, non lasciava esaminare un enigma o una suppellettile della stanza senza che intervenisse a togliertelo dalle mani per dare ordini o dire la propria.

A un certo punto, esasperato, ho pensato di trastullarmi col mio pene e dirle “Vuoi sottrarmi anche questo?”, ma ho desistito perché sono un gentiluomo.


E perché faceva troppo freddo e non mi andava di far brutte figure.


Finito in qualche modo il gioco, è arrivata la seconda sorpresa: la cena si sarebbe tenuta lì dentro. Al freddo e al gelo in un seminterrato a grotta, per onorare la memoria del Sacro Bambino, probabilmente.

La terza sorpresa – e a questo punto eran già troppe – è stata che la cena consisteva in: tranci di pizza di Mamma Sophia.


E non era una gentile signora, la pizzeria si chiama Mamma Sophia. Non capisco perché il fake italiano all’estero debba essere sempre brandizzato “mamma”, “nonna”, “nonno”: e il cugino? E il cognato? Perché non ho mai visto una “Trattoria del cognato”? Cos’è questa discriminazione?


Queste sono le pizze della famosa “Mamma Sophia”:

mammasophia

E qualcuno potrebbe dire “Mah! L’aspetto non sembra male!

No.

Questa non è pizza.

Questa è pizza:

La pizza di Gino Sorbillo

Una volta per tutte: cornicione alto e soffice, l’interno non deve essere croccante e la mozzarella non deve essere ridotta in particelle atomiche bruciacchiate.

Tra l’altro, provenendo dall’esterno dove c’erano -4°, la pizza è arrivata con un principio di assideramento.

Nessuno inoltre aveva pensato che S., la stagista presente nel mio ufficio, non può mangiare farinacei. La poverina è andata al supermercato a comprarsi insalata e tonno (non a sue spese, precisiamo).

La quarta sorpresa erano i regali. Bisognava scegliere un pacchetto a caso e io mi sono fiondato su uno dalla forma familiare: o erano due bottiglie di vino o le guglie di Notre Dame. Era vino.

La quinta sorpresa era che, una volta scartati tutti i regali, ce li saremmo giocati a dadi. 5 turni a disposizione e ognuno poteva scegliere chi sfidare per vincergli il regalo. Nel qual caso, gli avrebbe dato in cambio il proprio.

Per 4 volte di seguito sono stato sfidato dall’ex capo, che puntava al mio vino. Ingordo, in quanto dal suo pacchetto era uscita una bottiglia di crema di liquore irlandese con due bicchieri.

Dopo averlo battuto tre volte – e la terza con un sorprendente 11 contro il suo 10 -, alla quarta ho dovuto capitolare.

Stavo già beandomi comunque della crema di liquore, quando la Castora nell’ultimo turno ha deciso di sfidarmi. Ho perso e alla fine mi sono ritrovato con una candela profumata:

wp-1482321991017.jpg

Credo che a me sia andata peggio di tutti gli altri.
Perfino di B.B. (non Brigitte Bardot), che è tornata a casa con un asciugamanino con su ricamato “Mr”.

Insomma, una tovaglietta da culo pur se maschile può sempre tornare utile, io cosa faccio con una candela profumata?

La accendo mentre faccio un bagno di schiuma come una diva del cinema? Non posso, non ho la vasca da bagno.

La accendo durante una cena seduttiva?
Neanche.
Qui a Budapest mi troverei solo io e il mio notebook con un video di Sasha Grey che, poverina, non potrebbe annusare la fragranza e quindi sarebbe tutto sprecato.

La cena delle beffe non è finita qui.

Al termine abbiamo anche dovuto ripulire tutto.

Sono ancora sconvolto dall’accaduto, ma scrivere mi ha fatto sentire meglio.

Non è che vai in giro con un gancio per riuscire a rimorchiare

Ho conosciuto il padre di CR.

Sono stato invitato fuori a cena con famiglia CR (padre, le due figlie e l’Ingrugnito) e amici in due occasioni, tra sabato e martedì: il compleanno di lui – da qui in avanti denominato Zèzo – cadeva ieri, ma in pratica è gestito come se fosse il Carnevale di Rio. Si festeggia infatti per una settimana: giovedì sera è prevista ancora un’altra serata.


In napoletano ‘o zèz è l’uomo che fa il cascamorto, si profonde in smancerie e complimenti, molto spesso per il solo gusto di apparire. Il zèzo, infatti, spesso agisce per colmare un insanabile egocentrismo, tanto che esercita il proprio carisma con chiunque, donne e uomini, vecchi e bambini, per attirare l’attenzione.

Esiste anche la versione femminile, ‘a zèza, che, allo stesso modo della controparte maschile, è tutta moine e vezzi e non chiude la bocca mai.


Le origini etimologiche sembra risalgano al teatro napoletano, da Zeza, diminutivo di Lucrezia, moglie di Pulcinella, che abbindolava il marito con smancerie e atteggiamenti falsi.


Il Zèzo che ho visto all’opera in queste serate è un arzillo 70enne che si è esibito in baciamano e canzoni all’indirizzo delle cameriere, oltre che nel fare conoscenza con giovani donne nei tavoli di fianco.

Ha anche illustrato a noi maschi presenti le tecniche valide per un approccio, accompagnate da aneddoti di quando sono state applicate in giro per il mondo per fare conquiste.

Una di queste tecniche è particolarmente interessante, per quanto non originale.

Il Zèzo sostiene che, quando al tavolo di fianco c’è una donna che reputiamo interessante, per rompere il ghiaccio e far conoscenza non bisogna partire all’attacco bruscamente.

Basta attendere il momento in cui lei prende in mano un bicchiere per bere e, guardandola negli occhi, alzare il proprio bicchiere in contemporanea ammiccando per un brindisi virtuale. In tal modo si crea un contatto e, cito, “poi è fatta, ce l’hai già lì, devi solo chiedere il numero”.

Ha raccontato che, una volta, mentre era seduto a un tavolino a Piazza del Plebiscito, per non farsi sfuggire l’occasione giusta ha atteso mezz’ora col bicchiere in mano aspettando il momento in cui una donna che aveva adocchiato si decidesse a bere.

Alla luce di questo aneddoto ho pensato allora di migliorare la sua tecnica, che è sì efficace ma alquanto statica. Infatti occorre star fermi e seduti a un tavolo in attesa dell’attimo propizio. Inoltre non è detto che si sia sempre così fortunati da avere di fianco qualcuna con cui far conoscenza o che beva.

Si potrebbe allora uscire di casa già con un bicchiere in mano, andando in giro a cercare occasioni da cogliere e brindisi cui ammiccare girando di bar in bar, di bistrot in bistrot, di bettola in bettola.


D’inverno magari potrebbe essere un po’ difficoltoso stare tutto il tempo per strada con la mano che regge un bicchiere, ma in ogni caso non andrebbero indossati i guanti. Avete mai visto uno che brinda coi guanti di lana? Non è elegante, suvvia.


Le bevande da portare dietro andrebbero diversificate a seconda delle fasi della giornata.

Al mattino: tazzina di caffè
Prima del pranzo: un bicchiere di Spritz
All’ora di pranzo: calice di vino
Nel pomeriggio: tazza di tè
La sera: calice di Prosecco
Dopo cena: un boccale di birra


Le bevande sopra esposte sono a titolo puramente esemplificativo. Nulla vieta di utilizzarne delle altre.


Chi volesse dunque sperimentare la tecnica e fornirmi dei feedback è ben accetto. Dimostriamo che possiamo essere zèzi migliori delle vecchie generazioni!

Non è che devi metter mano al portafoglio per spendere una buona parola

Non potrò mai ritenermi un buon massaio fino a quando non sarò in grado di far per bene la spesa.

Ho difficoltà a pianificarla per l’intera settimana, non essendo in grado di quantificare gli acquisti necessari per un lungo periodo. Cosicché, mi trovo ad acquistare giorno per giorno quel che mi serve per la cena e, al massimo, per il pranzo del giorno dopo.

Fanno eccezione i bastoncini di pesce di cui riempio il frigo di scorte per l’intero anno prossimo venturo.

Ultimamente pensavo di aver fatto progressi, riuscendo ad andare al supermercato una volta ogni due giorni.

Poi mi sono reso conto che stavo semplicemente mangiando di meno. Me ne sono accorto una mattina che sono uscito di casa. Era una giornata ventosa e le folate mi stavano portando via: Mondogatta è arrivata la bora qui?, pensai. Poi una vecchietta di 1 metro e 50 mi ha superato di lato placida e tranquilla e allora ho pensato che forse stavo perdendo troppo peso.

Gestire gli acquisti è impresa non semplice.
Oppure semplice, quando non acquisti un bel niente come ho fatto io.
O come fa BB (non Brigitte Bardot), la segretaria amministrativa dove lavoro.

Da lei per scucire l’acquisto di un foglio di carta devi aspettare mesi e devi riuscire a convincerla che quel foglio di carta sia davvero necessario, invece di usare il vetro della finestra e l’alito per prendere appunti con le dita.

L’altro giorno cercavo un pennarello.
Sono passato davanti a BB con noncuranza, canticchiando a bocca chiusa Don’t you want me degli Human League, fingendo di dirigermi al distributore d’acqua. Poi, all’ultimo momento, ho aperto le ante dell’armadio della cancelleria.


Mentre lo cercavo, mi sono accorto che in italiano – a differenza dell’inglese dove si dice hum, che ha un che di onomatopeico – non esiste un verbo per identificare il canto a bocca chiusa.


Bisognerebbe inventarne uno, che sia così sorprendente da far restare a bocca aperta prima di chiuderla per canticchiare!


Lei ha alzato la testa come un gatto che sente il rumore della scatola di croccantini.

Posso aiutarti?
Si, evitando di rompere i cog…Ehr…Ho bisogno di un pennarello
Uhm

Quell’uhm stava a indicare che nella sua mente era iniziato questo processo logico-deduttivo: Un pennarello? Cosa se ne farà di un pennarello? Ha davvero bisogno di un pennarello? Perché mai dovremmo consumare un pennarello?.

Si è poi alzata ed andata nella mia stanza, dicendo:

– Forse CR li ha
– No, ho già visto
– Allora puoi usare questi
– Quelli sono evidenziatori. Servono per evidenziare cose. A me serve un pennarello per scrivere cose
– Ah
– Quindi?
– Non l’abbiamo!

E con un sorriso istantaneo fino ai padiglioni auricolari  è tornata a sedersi.

E ora sono due giorni che scrivo sul vetro con l’alito, ma, non so perché, i miei appunti sembrano riguardare solo materiale andrologico/ginecologico.

Non è che l’andrologo sia un mestiere del…beh si è capito

Qualche tempo fa fece discutere la proposta di ridurre l’iva sugli assorbenti. La sintesi della discussione che ne scaturì fu: Ahahah.

È possibile che, delle volte, il dibattito sociale in questo Paese assuma livelli da conversazione da alunni delle scuole medie.

Senza dimenticare, inoltre, l’esistenza di fondo di un certo sessismo serpeggiante, quantunque ciò venga negato. Anche da parte delle donne, da alcune delle quali ho sentito dire Io non mi sento discriminata e poi non la voglio la parità, a me sta bene che un uomo mi apra la porta o mi offra la cena.

Non è proprio così che funziona, avrei voluto dire, e la galanteria è un conto e le discriminazioni un altro.
Ma chi sono io per far crollare le convinzioni altrui?

Anche perché, e vengo al vero oggetto del mio discorso, trovo che si parli troppo di donne!
E anche di uomini, a dire il vero, ma nel modo sbagliato.

Si parla mai delle difficoltà connesse all’essere nati con un affare tra le gambe?

Innanzitutto è un attira-colpi.
Da questo punto di vista per scomodità è secondo soltanto al dito piccolo del piede.

Tutti gli sport con la palla sono un pericolo.

Ricordo quando una volta, giocando a calcetto, volli esibirmi in uno stop volante di petto. Saltai incontro al pallone con le braccia all’indietro e il petto proteso in avanti come un piccione in amore. Ero il Nureyev del calcio a cinque.

Peccato che calcolai male la distanza o forse la velocità della palla, fatto sta che stoppai sì la palla ma con le parti basse.

Mentre mi contorcevo sul suolo, prima di svenire sentii qualcuno dire Dai gioca gioca, non si è fatto niente!. Io gli augurai di uscire dal campo con i piedi davanti e poi persi i sensi.

L’altra problematica connessa all’essere fallodotati è la pressione sociale che gli ruota intorno.

Si vive ossessionati dall’eterno ritorno del discorso sulle dimensioni, su cui spesso si bara.

L’ho fatto anche io.

Avevo 14 anni, frequentavo le chat di Napster.


Napster era un programma di file sharing, sorto nell’era del 56k. Per tirare giù una canzone ci volevano un paio di ore, spesso succedeva che il download saltasse quando il file era al 99% e lì partivano invocazioni ad Anubi.
Il logo era un gatto con le cuffie. Non poteva che attirare la mia attenzione, quindi.


Molti che si aggiravano lì esordivano pubblicizzando dimensioni equine: al che mi dissi, chi son io per esser da meno?

Quindi dicevo sempre di avere 30.
Anni.

L’uomo maturo cuccava di più dell’elefante o presunto tale. Poi però alla fine dovevo rivelare di essere un adolescente col baffo da portoricano e mi bloccavano dai messaggi privati.

L’affare maschile reca con sé, inoltre, tutta una serie di problematiche fisiologiche.

Al mattino svuotare la vescica quando ci si è appena svegliati è difficile, causa una certa riottosità da parte dell’organo a porsi in posizione di riposo.

D’altro canto, tale riottosità è compianta quando vien meno nei momenti meno indicati. E se un uomo dirà alla propria partner Non era mai successo, vorrà dire che è già successo.

C’è un altro motivo per cui è scomodo: a volte va fuori posto.
Le donne non comprendono perché gli uomini stiano sempre a sistemarsi lì, alcuni apertamente, altri facendo finta di ravanare nelle tasche in cerca di qualcosa che non c’è. Altri ancora, lo fanno i più discreti come me, si esibiscono in camminate strane, di cui ne esistono due varianti:
– il cowboy che si è fatto la pipì addosso
– il soldato in marcia durante una parata.

Il motivo è che coi pantaloni, soprattutto coi jeans che sono un tessuto meno elastico, è veramente scomodo quando il nostro amico finisce fuori posto.
Gli scozzesi avevano capito tutto col kilt.

Infine, c’è chi lo usa nel modo sbagliato durante la minzione.
Ricordo ancora durante i miei anni scolastici e quelli universitari quale era il suono all’ingresso nel bagno: ciaf ciaf ciaf. Delle volte ci voleva una zattera.

Pertanto, sì alla riduzione dell’iva sugli assorbenti, ma sì anche un dibattito sociale serio sul pene e non dibattiti sociali del pene!

Non è che il vento per alzarsi necessiti della sveglia

Ogni giorno alle 17:35 circa – che possono essere le 17:40 a volte o anche le 18 – esco dall’ufficio e nel tragitto da Visegrádi utca alla fermata del tram di Nyugati cerco di ricomporre mentalmente il puzzle dei pensieri della giornata lavorativa e al tempo stesso proiettarmi in avanti per le riflessioni del resto della serata, riflessioni che il più delle volte (ma non sempre) si limitano a questioni materiali come il cosa mettere insieme per l’attività manducatoria programmata-leggasi cena.

Una digressione dalla premessa che stavo scrivendo è che l’abitudine a camminare con la testa tra le bubbole mi ha aiutato a sviluppare una sorta di pilota automatico, che mi consente di distrarmi senza inciampare negli ostacoli o urtare passanti che tendono a essere troppo noncuranti del mondo che li circonda, tanto da venirti addosso come un treno sui binari che non vede null’altro che la propria via davanti agli occhi.


A questo punto la digressione merita un’ulteriore specificazione e anche se mi dolgo dell’essere prolisso e dispersivo non posso far molto se non tentare di fare economia di parole.


L’attitudine allo schermare in modo selettivo il mondo circostante è un’abilità messa continuamente alla prova dalla realtà che si rende sempre più invadente e che quindi porta a un continuo inseguimento tra visibilità e invisibilità, come l’eterna lotta tra Wile E. Coyote e Beep Beep.

Stazioni della metropolitana e sottopassaggi sono ricovero di molti senzatetto.
Veramente tanti.
Ogni giorno migliaia di persone sfrecciano come dei treni alta velocità tra questi percorsi in mezzo a gruppi di esseri umani visibili ormai come né più né meno che complementi di arredo urbano.

I clochard sono quasi tutti cittadini ungheresi.
Il che spiega perché si costruiscano muri alle frontiere: che almeno i senzatetto abbiano delle pareti intorno.

Lungi da me esibirmi in critiche su un Paese che non conosco affatto; la riflessione generale che era nata in me e che mi ha accompagnato nel ritorno a casa – insieme alla decisione se perdere o no una serata intera per fare il sugo con le melenzane – è quale sia il parametro per la scelta delle battaglie  di civiltà della società.

In parole povere: cos’è che orienta il pensiero collettivo verso questa o quella tematica cui dedicare partecipazione emotiva? Meglio un cane maltrattato oggi o un senzatetto assiderato domani? Un naufragio collettivo o un’adozione singolare?

Una corrente continua di opinioni spesso caratterizzate da un livore indurito e acido che sferza il lettore/l’ascoltatore


Ma se tutti hanno opinioni da esporre, c’è ancora qualcuno che legge/ascolta?


come un vento di tramontana.


La questione del livore mi prende a cuore particolarmente perché tento sempre di ricostruirne l’origine, attività inutile in quanto molto spesso non c’è un momento fondativo dell’odio ma è semplicemente un incanalare delle pulsioni che, in assenza dell’oggetto dell’odio, troverebbero altro cui dedicarsi.


Come il vento di cui invece non so il nome che questa sera ho trovato uscendo dall’ufficio e che mi ha fatto invaginare ancor più in me stesso tra giubbotto e scaldacollo. La stessa reazione che causano su di me certe opinioni.


Invaginare.
Lo trovo di una bella portata evocativa. Non inteso in senso anatomico: la vagina era il fodero della spada, quindi invaginare è l’atto di inguainare, riporre nel fodero protettivo.


Non è che ogni perso sia lasciato


Attenzione: questo post contiene tracce di anni ’90. In caso di ingestione accidentale, consultare il medico.


Stanotte ho fatto un sogno. O forse era una visione nel dormiveglia.

Ho visto dei giganti, fatti interamente di cose, oggetti, ciarpame o che altro ancora, che marciavano lungo una pianura infinita con passo lento e incessante.

Dalle mani aspiravano altre cose che sembravano provenire dal suolo. Più i giganti aspiravano più si sballavano accrescevano di dimensioni.

So perché ho visto tutto ciò.
Il salmone della cena precedente era avariato.
Sono andato a letto infastidito perché non trovavo più il minuscolo cacciavite che serve per stringere la minuscola vite degli occhiali.

Dev’essere finito in uno di quei Titani della mia visione.
Io lo so.

Le cose che non troviamo più si spostano altrove. E mi rifiuto di pensare che muoiano lì. Tutti quanti abbiamo in testa l’idea che, da qualche parte, esista un gigantesco mucchio inerte di cose perdute dalle persone che se ne stanno lì immobili per l’eternità. È diventata un’immagine cliché. Io invece penso che le cose prendano vita.

A prescindere da ciò, detesto non trovare più un oggetto.
Ed essere anche colpevolizzato per questo, come da bambino spesso succedeva.

flashback primi anni ’90
– Madre, non trovo più il casco di Pistone dei Biker Mice
– Sta dove l’hai messo l’ultima volta
– Ah, sai che non ci ero arrivato? Quindi è questa la famosa saggezza degli adulti, non vedo l’ora di crescere per dispensare anch’io tali perle. Comunque se io lo sapessi pensi starei qui?
– Ben ti sta, allora. La prossima volta stavi più attento se ci tenevi tanto
– Ma certo! Come se uno potesse tenere sotto controllo 24 ore al giorno tutto ciò che gli appartiene. E poi quando porto Pistone a tavola tu me lo fai posare, quindi o assumiamo delle guardie per sorvegliare i giocattoli oppure da oggi in poi non si esce più di casa per non perdere di vista nulla.

Pistone – Fonte: prevalentementeanimemanga.net

Non solo hai quindi perso una cosa preziosa o che ti serviva, ma devi sorbirti pure una reprimenda, come se non fosse già abbastanza.


Un discorso a parte ci vorrebbe per “Cose che non trovi più a causa di Madri troppo solerti”. Preda del raptus della pulizia, infatti, iniziano a far sparire tutto ciò che si trovano davanti.

flashback secondi anni ’90
– Madre, dove sono le mie copie di Tutto Musica?
– Nella spazzatura. Stavano lì buttate a pigliare polvere, ho pensato non le volessi più
– Madre, erano conservate nella libreria infilate in ordine di uscita!


Il casco di Pistone dei Biker Mice di certo era finito nel gigantesco Titano dei giocattoli perduti dai bambini.

Devo però ancora decidere se i Titani sono eterogenei, cioè formati da diverse tipologie di oggetti, oppure omogenei, cioè composti per categorie (giochi, vestiti, ecc.).

Nella seconda ipotesi allora esisterà un Titano di dimensioni planetarie, il più grande di tutti: quello composto dagli accendini perduti dalle persone.

I Titani però non prendono soltanto. Restituiscono anche. Quando un bel giorno, all’improvviso, ti ritrovi davanti la cosa che avevi perso, puff! vuol dire che il Titano non ha più quel pezzo con sé. Ma il saldo tra oggetti acquisiti e quelli restituiti è sempre in attivo, quindi i giganti tendono sempre a crescere, come un debito pubblico.

Anche lì si tratta di cose perse – i soldi – solo che in quel caso è certo che nessuno le rivedrà mai.

Non è che da ubriaco puoi sentirti onnipotente solo perché sei ebbro di-vino

Questa sera si è tenuta la cena di Natale tra colleghi.

Ho sempre un problema con queste occasioni.

Lo scorso anno evitai quella tra colleghi dell’ex ex lavoro (cioè due lavori fa): in primo luogo, ero così depresso dal lavoro corrente di quel periodo (cioè l’ex lavoro) da sentirmi allegro come un abete dopo l’Epifania.

In secondo luogo, era più una rimpatriata tra ammogliati/fidanzati, dove sarei stato l’unico single, a meno di non raccattare una accompagnatrice in pochi giorni. Ahimè, quella che diventerà l’ex rancorosa l’avrei incontrata solo una decina di giorni dopo.

Declinai l’invito.

L’anno precedente, però, quando ancora lavoravo per ex ex lavoro, ci andai.
Non fu un granché.

In primo luogo, era una cena buffet.
L’idea è anche simpatica, ma se fornisci pietanze che vanno tagliate, spiegami come si fa a consumarle in piedi.
La soluzione che adottai fu quella fantozziana: ingoio intero.
Non vi dico i virtuosismi con le salsicce.

In secondo luogo, quella sera fu una delle occasioni in cui tentai di violare il mio codice di condotta che mi impedisce di fare avances a donne facenti parte di luoghi abitualmente da me frequentati.
Era da giorni che mi ero interessato a una collega e decisi che quella sera sarebbe stata l’occasione giusta.

Nel momento in cui partì la musica, ebbro di vino, mi appropinquai al centro della sala baldanzoso e anche un po’ Baldan Bembo. Le presi la mano per invitarla a danzare e lì per lì mi lanciai in un baciamano.
Vidi lo sconcerto nei suoi occhi simile all’espressione che assunse Luke quando Darth Vader gli disse I am your father. Poi non so che accadde ma si volatilizzò e non la vidi più per due ore, cioè fino a quando non fu il momento di andare via.

Immagine

Ironia della sorte, ero stato io ad andarla a prendere e io che dovevo riaccompagnarla.

Ancora non so perché mi venne fuori un approccio che era già fuori moda nel ‘700: ricordo che prima di uscire di casa avevo guardato il mio cappotto e pensai “Toh, sembro uscito da un romanzo russo”. Forse l’alcool aveva ripescato quel pensiero e lo aveva riformulato a modo suo.

A parte queste sciocchezze, comunque, il motivo per cui non amo questo tipo di cene è il fatto che non mi trovo a mio agio con persone che conosco poco o non conosco affatto.

Non riesco a fare il simpatico, ad animare il pubblico o a essere partecipativo: semplicemente, taccio. Ma non per vergogna o altro: il silenzio e l’ascolto mi sembrano naturali.

Ciò che mi mette in difficoltà è invece il fatto che gli altri si possano interrogare sui miei silenzi e fare congetture.

Da un po’ di tempo a questa parte ho però smesso di preoccuparmene: se sono gli altri a porsi il problema, perché dovrei caricarmene poi io?

A maggior ragione non me ne sono preoccupato questa sera: visto che parlavano quasi tutto il tempo in ungherese, io avevo ben diritto di tacere!


Sono ingiusto. Ogni tanto qualcuno traduceva in inglese o mi coinvolgeva. Poi a fine cena sono partiti a parlare di figli e cazzate su fb (mi hanno spiegato dopo oppure ho afferrato qualche parola) e lì mi sono sforzato di pensare a cose che mi tenessero sveglio per non cascare con la testa sul bicchierino della Pàlinka, la grappa ungherese.


E poi ero troppo preoccupato dal guardarmi le spalle da Aranka Mekkanica, la quale però non ha usato nessun tiro mancino nei miei confronti, forse perché non avrebbe potuto davanti agli occhi altrui. Loro non conoscono, evidentemente, la sua natura malvagia e io ahimé non so come rivelarla.

Ma io so.
Oggi in ufficio me ne ha fatta un’altra.

Stavo andando nella cucina (un ripostiglio con un frigo, un microonde e una macchinetta per l’espresso), apro la porta e me la trovo davanti che mi fa “Buuuh!”. Chissà da quanto tempo era appostata lì dietro aspettando il mio arrivo.

A proposito di cucina, questa sera mentre stavo per uscire e recarmi alla cena, la CC mi ha bloccato dicendo “Oh, fermate che te scatto ‘na foto”.
E perché mai, chiedo io.
“Ma come, così te ricordi de sta cena, namo su non me fa perde tempo che già me girano i cojoni, secondo me sto in preciclo”.

Certo, il ricordo è mio ma il perché tu la scatti col tuo smartphone mi sfugge.

Ho sempre un problema con le foto: non so come pormi, non so sorridere, non so fare nulla.
Allora adotto la posa Oscar Wilde, perché un punto d’appoggio è la cosa più rassicurante che esista.

dinner

E a quel punto debbo ancora stupirmi degli approcci d’antan?

Non è che se hai difficoltà ad andare in rete tu non possa fare il calciatore

È veramente triste a volte rendersi conto di quanto siamo diventati dipendenti da internet.

L’ho realizzato ieri sera, dopo una giornata trascorsa in giro.

Ho varcato il Danubio per andare a Buda e visitare la città alta. Volevo godere del panorama, ma ieri l’unica cosa di cui si poteva godere era nebbia. Tanta lattiginosa nebbia. Molto suggestiva, debbo dire la verità. Era nebbia di una certa qualità. Ma pur sempre nebbia, insomma, vista una nebbia le hai viste tutte, direi.

La cittadella era deserta. Un paese abbandonato. Sarà stata l’ora molto mattutina: mi piace alzarmi presto quando voglio fare il turista ed evitare la ressa di viaggiatori occasionali.

20151206_100045

Spero che guardando queste scale umide percepiate la stessa paura di percorrerle che ho avuto io

Purtroppo, quando pensi di essere solo, sul più brutto arrivano loro: i pullman. Enormi mostri preistorici che avanzano lenti e inesorabili e che si fermano solo per vomitare sul primo spiazzale libero i turisti che, come tante formiche che hanno annusato lo zucchero, cominciano a spargersi tutto intorno.

È arrivato anche un torpedone di italiani.
Mi sono reso conto che all’estero divento italianofobo. Quando odo la voce di qualche italiano mi giro per identificarne la posizione e poi allontanarmi. Ho il terrore che gli italiani possano fare all’improvviso qualcosa di imbarazzante e/o fuori luogo e che io finisca per essere loro accostato.

Il pomeriggio, invece, mi sono fermato ai mercatini di Natale a Pest, dove ho sorseggiato vino caldo all’arancia. È un ottimo rimedio contro il freddo.

E poi c’è cibo. Tanto cibo tutto a base di maiale. Anche i dolcetti secondo me contengono maiale, un po’ come in Olanda dove, almeno per quel poco che ho avuto modo di annusare, tutto sa di cipolla.

20151206_171303

La sera quindi ero abbastanza stanco e preferivo restare a casa.

Dopo le necessarie abluzioni e la cena, non sapevo cosa fare. La CC per fare due chiacchiere non c’era. Sono due giorni che non la incontro. Arriva quando non ci sono, posa qualcosa di suo e poi sparisce.

Niente libri: il Simenon che avevo dietro l’ho finito dopo due giorni che ero qui e per viaggiare leggero non ho portato altro. Forse dovrei passare agli ebook. Sul portatile non avevo niente. Niente film scaricati, niente videogiochi, niente di niente.

L’unica cosa che avevo da leggere era l’etichetta in magiaro del detersivo.

Gli smarpthone senza connessione sono inutili pezzi di plastica. Le uniche cose che potevo fare col mio era scorrere il calendario per programmare eventi privi di senso o testare la scrittura a dito libero.


Lo so che esistono anche tante app di intrattenimento offline, ma tendo a limitarmi nel download di applicazioni che consumano soltanto spazio e so già che non userò, complice il fatto che la batteria cala di qualche punto percentuale anche per aver solo pensato di guardare l’ora, figuriamoci quindi nell’utilizzare il telefono per scopi ricreativi.


La rubrica del telefono all’estero anche è inutile a meno di non voler spendere un patrimonio, senza Skype.

Poi ho rammentato l’esistenza di un televisore in camera mia: un Samsung a tubo catodico che forse ricorda la Cortina di Ferro. L’ho collegato all’antenna, l’ho acceso e, incredibilmente, ha cominciato la ricerca dei canali.

Non che ci tenessi particolarmente a guardare la tv ungherese. Soprattutto non comprendendone nulla.

Ci sono però due cose che, in qualsiasi parte del mondo ci si trovi, sono godibili pur non conoscendo una lingua: partite di calcio e porno.

Purtroppo in tv non c’era né l’una né l’altra cosa.

Sconsolato, mi sono cotto un pugnetto di riso da utilizzare nel pranzo del giorno successivo al lavoro e sono andato a letto alle 22:30.
Svegliandomi alle 3 pensando che fossero le 8.

Non è che l’età avanza e tu puoi conservarla in frigo

Ci riflettevo questa sera dopo l’allenamento. Al corso ci sono dei ragazzi del ’96. 1996, non so se ci si rende conto della cosa. Da quand’è che sono maggiorenni quelli del 1996? Quando io facevo l’esame di maturità, presentandomi alla commissione con dei pantaloni hip hop enormi, un bracciale borchiato al polso e una catena al collo, costoro erano alle scuole elementari. Me li immagino, col grembiule, tutti un po’ impacciati coi loro zainetti colorati seduti in banchi minuscoli.

E ora pensare che in teoria io con una del 1996 potrei legalmente uscirci a cena.

Sì ma poi di cosa parleremmo? Degli 11 anni che si è persa perché non c’era? Io i primi miei 5 anni di vita non li ricordo mica bene.

Ricordo i festeggiamenti per il secondo scudetto del Napoli, che tra l’altro neanche avevo capito cosa fossero, pensavo si trattasse di una festa popolare o una sagra paesana o una festa paesana o una sagra popolare, insomma c’era questo sventolio di bandiere, fuochi d’artificio e gente per strada e tutto ciò che mi chiedevo era se si svolgesse ogni anno questa celebrazione perché le bandiere e i fuochi mi piacevano. Alla mia domanda Madre rispose “Se il Napoli vince pure l’anno prossimo, sì” e io tacqui ma non avevo mica capito bene cosa c’entrasse il Napoli con una festa di paese.

Ricordo il Muro di Berlino. Anche qui manco avevo compreso gli eventi e credevo che invece di buttarlo giù lo stessero costruendo.

Ricordo il mio primo giorno di scuola, in cui entrai in classe accompagnato da Madre che mi aveva istruito sull’importante prova cui ero chiamato: all’ingresso mi avrebbero detto “Come ti chiami?” e io avrei dovuto rispondere fornendo il mio nome e cognome. Insomma, come un gioco di spie, con frasi segrete e parole d’ordine. Ricordo mi si avvicinò questa signora occhialuta che mi ricordava un po’ Nonna Papera che si chinò e pronunciò la formula di rito, alla quale risposi evidentemente in modo corretto perché poi fece un segno su un foglio di carta. Pensai fosse una pensionata che faceva volontariato nella scuola svolgendo questi compiti di accoglienza – già da bimbetto avevo sviluppato il caustico cinismo che mi contraddistingue – ma poi scoprii che era la maestra di matematica ed era la più importante della triade di maestre che ci educava.

La maestra mi chiamava “chiapparié”: non ha nulla a che fare con le chiappe, tranquillizzatevi. I chiapparielli non sono altro che i capperi. Non so che cappero c’entrassi con i capperi io, forse sarà stato perché ero piccolino e scuro (poi con l’età mi son sbiancato, un po’ come Michael Jackson).

Dalla maestra ho ricevuto anche qualche scappellotto. Meritato, a dire il vero. Roba che oggi farebbe accorrere le telecamere del Tg5 nella “scuola degli orrori”, causerebbe il licenziamento della maestra e porterebbe le mamme a organizzare un flash mob al grido di “Nessuno tocchi il bambino”.

Dovrei raccontare questo a quelli del 1996? Manco sapevo della loro esistenza, pensavo ci fosse stato un blocco delle nascite negli anni ’90; dicono tutti che la popolazione invecchia ma io mica me ne sono reso conto di essere invecchiato.

Ho deciso, dall’anno prossimo cambio rotta, cambio stile, scopro l’anno bisestile.

E voi cosa raccontereste a quelli più giovani che si sono persi gli anni in cui non c’erano? O cosa vi fareste raccontare? O cosa mi raccontereste?